Zero waste in famiglia

Una storia di compromessi

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Lo dico sempre: iniziare un percorso zero waste significa scendere a compromessi. Ma in realtà sarebbe giusto dire che se vogliamo portare avanti qualsiasi ideale dovremo, ad un certo punto, instaurare un dialogo e avviare un percorso di scambio con gli altri, senza arroccarci come nel gioco degli scacchi.

Pensate alla convivenza: che voi viviate col vostro ragazzo, con i vostri genitori o con dei coinquillini, in ogni caso il vostro stile di vita verrà influenzato dalle persone che vi circondano. E sarà impossibile, oltre che poco carino, imporre le vostre idee, soprattutto quando si tratta di temi ecologisti. Serve tempo (che non abbiamo) e tanta, tanta, tanta pazienza.

Quando sono andata a convivere, Nico sapeva già del fatto che fossi vegetariana (e mi aveva già cucinato delle ottime pizze surgelate e abbondanti piatti di pasta al sugo di pomodoro!). Avevo appena iniziato a capire cosa fosse lo zero waste quando ci siamo conosciuti, quindi la transizione è stata indolore. Un percorso insieme: mi ritengo fortunata. In ogni caso, la mia scelta personale è stata quella di trovare un equilibrio che potesse soddisfare le mie esigenze e le sue.

Nonostante infatti creda fermamente nelle mie scelte, mi rendo conto che non si possano calare dall’alto e pretendere che tutti le accettino come se fossero i dodici apostoli. Come ho già detto più volte, preferisco dare l’esempio, mostare che si può fare, e lasciar decidere gli altri. Mi rendo conto però che spesso questo può essere frustrante: perché gli altri non vedono che stiamo soffocando nella plastica? Perché non riescono proprio a usare quella cannuccia di vetro così bella che ci hanno regalato?

Con Michela di Sustainable Olivia abbiamo deciso di dedicare un doppio post su questo argomento. Trovate il suo post qui.

La questione plastica

Immaginate di vivere in un mondo dove tutto è plastica. Comodo, facile, veloce. Le famiglie accolgono questo nuovo materiale come una manna dal cielo, in grado di togliere il fardello dei piatti di ceramica. Leggera, usa e getta, economica: non serve andare molto lontano, perché questo è il modo in cui i nostri genitori e i nostri nonni percepivano la plastica. Non come un problema. In generale, l’inquinamento non veniva percepito come una questione impellente, ma come qualcosa di distante. Lontano. Le lattine scomparivano dal finestrino delle macchine in corsa, e smettevano di essere un nostro problema.

Io stessa ricordo che, quando eravamo piccoli, era molto più comune vedere spazzatura a bordo strada… molta più di adesso. Figuratevi quando erano giovani i nostri genitori. Immaginate trovarsi in un negozio e dover scegliere tra l’antiquata ceramica e la modernissima plastica.

In ogni caso, non è facile far cambiare idea neppure alle persone della nostra età. Quanto è attraente andare al McDonalds? O mangiare in una qualsiasi fast food? Per quanto riguarda la mia esperienza, una delle cose che frenano le persone è il percepire una vita senza plastica (o meglio, a plastica ridotta) come una vita scomoda. Il panino nella busta di plastica è comodo. Le bottiglie d’acqua sono comode (e sono percepite come migliori, anche se la qualità dell’acqua spesso non è assolutamente migliore rispetto a quella del rubinetto). I piselli surgelati sono comodi. Insomma: rinunciare alla plastica significa dover pensare costantemente alle alternative.

Possiamo dire che non è vero? Dubito. Viviamo in una società che ci costringe a correre sempre di più. Lavora consuma, lavora consuma. Le monoporzioni di biscotti per fare merenda di corsa, il caffè nel bicchiere usa e getta, il cellophane per conservare l’insalata in frigo. Tutto comodo, ready to use, in modo che ci troviamo sempre a non dover faticare quando, dopo otto ore di lavoro, non sappiamo proprio cosa mettere nel piatto a cena.

A casa, inizialmente, non solo con Nico ma anche con la mia famiglia in Sardegna, ho cercato di creare delle alternative. Avere a portata di mano dei barattoli di vetro anziché la pellicola, per esempio, spinge a conservare gli avanzi senza usare plastica. Avere delle borracce per andare in ufficio, o dei fazzoletti di stoffa già pronti all’uso, in modo da non dover pensare a come avvolgere i sandwich o a dove mettere l’acqua, come usare queste cose fosse normalità. Perché in fondo, per noi zero waster che lo viviamo tutti i giorni, lo è.

La questione vegetariana

Che rompipalle, sti vegetariani. Lo dicono sempre subito, appena si presentano. Non parlano d’altro. E poi cosa mangiano? Insalata e tofu, vero?

Nico è onnivoro. Nessuno nella mia famiglia, eccetto mio fratello, è vegetariano. Ho avuto anche io la fase in cui tentatavo di far valere le mie ragioni al pranzo di Natale, ma fortuntamente è passata presto: non serve a nulla. Non convincerete nessuno mostrando un video di youtube, a meno che questa persona non sia già propensa al dialogo (questo è un motivo per cui non trovo così interessanti le manifestazioni di strada: ma ne parleremo un’altra volta)

Lo ammetto, dopo il diabete su questo punto mi sono ammorbidita tantissimo. Sarà che renderti improvvisamente conto che potresti avere delle restrizioni alimentari è una delle cose più difficili da affrontare, sarà che tutta l’esperienza traumatica della diagnosi mi ha regalato un pizzico di empatia in più nei confronti del genere umano, ma credo che per molti sia difficile pensare di vivere senza carne da un giorno all’altro. E’ una scelta troppo personale, che deve sedimentare nel tempo, giorno dopo giorno. Una presa di coscienza, se così possiamo definirla.

Come faccio, quindi? Compromesso. Non intendo, ovviamente, che mangio carne o pesce. Non lo farei mai e non ho nessun motivo per farlo. Intendo che in casa mangiamo vegetariano per gran parte della settimana, e quando Nico vuole cucinarsi un po’ di carne non c’è alcun problema. Se mia mamma gli regala la salsiccia sarda non c’è alcun problema. Mi sembra anche ridicolo scriverlo, ma sento tante persone che non vogliono neppure la carne dei coinquilini in frigo. Ha mai funzionato questa strategia per voi? Non vuole essere una domanda retorica o aggressiva, ma genuina curiosità. Non ho mai sentito nessuno che ha smesso di mangiare carne perché gli amici hanno tentato di convertirlo con grandi discorsi. Il proselitismo, soprattutto in temi così delicati, non ha mai funzionato nella mia esperienza.

Torniamo così a quello che ho scritto per la plastica: dare l’esempio. Parlare della nostra esperienza. Aiutare gli altri a vedere ciò che vediamo noi, senza forzature, in modo genuino. Mi avete mai sentito raccontare la storia delle anguille? E’ una bella storia. Un giorno la racconterò anche qui, per bene.

Mangiare è uno dei miei piaceri più grandi, e non potrei mai sopportare l’idea di averlo reso un fardello per altri. Sul lungo termine, una buona lasagna vegana fatta bene (sì, l’ho detto) ripaga molto di più di mille discorsi che fanno sentire in colpa le persone intorno a noi.

ENG

Zero waste and family

A story of compromises

As I always say: starting a zero-waste journey means accepting compromises. But in reality, it would be fair to say that if we want to pursue any ideal we should, at some point, compromise.

Just think about living together: whether you live with your boyfriend, your parents or roommates, in any case, your lifestyle will be influenced by the people around you. And it will be impossible, as well as not very nice, to impose your ideas, especially when it comes to ecological issues. It takes time (which we don’t have, I know) and a lot, a lot, a lot of patience.

When I went to live together, Nico already knew that I was a vegetarian (and he had already cooked me some excellent frozen pizzas and pasta with tomato sauce!). I had just begun to understand what zero waste was when we first met, so the transition was painless. In any case, my personal choice was to find a balance that could meet my needs and his.

Although I firmly believe in my choices, I realize that they cannot be lowered from above and demand that everyone accept them as the twelve apostles. As I have said several times, I prefer to set an example, to show that it can be done, and to let others decide. I realize, however, that this can often be frustrating: why don’t others see that we are suffocating in plastic? Why can’t they just use that beautiful glass straw they gave us?

The plastic issue

Imagine living in a world where everything is plastic. Comfortable, easy, fast. Families welcome this new material like a miracle, as they were finally able to remove the burden of glass and ceramic dishes. Light, disposable, cheap: you don’t need to go very far, because this is how our parents and grandparents perceived plastic: not an issue.

I remember that when I was little, it was much more common to see rubbish on the roadside… imagine when our parents were young.

In any case, it is also not easy to make people of our age change their minds. As far as my experience is concerned, one of the things that hold people back is to experience a life without plastic (or better, with reduced plastic ) as an uncomfortable lifeThe sandwich in the plastic bag is convenient. Water bottles are easy (and the water inside is perceived as better, although the quality is often not better than that of the tap). In short: giving up plastic means having to constantly think about alternatives.

Can we say that isn’t it? I doubt it. We live in a society that forces us to run more and more. The single portions of biscuits to make a quick snack, the coffee in the disposable cup, the cellophane to keep the salad in the fridge. All comfortableready to use, so we always find ourselves not having to struggle when, after eight hours of work, we don’t know what to put on the plate for dinner.

At home initially, not only with Nico but also with my family in Sardinia, I tried to create alternatives. Having glass jars at home instead of plastic bags, for example, pushes you to store leftovers without using plastic. Having water bottles to go to the office, or ready-to-use cloth handkerchiefs, so you don’t have to think like it’s normal to use them. Because after all, for us who live it every day, it is.

The vegetarian issue

How annoying, vegetarian people. They always say it right away, as soon as they show up. They don’t talk about anything else. And then what do they eat? Salad and tofu, right?

Nico eats meat. Nobody in my family, except my brother, is a vegetarian. I also had the phase in which I tried to assert my reasons at the Christmas dinner, but luckily it passed early: it is useless. You will not convince anyone by showing a youtube video unless this person is already inclined to dialogue (this is a reason why I do not find street events so interesting: but we will talk about it again)

I admit it, after diabetes on this point I softened a lot. Maybe I’ve suddenly realized that having food restrictions is one of the most difficult things to deal with, maybe all the traumatic experience of the diagnosis has given me a little more empathy towards humankind, but I think for manypeople it is difficult to think of living without meat overnight. It is personal, which must settle over time, day after day. A realization, if we can define it that way.

So how do I do it? Compromise. Obviously, I don’t mean that I eat meat or fish. I would never do it and I have no reason to do it. I mean that at home we eat vegetarian for most of the week, and when Nico wants to cook some meat there is no problem. I’ll just have seitan or something easy. If my mom gives him the Sardinian sausage there is no problem. It also seems ridiculous to write it, but I hear many people who don’t even want the meat of roommates in the fridge. Has this strategy ever worked for you? It is not intended to be a rhetorical or aggressive question, but genuine curiosity. I have never heard of anyone who stopped eating meat because friends tried to convert it with great speeches. Proselytism, especially in such delicate subjects, has never worked in my experience.

Let’s go back to what I wrote for plastic: to set an example. Talk about our experience. Helping others to see what we see, without forcing, in a genuine way. Have you ever heard my story about eels? It is a beautiful story. One day I will tell you about it here too, for good.

Eating is one of my greatest pleasures, and I could never bear the idea of ​​making it a burden for others. In the long run, a good vegan lasagna pays off much more than a thousand speeches that make people around us feel guilty.

Ho fatto crescere un avocado durante la quarantena

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Su Instagram c’è stato un periodo in cui tutti facevano crescere piante di avocado. Foto di barattoli bellissimi con questi semini sospesi dentro, appoggiati su stuzzicadenti, a filo d’acqua, in attesa che germogliassero. C’è anche un avocado bar a Milano con le vetrine ricoperte di bicchieri di plastica e semi di avocado: non avendo clienti durante il lockdown, probabilmente hanno pensato fosse meglio riempire così il locale. Ottima idea.

Tornando a noi: potevo non prendere parte a un simile tentativo? E perché mai non sfruttare una pandemia globale per far nascere una pianta, con tutte le metafore di crescita e rinascita che questo comporta?

L’estenuante attesa

La prima parte è la più difficile: aspettare. Giorni e giorni. Avrete bisogno di (da qui in poi, cercate su google e non prendetemi in parola: il mio pollice verde è terribilmente macchiato della linfa delle mille piante che ho ucciso involontariamente): un vasetto, 3 stecchini, tanta pazienza.

Mangiate il vostro avocado (preferibilmente italiano) e conservate il grosso seme che trovate all’interno. Togliete tutta la polpa, pulendolo bene senza maltrattarlo. Dopo aver riempito il vasetto di acqua, infilzate (non troppo) l’avocado con gli stecchini, in modo da tenerlo in bilico sul bordo. Così:

Deve essere coperto per circa 2/3 di acqua. Rimanete ad osservarlo per qualche minuto. Notate qualche cambiamento? No? Bene. Sarà così per un tempo talmente lungo che dimeticherete il giorno in cui l’avete piantato.

Dopo letteralmente 2 mesi

Come direbbe mia mamma: hai voluto la bicicletta? E ora pedala. L’acqua del vasetto va cambiata ogni 3-4 giorni. Io e Nico, pieni di speranze, abbiamo portato avanti questo processo per due – DUE! – mesi.

Due mesi in cui le giornate sembravano non passare mai. Il lavoro da casa, il pranzo sempre noi due, la vita là fuori ferma. La fila di fronte alla farmacia che scorreva lentissima, tutti a un metro di distanza. Le orchidee che sbocciavano – una sola a dire il vero, l’altra è ancora in letargo da quando ci siamo trasferiti a Milano. Il caldo primaverile che entrava dalle finestre, il seme fermo, sempre uguale, immerso nell’acqua stagnante, gli stecchini infilzati addosso.

Un giorno il seme si è spaccato in due.

Ok, forse ci ha messo più tempo: però noi ce ne siamo accorti da un giorno all’altro. Allo stesso modo, da un giorno all’altro è sbucata una piccola zampetta, una virgola di radice verso l’acqua. Piccola, gialla, rugosa.

In pochi giorni, la radice è diventata enorme, e un grosso pennacchio ha iniziato a dirigersi verso la luce: l’avocado aveva deciso finalmente di ripagare il nostro spirito da genitori di piante.

Ieri l’abbiamo finalmente piantato. Ora è lì, che mi osserva. Lo osservo di rimando, sperando che quelle due foglioline ridicole diventino una bella pianta. Non dico fruttare, sarebbe chiedere troppo. Ma almeno ripagare i miei sforzi con l’estetica di una pianta come si deve.

Improvvisamente i minuti passati a cambiare l’acqua, a osservare quei semi e tutto il nostro mondo dentro casa, fanno parte del passato.

Perché far crescere un avocado?

Hanno parlato diverse persone più titolate di me dei problemi causati dalla coltivazione e dal consumo sempre crescente di avocado nell mondo. Vi rimando alla lettura di articoli che potete trovare facilmente su internet: ne ha parlato Vice (anche in italiano), il Guardian e persino una puntata del documentario Rotten, che trovate su Netlfix.

Da quando l’avocado è diventato il grasso buono che tutti noi vogliamo aggiungere ai nostri panini, la sua richiesta ha causato diversi problemi, tra cui disboscamento di aree enormi in America Latina. Pensate un po’: mentre prima era consumato solo in una piccola parte di mondo, adesso la sua richiesta arriva dall’Italia alla Cina. La coltivazione intensiva che questo tipo di domanda comporta necessita di tantissima acqua, lasciando le popolazioni locali letteralmente a secco.

Rispettiamo dunque la stagionalità e compriamo avocado coltivati più vicino possibile a noi. Ricordiamoci che nel momento in cui compriamo un avocado cileno o messicano, probabilmente questo è stato fatto crescere sfruttando il suolo per avere la massima resa, a discapito di altre coltivazioni che hanno meno mercato. Teniamo a mente che il suo trasporto ha avuto un impatto enorme sull’ambiente: ha dovuto viaggiare dal Messico all’Italia prima di finire nel nostro panino e su Instagram.

ENG

I’m growing an avocado tree

There was a time on Instagram when everyone was growing avocado plants. Photos of beautiful jars with these seeds suspended inside, resting on toothpicks, floating in the water, waiting for them to germinate. There is also an avocado bar in Milan with its shop windows covered with plastic cups and avocado seeds: having no customers during the lockdown, they probably thought it was better to fill the place. Good idea.

Could I not take part in such an attempt? Why not take advantage of a global pandemic to give birth to a plant, with all the metaphors of growth and rebirth that this involves?

The exhausting wait

The first part is the most difficult: wait. Days and days. You will need (from here on, just search on google and don’t trust me: my green thumb is stained with the sap of the thousand plants that I killed involuntarily): a jar, 3 sticks, a lot of patience.

Eat your avocado (preferably local if you are lucky enough) and keep the large seed. Remove all the pulp, clean it well without mistreating it. After filling the jar with water, skewer (not too much) the avocado with the picks, to keep it on the edge. Just like this:

It should be covered for about 2/3 of the water. Watch it for a few minutes. Do you notice any changes? No? Well. It will be like this for such a long time that you will forget the day you planted it.

After literally 2 months

As my mom would say: did you want the bicycle? Now ride. The water in the jar should be changed every 3-4 days. Nico and I, full of hope and dreams, have carried out this process for two – TWO! – months.

Two months in which the days never seemed to pass. Work from home, lunch always the two of us, life out there stops. The line in front of the pharmacy that ran very slowly, all one meter away from each other. The blossoming orchids – one, to tell the truth, the other is still dormant since we moved to Milan. The spring heat that entered the windows, the still seed, always the same, immersed in stagnant water, the toothpicks spiked on.

One day the seed split in two. 

Okay, maybe it took him longer: but we noticed it overnight. In the same way, from one day to the next a small paw has emerged, a comma of root towards the water. Small, yellow, wrinkled.

In a few days, the root became enormous, and a large plume began to head towards the light: the avocado had finally decided to repay our parenting spirit.

Yesterday we finally planted it in soil. Now it is there, watching me. I look back at him, hoping that those two ridiculous leaves will become a beautiful plant. I’m not saying fruit, it would be asking too much. But at least it will repay my efforts with the aesthetics of a plant as it should be.

Suddenly the minutes spent changing the water, observing those seeds and our whole world inside the house, are part of the past.

Why the avocado?

Several people who are more titled than I have talked about the problems caused by the growing and consumption of avocados in the world. I refer you to reading articles that you can easily find on the internet: Vice, the Guardian, and even an episode of the documentary Rotten, which you can find on Netlfix, spoke about it.

Ever since avocado became the good fat we all want to add to our sandwiches, his demand has caused several problems, including deforestation of huge areas in Latin America. Think about it: while before it was consumed only in a small part of the world, now its request comes from Italy to China. The intensive cultivation that this type of demand entails requires a lot of water, leaving the local populations dry.

We, therefore, respect the seasonality and buy avocados grown as close to us as possible. Remember that when we buy a Chilean or Mexican avocado, this was probably made to grow by exploiting the soil for maximum yield, to the detriment of other crops that have less market. Keep in mind that its transportation had a huge impact on the environment: it had to travel from Mexico to Italy before ending up in our sandwich and on Instagram.

Diario di una settimana vegana

Diario di bordo, capitolo 7

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Come ogni anno, è arrivata la settimana vegana promossa da Essere Animali, organizzazione no-profit che promuove progetti per la difesa degli animali e lotta contro il loro sfruttamento. Secondo voi, potevano le due Michele perdersi questo evento?
Ovviamene no: per questo insieme alla mia omonima romana preferita che trovate sul suo blog Sustainable Olivia, abbiamo deciso di aderire all’iniziativa, mangiando solamente vegano a partire da Lunedì 18 Maggio.

Le premesse sono buone: entrambe vegetariane, entrambe attente a tematiche ecologiste, abbiamo iniziato a mettere a punto i nostri menù pur sapendo che sarebbero cambiati come minimo 40 volte prima del fatidico lunedì. E così è stato .

Da dove inizio? Ah, l’inquinamento

Gli allevamenti hanno un enorme impatto sull’ambiente. Inquinano più del traffico cittadino e rilasciano nell’aria le famose polveri sottili, che solitamente associamo alle auto e alle industrie (Fonti: Slowfood, Greenpeace e Corriere della sera).
Le principali fonti di inquinameto da PM10, secondo i dati, sarebbero proprio gli allevamenti intensivi.

Sarebbe dunque un bel controsenso eliminare la plastica dalla propria vita, utilizzare solamente abiti di seconda mano e non prestare attenzione a cosa mettiamo nel piatto.

Immersa in questi pensieri mangio due fette biscottate e un bicchiere di té prima di iniziare la giornata. E’ domenica, e dopo una settimana mi manca un po’ lo yogurt che mangio ogni mattina; cerco di non pensarci, consolandomi con una terza fetta biscottata.

Molte delle cose che mangio sono vegane. Passo intere giornate mangiando solo vegano, senza neppure pensarci. Penso a Safran Foer che scrive nel suo ultimo libro: Dobbiamo rinunciare ad alcune abitudini alimentari oppure rinunciare al pianeta. Posso farcela.

Cosa c’entra il Covid-19

Qualche giorno dopo aver iniziato la settimana vegana, mi sono imbattuta in un articolo del Guardian. Il titolo in italiano potrebbe essere tradotto come Dobbiamo svegliarci: gli allevamenti sono terreno fertile per le pandemie.

The meat that we eat today overwhelmingly comes from genetically uniform, immunocompromised, and regularly drugged animals lodged by the tens of thousands into buildings or stacked cages – no matter how the meat is labelled.

La carne che mangiamo oggi proviene da animali geneticamente uniformi, immunocompromessi e drogati che vivono a decine di migliaia in edifici o gabbie accatastate, indipendentemente da come la carne sia etichettata.

The Guardian, traduzione mia.

Già. Che ci piaccia o no, la carne e i derivati che vengono consumati ogni giorno sono prodotti in maniera intensiva. Non abbiamo abbastanza spazio per far pascolare mucche felici, col consumo di carne attuale. E in più, sappiamo per certo che il nuovo coronavirus, nonostante fantasiosi voli pindarici fatti da alcuni, sia frutto di una zoonosi e provenga dai wet market e più precisamente dagli animali che vengono venduti vivi.

Ricordo di aver letto l’articolo una seconda volta. Avevo le mestruazioni, i crampi mi stavano divorando e avevo voglia di qualsiasi tipo di formaggio. E’ stato un momento pessimo per affrontare la settimana vegana, e per certi versi è stato molto difficile. Le prime uscite, i gelati fuori, le passeggiate.

Poi ho ripensato anche ai mesi a casa. Il non poter vedere il mondo se non dalla finestra, non avere a disposizione la farina e il lievito, sentire le persone solamente tramite videochiamata. In questa settimana tutto sembrava tornare alla normalità, mentre io cercavo di tenere duro e ricordare a me stessa che forse niente sarebbe stato più normale. Dobbiamo rinunciare ad alcune abitudini alimentari oppure rinunciare al pianeta.

Cosa ho mangiato

Nonostante la poca voglia, mi sono impegnata e ho variato il più possibile tutti i miei pranzi e le mie cene. La colazione no, è rimasta sempre té verde e fette biscottate, per il semplice fatto che l’abitudine è decisamente meglio del ragionamento, soprattutto quando sono le sette del mattino.

Il lunedì ho organizzato la base di carboidrati per il pranzo dei 4 giorni successivi. Ho acceso la vaporiera per cuocere delle verdure, e ne ho approfittato per cuocere anche orzo e farro, che solitamente mangio in pausa pranzo quando lavoro.

Per cena ho variato tra veg-burger fatti in casa, verdure al forno, frittelle di farina di ceci, pizza senza mozzarella con melanzane, patate e cipolle. Tutti piatti molto semplici da preparare (tranne la pizza ovviamente), che non hanno richiesto così tanto tempo come mi aspettavo. Mi sono sbizzarrita con il lievito in scaglie e il tofu marinato in mille modi.

Sono riuscita a fare anche un dolce: dei cookies con banane e avena che sono venuti buonissimi sia nella versione al cioccolato che nella versione ai frutti rossi; per il resto ho scelto tavolette di cioccolato tracce di latte, che fanno sempre un ottimo dolce dopo pasto.

Non solo cibo

Con il tarlo della settimana vegana in mente ho iniziato a far caso anche ai prodotti che utilizzo. Tra le tante cose che sono passate sotto la mia lente d’ingrandimento di rompiscatole, ho potuto notare una piacevole sorpresa: tutti i cosmetici e le creme che sono attualmente nel mio bagno hanno il bollino vegan. Fatemi vantare un po’ di questa scoperta inaspettata, no?

In realtà, questa è stata facile… comprando prodotti sostenibili, aumentano le probabilità di evitare ingredienti animali rispetto a comprare le cose al supermercato o nelle classiche profumerie.

Cosa farò?

Una risposta onesta, a caldo, a questa domanda: non lo so. Finisco di scrivere questo articolo e mi rendo conto che ho tanta strada da fare sul tema alimentazione. Mi torna alla mente il mio diabetologo, che ogni volta mi fa fare le analisi di ferro e vitamina b12, perché non si sa mai. Puntualmente ogni volta dice di essere stupito dai risultati, come se una vita vegetariana fosse una vita da alieno che mangia solo burger Valsoia. Ricordo quando in ospedale non ho mangiato, perché l’unico piatto era pollo e carote.

Sicuramente una settimana senza derivati animali mi ha aiutato a capire che se voglio, posso ridurre ancora di più il consumo di formaggi e uova, limitandone il consumo a eventi sporadici.

Per quanto riguarda i formaggi in particolare, continuerò a scegliere solamente produttori piccoli e per quanto possibile attenti al benessere degli animali. Proverò nuove ricette, continuerò a sperimentare e cercherò di fare la mia parte in questo mondo molto incasinato.

Adesso potete correre a leggere il post gemello di Michela. Lo trovate qui.

(Piccola parentesi diabetica)

Non ho gli strumenti per valutare se l’alimentazione vegana aiuti effettivamente nel miglioramento delle glicemie. Ho solo letto un libro a riguardo, che ho recensito qui, che afferma come un’alimentazione vegana a basso contenuto di grassi migliori il rapporto di insulina che un diabetico assume per un tot di carboidrati.

Per quanto mi riguarda, negli ultimi giorni della settimana ho riscontrato un netto miglioramento – eccetto per quando ho mangiato la pizza. Meno insulina, meno fluttuazioni di glicemia. Il lunedì successivo ho fatto la metà delle unità che faccio in una giornata lavorativa normale.

Sapevo già che ridurre i grassi dei derivati – in particolar modo dei formaggi – mi aiuta parecchio nella gestione del diabete. Questa è stata una piccola conferma personale. Non dimenticate però che ciò che funziona per me, può non funzionare per altri. Prima di cambiare qualsiasi cosa nella vostra alimentazione parlate col diabetologo o col dietista.

ENG

A vegan week

Life journal, chapter 7

Like every year, the vegan week promoted by Essere Animali, a non-profit organization that promotes projects for the defense of animals and fight against their exploitation, has arrived. Could your favorite two Michelas miss this wonderful event? Of course not: for this reason, together with my favorite homonym from Rome, Sustainable Olivia, we decided to join the initiative, eating only vegan starting from May 18th.

The premises were good: both vegetarians, both mindful to ecological issues. We started to develop our menus while knowing that they would have changed at least 40 times before the crucial Monday. And so it was.

Where do I start? Oh, the pollution

Farms have a huge impact on the environment. They pollute more than city traffic and release the famous PMs into the air, which we usually associate with cars and industries (Sources: Slowfood , Greenpeace and Corriere della Sera). The main causes of pollution from PM10, according to the data, are precisely intensive livestock.

It would, therefore, be a nice contradiction to eliminate plastic from one’s life, to use only second-hand clothes, and not to pay attention to what we put on the plate.

Immersed in these thoughts, I eat two rusks and a glass of tea before I start my day. It’s Sunday, and after a week I miss the yogurt I eat every morning; I try not to think about it, consoling myself with a third rusk with jam.

Many of the things I eat are vegan. I spend whole days eating only vegan, without even thinking about it. I think of Safran Foer who writes in his latest book: We have to give up some of our food habits otherwise give up on the planet.

What does Covid-19 have to do with this

A few days after starting the vegan week, I came across an article in the Guardian website: We have to wake up: factory farms are breeding grounds for pandemics.

The meat that we eat today overwhelmingly comes from genetically uniform, immunocompromised, and regularly drugged animals lodged by the tens of thousands into buildings or stacked cages – no matter how the meat is labelled.

Source: The Guardian

Like it or not, the meat and other animal products that are consumed every day are intensively produced. We know for sure that the new coronavirus, despite imaginative dreams made by some, is the result of a zoonosis and comes from wet markets. More precisely from animals. Animals are sold alive.

When I read that article, I was menstruating, the cramps were devouring me and I felt like I would have eaten any type of cheese. It was a bad time to face vegan week, and in some ways it was very difficult . The first outings, the ice cream outside, the walks.

Then I also thought about the months at home. Not being able to see the world except from the window, not having flour and yeast at my disposal, hearing my family only via Skype. This week everything seemed to return to normal, while I tried to hold on and remind myself that perhaps nothing would have been normal again.

What did I eat

Despite my unwillingness, I made a commitment and varied all my lunches and dinners as much as possible. No breakfast, there is always green tea and rusks, for the simple fact that habit is much better than reasoning, especially if it is seven in the morning.

On Monday I organized the carbohydrate base for lunch for the next 4 days. I turned on the steamer to cook vegetables, and I took advantage of it to cook barley and spelled, which I usually eat during lunch when I work.

For dinner I varied between homemade hamburgers, baked vegetables, chickpea flour pancakes, pizza without mozzarella with eggplant, potatoes and onions. All dishes very simple to prepare (except pizza of course), which did not take as long as I expected.

I managed to make cookies with oat bananas which came out very good both in the chocolate version and in the red fruit version; I chose milk-free chocolate bars and indulged myself with flaky yeast and marinated tofu in a thousand ways.

Not just food

With the demon of the vegan week in mind, I also started to notice the products I use in my bathroom. Among the many things that passed under my magnifier glass, I was able to notice a pleasant surprise: all the creams that are currently in my bathroom have a vegan certificate. Let me brag a little about this unexpected discovery, please.

In reality, this was easy … buying sustainable products increases the chances of avoiding animal ingredients compared to buying things in the supermarket or in the classic perfumeries. 

What will I do in the future?

An honest answer to this question: I don’t know. I am finishing writing this article and I’m realizing that I have a lot to learn on the subject of nutrition. My diabetologist comes to mind, and he always makes me do iron and vitamin b12 tests every single time because you never know. Every time he says he is amazed by the results as if a vegetarian life were an alien life.

Surely a week without animal derivatives has helped me understand that if I want, I can reduce even more the cheeses and eggs, limiting their consumption to sporadic events. As for cheese, in particular, I will continue to choose only small producers who are as attentive as possible to animal welfare. I will try new recipes, continue to experiment, and try to do my part in this very messed up world.

(Small diabetic parenthesis)

I don’t have the tools to assess whether vegan nutrition helps improve blood sugar levels. I have only read a book about it, which I have reviewed here. It states that a low-fat vegan diet improves the insulin ratio that a diabetic person takes for a total of carbohydrates.

As far as I am concerned, in the last days of the week I have seen a marked improvement – except when I had pizza. Less insulin, less blood sugar fluctuations. The following Monday I did half the units I do on a normal working day.

I already knew that reducing the fats of animal products- especially chees – helps me a lot in managing diabetes. This was a small personal confirmation. But don’t forget that what works for me may not work for others. Before changing anything in your diet, talk to your diabetes or dietitian.