Gennaio 2020, con i libri giusti

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La vedete quella borsa? Sì, è piena di ciò che pensate.

Non sono la persona adatta nel formulare buoni propositi. Di solito me ne pongo alcuni molto generici, ma non riesco a pianificare qualcosa di specifico a lunghissimo termine; questo però non mi ha mai impedito di fare delle liste lunghissime. Liste di cose da fare, liste di libri da leggere, liste di carboidrati che mangerò a pranzo, playlist per un viaggio, liste di cosa vorrei fare nelle prossime 24 ore.

Mi piace guardare indietro, verso le settimane appena passate, e fare un bilancio delle cose migliori che ho fatto. Chiudere l’anno in bellezza, dicono in molti; per me non si tratta di una semplice frase, ma di un vero e proprio desiderio. Per questo a fine anno (e all’inizio dell’anno nuovo) concentro tutte le mie energie nello scrivere, nel leggere buoni libri e nell’ascoltare buona musica.

Ripensando ai libri che ho letto tra fine Dicembre e inizio Gennaio, ho notato che il 2020 non poteva iniziare meglio. Nessun romanzo, quattro saggi tutti diversi tra loro e senza alcun punto in comune, di cui due dedicati al diabete.

  1. Un libro per muovere i primi passi nel mondo plastic free;
  2. Un’inchiesta sulla nascita di una religione contemporanea;
  3. Un libro dedicato all’insulina;
  4. Un libro ricco di consigli su come affrontare al meglio il diabete.

*disclaimer*
Se non siete diabetici o interessati al tema, potete saltare l’ultima parte. In generale, potete anche leggere il post a caso, come preferite. Sappiate inoltre che i libri sul diabete ad oggi si trovano solo in lingua inglese.
*fine*

Vivere senza plastica, Will McCallum

Propositi, propositi, propositi. Se siete interessati a ridurre il vostro impatto ambientale, sicuramente avrete già cercato informazioni sulla plastica e su come ridurne l’uso e il consumo.

Vivere senza plastica è un libro semplice, scorrevole, adatto soprattutto per coloro che si stanno avvicinando allo zero-waste per la prima volta. A partire dalle nostre responsabilità individuali e collettive, il libro si pone come una guida per muovere i primi passi nel limitare il consumo di questo materiale, soprattutto nella sua forma usa e getta.

McCallum, che è portavoce di Greenpace nelle loro campagne contro la plastica, si concentra soprattutto sui cambiamenti che possono essere fatti da tutti nell’immediato: bottiglie, tazze, cannucce. Il libro parte da tutti quegli oggetti che possono essere facilmente scambiati con le loro controparti plastic-free, spendendo poco e riducendo drasticamente il consumo di plastica grazie a beni durevoli come, per esempio, le borracce.

I capitoli sono intermezzati da interviste a “esperti del settore”, tabelle riassuntive, statistiche sull’inquinamento e consigli grazie ai quali si può iniziare a coltivare uno stile di vita a basso impatto ambientale. Inoltre è possibile analizzare la nostra situazione, grazie a tabelle nelle quali possiamo scrivere i nostri progressi, le cose che siamo riusciti a eliminare, o quelle che ancora rappresentano un problema.

Abbastanza noiosa l’ultima parte, nella quale viene spiegato punto per punto cosa fare per organizzare una petizione, una protesta, come contattare le persone giuste… un po’ troppo per un libro che fino a quel punto si era posto obiettivi concreti e raggiungibili da tutti. Diciamo che, se mai mi dovesse venire in mente di andare full-Greta-Thunberg, contatterei la sede di Greenpeace più vicina anziché fare petizioni da 20 firme ciascuna.

“E’ difficile accettare che abbiamo già cambiato il nostro pianeta fin quasi a rendero irriconoscibile. Contro il pessimismo dilagante esiste però una soluzione semplice: mi guardo attorno e cerco le persone capaci di ispirarmi, quelle che svolgono un ruolo qualsiasi in una qualunque delle organizzazioni che cercano disperatamente di rendere il mondo un posto migliore.”

La prigione della fede, Lawrence Wright

Ho avuto il piacere di sentire dal vivo Lawrence Wright mentre presentava il suo ultimo libro, Dio salvi il Texas. Viaggio nel futuro dell’America. Durante la presentazione, ha citato un altro suo libro, La prigione della fede. Scientology a Hollywood, parlando di come fosse stato concepito, di quale ricerca ci fosse dietro, e di cosa l’avesse spinto ad occuparsi di un tema delicato come la religione.

Scientology mi ha sempre affascinato, perché è l’esempio di come nasca una religione, letteralmente, dal nulla. Quando ero al liceo, durante un compito nel quale dovevamo scegliere e commentare un articolo di giornale, mi fece particolarmente riflettere una mia compagna di classe, che alla fine della lezione si avvicinò e mi disse: mio fratello è in Scientology, sai. Neanche a dirlo, avevo passato gli ultimi 10 minuti a descriverla come una religione delirante e senza alcun fondamento.
Da quel momento mi sono sempre chiesta quali fossero i meccanismi alla base di credenze che per altre persone, “esterne” alla religione stessa, risultano spesso insensate.

Lawrence Wright ripercorre la nascita della setta nei primi anni ’50, quando ancora il fondatore stava mettendo a fuoco i dogmi principali e scrivendo i suoi libri di fantascienza, ovvero i pilastri che avrebbero costituito in seguito i capisaldi del credo. Il racconto giunge fino ai giorni nostri, e in particolare a quale sia stato il ruolo di Hollywood nella diffusione di questa religione.

Non una lettura leggera: ogni pagina è densa di avvenimenti, i protagonisti sono tantissimi, ma con Wright hai l’impressione di aver letto una storia, una storia vera che si intreccia con avvenimenti politici e con persone in carne e ossa.

Se avete voglia di leggere qualcosa di diverso e di conoscere un mondo distante – che in realtà è molto vicino a noi, questo potrebbe essere il libro giusto.

“Chiaramente, nessuna religione può dimostrare la propria “verità”. Nel cuore di ogni grande sistema di fede ci sono miti e miracoli che, se sottoposti allo sguardo rigoroso dello studioso o del giornalista investigativo, potrebbero facilmente passare per menzogne.”

Think like a pancreas, Gary Scheiner

Fatico a trovare libri sul diabete che siano veramente interessanti. Durante la #HappyDiabeticChallenge di qualche mese fa, diverse persone avevano indicato questo libro come uno dei più interessanti da leggere sul tema, così l’ho comprato.

Il titolo completo è Think like a pancreas. A practical guide to managing diabetes with insulin: è proprio su questo che si concentra il libro, sull’insulina e sulla gestione del diabete insulino-dipendente.
Dopo un breve preambolo relativo alla gestione del diabete negli anni ’80 – inorridisco ancora al pensiero dei pungidito “ghigliottina”, il libro si concentra sulla spiegazione di cosa è l’insulina, nelle sue varie tipologie e negli usi.

La prima parte del libro si concentra sulla teoria, in particolar modo sulla gestione tramite iniezioni (bolo-basale) o tramite microinfusore. I fattori chiave per la gestione sono divisi in tre gruppi: strumenti, capacità e attitudini.

Ho trovato molto interessante il fatto che in questo libro (così come in quello di cui parlerò successivamente) si pone un accento particolare sull’attitudine della persona stessa; il diabete è una malattia che richiede un grosso sforzo da parte del diabetico stesso, e gran parte del successo è dovuto a noi stessi (anche se non sempre: pensate al ciclo nelle donne diabetiche!)

Il libro si chiude con una panoramica delle possibili conseguenze, dai picchi glicemici e da come gestirli, fino alle complicanze sul lungo periodo. Una bella lettura, sicuramente da fare se siete diabetici o se un vostro caro lo è.

“So, there you are: Armed with a physiologically perfect basal insulin program and a set of bolus equations that would impress your old, crotchery high school algebra teacher, off you go to conquer your favourite Italian restaurant.”

Bright spots & landmines, Adam Brown

Regalo di Natale di Nico, il secondo libro che stavo tenendo d’occhio sul diabete di tipo 1 dopo la #HappyDiabeticChallenge. Se vi è mai capitato di spulciare sul sito DiaTribe, avete sicuramente letto qualche articolo di Adam Brown.

Il libro è, al di là dei consigli pratici, il migliore che ho letto sul diabete. Anche se non seguo una dieta low carb in senso stretto e non faccio sport ogni giorno come il buon Adam, mi è servito tantissimo: è un’ottima guida soprattutto per quanto riguarda l’approccio mentale alla malattia.

E’ diviso in quattro parti: 1. Food, 2. Mindset, 3. Exercise, 4. Sleep. Ciascuna di queste è analizzata sotto il punto di vista dei bright spots, ovvero le note positive (in italiano non suona altrettanto bene) e delle landmines, ovvero le mine che possono sabotare la nostra gestione del diabete.
La parte più interessante è applicare l’approccio descritto a noi stessi:

Cosa facciamo quando le nostre glicemie sono in range e come possiamo moltiplicare quel comportamento? Al contrario, cosa facciamo quando le nostre glicemie non sono in range?

Al di là di tutto, non pensate che questo sia interessante anche al di là della malattia? Capire cosa va bene nella nostra vita e cosa invece non ci piace, replicare i primi comportamenti ed evitare i secondi. L’ho trovato molto interesante sotto questo punto di vista, non solo per la gestione della malattia, ma per l’approccio che può essere applicato alla nostra vita stessa.

Durante i pranzi e le cene di Natale, queste pagine mi hanno aiutato a sopravvivere tra carboidrati e ozio, e mi hanno spinto veramente a chiedermi quali sono i miei punti di forza e quali invece sono le mie mine vaganti.

Perché in fondo, il diabete è imprevedibile, esattamente come la vita, ma tante cose sono nelle nostre mani più di quanto siamo disposti ad ammettere.

“Virtually all the happiness-producing processes in our lives take time, usually a long time: learning new things, changing old behaviors, building satisfying relationships, raising children. This is why patience and determination are among life’s primary virtues.”

ENG

Four books for January 2020

I’m not the kind of person that writes a list of intentions for the next year. Usually, I ask myself something very generic, but I do not plan anything long-term. Still, I write a lot of lists. Lists of things to do, lists of books to read, lists of carbohydrates you eat at lunch, a playlist for a trip, lists of what I would do in the next 24 hours.

I like to look back to the last couple of weeks and make a list of the best things I’ve done. Many people say in Italian that they want to close the year col botto (with “a boom”, literally in a nice way). For me, it is not a simple sentence, but a real desire. In the last week of 2019, I focused all my energies on writing, reading good books and listening to good music.

Thinking back to the books that I read between late December and early January, I noticed that 2020 could not start better. No novel, but four essays, each one different from the other, with no points in common. Two of these are dedicated to diabetes.

  1. One book to take your first steps into a plastic free lifestyle;
  2. A journalistic investigation on the birth of a contemporary Religion;
  3. A book dedicated to insulin;
  4. A book full of advices about managing diabetes.

* disclaimer *
If you are not diabetic or interested in the topic, you can skip the last 2 part.s In general, you can also read the post randomly, as you prefer. It is also advised that the books on diabetes today are in English only.
*end*

How to give up plastic, Will McCallum

Intentions, intentions, intentions. If you are interested in reducing your environmental impact, you have probably already looked for information on plastic and on how to reduce its use and consumption.

How to give up plastic is folding, sliding and suitable especially for those who are approaching a zero-waste lifestyle for the first time. Starting from our responsibility, individual and collective, the book acts as a guide for moving the first steps in limiting the consumption of this material, especially in its disposable form.

McCallum, who is a spokesman for Greenpeace in their campaigns against plastic, focuses primarily on the swaps that can be made right now: bottles, cups, straws. The book starts from all those objects that can be easily exchanged with their plastic-free counterparts, without spending so much money.

I’ve found the last part a little bit boring. McCallum explains step by step what to do to organize a petition, a protest, how to contact the right people… a bit too much for a book that up to that point had set concrete targets for everyday life. We say that if ever I were to come up to go full-Greta Thunberg, I will reach the headquarters of Greenpeace first, instead to petition with my 20 friends.

Going clear, Lawrence Wright

I had the pleasure of hearing Lawrence Wright presenting his latest book, God Save Texas. Journey into America’s future. During the presentation, he quoted another book, Going clear, talking about how it was conceived, how much research there was behind it, and what had prompted him to deal with a sensitive issue like religion.

Scientology has always fascinated me because it is an example of a religion born literally from nothing. When I was in high school, during a lesson in which we had to choose and comment on a newspaper article, a classmate came up and said to me, my brother is in Scientology, you know. Needless to say, I had just spent the last 10 minutes describing Scientology as a delirious religion without any foundation.

Since then I’ve always wondered what were the mechanisms underlying beliefs that for other people, “external” to the same religion, are often meaningless.

Lawrence Wright narrates the birth of the sect in the early ’50s, back when the founder Hubbard was putting into focus the main dogmas. At that time he was writing his science fiction books, the pillars of the creed. The story reaches the present day, in particular to what was the Hollywood role in the spread of this religion.

Not a light book to read: every page is full of events, the protagonists are so many, but with Wright you are reading a story, a true story.

If you want to read something different and learn about a distant world – which is actually very close to us, this could be the right book.

Think like a pancreas, Gary Scheiner

I struggle to find books about type 1 diabetes that are truly interesting. During the #HappyDiabeticChallenge a few months ago, several people had mentioned this book as one of the most interesting to read on the subject, so I bought it.

The complete title is: Think like a pancreas. A practical guide to managing diabetes with insulin: this is the main focus of the book, in which Scheiner talks about insulin and insulin-dependent diabetes management.

After a short preamble on the management of diabetes in the 80s – I am still horrified if I think about the lancing “guillotine” device, the book focuses on explaining what is insulin, in its various types and uses.

The first part of the book focuses on the theory, particularly on the management via injections (basal-bolus MDI) or by the pump. Key factors for the management are divided into three groups: tools , skills and attitudes.

One of the best things about this book (as well as what they will speak later) is that it puts particular emphasis on the attitude of the person; type 1 diabetes is a disease that requires a major effort by the diabetic himself, and much of the success is due to ourselves (but not always: think of the hormones and insulin resistance during period in diabetic women!).

The book closes with an overview of the possible consequences, from the peak blood glucose and how to handle them, to the complications in the long run. A good read, definitely to do if you are diabetic or if a loved one is.

“So, there you are: Armed with a physiologically perfect basal insulin program and a set of equations bolus That would impress your old, crotchery high school algebra teacher, off you go to conquer your favorite Italian restaurant.”

Bright spots and landmines, Adam Brown

This book was a Christmas gift from Nico, and it was the second book I wanted to read on type 1 diabetes. If you ever had the chance to visit the site diatribes, you have probably read a few articles by Adam Brown.

The book is, beyond the practical advice, the best I’ve read about diabetes so far. Although I do not follow a low carb diet in the strict sense and I am certantly not doing sports every day like the good Adam, he helped me a lot: this book is an excellent guide, especially in its approach to mental health.

It is divided into four parts: 1. Food , 2. Mindset , 3. Exercise , 4. Sleep . Each of these parts is analyzed from the point of view of the bright spots and landmines.
The most interesting part is to apply the approach described to ourselves:

What do we do when our blood sugar levels are in range? And what do we do when they are not?

Those are interesting questions and they go beyond type 1 diabetes. Understanding what is good in our lives and separate it from what we do not like, and replicate the first behavior and avoid the second it’s a really good strategy. I found this point of view very interesting, not only for the management of the disease but also in its general approach to life itself.

During Christmas lunches and dinners, these pages have helped me to survive between carbohydrates and laziness, and they really pushed me to wonder: do I have bright spots? And what about landmines?

After all, type 1 diabetes is unpredictable, just like life, but so many things are in our hands, more than we care to admit.

“Virtually all the happiness-producing processes in our lives take time, usually a long time: learning new things, changing old behaviors, building satisfying relationships, raising children. This is why patience and determination are among life’s primary virtues.”

Il metodo infallibile per gestire la pizza col diabete di tipo 1

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Diario di bordo, episodio 2

Non sono un medico, e questo articolo copre solo la mia esperienza personale. Prima di fare qualsiasi cosa, chiedete sempre al medico e al diabetologo e non seguite mai alla cieca ciò che trovate scritto online prima di aver verificato.

Ci sono pochi punti fermi nella mia vita. Il diabete tipo 1, i libri, il mio pc per scrivere, il cibo, i weekend fuori porta.
Lo dico qui una volta per tutte: io adoro mangiare. Mangiare è conviviale, è scoprire ciò che ancora non si conosce, è riscoprire ciò che si era dimenticato.

Con una malattia cronica come il diabete di tipo 1, mangiare può diventare però un’attività frustrante.
Dici di no agli amici perché non sai quale ristorante sceglieranno, dici di no agli aperitivi perché sai che mangerai qualche stuzzichino, dici di no al tuo stomaco che chiede a gran voce il dolce a fine pasto. Sono sicura che tantissime persone si ritrovano in queste situazioni.

Quando parliamo di cibo e convivialità, non c’è niente di meglio della pizza. Devo ancora conoscere qualcuno che non la ami. Può essere semplice o gourmet, nel 99% dei casi è zero waste, puoi portarla a casa e ridurre al massimo gli sprechi. Se ti piace chiusa prendi un calzone. Sta bene con la birra e col vino. Puoi mangiarla con le mani, con forchetta e coltello, a partire dai bordi, a spicchi, dal centro. Puoi prenderne una fetta mentre passeggi. Qualsiasi sia la tua preferenza, nessuno ti giudicherà, perché la pizza unisce tutti.

Peccato che sia uno degli alimenti più difficilli per un diabetico di tipo 1.

Perché difficile? Ma mica c’è lo zucchero.

La pizza è difficile prima di tutto perché è una bomba di carboidrati lievitata. In secondo luogo, associati ai carboidrati, troviamo i grassi del formaggio e del condimento, che non aiutano sicuramente nella gestione del bolo.

Chi ha la pompa di insulina è avvantaggiato; può utilizzare la funzione onda doppia, dividendo il bolo e prolungandolo per coprire i carboidrati e i grassi che arriveranno qualche ora dopo. Infatti la pizza viene digerita in tantissime ore, a differenza di un pasto normale, e il microinfusore mima l’attività che il nostro pancreas farebbe in maniera prolungata.

Per chi ha le penne invece? Chi utilizza una terapia con le iniezioni, deve tenere conto di questi fattori che ho appena citato: tanti carboidrati, i grassi che rallentano l’assorbimento e allo stesso tempo causano un picco dopo 4-6 ore dal pasto. Uno degli errori più comuni è quello di fare l’insulina “tutta e subito”: molto probabilmente avete notato che, usando questo metodo, vi ritrovate in ipo dopo pochissimo tempo.

In pizzeria con gli amici. Perché privarmene?

Venezia, un weekend piovoso, passiamo tre quarti d’ora a decidere dove andare a mangiare. Pizza, non pizza? Ovviamente pizza. Fritti come antipasto, arriva il primo bolo, la seconda birra, la glicemia che si alza nell’attesa, seduti nel ristorante troppo affollato.

Per imparare a gestire la pizza bisogna applicare il metodo scientifico per eccellenza. Procedere per tentativi, accettare l’errore, annotare il caso, formulare un’ipotesi, riprovare. Io ho iniziato con un bolo unico, l’errore di cui parlavo prima: ho provato a farlo prima, ho provato a farlo dopo, ho diminuito le dosi, alzato, fatto passeggiate.

Poi, l’illuminazione. La mia diabetologa è in ferie, e la sostituta mi dice: ma perché non provi a fare il 40% del bolo dopo 2 ore?
Perché no? Semplicemente perché non avevo pensato alla composizione della pizza e a come agisse l’insulina su di me. O perché non avevo pensato di cercare su internet.

Da quel giorno, la pizza è tornata ad essere la mia compagna fidata di avventure culinarie in giro per l’Italia.

Il doppio bolo è il metodo base che uso per gestire la pizza. Arriva al tavolo, bolo istantaneo calcolato in base alla grandezza della pizza, oggi sono 6 unità. Inizio a mangiare.

Avete presente quanto è buona, no? L’impasto che profuma di pane, gli ingredienti che filano insieme alla mozzarella, morso dopo morso. Io sono una di quelle che la divide a quadratini, lasciando da parte i bordi e gustando il centro, pezzo dopo pezzo. La mangio con forchetta e coltello, lascio i bordi per ultimi, perché sono quelli che mi piacciono di meno e se mi passa la fame sarà più facile lasciarli.
Mentre la finisco, l’insulina inizia piano piano ad agire.

Tutto bene, giusto? Curva piatta per la prima ora, per la seconda ora. A volte anche per la terza, se mangiate una quattro formaggi. E poi? Poi arriva la mozzarella, lenta e inesorabile, inizia la sua scalata nel trasformarsi in glucosio, piano piano. Ed è qui che subentra il secondo bolo: altre 4 unità nel mio caso, 5 a seconda della pizza che ho scelto.

Non aspetto di vedere la glicemia salire sopra un certo limite: semplicemente, faccio il bolo dopo 2 ore o 2 ore e mezzo, perché so che è in quel lasso di tempo che la mia glicemia inizierà a decollare.

Ma quindi solo due boli? Potevi dirlo prima.

Vi piacerebbe se fosse finita qui. Dopo i primi esperimenti riusciti col doppio bolo, ho acquisito confidenza e ho iniziato a prendere le pizze che mangiavo prima del diabete. La mia preferita? Quattro formaggi con cipolle, seguita da calzone vegetariano. La scoperta del periodo? Taleggio e pere.

Lo ammetto, non sono solo un’amante del cibo. Sono un’amante del cibo pesante, che si digerisce in circa quarantasette ore e che ti copre anche per le due colazioni successive.

Col cibo così, la gestione si complica. Come oggi. Mi alzo dal ristorante, ho appena fatto il secondo bolo. Andiamo a bere qualcosa, mezzanotte, l’una, le due. La glicemia inizia a salire. Cosa succede?

Succede che il secondo bolo non ha coperto del tutto i grassi. Qundi cosa posso fare? Esattamente ciò che vi aspettate: un terzo bolo, piccolino, 1,5 o 2 unità, la botta finale per stabilizzare definitivamente quella curva maledetta.
Quando sono a casa e sto dormendo metto una sveglia alle 2 per controllare la glicemia (sempre capillare) e per procedere con l’iniezione. Quando sono fuori, mi fido del sensore e vado con la terza e ultima iniezione conclusiva.

Quindi?

Quindi, il mio segreto infallibile è: amare la pizza, stare tranquilli, dividere il bolo e mettere tante sveglie soprattutto quando siete nella fase di formulazione delle ipotesi. Non fatevi prendere dall’ansia che gustarsi una pizza è meglio che avere una curva perfetta ed essere frustrati.
Il secondo segreto infallibile è: chiedete al vostro diabetologo prima di fare qualsiasi cosa di cui non siete sicuri.

Non ho paura di fare il bolo di notte, perché i grassi sono miei amici: non è successo una sola volta che io sia andata in ipoglicemia dopo aver mangiato una pizza. Vi consiglio vivamente però di ascoltare voi stessi e imparare a gestirla col tempo, prestando attenzione ai pattern glicemici e ai segnali che le vostre glicemie vi mandano.

E’ più facile provare sempre con la stessa pizzeria che utilizza ingredienti di qualità. Una volta affinata la tecnica, vedrete che la pizza non avrà più segreti.

ENG

How to deal with pizza when you are a type 1 diabetic.

I’m not a doctor and this article talks about my personal experience. Before doing any change to your therapy, you should ask your endo and your doctor instead of reading random things online.

Life journal, ep. 2

There are a few things that are sure in my life: type 1 diabetes, books, writing every evening, food, weekends outside the city.
I love to eat. Eating is something that you do with people. It’s discovering something you don’t know yet and re-discovering what you forgot.

With type 1 diabetes, eating can be sometimes frustrating.
You start to say no to your friends because you don’t know in which restaurant they are going to eat. You say no to happy hour because you will end eating some chips. You say no to your stomach, asking for that chocolate dessert after dinner.

When we talk about food with friends here in Italy, we talk about pizza. There’s nobody who does not like pizza. You can have a simple traditional pizza, a gourmet pizza. It’s zero waste. You can bring the doggy bag home and it’s perfect for breakfast. You can have a calzone if you prefer a “closed pizza”. You can drink beer or wine with it. You can eat pizza with a fork and a knife, but you can also eat it with your hands. Nobody will judge you, because everyone loves pizza.

That’s a shame because is one of the most difficult things to deal with if you have type 1 diabetes.

Why? There’s no sugar in it.

Pizza is hard because it’s a carb-bomb. On top of it, we have cheese and toppings, so we also have fats. It requires a long time to digest because fats get converted into glucose only after a couple of hours.

People who use an insulin pump can deal with pizza with a dual wave bolus. The insulin pump split the bolus and covers both carbs and fats. 

But I’m on MDI (=multiple daily injections). So what? I need to mime what my pancreas would do: cover a glycemic spike after 4-6 hours from dinner. One of the most common mistakes with pizza is to bolus all the dosage of insulin before eating it: if you have done that in the past, you probably experienced some lows right after the meal. 

Italians don’t share pizza. 1 pizza = 1 person.

A rainy day in Venice. Pizza or not? Of course pizza. We order some fried appetizers, one beer, first bolus while we wait for the waiter.

When you deal with pizza, you have to apply a scientific method. You proceed with trials and errors, take notes, make a hypothesis, try again. When I was a newbie, I tried everything. One bolus, pre-bolus, bolus after pizza.
Then, one day, my endo was on vacation. I went to another endo, and she asked me: why don’t you try to do 40% of the bolus after 2 hours?

Why not? Because I never thought about pizza’s macros. Because nobody told me that. Because I never googled it.

Since then, I started to love pizza again.

The method that I use is called double bolus. It’s the basic method to deal with pizza. Before eating I bolus (based on the size of the pizza) and then I start eating. 

I have a confession to make: I eat pizza with cutlery. I cut the pizza in small squares, starting from the center and leaving the sides. Nobody does that and I’m pretty sure that’s illegal in Italy, but I love it anyway.

That’s it, right? I’m covered for the first two hours. Sometimes even for the third, because fats slow down the glycemic spike. After that, I start to spike. That’s why after 2-2.30 hours, I take the rest of the insulin.

That’s it?

That’s it for the first part. After the first trials, I became confident and I started to eat again my favorite kind of pizzas. The best for me is 4 cheese with onions, but I also love pears and taleggio cheese or grilled vegetables.

With high fats, it can be a little more complicated. At 2 am my blood sugar starts to rise again. What’s going on? The second bolus was not enough for the fats, so I need a third bolus. A small one, 1,5 or 2 units of short-acting insulin.

So, what’s the big secret?

The big secret is: learn to love the food you eat, be nice to yourself and split the bolus. Remember to put an alarm if you have a CGM, or a simple reminder on your phone. Eating a pizza is better than being perfect all the time.

The second advice is: ask your endo.

Un bottone bianco sul braccio: un anno dopo

Mentre scrivo questo post riguardo le prime foto che avevo fatto con il Freestyle Libre. Un bottone bianco sul braccio. Una patacca di plastica, impossibile non vederlo. La prima volta che l’ho messo – anzi, che l’infermiera l’ha messo sul mio braccio sinistro, dopo avermi spiegato per bene tutto ciò che avrei dovuto fare, è stato un bagno di sangue. Letteralmente. Non ho smesso di sanguinare per dei minuti che sembravano interminabili. “Non è mai successo, non così”, continuava a ripetere.
Questa è la dimostrazione che non è sempre vero che il buongiorno si vede dal mattino. Dopo una prima volta disastrosa posso tranquillamente dire che il Freestyle ha cambiato radicalmente la gestione del mio diabete. Un passo indietro però, prima.

Ma che cos’è quella cosa di plastica che i diabetici hanno sul braccio?

Partiamo dalle basi, soprattutto per chi il diabete non ce l’ha. Il Freestyle Libre è un sistema di misurazione flash della glicemia, che può essere usato dai diabetici di tipo 1 e 2. Non è propriamente un CGM (continuous glucose monitoring) ma, appunto, un flash glucose monitoring. Cosa cambia? I CGM, come il Dexcom, inviano automaticamente i dati al telefono. Invece i FGM hanno bisogno di una scansione per poter leggere le glicemie. E questo ci porta al prossimo punto.

Ma prima facciamo una parentesi, perché lo so che siete curiosi. Si mette così, e si cambia ogni 14 giorni:

Ma cos’è quell’altra cosa di plastica che i diabetici hanno sul braccio?

Quell’altra cosa di plastica, dal simpaticissimo nome Miao Miao, non è altro che un “ponte” bluetooth che riceve i dati dal Freestyle Libre ogni 5 minuti, inviandoli automaticamente al telefono senza bisogno di scansionare il sensore.

Ad Agosto dell’anno scorso provavo il Freestyle Libre per la prima volta. Molte cose sono cambiate da quel momento. Ho preso più consapevolezza delle decisioni riguardo la mia malattia, ma mi sono anche decisamente rilassata durante alcuni momenti della giornata.

A Dicembre ho comprato il Miao Miao e il Fit Bit Versa. Considero questi due acquisti in parallelo, dato che lo smartwatch Fit Bit per me ha l’unico scopo di permettermi di leggere le glicemie senza dover tirare fuori il telefono. Da quel momento, di fatto, ho raggiunto l’equilibrio perfetto che ancora oggi mi consente di affrontare le giornate (e le pizze, e le torte, e i cornetti a colazione) col sorriso 🤖.

Cose che posso fare col sensore in libertà

Perché avere un CGM secondo me è fondamentale

Perché la nostra vita è fatta di imprevisti.
Si può gestire il diabete insulino-dipendente anche col classico glucometro, questo è vero. E’ questione di abitudine e di routine. Ciò che diventa difficile gestire nel dover tirare fuori pungidito, macchinetta, striscette e correlati è il momento in cui capita qualcosa di imprevisto.

Un aperitivo tra amici nel quale improvvisamente ti portano quella pizza troppo buona, e tu sei in piedi con un bicchiere in una mano e la borsetta nell’altra, non sapendo quant’è la tua glicemia e di conseguenza quanta insulina fare. Un appuntamento al quale devi arrivare per forza in mezz’ora con venti minuti di guida in mezzo al traffico. Salire in montagna un pendio che pensavi fosse molto più dolce, e invece si arrampica in mezzo agli stambecchi drenando tutti gli zuccheri che ti erano rimasti nel sangue.

Tutte cose che mi sono successe realmente e alle quali forse avrei rinunciato, se solo avessi dovuto tirare fuori dalla borsetta il pungidito per torturarmi le mani.

Rinunciare. E’ proprio qui che voglio arrivare: quando si ha una diagnosi di malattia cronica, ovvero di una malattia che non andrà mai via e con la quale dovremmo convivere per tutta la nostra vita, spesso si pensa di dover rinunciare a qualcosa. Agli zuccheri, ai grassi, agli amidi, alle serate con gli amici, all’alcol, alla discoteca, altrimenti i grafici non saranno mai perfetti.

Il segreto è: non lo saranno mai comunque.

Ma io non voglio che la mia vita sia così. Ringrazio di avere un sensore di plastica sul braccio perché voglio rinunciare al meno possibile, senza perdere il controllo della situazione. E pazienza se le mie glicemie non saranno perfette dopo quel pezzo di pizza: leggo il valore sull’orologio, ne prendo atto, e non mi faccio condizionare la vita o rovinare la serata, per quanto possibile.

Insomma, gli esempi sono infiniti.
Avere qualcosa che ti permetta di monitorare la situazione semplicemente tirando fuori il telefono dalla tasca, o guardando lo smartwatch, rende tutto più facile.

Ed è secondo questa logica che non mi sono limitata al Freestyle e ci ho attaccato sopra il Miao Miao. Perché se è facile dire “che vuoi che sia, passare il reader sul braccio per un secondo”, in realtà pensate al gesto ripetuto per più volte durante il giorno. Pensateci. E’ uno di quei gesti che entrano a far parte della quotidianità senza quasi farsi sentire, come accendere una sigaretta, ma che in realtà, quando ci rendiamo conto che siamo in difficoltà nel compierli – per esempio durante una riunione, un colloquio con un candidato al quale proprio non voglio far sapere che ho il diabete – beh, proprio in quel momento ci rendiamo conto di quanto siano impattanti nella nostra vita.

E io voglio che il diabete mi accompagni nella vita, non che mi faccia rinunciare alle cose o che mi renda una persona che non va alle feste per paura di non riuscire a controllare le glicemie dopo un white russian.

[Vogliamo parlare dello scatto del pungidito poi? I miei colleghi di ufficio si girano TUTTI nel momento esatto in cui cerco di misurarmi la glicemia senza darlo a vedere. Poverina. Starà mica male? Grazie Miao Miao per avermi tolto quest’incombenza.]

Cose che posso fare col sensore in libertà, 2

Perché adoro avere il mio bottone bianco sul braccio

Ovviamente perché posso avere sempre la glicemia a portata di mano. Questo immagino che sia chiaro, arrivati a questo punto. Quello che fa veramente la differenza sono tutte le funzioni accessorie che ruotano intorno al Freestyle, all’app Freestyle Libre Link e Libre Link Up.

La prima cosa fantastica, che reputo fondamentale nella valutazione complessiva di questo magnifico apparecchio, è poter usare il cellulare al posto del reader.

Lo so, dovrei usare il reader anche come glucometro, ma possiamo essere d’accordo sul fatto che le strisce reattive della Abbott siano pietose? (Nonché imballate singolarmente come negli anni settanta?)
Ricordatevi, nel caso vogliate usare sia il reader che il telefono per la scansione, di associare inizialmente il primo, e solo in un secondo momento il telefono. Associando invece il telefono per primo, sarà impossibile usare il reader fino al prossimo sensore.

Quindi, NFC del telefono e nessun altro dispositivo. Si scansiona come al solito col dorso del cellulare, e il valore è subito disponibile. Ma non solo: sono disponibili tante altre informazioni che sicuramente ci permettono di andare più preparati dal diabetologo, con domande mirate per esempio sulla nostra gestione dei pasti.

Una delle cose che più mi piace è la stima della glicata. Tramite l’app Freestyle Libre Link è possibile vedere una stima di percentuale della nostra HbA1C. Non è mai precisa, e per quanto mi riguarda è sempre più alta di circa 1 punto percentuale. Però è un’indicazione valida che ci può aiutare nell’aggiustare l’andamento dei nostri valori sul lungo periodo.

Schermata glicata freestyle libre link

Tramite il telefono è possibile condividere i dati con Diasend, uno degli applicativi più completi per le analisi dei dati.
E’ un sito un po’ retrò, non si capisce bene come utilizzarlo le prime volte, ma per me è fondamentale per capire quali sono i pattern e dove andare a migliorare. Per esempio, adesso, ho un chiaro problema nel pomeriggio e dovrei mangiare di più a colazione:

Una delle cose che preferisco di Diasend è che posso vedere direttamente il valore della Deviazione Standard (standard deviation), ovvero quel numero che mi indica la variabilità delle mie glicemie: non è altro che il numero che indica la forbice media tra i picchi glicemici. La mia attualmente è 39: come ci spiegano gli amici di deebee.it, il valore dovrebbe oscillare di un terzo della media glicemica. Vi rimando a loro per approfondimenti.

Un altra statistica fondamentale è il tempo nel valore stabilito. Tramite l’app Freestyle Libre Link è possibile vedre, dato un range di valori (quello impostato è 80-180mg/dl), la percentuale di tempo all’interno di questo, più ovviamente le percentuali di alti e bassi. Questo è un dato fondamentale per la corretta gestione del diabete: un conto è vedere 200 sul glucometro, un conto è vedere che per l’80% delle 24 ore siamo stati così alti.

Dati questi valori, l’algoritmo di Abbott li mette insieme e crea un grafico con le medie di 7, 30 o 90 giorni. Come per Diasend, anche in questo caso sono utili per trovare dei pattern ripetuti e per andare a correggere gli alti e i bassi.

Da poco ho fatto un’altra scoperta, ovvero un’app accessoria collegata al Libre: Libre Link Up. Il suo scopo è quello di mostrare le glicemie… agli altri. Io ho avuto il piacere di provarla solamente per rompere le scatole a Nico, che riceveva una notifica ogni volta che scansionavo. Però immagino che questa estensione sia utilissima per i genitori di figli diabetici o per tutti coloro che hanno bisogno di un supporto da parte di altri nel trattamento del diabete.
Semplicemente, il vostro partner installa l’applicazione e voi dal vostro Libre Link potete inserire la sua mail, dando così avvio alla condivisione dei dati. Per ora è possibile condividere solo il valore numerico; spero però che in futuro si possano condividere anche i grafici.

Solitamente il Freestyle mi dura davvero 14 giorni. Sento tante persone alle quali si stacca, che hanno bisogno di mettere i cerotti e di coprirlo. Forse sono fortunata, ma non ho mai avuto bisogno (se non qualche volta, vedi in Giappone) di rattopparlo. Il 90% delle volte l’adesivo sta su da sé. Al mare, in montagna, sul divano.

Il giorno prima di metterlo non uso olio sul corpo, ma solo crema e mai nel braccio. Pulisco bene con la salvietta disinfettante e dopo averlo applicato lo tengo fermo con un fazzoletto di stoffa, premendo prima bene i bordi con il dito.

Per renderlo più preciso, solamente lo applico la sera prima senza accenderlo. La mattina punto una sveglia alle sei, in modo da dormire per i sessanta minuti ncessari alla calibrazione. Alle sette mi sveglio e ho già le prime letture. Mettendolo in anticipo e lasciandolo spento durante questo periodo di assestamento migliorano le letture già dal primo giorno.

yellow dress and a libre

Ma perché il Libre va messo sul braccio? La risposta è semplicemente questa: Abbott approva come punto solamente il braccio, semplicemente perché i clinical trials sono stati fatti unicamente su questo punto. In caso di problemi, se avete messo il sensore da un’altra parte, potrebbero farvi storie durante la fase di sostituzione.
In realtà io ho utilizzato il sensore anche su altre parti del corpo, e non ho mai avuto grossi problemi (eccetto magari fastidio). Uno dei miei posti preferiti è il fianco: ottime letture, comodità e buon punto se non si vuole mostrare il bottone bianco sul braccio.

Vi segnalo come ultima cosa che da poco è uscita la seconda versione: il Miao Miao 2. Non ho ancora avuto modo di provarlo, ma la forma sembra decisamente migliorata (e molti dicono anche la trasmissione di dati bluetooth). Per ora non lo prenderò, dato che la mia prima versione continua a fare il suo sporco dovere (e in più ci sono affezionata ฅ/ᐠ .ᆺ. ᐟ \ ).

Perché adoro avere il Miao Miao collegato al cellulare e al Fit Bit Versa

Ma perché il Freestyle Libre non basta? Ho già risposto prima, in parte: perché non ci si libera mai del gesto di scansionare il braccio col telefono o col glucometro. A volte diventa difficile, o forse è solo questione di pigrizia. In ogni caso, il Miao Miao trasforma il FGM in un vero e proprio CGM. Ogni cinque minuti una scansione, ogni scansione un valore nel telefono.

Il Fit Bit legge i dati dell’app (nel mio caso xDrip) e li visualizza sullo schermo, insieme a un piccolo grafico. Vi rimando al vecchio post sull’argomento per approfondimenti sull’installazione e sull’app/quadrante che io utilizzo tutt’ora.

Non è possibile scaricare xDrip dallo store, ma se andate nel sito Miao Miao è disponibile una guida completa all’installazione e all’uso.
Ho installato anche come app di backup quella ufficiale, Tomato. Non la uso quotidianamente, ma solo in casi eccezionali (quando xDrip perde la linea, o semplicemente quando ho voglia di confrontare i dati).

Ho scelto xDrip alla fine per tutta una serie di motivi che hanno a che fare inanzitutto con la facilità d’uso. Dopo l’installazione, l’app è abbastanza intuitiva, con un’interfaccia che ricorda il DOS di windows.
Appena collegata al Miao Miao, xDrip richiede una doppia calibrazione che gli permette di essere molto preciso. Mi è capitato di sostituire completamente quest’app a quella ufficiale del Freestyle Libre, in momenti in cui il sensore da solo riportava dati troppo bassi o troppo alti. In generale, quando gli ultimi giorni inizia un po’ a sbarellare, utilizzo solo xDrip. Se calibrato nei giorni precedenti, rimane preciso fino al quindicesimo giorno.

L’app ufficiale di Abbott inizia un conteggio di 14 giorni nel momento in cui viene messo il sensore. Possiamo immaginare che la batteria interna però duri un pochino di più: con xDrip infatti possiamo estendere la vita del libre di circa 24 ore in più (spesso un po’ meno). Infatti il Freestyle Libre non ha tasti di accensione. La batteria continua a funzionare finché non si esaurisce. Lasciando connesso il Miao Miao anche al di là della scadenza è possibile quindi rosicchiare un giorno in più, che non fa mai male vista la penuria di sensori elargiti dal nostro Servizio Sanitario Nazionale.

Un altro motivo per cui ho scelto xDrip è la facilità di collegamento con il Fit Bit. Attraverso il quadrante Glance (vi rimando sempre al solito post se siete interessati a un approfondimento) si connette facilmente l’app per avere sempre le glicemie a portata di mano. Da poco ho anche cambiato colore, per discorstarmi un po’ dal solito nero.

Recentemente ho provato anche un altro quadrante, Marclock CGM, ma era troppo “carico” per i miei gusti. Vi consiglio, qualora decidiate di adottare questa soluzione, di provarli tutti per scegliere quello più adatto a voi. Marclock, per esempio, ha anche il meteo integrato.

Ma perché a volte indossi Fit Bit di notte?
Indosso Fit Bit di notte perché xDrip permette di inserire degli allarmi personalizzati. Addio sveglie, addio fidanzati arrabbiati dalle ripetute notti insonni. Con xDrip è possibile impostare una forbice di valori, e state tranquilli che non appena le letture saranno fuori range, il gattino tanto amato vi sveglierà continuando a vibrare istericamente nel vostro comodino.

E’ possibile anche impostare un messaggio da inviare in caso non “reagissimo” a un messaggio di allarme. Per esempio, io ho inserito il numero di Nico in caso dovessi svenire mentre lui non è a casa, durante un allarme “low”. Puntualmente i messaggi partono durante la notte e vengono letti la mattina dopo, con tanto di insulti rivolti al pessimo inglese di Miao Miao.

Da quando ho cambiato telefono c’è anche il widget xDrip per vedere la glicemia sullo schermo. Niente male insomma, non dover aprire ogni volta il programma ma avere aggiornamenti in tempo reale proprio sopra le notifiche instagram.

L’ulimo punto vorrei dedicarlo al modo in cui indossare il Miao Miao. Nello starter kit vengono inseriti degli adesivi. Molti usano delle fascette di stoffa, altri si ingegnano coi cerotti. Io utilizzo… una colla per parrucche. Già.
Non ricordo esattamente da quale influencer t1d ho avuto l’idea (scusate, se conoscete chi per primo ha proposto questa idea sarò ben lieta di citarlo). Non tornerò mai indietro. Sotto la doccia bisogna fare un po’ di attenzione perché la colla si scioglie, ma per il resto rimane saldissimo sulla pelle e sul Freestyle. Applico la colla sul braccio e sul Miao Miao, la asciugo leggermente con un colpo di fon (se dopo la doccia, altrimenti lo lascio un po’ all’aria). Attacco e per le prime ore lo tengo fasciato con un fazzoletto di stoffa, più stretto possibile. Per una buona settimana mi rimane saldo, salvo stipiti delle porte imprevisti.

Prendi mai una pausa?

Sì. Per chi non ha il diabete è difficile capire che può esistere una condizione nella quale il corpo si abitua a determinati sintomi. Nel caso di alti e bassi, se facciamo affidamento troppo sul sensore, tendiamo a dimenticarci di “controllare” il nostro corpo, ciò che sentiamo. Nel caso delle ipoglicemie questo può essere molto pericoloso, soprattutto perché gli algoritmi possono sbagliare, il sensore invecchia e le letture possono essere sbagliate. Per questo, tra un sensore e l’altro, prendo sempre 3-4 giorni di pausa.

Morale della favola

La tecnologia, c’è poco da fare, ci migliora la vita. E sì, lo so, sono sempre attaccata al telefono, mi affido troppo agli allarmi, mi incazzo quando non funziona il Freestyle come dovrebbe. Ma quando ripenso a come gestivo il diabete prima e come lo gestisco adesso, c’è un abisso.
Ma non sto parlando di valori, numeri e grafici. Non mi sto riferendo alla glicata, ma alla mia salute mentale. Per un diabetico, o in generale una persona che ha una malattia cronica, è difficile mantenere un equilibrio tra gestione della malattia e salute mentale. Il diabete è una malattia dove il paziente diventa medico di se stesso, con tutto ciò che ne consegue.
Un’immagine che girava su instagram qualche giorno fa diceva che un diabetico prende in media 180 decisioni in più ogni giorno rispetto a una persona normodotata. Non so quanto questo numero si avvicini alla realtà, ma so per certo che spesso si tratta di decisioni che potrebbero fare la differenza tra il coma o una complicanza irreversibile dopo qualche anno.
Da quando ho il sensore riesco a gestire le giornate al meglio. Non ho ansia di uscire al ristorante, se devo fare aperitivo sono pronta a farmi un prebolo lungo, se devo correggere, anche di sera, non vado più a dormire col terrore di non svegliarmi.
La tecnologia, di cui spesso sentiamo parlare male, ci migliora la vita. Ci rende partecipi delle vite degli altri, ci mostra mondi lontani, ci permette di condividere la nostra quotidianità, e ci permette anche di vivere le nostre malattie al meglio. E chissà, forse in futuro ci aiuterà a risolvere quesiti di cui non abbiamo ancora risposta.