Zero waste impossibile, parte 1: montagna

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La sera prima di partire per la montagna inizio a respirare l’aria fresca dell’altitudine anche se sono ancora in casa. È come se i miei polmoni iniziassero a prevedere il cambiamento che diventerà realtà solo il giorno dopo. Subito dopo cena preparo lo zaino, poi puntualmente lo svuoto perché è sempre troppo pesante.

Stavolta è un barattolo che rimane indietro a favore di una lattina di birra. La bottiglia di vetro pesa sempre troppo. Sul fondo una felpa morbida, la borraccia, l’astuccio con il glucometro, due scatoline di caramelle sfuse, un pacchetto di caramelle da supermercato, vegan, la busta di plastica bianca e colorata. Il portafoglio, un’altra bustina con un altro sito di iniezione, perché non si sa mai.

Mi addormento in macchina perché mi fanno sempre sedere dietro, e quando mi siedo dietro o mi addormento o mi viene la nausea. Ho fatto male a mangiare una brioche, e la giornata è iniziata storta perché ho chiesto un pain au chocolat e dentro aveva la crema pasticcera: un’ottima riflessione sulla cattiveria che gli esseri umani sono in grado di infliggere ad altri esseri umani.

Quando arriviamo tolgo lo zaino dal bagagliaio, e mi rendo conto che nonostante tutto è ancora troppo pesante. Mi maledico, sapendo che me ne pentirò lungo tutto il prossimo dislivello.

Ho cercato spesso online delle informazioni su come fare una passeggiata in montagna, anche di più giorni, totalmente zero waste. In inglese si trovano diversi blog che ne parlano, in italiano pochissimi post qua e là di esperienze sparse. Io faccio un po’ a caso, inventandomi soluzioni di testa mia o copiando cose che vedo in rete, sempre con l’idea di mantenere più vicino allo zero possibile il mio impatto ambientale (con una regola ferrea: i rifiuti non si lasciano mai in montagna e si riportano SEMPRE giù a valle).

Usato

I miei scarponcini sono bruciati in punta, perché un giorno mi sono avvicinata troppo a un falò e una scintilla si è poggiata sul tessuto. Ci sono affezionata, per quanto ci si possa affezionare a un paio di scarpe così brutte, perché sono venuti con me anche in Islanda, e perché hanno quel colore grigio topo tipico della roba tecnica, che sembra fatta apposta per sembrare tutta uguale e tutta sfigata.

In generale non compro roba tecnica solo per andare in montagna, ma capisco che per molti abbia senso farlo, dato che per certi percorsi si ha bisogno di cose tecniche e ultraleggere che spesso non si trovano di seconda mano. Per me che sono una banale casual hikers del fine settimana, vanno benissimo vestiti riciclati: sfoggio pinocchietti di decathlon vecchi di anni, magliette con loghi improbabili, felpe oversize e il mio pezzo forte, ovvero la fascia/scaldacollo/mascherina fucsia comprata mille anni fa, quando ancora avevo una mezza idea di andare a fare attività sportiva all’aperto in città.

A proposito di sfigato, stavolta indosso una camicia di circa 4 taglie più grande di me, perché il mio ragazzo ha sbagliato a prenderla su Amazon e gli ho proibito categoricamente di fare il reso. Sapete quanto impattano i resi in termini di inquinamento ambientale? Tantissimo. Quindi perché non farmi un regalo con una camicia vestito?

Pranzo in scatola

Camminare in montagna, soprattutto verso un rifugio, è sempre uguale e sempre diverso. A volte si inizia con salite faticose che poi diventano pianeggianti, a volte si sale e si scende, a volte la salita è lenta e lunga. Stavolta è faticosa e rimane così per metà percorso, finché non decidiamo di fermarci per la prima pausa merenda.

Il cibo è per me un tasto dolente. Da un lato riesco ad organizzarmi molto bene, portando i panini avvolti in canovacci di stoffa o il pranzo in contenitori riutilizzabili. I miei preferiti sono i panini col pomodoro (ovviamente) o con le verdure grigliate, insieme a formaggi belli carichi di gusto. Altrimenti, soprattutto per camminate in giornata, porto pasta e riso freddo con verdure a dadini.

Dall’altro ci sono cose per le quali ancora non ho trovato una soluzione: le barrette energetiche e cariche di zucchero, che per ora riesco a portare solamente confezionate nella plastica. Purtroppo non possono essere sostituite con frutta che mangio prima di iniziare il percorso o che porto con me se la camminata è da fare in giornata, e non sono ancora riuscita a sperimentare alternative fatte in casa. Ho provato qualche mese fa una ricetta di barrette coi datteri buonissima, ma ora non si trovano praticamente più, quindi dovrei trovare delle alternative.

La borraccia è sempre la stessa Klean Kanteen, in acciaio e senza fronzoli. Ormai la conoscete fino alla nausea: è uno dei miei oggetti preferiti in assoluto perché è resistente e leggera.

Liste della spesa molto brevi

E’ difficile per me dividermi tra diabete di tipo 1, zero waste e camminate in montagna. Col tempo sta diventando sempre più facile, anche grazie a una piccola lista che ho fatto nel corso del tempo:

  • Borraccia;
  • Pranzo in tovaglioli di stoffa o schiscetta;
  • Posate acciaio;
  • Caramelle sfuse.

Nico porta anche, soprattutto se stiamo più giorni fuori:

  • Fornello;
  • Pentolino;
  • Altra acqua con filtro.

Fondamentale è riuscire a portare meno plastica possibile, limitandola a solo ciò che è necessario. Inoltre, soprattutto se sto fuori più giorni, cerco di pianificare tutto ciò che mangerò inclusi gli snack che potrebbero essere necessari in situazioni di emergenza (glicemia troppo bassa): in quel caso infatti al peso della borraccia e dei contenitori si aggiunge anche il peso della tenda, del materassino e del sacco a pelo, più un cambio di vestiti.

Durante uno dei prossimi hiking, magari di più giorni, vorrei parlare anche del cibo che porto dietro. Spero che questo post vi possa essere utile: a volte basta poco per limitare i nostri rifiuti, anche in situazioni difficili come questa.

ENG

Impossible zero waste: part 1, hiking

The evening before leaving for the mountain, I begin to breathe the fresh air of the altitude even if I am still at home. It is as if my lungs began to predict the change that will become reality only the next day. Immediately after dinner, I prepare the backpack, then I immediately empty it because it is always too heavy.

This time it is a jar that stays behind in favor of a can of beer. The glass bottle always weighs too much. On the bottom a soft sweatshirt, the reusable bottle, the case with the glucometer, two boxes of loose candies, a packet of supermarket candy, vegan, the white and colored plastic bag. The wallet, another sachet with another injection site, because you never know.

I fall asleep in the car because they always make me sit behind, and when I sit behind or fall asleep or I feel sick. I eat a brioche, and the day started wrong because I asked for a pain au chocolat and inside it had custard: an excellent reflection on the badness that human beings are able to inflict on other human beings.

When we get there I take the backpack out of the trunk, and I realize that despite everything it is still too heavy. I curse myself, knowing that I will regret it all along with the next climb.

I have often looked online for information on how to take a walk in the mountains, even for several days, totally zero waste. In English, there are several blogs that talk about it, in Italian very few posts here and there of scattered experiences. I am a random person, so I tend to invent my own solutions or copying things that I see on the web, always with the idea of ​​keeping my environmental impact as close to zero as possible (with a strict rule: waste never stays in the mountain and ALWAYS go back down to the valley).

Secondhand

My boots are burnt at the tip because one day I got too close to a bonfire and a spark landed on the fabric. I am fond of it, as much as we can become attached to a pair of shoes so ugly, because they also came with me to Iceland, and because they have that mouse gray color typical of technical stuff, which seems made on purpose to look all the same.

In general, I don’t buy technical stuff just to go to the mountain, but I understand that for many it makes sense to do it because that for certain routes you need technical and ultralight things that often are impossible to find second-hand. For me, a common casual weekend hiker, recycled clothes are fine: I show off years-old Decathlon trunks, shirts with improbable logos, oversized sweatshirts and my strong piece, that is the pink hairband/neck warmer/face mask bought a thousand years ago, when I still had a half idea of ​​going to do outdoor sports in the city.

Speaking of a loser, this time I’m wearing a shirt about 4 sizes bigger than me because my boyfriend bought it on Amazon in the wrong size and I categorically prohibited him from making the return. Do you know how much returns impact in terms of environmental pollution? A lot . So why not give me a gift with a dress shirt?

Bento lunch

Walking in woods, especially towards a refuge, is always the same and always different. Sometimes it starts with strenuous climbs and then becomes flat, sometimes climbs and descends, sometimes the ascent is slow and long. This time it is tiring and remains so for halfway until we decide to stop for the first snack break.

Food is a sensitive point for me. On one hand, I manage to organize myself very well, bringing the sandwiches wrapped in cloth or my lunch in reusable containers. My favorites are the sandwiches with tomato (obviously) or with grilled vegetables, along with beautiful cheeses full of taste. Otherwise, especially for day walks, I bring cold pasta or cold rice with vegetables.

On the other hand, there are things for which I still haven’t found a solution: energy bars with sugar, which for now I can only bring packed in plastic. Unfortunately, they cannot be always replaced with fruit – I eat bananas or apples before starting the route, and I take fruit with me if the walk is to be done in the day, but I have not yet managed to experiment with homemade alternative bars. A few months ago I tried a recipe of bars with very good dates, but now they are practically impossible to find, so I should try some alternative.

My bottle is always the same Klean Kanteen, in steel and without frills. By now you know it to the point of nausea: it is one of my absolute favorite objects because it is resistant and light.

Very short shopping lists

It is difficult for me to divide myself between type 1 diabetes, zero waste, and hiking. Over time it is becoming easier, also thanks to a small list that I have made over time:

  • Bottle;
  • Lunch in napkins or bento;
  • Steel cutlery;
  • Loose candies.

Nico also brings, especially if we are several days out:

  • Cooker;
  • A small pot; 
  • Another bottle of water with the filter. 

It is essential to be able to bring as little plastic as possible, limiting it to only what is necessary. Besides, especially if I am away for several days, I try to plan everything I will eat including snacks that may be needed in emergencies (blood sugar too low): in that case, in fact, the weight of the bottle and the containers also adds the weight of the tent, mattress and sleeping bag, plus a change of clothes.

During one of the next hikes, maybe for several days, I would also like to talk more specifically about the food I bring with me. I hope this post will be useful to you: sometimes it takes very little to limit our waste, even in difficult situations like this.

Quando tornerò a viaggiare

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Sarebbe stata forse la Corea? O alla fine avremmo deciso di tornare in Giappone? Una settimana in Sardegna sicuramente a Luglio, ma poi ad Agosto?
Abituata com’ero a dare tutto per scontato, mi ritrovo a pensare a cosa potrò fare in futuro, a quello che ancora non ho organizzato, alle cose che mi sto perdendo, ai viaggi che ho fatto in passato.

Quando il Coronavirus era ancora qualcosa di lontano, in Europa c’erano pochissimi casi registrati e nessuno si aspettava la catastrofe, mi trovavo a Parigi. Faceva freddo, la vita proseguiva lenta tra aperitivi improvvisati con amici che non vedevo da una vita e le file lunghissime nei musei.
Adesso passeggio per Milano e mi ritrovo a fantasticare su cosa sarà.

Quando tornerò a viaggiare non avrò più paura di nuotare anche dove non tocco e non vedo il fondale. Arriverò in spiaggia presto, quella spiaggia che conosco come le mie tasche e che mi vede da quando sono bambina, e ci starò fino all’ora dell’aperitivo, che è l’ora migliore per godersi il mare.

Quando tornerò a viaggiare non avrò più paura di parlare tedesco con il cameriere anche se non l’ho mai imparato così bene, e non avrò paura di chiedergli mille volte di ripetere. Prenderò una birra, dei bretzel, le patate piene di burro, e tutte queste cose insieme nello stesso pranzo.

Quando tornerò a viaggiare non mi lamenterò più della puzza dei canali e dei gondolieri che cantano. Mangerò una frittella calda con cioccolato se è febbraio, un gelato se è agosto, prenderò un cicchetto in ogni singolo bacaro che troverò sulla strada.

Quando tornerò a viaggiare non mi importerà più del dolore della camminata sotto il Fushimi Inari Taisha. Conterò ogni singolo tori, arrivando fino in cima senza sentire la stanchezza. Non ci sarà nessuna ipoglicemia perché mangerò quegli orrendi crackers agrodolci che si sono sbriciolati nel fondo dello zaino, e poi se avrò ancora fame prenderò una ciotola grandissima di ramen, dopo aver chiesto per mille volte consecutive se sia vegetariano o meno.

Quando tornerò a viaggiare mangerò così tanto Skyr e mi avvicinerò a ogni singola cascata. Non avrò paura di perdermi nei campi di lava, di dormire in macchina, di passare la notte in sacco a pelo mentre fuori il vento dal nord ghiaccia la tenda. Fare la doccia inserendo una monetina nel bagno comune, vedere un ghiacciaio dal vivo, salutare le foche finché non scompaiono dalla mia vista.

Momenti come questo ci mettono a nudo. Rivelano chi siamo, cosa vogliamo. Il nostro pensiero corre sempre verso le cose alle quali non possiamo sfuggire. Così mi ritrovo a programmare, a pensare a quando potrò comprare il prossimo biglietto aereo, a camminare sui pensieri leggeri.

Sarebbe stata forse la Corea? O avremmo deciso di tornare in Giappone?

Non so definire la parola felicità. Ovvero: non so che sia la felicità. Credo di avere sperimentato momenti di gioia intensa, da battermi i pugni sul petto, al sole, alla pioggia o al coperto, urlando (a volte vorrei farlo e non si può, sarebbe giudicato segno di disturbo mentale) o da credere di camminare sulle nuvole o da sentire l’anima farsi leggera e volare alta fino a Dio (è capitato di rado). È la felicità? Così breve? Così poca?

(Passavamo sulla terra leggeri – Sergio Atzeni)
ENG

When I will travel again

Would it have been Korea? Or would we have decided to return to Japan in the end? A safe week in Sardinia, but then in August?
Used as I was to take everything for granted, I found myself thinking about what I will be able to do in the future, what I have not yet organized, the things I am missing, the travels I have made in the past.

When Coronavirus was still something far away, there were very few recorded cases in Europe and nobody expected the catastrophe, I was in Paris. It was cold, life went on slowly between improvised aperitifs with friends I hadn’t seen in a lifetime and long lines in museums.
Now I walk around Milan and I find myself fantasizing about what it will be.

When I will travel again, I will no longer be afraid to swim even where I do not touch with my feet. I will arrive on the beach soon, that beach that I know as my pockets and that has seen me since I was a child, and I will stay there until the golden hour, which is the best time to enjoy the sea.

When I will travel again, I will no longer be afraid to speak German with the waiter even though I have never learned it so well, and I will not be afraid to ask him a thousand times to repeat. I’ll have a beer, some pretzels, potatoes full of butter, and all these things together in the same lunch.

When I will travel again, I will no longer complain about the stench of the canals and gondoliers singing. I will eat a hot pancake with chocolate if it is February, ice cream if it is August, I will take a shot in every single bar that I will find on the road.

When I will travel again, I will no longer care about the pain of walking under the Fushimi Inari Taisha. I will count every single tori, reaching the top without feeling tired. There will be no hypoglycemia because I will eat those horrible bittersweet crackers that have crumbled in the bottom of my backpack, and then if I will be still hungry I will take a very large bowl of ramen, after asking a thousand times in a row whether it is vegetarian or not.

When I will travel again, I will eat so much Skyr and get close to every single waterfall. I won’t be afraid of getting lost in the lava fields, of sleeping in the car, of spending the night in a sleeping bag while outside the wind from the north freezes our tent. Take a shower by inserting a coin in the common bathroom, see a glacier before’s too late, greet the seals until they disappear from my sight.

Moments like this lay us bare. They reveal who we are, what we want. Our thoughts always run towards the things we cannot escape from. So I find myself planning, thinking about when I can buy the next plane ticket, walking on light thoughts.

Would it have been Korea? Or would we have decided to go back to Japan?

Parigi profuma di burro

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Orangerie - Monet

Quando arriviamo a Parigi è venerdì mattina, e sembra che il giorno prima ci sia stata una festa: i rifiuti in strada sono accumulati lungo i tombini, e lo spazzino in fondo alla strada li sposta con un getto d’acqua diretto verso il marciapiede. Un rumore che mi sarà familiare nei giorni successivi, quando osserverò dall’hotel lo stesso getto su Boulevard des Italiens.

Avevamo bisogno di questo fine settimana, io e Nico. Preparare gli zaini, prendere l’aereo, decidere cosa fare quando davanti a te hai tre giorni per non fare nulla. Decidiamo di muoverci a piedi, accumulando un numero sul contapassi spaventoso. La città la vedi meglio, non abbiamo fretta, c’è un sole che spacca le pietre, possiamo saltare qualche tappa: non facciamo quei turisti che vogliono vedere tutto a tutti i costi.

Le tappe principali sono le boulagerie. Quando arriviamo non abbiamo ancora fatto colazione, e ci infiliamo in una piccola via dove troviamo un panificio. Dentro una donna sulla cinquantina che non solo non parla inglese, ma parla francese in modo incomprensibile per noi che sappiamo tre parole in croce, così iniziamo a indicargli cosa vogliamo dalla vetrina, pan au chocolat oui, and this one, and flan parisienne, yes oui merci. Bye bye.

Ci ributtiamo in strada con gli zaini in spalla, un sacchetto di carta pieni di dolci e la fetta di torta rigida mangiata a grandi morsi; dove andiamo oggi? Siamo a due passi dalle Tuileries, facciamo una passeggiata e poi magari andiamo all’Orangerie, dobbiamo entrare per forza, e altrimenti quando ti ricapita? E poi domani il Louvre, e magari camminiamo lungo la Senna, anche se è marrone e agitata.

Il silenzio dentro le due stanze dell’Orangerie è interrotto dai colori e dagli scatti di una reflex nella prima stanza. Una ragazza è in posa, eddai fammi la foto, il ragazzo italiano scatta senza dire una parola, passano avanti. Servirebbero ore per osservare le singole pennellate; scatto una foto a una ninfea da molto vicino, la guarderò più tardi casomai, però poi torno a guardare le pennellate dal vivo che sono tutt’altra cosa.

Il giorno dopo abbiamo prenotato il Louvre. Nico non ci è mai stato, selezioniamo accuratamente le cose da vedere, sapendo già che tutto il piano andrà in fumo appena metteremo piede nel corridoio sbagliato, possibilità non troppo remota visto che si susseguono stanze che non riesco a trovare nella cartina. Quando ci ritroviamo, ci rendiamo conto di aver saltato qualcosa che volevamo vedere, e allora retro march fino alla sala con lo scriba seduto, dove fortunatamente non c’è nessuno e possiamo goderci la pace perfetta di quello sguardo quasi sorridente.

Cammino un passo dopo l’altro, seguendo il navigatore oppure la punta della torre Eiffel. Si vede da ogni lato della città, vero? Eco di giorni in cui tutto sembrava possibile, penso. Ma non è ancora così?

All’improvviso mi rendo conto che nella mia mente sento il profumo persistente di pain au chocolat, riesco a richiamarlo alla memoria molto più facilmente rispetto a tutte le altre cose che ho mangiato. Dolce, rotondo, chiudo gli occhi e sono davvero a Parigi. Ogni giorno cerco di inseguire il momento presente, e appena ci penso mi è già sfuggito. Oggi sono qui, e non c’è niente che possa spostare la mia attenzione. Guardo Nico. Il microinfusore che suona, la coppia che litiga dall’altra parte della strada, il vento.

ENG

Walking in Paris tastes like butter

We arrive in Paris on Friday morning. The waste accumulated in the street along the drains, and the sweeper down the road moves them with a jet of water directed to the sidewalk. A noise that will become familiar from my hotel window on Boulevard des Italiens.

We needed this weekend, me and Nico. We prepared the backpacks, took the plane, decided what to do when you have three days to do nothing. We decide to walk through the city. We are not in a hurry, we want to see the city at our rhythm: we don’t want to be tourists, even if we are.

We love boulangeries. We arrived hungry and without breakfast, and we ran into a little street where we find a small bakery. The woman inside is in her fifties. She does not speak English, we don’t speak French, so we begin to show her what we want, pointing it from the window, pain au chocolat oui, and this one, and flan Parisienne, yes oui goods.  Bye bye.

We started walking towards the hotel with our backpacks and a paper bag full of sweets. I eat a slice of cake with cream, it’s amazing; where are we going today? Our hotel is just a couple of steps from the Tuileries, so we decide to walk there and then to go to the Orangerie.

The silence inside the two rooms is interrupted by the colors from the paintings and the shots of a reflex in the first room. A girl is posing, mi fai una foto?, the Italian boy is shooting without saying a word. It would take hours to observe the individual brushstrokes; I take a photo of a water lily up close. I want to look at it better later, now I go back to watch every single color. 

We walk all day along the Seine, even if it’s brown and agitated. We are already tired, but for the next day we booked the Louvre. It’s the first time for Nico so we carefully select what we want to see. We know that the whole plan will blow up as soon as we set foot in the wrong corridor. It’s not a remote possibility considering that I can not find many rooms on the map.

When we go back outside, we keep walking one step after another, following the map or the tip of the Eiffel Tower. You can see it from every side of the city, right? Echo of days in which everything seemed possible, I think. It’s still like that.

Suddenly I realize that in my mouth there is still the scent of pain au chocolat. I can recall it to my memory much more easily compared to all the other things I’ve eaten. Sweet, round. I close my eyes and I’m really in Paris. Every day I try to chase the present moment, and as soon as I think about it, it already escaped. Today I am here. I look at Nico. The insulin pump beeps, a couple is arguing on the other side of the road, the wind.