Canali

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L’aperitivo a Venezia è sacro. E’ sedersi per terra dando le spalle al bacaro, col bicchiere di vino in mano e un cicchetto nell’altra, possibilmente fritto, possibilmente una mozzarella in carrozza senza l’acciuga.

Anche stavolta è così. Venezia è quasi vuota, o meglio, stavolta i turisti sono locali e si sente parlare veneziano, chiaro e forte, voci che per qualche giorno non sono più sovrastate da altre. E’ come se la città respirasse per la prima volta, dopo anni e anni in apnea, soffocata dalla stessa ricchezza che ricerca in ogni singolo angolo. Borse, occhiali, vetro di Murano, calamite, gelati, frittelle, maschere. Tutto il superfluo appare improvvisamente nella sua assoluta inutilità.

Il vino è sempre lo stesso, i canali sono sempre gli stessi. Le mie gambe sono più chiare, il sole brucia, la mascherina mi pende dall’orecchio destro, so già che prima o poi la perderò. Il prosecco è fresco e il bicchiere trasuda leggermente. Se non fosse per un piccolo granchio che si muove sul gradino, proprio sotto i miei piedi, il canale sembrerebbe privo di vita, animato solo da barche di ragazzi che passano con la musica ad alto volume.

Lascio che il sole mi riscaldi la faccia per un attimo, pensando che forse, nella vita, certe cose non ti ricapiteranno mai più.

ENG

Canals

Aperitivo (=when you drink before dinner, usually with friends) in Venice is sacred. It means sitting on the ground outside the bacaro with a glass of wine in one hand and a cicchetto (finger food) in the other, possibly something fried, possibly a mozzarella in carrozza without anchovy.

Again, this is the case. Venice is almost empty after Covid19, this time the tourists are local and you can hear Venetian speaking, clear and strong, voices that for a few days are no longer dominated by others. It seems that the city is breathing for the first time, after years and years in apnea, suffocated by the same wealth that it seeks in every single corner. Bags, glasses, Murano glass, magnets, ice cream, food, masks. All the superfluous appears suddenly in its absolute uselessness.

The wine is always the same, the channels are always the same. My legs are pale, the sun is burning, the face mask hangs from my right ear, I already know that sooner or later I will lose it. The prosecco is fresh and the glass sweats slightly. If it weren’t for a small crab moving on the step, right under my feet, the canal would seem lifeless, animated only by boats of kids who pass by with loud music.

I let the sun warm my face for a moment, thinking that perhaps in life certain things will never happen to you again. 

Zero waste impossibile, parte 1: montagna

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La sera prima di partire per la montagna inizio a respirare l’aria fresca dell’altitudine anche se sono ancora in casa. È come se i miei polmoni iniziassero a prevedere il cambiamento che diventerà realtà solo il giorno dopo. Subito dopo cena preparo lo zaino, poi puntualmente lo svuoto perché è sempre troppo pesante.

Stavolta è un barattolo che rimane indietro a favore di una lattina di birra. La bottiglia di vetro pesa sempre troppo. Sul fondo una felpa morbida, la borraccia, l’astuccio con il glucometro, due scatoline di caramelle sfuse, un pacchetto di caramelle da supermercato, vegan, la busta di plastica bianca e colorata. Il portafoglio, un’altra bustina con un altro sito di iniezione, perché non si sa mai.

Mi addormento in macchina perché mi fanno sempre sedere dietro, e quando mi siedo dietro o mi addormento o mi viene la nausea. Ho fatto male a mangiare una brioche, e la giornata è iniziata storta perché ho chiesto un pain au chocolat e dentro aveva la crema pasticcera: un’ottima riflessione sulla cattiveria che gli esseri umani sono in grado di infliggere ad altri esseri umani.

Quando arriviamo tolgo lo zaino dal bagagliaio, e mi rendo conto che nonostante tutto è ancora troppo pesante. Mi maledico, sapendo che me ne pentirò lungo tutto il prossimo dislivello.

Ho cercato spesso online delle informazioni su come fare una passeggiata in montagna, anche di più giorni, totalmente zero waste. In inglese si trovano diversi blog che ne parlano, in italiano pochissimi post qua e là di esperienze sparse. Io faccio un po’ a caso, inventandomi soluzioni di testa mia o copiando cose che vedo in rete, sempre con l’idea di mantenere più vicino allo zero possibile il mio impatto ambientale (con una regola ferrea: i rifiuti non si lasciano mai in montagna e si riportano SEMPRE giù a valle).

Usato

I miei scarponcini sono bruciati in punta, perché un giorno mi sono avvicinata troppo a un falò e una scintilla si è poggiata sul tessuto. Ci sono affezionata, per quanto ci si possa affezionare a un paio di scarpe così brutte, perché sono venuti con me anche in Islanda, e perché hanno quel colore grigio topo tipico della roba tecnica, che sembra fatta apposta per sembrare tutta uguale e tutta sfigata.

In generale non compro roba tecnica solo per andare in montagna, ma capisco che per molti abbia senso farlo, dato che per certi percorsi si ha bisogno di cose tecniche e ultraleggere che spesso non si trovano di seconda mano. Per me che sono una banale casual hikers del fine settimana, vanno benissimo vestiti riciclati: sfoggio pinocchietti di decathlon vecchi di anni, magliette con loghi improbabili, felpe oversize e il mio pezzo forte, ovvero la fascia/scaldacollo/mascherina fucsia comprata mille anni fa, quando ancora avevo una mezza idea di andare a fare attività sportiva all’aperto in città.

A proposito di sfigato, stavolta indosso una camicia di circa 4 taglie più grande di me, perché il mio ragazzo ha sbagliato a prenderla su Amazon e gli ho proibito categoricamente di fare il reso. Sapete quanto impattano i resi in termini di inquinamento ambientale? Tantissimo. Quindi perché non farmi un regalo con una camicia vestito?

Pranzo in scatola

Camminare in montagna, soprattutto verso un rifugio, è sempre uguale e sempre diverso. A volte si inizia con salite faticose che poi diventano pianeggianti, a volte si sale e si scende, a volte la salita è lenta e lunga. Stavolta è faticosa e rimane così per metà percorso, finché non decidiamo di fermarci per la prima pausa merenda.

Il cibo è per me un tasto dolente. Da un lato riesco ad organizzarmi molto bene, portando i panini avvolti in canovacci di stoffa o il pranzo in contenitori riutilizzabili. I miei preferiti sono i panini col pomodoro (ovviamente) o con le verdure grigliate, insieme a formaggi belli carichi di gusto. Altrimenti, soprattutto per camminate in giornata, porto pasta e riso freddo con verdure a dadini.

Dall’altro ci sono cose per le quali ancora non ho trovato una soluzione: le barrette energetiche e cariche di zucchero, che per ora riesco a portare solamente confezionate nella plastica. Purtroppo non possono essere sostituite con frutta che mangio prima di iniziare il percorso o che porto con me se la camminata è da fare in giornata, e non sono ancora riuscita a sperimentare alternative fatte in casa. Ho provato qualche mese fa una ricetta di barrette coi datteri buonissima, ma ora non si trovano praticamente più, quindi dovrei trovare delle alternative.

La borraccia è sempre la stessa Klean Kanteen, in acciaio e senza fronzoli. Ormai la conoscete fino alla nausea: è uno dei miei oggetti preferiti in assoluto perché è resistente e leggera.

Liste della spesa molto brevi

E’ difficile per me dividermi tra diabete di tipo 1, zero waste e camminate in montagna. Col tempo sta diventando sempre più facile, anche grazie a una piccola lista che ho fatto nel corso del tempo:

  • Borraccia;
  • Pranzo in tovaglioli di stoffa o schiscetta;
  • Posate acciaio;
  • Caramelle sfuse.

Nico porta anche, soprattutto se stiamo più giorni fuori:

  • Fornello;
  • Pentolino;
  • Altra acqua con filtro.

Fondamentale è riuscire a portare meno plastica possibile, limitandola a solo ciò che è necessario. Inoltre, soprattutto se sto fuori più giorni, cerco di pianificare tutto ciò che mangerò inclusi gli snack che potrebbero essere necessari in situazioni di emergenza (glicemia troppo bassa): in quel caso infatti al peso della borraccia e dei contenitori si aggiunge anche il peso della tenda, del materassino e del sacco a pelo, più un cambio di vestiti.

Durante uno dei prossimi hiking, magari di più giorni, vorrei parlare anche del cibo che porto dietro. Spero che questo post vi possa essere utile: a volte basta poco per limitare i nostri rifiuti, anche in situazioni difficili come questa.

ENG

Impossible zero waste: part 1, hiking

The evening before leaving for the mountain, I begin to breathe the fresh air of the altitude even if I am still at home. It is as if my lungs began to predict the change that will become reality only the next day. Immediately after dinner, I prepare the backpack, then I immediately empty it because it is always too heavy.

This time it is a jar that stays behind in favor of a can of beer. The glass bottle always weighs too much. On the bottom a soft sweatshirt, the reusable bottle, the case with the glucometer, two boxes of loose candies, a packet of supermarket candy, vegan, the white and colored plastic bag. The wallet, another sachet with another injection site, because you never know.

I fall asleep in the car because they always make me sit behind, and when I sit behind or fall asleep or I feel sick. I eat a brioche, and the day started wrong because I asked for a pain au chocolat and inside it had custard: an excellent reflection on the badness that human beings are able to inflict on other human beings.

When we get there I take the backpack out of the trunk, and I realize that despite everything it is still too heavy. I curse myself, knowing that I will regret it all along with the next climb.

I have often looked online for information on how to take a walk in the mountains, even for several days, totally zero waste. In English, there are several blogs that talk about it, in Italian very few posts here and there of scattered experiences. I am a random person, so I tend to invent my own solutions or copying things that I see on the web, always with the idea of ​​keeping my environmental impact as close to zero as possible (with a strict rule: waste never stays in the mountain and ALWAYS go back down to the valley).

Secondhand

My boots are burnt at the tip because one day I got too close to a bonfire and a spark landed on the fabric. I am fond of it, as much as we can become attached to a pair of shoes so ugly, because they also came with me to Iceland, and because they have that mouse gray color typical of technical stuff, which seems made on purpose to look all the same.

In general, I don’t buy technical stuff just to go to the mountain, but I understand that for many it makes sense to do it because that for certain routes you need technical and ultralight things that often are impossible to find second-hand. For me, a common casual weekend hiker, recycled clothes are fine: I show off years-old Decathlon trunks, shirts with improbable logos, oversized sweatshirts and my strong piece, that is the pink hairband/neck warmer/face mask bought a thousand years ago, when I still had a half idea of ​​going to do outdoor sports in the city.

Speaking of a loser, this time I’m wearing a shirt about 4 sizes bigger than me because my boyfriend bought it on Amazon in the wrong size and I categorically prohibited him from making the return. Do you know how much returns impact in terms of environmental pollution? A lot . So why not give me a gift with a dress shirt?

Bento lunch

Walking in woods, especially towards a refuge, is always the same and always different. Sometimes it starts with strenuous climbs and then becomes flat, sometimes climbs and descends, sometimes the ascent is slow and long. This time it is tiring and remains so for halfway until we decide to stop for the first snack break.

Food is a sensitive point for me. On one hand, I manage to organize myself very well, bringing the sandwiches wrapped in cloth or my lunch in reusable containers. My favorites are the sandwiches with tomato (obviously) or with grilled vegetables, along with beautiful cheeses full of taste. Otherwise, especially for day walks, I bring cold pasta or cold rice with vegetables.

On the other hand, there are things for which I still haven’t found a solution: energy bars with sugar, which for now I can only bring packed in plastic. Unfortunately, they cannot be always replaced with fruit – I eat bananas or apples before starting the route, and I take fruit with me if the walk is to be done in the day, but I have not yet managed to experiment with homemade alternative bars. A few months ago I tried a recipe of bars with very good dates, but now they are practically impossible to find, so I should try some alternative.

My bottle is always the same Klean Kanteen, in steel and without frills. By now you know it to the point of nausea: it is one of my absolute favorite objects because it is resistant and light.

Very short shopping lists

It is difficult for me to divide myself between type 1 diabetes, zero waste, and hiking. Over time it is becoming easier, also thanks to a small list that I have made over time:

  • Bottle;
  • Lunch in napkins or bento;
  • Steel cutlery;
  • Loose candies.

Nico also brings, especially if we are several days out:

  • Cooker;
  • A small pot; 
  • Another bottle of water with the filter. 

It is essential to be able to bring as little plastic as possible, limiting it to only what is necessary. Besides, especially if I am away for several days, I try to plan everything I will eat including snacks that may be needed in emergencies (blood sugar too low): in that case, in fact, the weight of the bottle and the containers also adds the weight of the tent, mattress and sleeping bag, plus a change of clothes.

During one of the next hikes, maybe for several days, I would also like to talk more specifically about the food I bring with me. I hope this post will be useful to you: sometimes it takes very little to limit our waste, even in difficult situations like this.

Pizza e quarantena

Diario di bordo, capitolo 5

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Close up di pizza con farina integrale, sugo di pomodoro datterino rosso, basilico e mozzarella fiordilatte. Il cornicione è il più alto mai raggiunto dal genere umano.

L’assalto allo scaffale della farina è stato uno dei primi segnali dell‘imminente pericolo del Covid-19. Quando ancora il paziente 1 di Codogno sembrava un miraggio lontanissimo, tutti ci precipitavamo a fare scorte di beni essenziali: farina, pasta, carta igienica.

Tra tutti i generi alimentari che sono scomparsi tra gli scaffali, la farina è quello che mi ha sconvolto di più. Un po’ perché nella mia mente c’è l’idea che nessuno impasti più; la pizza è quella di Just eat, e la pasta fresca, figuriamoci, direttamente dallo scaffale del frigo al supermercato.
Siamo delle scimmie col carrello in mano: ci piace avere tutto comodo, e siamo scesi dagli alberi per arrivare dritti all’Esselunga.

E invece, come in tutti i momenti di crisi, ecco arrivare la svolta, ed ecco che ci riscopriamo pizzaioli, pasticceri e panettieri. Ce l’abbiamo nel sangue, e in qualche modo in una situazione di emergenza abbiamo sentito il bisogno di tirare fuori questo lato italiano primitivo e represso.
Ne sono fortemente convinta: qualcosa di ancestrale, la memoria dei sapori e degli odori legata alla nostra comfort zone, ci ha spinto a cercare rifugio in ingredienti estremamente familiari. E, se di solito siamo abituati a prendere la metro e andare in un ristorante, stavolta ci siamo dovuti arrangiare.

Chi sono io per tirarmi indietro? Armata di pazienza, acqua, farina e microinfusore, ho deciso di sfornare la pizza col cornicione più alto di sempre, 100% farina integrale.

Ho iniziato a impastare Giovedì mattina. Lo ammetto, sono in quarantena ma sono sempre la solita pigra: il primo impasto l’ho affidato alla macchina del pane, che mi ha restituito una bellissima pallina pronta da mettere a lievitare. Il giorno dopo, quella pallina ha quadruplicato le dimensioni, segno che tutto sarebbe andato veramente bene.

In questi momenti ripenso sempre a quando sono andata in Islanda e ho ammazzato il lievito madre, dimenticandolo nel frigo per 3 settimane. Che bei ricordi.

Venerdì mattina ho diviso l’impasto in due, e ho iniziato a farla lievitare nel forno, con la luce accesa (un trucco che ho imparato dal mitico Vivalafocaccia, che ancora conservo nel cuore). Nel pomeriggio, ho iniziato a stenderle. Inutile dire che potrei essermi commossa una volta o due da quanto erano soffici.

Il risultato finale meritava un applauso almeno quanto il papa che benediceva Urbi et orbi dalla piazza vuota.

Insomma, con le mani sporche di farina, mentre cercavo di stendere quella pasta dalla consistenza familiare, mi sono fortemente convinta che ci sia una relazione intima tra il trovarsi improvvisamente nel bel mezzo di una pandemia e la necessità di creare qualcosa. E’ come se il nostro cervello ci stesse dicendo di fare qualcosa con le nostre mani, di creare, di riempirci lo stomaco con qualcosa di fatto da noi, di nutrire la mente facendo qualcosa di nostro, qualcosa che ci ricordi che in fondo siamo degli animali molto intelligenti.

Non so come sarà la nostra vita dopo questa lunga quarantena da Covid 19. So però che non rinunceremo a cose come la pizza: nella sua semplicità ci ricorda che non siamo altro che due occhi con uno stomaco, esseri sociali che ancora amano condividere gli spicchi e commentare quale sia la ricetta migliore.

Ci ricorderemo di questo 2020 come l’anno in cui una pandemia ci cambiò radicalmente la vita, ma anche come l’anno in cui creammo così tante cose che oggi ci riesce ancora impossibile immaginare.

Insomma, tanto lo so che siete qui per questo:
400g di farina integrale;
300ml di acqua;
1 presa di sale;
2 cucchiai di olio;
1/2 cucchiaino di lievito.

Per il condimento:
mozzarella fiordilatte;
sugo di pomodoro;
foglie di basilico;
1 cucchiaio di olio;
aglio;
sale.
(La salsa è da preparare la sera prima.)

ENG

Quarantine pizza

Life Journal, chapter 5

Close up di pizza con farina integrale, sugo di pomodoro datterino rosso, basilico e mozzarella fiordilatte. Il cornicione è il più alto mai raggiunto dal genere umano.

The assault on the flour shelves at the supermarket was one of the first signs of imminent danger during Covid-19 emergency. When the patient 1 in Codogno seemed a distant mirage, we all started to stocks of essential commodities: flour, pasta, toilet paper. Mostly toilet paper. 

Of all the groceries that have disappeared from the shelves, flour is what upset me the most. First of all because in my mind there is the idea that nobody does dough from scratch at home anymore; pizza is delivered,  fresh pasta is bought directly from the refrigerator at the supermarket. 
We are monkeys with shopping carts, we like to have everything easy, and we went down from the trees to get straight to the supermarket.

But here comes the plot twist, and here we are, rediscovering ourselves as pizza chefs, pastry chefs, and bakers. We have it in blood, and somehow in an emergency situation, we feel the need to pull this Italian side, primitive and repressed, off. 
I am strongly convinced about this: we have something ancestral in our brain, the memory of the tastes and smells are strictly related to what we call our comfort zone, and this pushes us to seek refuge in extremely familiar ingredients. Usually, we take the subway and go to a restaurant, but this time we had to arrange it.

Who am I to pull back? Armed with patience, water, flour, and insulin pump, I decided to bake the pizza with the highest edges ever, 100% whole wheat.

I started to knead Thursday morning. I admit, I am in quarantine but I am still the same lazy person: for the first round of dough I used to the bread machine, and I let a beautiful ball rise from it for the next couple of hours. On the next day, that ball has quadrupled the size, a sign that everything was going really well.

In these moments I always think back to when I went to Iceland and I killed my mother yeast, forgetting him in the refrigerator for 3 weeks. What a beautiful memory and a great love story.

On Friday morning I divided the dough into two little balls, and I let them rise in the oven with the light on. In the afternoon, I began to shape them. Needless to say, I might have cried a little once or twice because they were so soft and light.

The result deserved a round of applause as much as the pope blessing the empty square Urbi et orbi.

With the dirty hands of flour, as I tried to roll out the familiar consistency of the dough, I thought that there is an intimate relationship between the suddenly find themselves among a pandemic and the need to create something. It’s like our brain is telling us to do something with our own hands, to create, to fill our stomachs with something made by us, to feed our minds making something of ourselves, something that let us remember that basically, we are the very intelligent animals.

I do not know how our lives will be after this long quarantine from Covid 19. But I know that we will not give up on things like pizza: its simplicity reminds us that we are nothing but two eyes with a stomach, social beings who still love to share. 

We will remember 2020 as the year in which a pandemic radically changed our life, but also as the year in which we created so many things that today we still can not imagine.

I know you are here for this:
400g whole wheat flour;
300ml of water;
1 pinch of salt;
2 tablespoons oil;
1/2 teaspoon yeast.

For the sauce:
mozzarella;
tomato sauce;
basil leaves;
1 tablespoon oil;
garlic;
salt.
(The sauce is to prepare the night before.)