Gennaio 2020, con i libri giusti

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La vedete quella borsa? Sì, è piena di ciò che pensate.

Non sono la persona adatta nel formulare buoni propositi. Di solito me ne pongo alcuni molto generici, ma non riesco a pianificare qualcosa di specifico a lunghissimo termine; questo però non mi ha mai impedito di fare delle liste lunghissime. Liste di cose da fare, liste di libri da leggere, liste di carboidrati che mangerò a pranzo, playlist per un viaggio, liste di cosa vorrei fare nelle prossime 24 ore.

Mi piace guardare indietro, verso le settimane appena passate, e fare un bilancio delle cose migliori che ho fatto. Chiudere l’anno in bellezza, dicono in molti; per me non si tratta di una semplice frase, ma di un vero e proprio desiderio. Per questo a fine anno (e all’inizio dell’anno nuovo) concentro tutte le mie energie nello scrivere, nel leggere buoni libri e nell’ascoltare buona musica.

Ripensando ai libri che ho letto tra fine Dicembre e inizio Gennaio, ho notato che il 2020 non poteva iniziare meglio. Nessun romanzo, quattro saggi tutti diversi tra loro e senza alcun punto in comune, di cui due dedicati al diabete.

  1. Un libro per muovere i primi passi nel mondo plastic free;
  2. Un’inchiesta sulla nascita di una religione contemporanea;
  3. Un libro dedicato all’insulina;
  4. Un libro ricco di consigli su come affrontare al meglio il diabete.

*disclaimer*
Se non siete diabetici o interessati al tema, potete saltare l’ultima parte. In generale, potete anche leggere il post a caso, come preferite. Sappiate inoltre che i libri sul diabete ad oggi si trovano solo in lingua inglese.
*fine*

Vivere senza plastica, Will McCallum

Propositi, propositi, propositi. Se siete interessati a ridurre il vostro impatto ambientale, sicuramente avrete già cercato informazioni sulla plastica e su come ridurne l’uso e il consumo.

Vivere senza plastica è un libro semplice, scorrevole, adatto soprattutto per coloro che si stanno avvicinando allo zero-waste per la prima volta. A partire dalle nostre responsabilità individuali e collettive, il libro si pone come una guida per muovere i primi passi nel limitare il consumo di questo materiale, soprattutto nella sua forma usa e getta.

McCallum, che è portavoce di Greenpace nelle loro campagne contro la plastica, si concentra soprattutto sui cambiamenti che possono essere fatti da tutti nell’immediato: bottiglie, tazze, cannucce. Il libro parte da tutti quegli oggetti che possono essere facilmente scambiati con le loro controparti plastic-free, spendendo poco e riducendo drasticamente il consumo di plastica grazie a beni durevoli come, per esempio, le borracce.

I capitoli sono intermezzati da interviste a “esperti del settore”, tabelle riassuntive, statistiche sull’inquinamento e consigli grazie ai quali si può iniziare a coltivare uno stile di vita a basso impatto ambientale. Inoltre è possibile analizzare la nostra situazione, grazie a tabelle nelle quali possiamo scrivere i nostri progressi, le cose che siamo riusciti a eliminare, o quelle che ancora rappresentano un problema.

Abbastanza noiosa l’ultima parte, nella quale viene spiegato punto per punto cosa fare per organizzare una petizione, una protesta, come contattare le persone giuste… un po’ troppo per un libro che fino a quel punto si era posto obiettivi concreti e raggiungibili da tutti. Diciamo che, se mai mi dovesse venire in mente di andare full-Greta-Thunberg, contatterei la sede di Greenpeace più vicina anziché fare petizioni da 20 firme ciascuna.

“E’ difficile accettare che abbiamo già cambiato il nostro pianeta fin quasi a rendero irriconoscibile. Contro il pessimismo dilagante esiste però una soluzione semplice: mi guardo attorno e cerco le persone capaci di ispirarmi, quelle che svolgono un ruolo qualsiasi in una qualunque delle organizzazioni che cercano disperatamente di rendere il mondo un posto migliore.”

La prigione della fede, Lawrence Wright

Ho avuto il piacere di sentire dal vivo Lawrence Wright mentre presentava il suo ultimo libro, Dio salvi il Texas. Viaggio nel futuro dell’America. Durante la presentazione, ha citato un altro suo libro, La prigione della fede. Scientology a Hollywood, parlando di come fosse stato concepito, di quale ricerca ci fosse dietro, e di cosa l’avesse spinto ad occuparsi di un tema delicato come la religione.

Scientology mi ha sempre affascinato, perché è l’esempio di come nasca una religione, letteralmente, dal nulla. Quando ero al liceo, durante un compito nel quale dovevamo scegliere e commentare un articolo di giornale, mi fece particolarmente riflettere una mia compagna di classe, che alla fine della lezione si avvicinò e mi disse: mio fratello è in Scientology, sai. Neanche a dirlo, avevo passato gli ultimi 10 minuti a descriverla come una religione delirante e senza alcun fondamento.
Da quel momento mi sono sempre chiesta quali fossero i meccanismi alla base di credenze che per altre persone, “esterne” alla religione stessa, risultano spesso insensate.

Lawrence Wright ripercorre la nascita della setta nei primi anni ’50, quando ancora il fondatore stava mettendo a fuoco i dogmi principali e scrivendo i suoi libri di fantascienza, ovvero i pilastri che avrebbero costituito in seguito i capisaldi del credo. Il racconto giunge fino ai giorni nostri, e in particolare a quale sia stato il ruolo di Hollywood nella diffusione di questa religione.

Non una lettura leggera: ogni pagina è densa di avvenimenti, i protagonisti sono tantissimi, ma con Wright hai l’impressione di aver letto una storia, una storia vera che si intreccia con avvenimenti politici e con persone in carne e ossa.

Se avete voglia di leggere qualcosa di diverso e di conoscere un mondo distante – che in realtà è molto vicino a noi, questo potrebbe essere il libro giusto.

“Chiaramente, nessuna religione può dimostrare la propria “verità”. Nel cuore di ogni grande sistema di fede ci sono miti e miracoli che, se sottoposti allo sguardo rigoroso dello studioso o del giornalista investigativo, potrebbero facilmente passare per menzogne.”

Think like a pancreas, Gary Scheiner

Fatico a trovare libri sul diabete che siano veramente interessanti. Durante la #HappyDiabeticChallenge di qualche mese fa, diverse persone avevano indicato questo libro come uno dei più interessanti da leggere sul tema, così l’ho comprato.

Il titolo completo è Think like a pancreas. A practical guide to managing diabetes with insulin: è proprio su questo che si concentra il libro, sull’insulina e sulla gestione del diabete insulino-dipendente.
Dopo un breve preambolo relativo alla gestione del diabete negli anni ’80 – inorridisco ancora al pensiero dei pungidito “ghigliottina”, il libro si concentra sulla spiegazione di cosa è l’insulina, nelle sue varie tipologie e negli usi.

La prima parte del libro si concentra sulla teoria, in particolar modo sulla gestione tramite iniezioni (bolo-basale) o tramite microinfusore. I fattori chiave per la gestione sono divisi in tre gruppi: strumenti, capacità e attitudini.

Ho trovato molto interessante il fatto che in questo libro (così come in quello di cui parlerò successivamente) si pone un accento particolare sull’attitudine della persona stessa; il diabete è una malattia che richiede un grosso sforzo da parte del diabetico stesso, e gran parte del successo è dovuto a noi stessi (anche se non sempre: pensate al ciclo nelle donne diabetiche!)

Il libro si chiude con una panoramica delle possibili conseguenze, dai picchi glicemici e da come gestirli, fino alle complicanze sul lungo periodo. Una bella lettura, sicuramente da fare se siete diabetici o se un vostro caro lo è.

“So, there you are: Armed with a physiologically perfect basal insulin program and a set of bolus equations that would impress your old, crotchery high school algebra teacher, off you go to conquer your favourite Italian restaurant.”

Bright spots & landmines, Adam Brown

Regalo di Natale di Nico, il secondo libro che stavo tenendo d’occhio sul diabete di tipo 1 dopo la #HappyDiabeticChallenge. Se vi è mai capitato di spulciare sul sito DiaTribe, avete sicuramente letto qualche articolo di Adam Brown.

Il libro è, al di là dei consigli pratici, il migliore che ho letto sul diabete. Anche se non seguo una dieta low carb in senso stretto e non faccio sport ogni giorno come il buon Adam, mi è servito tantissimo: è un’ottima guida soprattutto per quanto riguarda l’approccio mentale alla malattia.

E’ diviso in quattro parti: 1. Food, 2. Mindset, 3. Exercise, 4. Sleep. Ciascuna di queste è analizzata sotto il punto di vista dei bright spots, ovvero le note positive (in italiano non suona altrettanto bene) e delle landmines, ovvero le mine che possono sabotare la nostra gestione del diabete.
La parte più interessante è applicare l’approccio descritto a noi stessi:

Cosa facciamo quando le nostre glicemie sono in range e come possiamo moltiplicare quel comportamento? Al contrario, cosa facciamo quando le nostre glicemie non sono in range?

Al di là di tutto, non pensate che questo sia interessante anche al di là della malattia? Capire cosa va bene nella nostra vita e cosa invece non ci piace, replicare i primi comportamenti ed evitare i secondi. L’ho trovato molto interesante sotto questo punto di vista, non solo per la gestione della malattia, ma per l’approccio che può essere applicato alla nostra vita stessa.

Durante i pranzi e le cene di Natale, queste pagine mi hanno aiutato a sopravvivere tra carboidrati e ozio, e mi hanno spinto veramente a chiedermi quali sono i miei punti di forza e quali invece sono le mie mine vaganti.

Perché in fondo, il diabete è imprevedibile, esattamente come la vita, ma tante cose sono nelle nostre mani più di quanto siamo disposti ad ammettere.

“Virtually all the happiness-producing processes in our lives take time, usually a long time: learning new things, changing old behaviors, building satisfying relationships, raising children. This is why patience and determination are among life’s primary virtues.”

ENG

Four books for January 2020

I’m not the kind of person that writes a list of intentions for the next year. Usually, I ask myself something very generic, but I do not plan anything long-term. Still, I write a lot of lists. Lists of things to do, lists of books to read, lists of carbohydrates you eat at lunch, a playlist for a trip, lists of what I would do in the next 24 hours.

I like to look back to the last couple of weeks and make a list of the best things I’ve done. Many people say in Italian that they want to close the year col botto (with “a boom”, literally in a nice way). For me, it is not a simple sentence, but a real desire. In the last week of 2019, I focused all my energies on writing, reading good books and listening to good music.

Thinking back to the books that I read between late December and early January, I noticed that 2020 could not start better. No novel, but four essays, each one different from the other, with no points in common. Two of these are dedicated to diabetes.

  1. One book to take your first steps into a plastic free lifestyle;
  2. A journalistic investigation on the birth of a contemporary Religion;
  3. A book dedicated to insulin;
  4. A book full of advices about managing diabetes.

* disclaimer *
If you are not diabetic or interested in the topic, you can skip the last 2 part.s In general, you can also read the post randomly, as you prefer. It is also advised that the books on diabetes today are in English only.
*end*

How to give up plastic, Will McCallum

Intentions, intentions, intentions. If you are interested in reducing your environmental impact, you have probably already looked for information on plastic and on how to reduce its use and consumption.

How to give up plastic is folding, sliding and suitable especially for those who are approaching a zero-waste lifestyle for the first time. Starting from our responsibility, individual and collective, the book acts as a guide for moving the first steps in limiting the consumption of this material, especially in its disposable form.

McCallum, who is a spokesman for Greenpeace in their campaigns against plastic, focuses primarily on the swaps that can be made right now: bottles, cups, straws. The book starts from all those objects that can be easily exchanged with their plastic-free counterparts, without spending so much money.

I’ve found the last part a little bit boring. McCallum explains step by step what to do to organize a petition, a protest, how to contact the right people… a bit too much for a book that up to that point had set concrete targets for everyday life. We say that if ever I were to come up to go full-Greta Thunberg, I will reach the headquarters of Greenpeace first, instead to petition with my 20 friends.

Going clear, Lawrence Wright

I had the pleasure of hearing Lawrence Wright presenting his latest book, God Save Texas. Journey into America’s future. During the presentation, he quoted another book, Going clear, talking about how it was conceived, how much research there was behind it, and what had prompted him to deal with a sensitive issue like religion.

Scientology has always fascinated me because it is an example of a religion born literally from nothing. When I was in high school, during a lesson in which we had to choose and comment on a newspaper article, a classmate came up and said to me, my brother is in Scientology, you know. Needless to say, I had just spent the last 10 minutes describing Scientology as a delirious religion without any foundation.

Since then I’ve always wondered what were the mechanisms underlying beliefs that for other people, “external” to the same religion, are often meaningless.

Lawrence Wright narrates the birth of the sect in the early ’50s, back when the founder Hubbard was putting into focus the main dogmas. At that time he was writing his science fiction books, the pillars of the creed. The story reaches the present day, in particular to what was the Hollywood role in the spread of this religion.

Not a light book to read: every page is full of events, the protagonists are so many, but with Wright you are reading a story, a true story.

If you want to read something different and learn about a distant world – which is actually very close to us, this could be the right book.

Think like a pancreas, Gary Scheiner

I struggle to find books about type 1 diabetes that are truly interesting. During the #HappyDiabeticChallenge a few months ago, several people had mentioned this book as one of the most interesting to read on the subject, so I bought it.

The complete title is: Think like a pancreas. A practical guide to managing diabetes with insulin: this is the main focus of the book, in which Scheiner talks about insulin and insulin-dependent diabetes management.

After a short preamble on the management of diabetes in the 80s – I am still horrified if I think about the lancing “guillotine” device, the book focuses on explaining what is insulin, in its various types and uses.

The first part of the book focuses on the theory, particularly on the management via injections (basal-bolus MDI) or by the pump. Key factors for the management are divided into three groups: tools , skills and attitudes.

One of the best things about this book (as well as what they will speak later) is that it puts particular emphasis on the attitude of the person; type 1 diabetes is a disease that requires a major effort by the diabetic himself, and much of the success is due to ourselves (but not always: think of the hormones and insulin resistance during period in diabetic women!).

The book closes with an overview of the possible consequences, from the peak blood glucose and how to handle them, to the complications in the long run. A good read, definitely to do if you are diabetic or if a loved one is.

“So, there you are: Armed with a physiologically perfect basal insulin program and a set of equations bolus That would impress your old, crotchery high school algebra teacher, off you go to conquer your favorite Italian restaurant.”

Bright spots and landmines, Adam Brown

This book was a Christmas gift from Nico, and it was the second book I wanted to read on type 1 diabetes. If you ever had the chance to visit the site diatribes, you have probably read a few articles by Adam Brown.

The book is, beyond the practical advice, the best I’ve read about diabetes so far. Although I do not follow a low carb diet in the strict sense and I am certantly not doing sports every day like the good Adam, he helped me a lot: this book is an excellent guide, especially in its approach to mental health.

It is divided into four parts: 1. Food , 2. Mindset , 3. Exercise , 4. Sleep . Each of these parts is analyzed from the point of view of the bright spots and landmines.
The most interesting part is to apply the approach described to ourselves:

What do we do when our blood sugar levels are in range? And what do we do when they are not?

Those are interesting questions and they go beyond type 1 diabetes. Understanding what is good in our lives and separate it from what we do not like, and replicate the first behavior and avoid the second it’s a really good strategy. I found this point of view very interesting, not only for the management of the disease but also in its general approach to life itself.

During Christmas lunches and dinners, these pages have helped me to survive between carbohydrates and laziness, and they really pushed me to wonder: do I have bright spots? And what about landmines?

After all, type 1 diabetes is unpredictable, just like life, but so many things are in our hands, more than we care to admit.

“Virtually all the happiness-producing processes in our lives take time, usually a long time: learning new things, changing old behaviors, building satisfying relationships, raising children. This is why patience and determination are among life’s primary virtues.”

Cartoline dal Sulcis

Avete presente l’odore che sentite quando arrivate in Sardegna?
Non l’ho mai trovato da nessuna altra parte. E’ odore di ginepro misto a salsedine, portato dal maestrale che smorza il caldo di Luglio.
All’aeroporto è possibile distinguere chiaramente le persone che vengono in vacanza da quelle che tornano a casa: solo poche, tra quelle che vengono in vacanza, si porteranno con loro la percezione del profumo di queste giornate; per le altre rimarrà un ricordo annidato in un angolo della testa.

Per molto tempo è stato così anche per me; poi un giorno mi sono resa conto che, ogni volta che pensavo a casa mia, pensavo all’odore del cielo azzurro e al suono cupo del maestrale.

Appena arrivo all’aeroporto di Elmas, cerco di sentirlo disperatamente, ma è ancora troppo presto, c’è troppa gente, l’unico odore che mi arriva è quello del supermercato e delle persone poco abituate al caldo.
Mia mamma e mia cugina sono lì, in un copione che mi dà sicurezza, ogni cosa al suo posto. Il sole brucia l’asfalto e i bordi delle strade, le due corsie della centotrenta corrono in mezzo al nulla.

Le giornate a Carbonia scorrono lente per via del caldo, i pomeriggi al mare sono come parentesi, piazza Roma è sempre la stessa, il teatro e la torre littoria da una parte, il comune e il frammento di vuoto dall’altra.

Ho la sensazione che niente qui mi stia aspettando, che tutto sia ciclico, che ogni estate io ripercorra questi luoghi e ascolti suoni che già conosco, sempre uguali a se stessi e diversi perché un’altra estate è passata.

Quando vivevo qui odiavo camminare. Camminare era andare a scuola senza essere in ritardo, camminare era cercare l’ombra. Era sempre un camminare verso, cosa che ora non è più: adesso cammino intorno, cammino osservando, ti ricordi questo?
Ogni angolo è l’odore del bar in cui andavo a prendere il caffè, il paninaro che apre solo la sera, gli alberi di fichi d’india che ancora non sono pronti – ma quando lo diventano vengono torturati con lunghe canne di legno, è colpa loro se hanno le spine. Il campanile di trachite con la chiesa accanto, i gradini nei quali mi sono seduta così tante volte a mangiare un gelato o semplicemente ad ascoltare le tempeste ormonali che solo i tredici anni sanno avere.

Riapro gli occhi. Che buoni questi fichi. Di quale pianta sono?

Spesa vegetariana al supermercato

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E’ successa una tragedia. A Gennaio, quando sono tornata dalle vacanze e sono andata a fare la spesa, ho scoperto che il mio fruttivendolo di fiducia ha chiuso.

Al posto della vetrina, solitamente ricca di cassette di verdura, un foglio bianco: AFFITTASI.

Ci sono rimasta malissimo, soprattutto perché era il mio punto di riferimento per la spesa settimanale. Sapeva che utilizzavo le mie buste di stoffa, non mi tediava con domande allucinanti quando gli chiedevo di non darmi i sacchetti di plastica e soprattutto era l’unico fruttivendolo nel raggio di chilometri da casa mia.

Dopo il panico iniziale, è iniziata la mia fase di assestamento – che ancora oggi non è finita. Lavorando per 8 ore al giorno diventa per me molto faticoso spostarmi in mezzo al traffico per raggiungere frutta e verdura fresca.

Essendo vegetariana da tanti anni, ho consolidato le mie abitudini, e settimanalmente compro sempre più o meno le stesse cose. In queste ultime settimane dunque, anziché dividermi tra bottega e grande catena, ho comprato tutto il necessario in supermercato – ed ecco l’idea di questo post: come organizzo la mia spesa settimanale, da brava vegetariana che cerca di mangiare sano?

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Frutta e verdura

Solitamente non compro frutta e verdura al supermercato, anche perché da quando mi sono trasferita a Verona, ho notato che qui i supermercati hanno la fissa per gli imballaggi inutili.

Esempio: due zucchine sul piatto di polistirolo avvolte in due giri di pellicola. Motivazione: “sono comode”. Non so se la comodità è per le zucchine che stanno al caldo, oppure per la persona che deve scendere a buttare due chili di plastica nel cassonetto della raccolta differenziata.

Col tempo però ho imparato quali supermercati propongono anche le verdure sfuse, da mettere nel famoso sacchetto biodegradabile del costo di 1 centesimo. Uso questo sacchetto per le verdure sfuse, come zucchine o spinaci, mentre per la frutta e le verdure più grosse, come le banane o i peperoni, appiccico direttamente l’etichetta sulla buccia.

E’ capitato che a volte, “per questioni di igiene”, venissi ripresa perché non indossassi i guanti, oppure che alla cassa mi infilassero l’ananas in un sacchetto comparso da chissà dove. Per fortuna, sono rari casi.

Quando riesco preferisco andare al mercato dei produttori, un po’ distante da casa mia, ma che per fortuna viene fatto anche il Sabato mattina. Nessun problema per le buste di stoffa o per i cavoli toccati senza guanti.

La frutta e la verdura rappresentano la metà della mia spesa settimanale. Mi piace molto cambiare, cerco di comprare solo cose stagionali e che non abbiano fatto chilometri per arrivare da noi, anche se mi concedo ovviamente delle eccezioni.

Cereali, pasta

Un’altra fetta fondamentale della mia spesa è rappresentata dai cereali e dalla pasta, che solitamente mangio a pranzo.

Sia io che Nicolò portiamo il pranzo da casa quando siamo a lavoro. E’ molto facile per me cucinare grandi quantità di cereali per tutto il resto della settimana: sono sani e si abbinano benissimo a qualsiasi verdura.

I miei preferiti sono orzo e farro, che compro in grandi quantità. Conosco un posto che li vende sfusi, ma purtroppo si trova dall’altra parte della città. Sono alla ricerca dunque di un’alternativa al classico sacchetto di plastica del supermercato. Per il momento, cerco di accontentarmi comprando i sacchetti più grossi che trovo.

Per la pasta è più facile, perché molte marche hanno l’imballaggio di carta, facilmente riciclabile.

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Legumi

Altra parte fondamentale della mia spesa settimanale sono i legumi, sia nella versione secca, che nella versione in barattolo.

Per la versione secca vale lo stesso discorso dei cereali. Dai fruttivendoli è facile trovare ceci e fagioli sfusi, mentre è più difficile che vengano proposti in questa forma ai supermercati.

Siccome i legumi ci mettono un tempo infinito a cuocersi, e alcuni giorni la vita è troppo corta per stare 2 ore dietro a un piatto di fagioli, a volte compro anche le versioni “in barattolo“. Ce ne sono tantissime, ma ovviamente le mie preferite sono le versioni in vetro: potete riciclare i contenitori per smooties, estratti, pranzi al sacco e così via.

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Banco dei freschi

Altra nota dolente dove non sono riuscita ancora a eliminare la plastica al 100%: i formaggi. Quando si tratta di formaggi, la plastica è ovunque. E’ raro anche trovare dei posti dove accettino i tuoi contenitori: semplicemente, se vuoi il formaggio, lo devi accettare avvolto nella plastica.

Cerco di minimizzare scegliendo quelli con meno imballaggio (via scatoline che non servono a niente, doppie buste ecc.). Mi piacerebbe anche per questo reparto trovare un posto che, perlomeno, accetti il mio contenitore anziché costringermi a riempirmi di plastica.

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Bagno

Dopo l’elenco dei fallimenti, ecco una cosa di cui posso andre fiera: non vado mai nel reparto “bagno” al supermercato, eccetto per comprare la cartaigienica. Non compro scottex, non compro bagnoschiuma e saponi vari, non compro shampoo. Semplicemente perché sono riuscita a sostituire tutte queste cose con le loro alternative zero waste.

Ne ho parlato in passato qui, qui, qui, qui e qui.

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In sostanza, con questo post volevo condividere le difficoltà che incontro nella spesa settimanale, che aumentano ancora di più quando chiudono i piccoli negozi che sono più propensi ad ascoltare le esigenze dei clienti rispetto alle grandi catene gdo.

Tutte le difficoltà che incontro quotidianamente mi fanno riflettere, ma soprattutto mi spingono a riconsiderare il modo in cui compro e consumo il cibo.

A volte mi viene da pensare che dovremmo ripensare radicalmente alle nostre abitudini, e cercare di farle risalire molto più in là rispetto a quello che mettiamo nel carrello: come vengono prodotte le cose che compriamo? Perché arrivano nella mia tavola in un certo modo (precotte/imballate…)?

Cosa posso fare per cambiare, nel mio piccolo?

ENG

Vegetarian grocery shopping

A tragedy has happened. In January, when I came back from Japan, I went to a small shop, where I usually buy fruits and vegetables, and I discovered that it was closed.

It’s bad news for me, mostly because it was the only place near my home where I could buy bulk fruits and veggies. He knew that I used my reusables and that I didn’t want any plastic bags.

After a couple of days, I decided to try to go to the supermarket. Being vegetarian, my habits are steady, and usually, I buy always the same. It’s difficult for me to reach bulk stores on the other side of the city, working 8 hours a day. So I decided to write this blog about my weekly grocery shopping routine.

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Fruits and vegetables

Usually, I don’t buy fruits and vegetables at the supermarket. Here in Verona, supermarkets use a lot of plastic.

For example, you can find two zucchini on a polystyrene box, wrapped in cellophane. “It’s convenient”, some people say. I don’t know if it’s convenient for the zucchini because they stay warm, or for the person who will have to go outside and throw all the plastic on the recycling bin.

With time I learned which supermarkets have bulk vegetables. Here in Italy, we have biodegradable bags (you cannot use your reusable inside a supermarket). So I use the bags if I need to buy “little things”, for example, zucchini or spinach, but for fruit or bigger vegetables, for example, bananas or pepper, I put the sticker directly on the peel.

There is also a farmer market here in Verona, but it’s on the other side of the city. Luckily it’s on Saturday so I can go there to buy my grocery sometimes.

Half of my weekly shopping is fruit and vegetables. I like to change products with the season, and I try to buy local, but it’s not always easy.

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Cereals and pasta

Another part of my grocery shopping is composed by cereals and pasta. Usually, I eat barley or spelt at lunch.

Both me and Nico bring our own lunch at work. It’s easier for me to cook a lot of cereals on Sunday, and then eat them during the week: it’s healthy, and it’s a perfect dish with sauce, vegetables or even without anything.

I know some places that sell cereals in bulk, but again, on the other side of the city. I am currently looking for an alternative to the plastic bags at the supermarket.

For pasta is way more easy, because you can find it in paper packaging.

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Legumes

Another important part of my grocery is legumes. I buy them dried, or pre-cooked in jars.

For dried legumes, it’s the same as cereals. You can find lentils and chickpeas in bulk in some little stores, but you cannot find them in bigger supermarkets.

If you choose dried legumes, they took so long to cook. Sometimes, if I’m in a hurry, I buy the pre-cooked ones in glass jars, and then I reuse them for smoothies.

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Fridge

This is one thing that I am still not able to buy package free: cheese. When it comes to cheese, plastic is everywhere. It’s impossible to find supermarkets where you can bring your containers and ask to put the cheese in there: it simply won’t happen.

I try to minimize my impact choosing the products with less plastic possible (for example, not little boxes, double bags, polystyrene. I would like to find, in the future, for a shop that accepts my own containers.

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Bathroom

After my failures, I would like to talk about something I’m proud of: I never buy things from the bathroom department. I don’t buy soaps, shampoo, toothbrushes, because I totally switched to zero waste. I only buy toilet paper.

I talked about this in previous posts, here, here, here, here and here.

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I wanted to share with you my difficulties in this kind of lifestyle. It becomes even more difficult when small shops close.

Thinking about this makes me riconsider the way in which I buy and consume my food.

Sometimes I think that we should change our habits, and try to understand how many steps the products make before arriving at our home: how are they made? Why they arrive at my table with a lot of packaging?

What can I do to change my life a little?