Prodotti zero waste al supermercato: è greenwashing?

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Se, come me, vivete i social all’interno di una bolla quasi totalmente zero waste, non potete esservi persi le due notizie principali dell’ultimo periodo. La prima notizia sconvolgente è arrivata quando Lidl Italia ha deciso di lanciare la linea PH BIO Green: una linea di prodotti solidi tra cui bagnodoccia, detergenti e shampoo. La settimana scorsa è stato il turno di L’Oreal, che col marchio Garnier ha lanciato Ultra Dolce Shampoo solido.

In entrambi i casi non ho espresso il mio parere “a caldo” e ho cercato di non unirmi alle varie fazioni che subito si sono create: da un lato i fautori del che bello, finalmente qualcosa si muove e dall’altro coloro che storcevano il naso di fronte alla GDO che invade lo spazio del mondo zero waste.

Voglio iniziare dunque questa mia pippa riflessione in positivo: anche io ho iniziato con prodotti che trovavo al supermercato, da studentessa senza un soldo. Andavo da DM a comprare Alverde, oppure al supermercato guidata da Carlitona (che al tempo era ancora dolce) nei primi spignatti (solitamente composti da balsamo e zucchero di canna perché sono pigra).

Da lì è stato abbastanza veloce il passaggio verso negozi sfusi più piccoli, anche se per molte cose non ho mai abbandonato il supermercato, soprattutto dal momento in cui il mio pancreas ha deciso di morire definitivamente. A ognuno le sue.

Da un lato dunque mi fa quasi piacere che i supermercati e i grandi marchi si stiano adeguando verso una richiesta che è sempre più crescente, ovvero quella di prodotti solidi, sfusi, naturali. E’ segno del fatto che i prodotti zero waste possono diventare, in futuro, accessibili a tutti.

Non voglio entrare nel merito di materie prime, metodi di produzione, e così via. Voglio fare un discorso il più generico possibile, basato sui valori di sostenibilità che col tempo ho fatto miei.

Cosa non mi piace di queste strategie “quasi” zero waste?

Non mi piace il fatto che si tratta di linee che vengono affiancate a quelle già in essere. In entrambi i casi, leggendo all’interno dei siti o informandomi attraverso blog e social, non ho trovato nessuna indicazione trasparente, né alcuna promessa concreta. Niente lascia presumere che ci sarà una svolta green, niente indica un reale impegno nei confronti dell’ambiente.

E’ greenwashing? Sì, secondo me lo è. Non c’è nulla di male nell’acquistare questo tipo di prodotti, ma dobbiamo essere consapevoli che si tratta di greenwashing della peggior specie: si tinge di verde, abusa di parole come bio, organic, eco, riciclo. Un po’ come il restyling di McDonald. Non fa riferimento all’etica dei lavoratori né ad alcun preciso piano di riduzione dell’impatto ambientale. È performativo.

Non solo ci disinforma su quelle che sono le reali intenzioni di queste aziende (ovvero: money money money), ma ci spinge ancora una volta ad acquistare in modo scorretto, prodotti di cui magari non abbiamo neppure bisogno (ovvero: tanto è green!).

Mi sembra che la volontà sia sempre e solo una, sempre la stessa: il profitto a ogni costo. Il mercato si dirige in una direzione, in questo caso la direzione ambientalista e zero waste, e le multinazionali rispondono lanciando due o tre prodotti da poter vendere a chi, si presume, non comprerebbe sicuramente lo shampoo da loro.

Ricordiamoci inoltre che colossi come L’Oreal hanno il potere di affossare le piccole aziende che sostenibili lo sono veramente: per coloro che già si sanno destreggiare nel mare di informazioni e disinformazioni a tema ambientalista può essere facile capire l’inganno, ma non è così per tutti.

L’unica nota positiva che mi verrebbe da dire è che, trovando i prodotti solidi al supermercato, qualcuno potrebbe incuriosirsi e, in futuro, informarsi abbastanza e finalmente fare un salto verso una vita a basso impatto ambientale. Sono molto scettica però, perché i prodotti bio e le saponette sono già presenti al supermercato da anni: probabilmente non sono i prodotti a far scattare la scintilla nelle coscienze, ma qualcos’altro.

Che cosa? Ne parleremo quando lo scoprirò.

Credo che sia necessario capire dove vogliamo direzionare le nostre scelte. Avete presete il modo di dire, votiamo ogni volta che facciamo la spesa?

I nostri soldi hanno il potere di cambiare le cose. Il modo in cui li spendiamo, ma soprattutto il modo in cui non li spendiamo, influenza il mercato là fuori. Decidere di parlare di piccoli produttori, di aziende veramente sostenibili, che nascono o che svoltano verso un’anima green, è l’unico modo che abbiamo per far sì che la sostenibilità non venga scambiata per puro marketing.
Non è vietato comprare al supermercato, anzi: una buona spesa zero waste può essere fatta anche in grosse catene, come dimostra lo zero waste tirchio della mia partner-in-crime. Dobbiamo solo esserne consapevoli.

Questo significa che non andrò più al supermercato? No. Continuerò ad andarci e a scegliere quello che per me, in quel determinato momento, è il prodotto più sostenibile possibile. Significa che non comprerò più da grandi multinazionali? No. Cercherò di scegliere in base a tante cose tra cui disponibilità economica e tipo di prodotto.

Significa che, quando mi è possibile farlo, voglio votare col mio portafoglio per i valori con i quali ho scelto di vivere la mia vita. E in questo, purtroppo, non ci può essere spazio per quelle aziende che li piegano in nome del mero profitto.

ENG

Zero waste products at the supermarket: greenwashing or not?

If you, like me, live social media inside a zero waste bubble, you cannot have missed the two main news. The first shocking revelation came when Lidl Italy decided to launch the PH BIO Green line: a line of solid products including shower soap, detergents, and shampoos. Last week it was L’Oreal’s turn, which launched Ultra Dolce Solid Shampoo with the Garnier brand.

In both cases, I did not express my opinion right away and I tried not to join the different teams that there were immediately created: on one hand the defenders of what is beautiful, finally, something is moving and on the other those who twisted the nose in front of the large-scale retail that invades the space of the zero waste world.

I want to state this: I also started with products that I found at the supermarket, as a broke student. I used to go to DM to buy Alverde, or to the supermarket to buy products advertised by the Italian Youtuber Carlitadolce.

From there, the transition to smaller bulk stores was quick, although for many things I never left the supermarket, especially since my pancreas decided to die.

I am almost pleased that supermarkets and big brands are adapting to ever-increasing demand, specifically for solid, loose, natural products. It is a sign of the fact that zero waste products can become accessible to everyone in the future.

I don’t want to go into the matter of raw materials, production methods, and so on. I want to make a conversation as generic as possible, based on the values of sustainability that I have made my own over time.

What do I dislike about these “almost” zero waste strategies?

First of all, I don’t like the fact that these are products that are placed side by side with those already existing. In both cases, searching inside the websites or informing me through blogs and social networks, I didn’t find any indications, nor any concrete promises. Nothing suggests that there will be a real change, nothing shows a real commitment to the environment.

Is it greenwashing? Yes, in my opinion, it is. There is nothing wrong with buying this kind of product, but we must be aware that it is greenwashing of the worst kind: it is tinged with green, it abuses words like bio, organic, eco, recycling. A bit like McDonald’s restyling. It does not refer to the ethics of workers or to any specific plan to reduce the environmental impact. It is performative.

Not only does it deceive us about what are the real intentions of these companies (that is: money money money), but it pushes us once again to buy products that we may not even need (that is: it is so green!).

Let us also remember that giants corporations like L’Oreal also have the power to bury small companies that are truly sustainable: for us who already know how to swim through the sea of ​​environmental information and disinformation, it can be easy to understand the deception. This is not the case for everyone.

The only positive note that I would like to say is that by finding them in the supermarket, someone could become curious and, in the future, inquire enough to make the leap towards a life with low environmental impact. I am very skeptical though because organic products and soaps have already been present in supermarkets for years: it is probably not the products that trigger the spark in the conscience, but something else.

What? We’ll talk about it when I find out.

I believe it is necessary to understand where we want to direct our choices. Did you take the saying, do we vote every time we shop?

Our money has the power to change things. The way we spend them, but especially the way we don’t spend them, affects the market out there. Deciding to buy and talk about small producers, truly sustainable companies, which are born or which turn towards a green soul, is the only way we have to ensure that sustainability is not mistaken for pure marketing. 

It is not forbidden to buy at the supermarket: a good zero waste shopping can also be done in large chains, as evidenced by the stingy zero waste of my partner-in-crime. We just need to be aware of it.

Does this mean that I will no longer go to the supermarket? No. I will continue to shop also there and choose what for me, at that particular moment, is the most sustainable product possible. Does this mean that I will no longer buy from large multinationals? No. I’ll try to choose based on many things including my financial availability and type of product.

It means that, when I can, I want to vote with my wallet for the values with which I have chosen to live my life. And in this, unfortunately, there can be no room for those companies that bend them in the name of mere profit.

Le 5R dello zero waste

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Come le interpreto e come le applico alla mia vita

Quante volte le avete sentite nominare? Sono ormai famose, le 5R del movimento zero waste. Punto di partenza per qualsiasi principiante si affacci per la prima volta al mondo rifiuti zero, ma vademecum anche per coloro che sono già abituati a una vita a basso impatto ambientale.

Prima di iniziare, ricordiamoci che molte delle “regole” e delle pratiche che oggi i movimenti zero rifiuti predicano, non sono altro che ciò che le comunità native e i paesi emergenti hanno fatto fino a qualche anno fa, ovvero vivere in perfetta sintonia con l’ambiente circostante.

Fatta questa premessa, ecco quali sono le 5R dello zero waste (sono solo 4R in italiano, più 1C) e qual è il modo in cui le applico nella mia vita a basso impatto ambientale.

Refuse – Rifiuta

Rifiutare è il primo passo verso una vita zero waste, ma a mio parere anche quello più difficile. Non si tratta infatti solo di dire no a una cannuccia, o a una busta di plastica in un negozio: si tratta piuttosto di non portare oggetti superflui all’interno della nostra vita.

Vi ricordate il mio articolo su minimalismo e zero waste? Spesso pensiamo che siano incompatibili, perché vediamo il minimalismo come un qualcosa di estremo.
Io stessa in passato, ho pensato che un minimalista dovesse per forza introudurre rifiuti monouso in casa, per evitare di accumulare, appunto, oggetti. Poi ho capito che il minimalismo non è possedere poco, ma possedere solo ciò che è necessario.
Rifiutare dunque non implica solo il non produrre rifiuti, specialmente se non riciclabili, ma significa soprattutto rifiutare anche il superfluo, tutto ciò che non porta alcun significato alla nostra vita.

Se applichiamo questa regola ogni volta che abiamo la tentazione di comprare qualcosa di nuovo, di consumare nel senso più dispregiativo del termine, avremo già fatto un passo enorme verso una vita low impact e zero waste.

Reduce – Riduci

Dunque, abbiamo affrontato il primo gradino zero waste e abbiamo rifiutato tutto ciò che non è necessario alla nostra vita. Ora dobbiamo capire come possiamo ridurre tutto ciò che invece è necessario.

Abbiamo veramente bisogno di quindici borse di stoffa per andare a fare la spesa? Lo so, quella te l’hanno regalata, quell’altra era in omaggio con l’ordine al negozio sostenibile… in realtà bisognerebbe pesnarci due volte prima di collezionare l’oggetto zero waste per eccellenza.
Infatti, per rendere veramente sostenibile una busta di stoffa, bisognerebbe riutilizzarla almeno 327 volte. Avete capito bene: tenete solo le borse che vi servono.

La borsa di stoffa è solo un esempio: lo stesso discorso si applica a tante cose, dagli utensili della cucina fino ai vestiti. Avere solo ciò che ci serve e che utilizziamo, senza accumulare, fa bene a noi e fa bene all’ambiente. Un altro passo verso una vita zero rifiuti.

Reuse – Riutilizza

Direttamente collegata ai due punti precedenti, la terza R zero waste è quella del riutilizzo. Come dicevamo prima per le borse di stoffa, è necessario che le cose che sono là fuori nel mondo vengano riutilizzate tantissime volte, in modo da sfruttarle fino alla fine del loro ciclo di vita.

Per questo motivo è molto importante comprare di seconda mano, quando possibile: spesso i vestiti sono in ottime condizioni, e possono vivere ancora diversi anni prima di finire in discarica. Io lo ammetto, ho molto da migliorare su questo punto: molto spesso mi frena il fatto che nei negozi secondhand non si trova quasi nulla di nero, che è praticamente il colore base sel mio abbigliamento. Potrei invece prenderlo come opportunità per variare, ma ho troppa paura di portare a casa qualcosa che finirà nel fondo del mio armadio per mesi e mesi.

Recycle – Ricicla

Il penultimo punto, l’utima spiaggia per ogni zero waster esperto: il riciclo. Quante volte abbiamo sentito dire eh ma l’alluminio si ricicla, oppure ancora eh ma la bottiglietta è riciclata, meglio no?

Io troppe.

Il riciclo infatti richiede comunque un dispendio di risorse e di energia (necessaria, appunto, per riciclare il materiale e dargli nuova vita). Dovrebbe essere dunque un metodo utilizzato solo in casi estremi, ovvero quando non siamo riusciti a rifiutare, ridurre, riutilizzare.

E’ vero infatti che ci sono tante aziende che, per esempio, stanno producendo piatti monouso in materiali compostabili o alluminio; però se posso portare la mia gavetta e le posate da casa, non avrò bisogno di cedere a quella che spesso non è altro che una pratica di greenwashing.

Rot – Compost

Rot, ovvero fai il compost. Su questo punto non smetterò mai di ripetere quanto siamo fortunati in Italia. Abbiamo la raccolta differenziata, spesso porta a porta, e gli scarti organici (quello che chiamiamo comunemente umido) non dovrebbero teoricamente finire mai in discarica, ma venire raccolti e trasformati in compost per concimare.

Se siete ormai zero waster vissuti, sapete però che si può anche fare compostaggio in giardino, oppure comprare una piccola compostiera da appartamento. Il compost è utilissimo per concimare le piante in modo naturale e a impatto ambientale ridotto.

Le 5R sono regole sempici che ci permettono di fare la differenza nella vita di tutti i giorni, non solo a parole ma nella pratica. Ognuno di noi le può applicare in modo personalizzato, ma la loro essenza non cambia e sono utilissime quogni qual volta ci sembra di aver smarrito la bussola dela nostra vita zero waste.
E poi, pensateci un attimo. Non abbiamo vissuto così fino a qualche decennio fa?

ENG

The 5R’s of zero waste

How I use them in my life

How many times have you heard of them? They are now famous, the 5Rs of the zero waste movement. A starting point for any beginner who looks out for the first time on the zero waste world, but also for those who are already used to a life with a low environmental impact.

Before starting, let us remember that many of the “rules” and practices that today the zero waste movements preach are nothing more than what native communities and emerging countries have done until a few years ago, that is to live in perfect harmony with surrounding environment. 

Here are the 5Rs of zero waste and how I apply them in my life with low environmental impact. 

Refuse

Refusing is the first step towards a zero-waste life, but in my opinion also the most difficult one. It is not just the act of saying no to a straw or a plastic bag in a shop: it is rather not bringing superfluous objects into our life.

Do you remember my article on minimalism and zero waste? We often think they are incompatible because we see minimalism as something extreme. 
In the past, I thought that a minimalist must necessarily introduce disposable waste at home, to avoid accumulating objects. Then I realized that minimalism is not having a little, but having only what is necessary. Therefore, refusing does not only imply less waste, but it also means to reject things that are not necessary, not meaningful for our life. 

If we apply this rule every time we are tempted to buy something new, to consume in the most derogatory sense of the term, we have already taken a huge step towards a low impact and zero waste life.

Reduce

Alright. We have faced the first zero-waste step and we have rejected everything that is not necessary. Now we need to understand how we can reduce whatever we need to keep in our life.

Do we need fifteen cloth bags to go shopping? I know, that one was gifted, the other one was free with the order to the sustainable shop… actually you should consider it twice before collecting the zero waste item par excellence. 
To make a fabric bag truly sustainable, it should be reused at least 327 times. You got it right: keep only the bags you need.

The cloth bag is just one example: the same applies to many things, from kitchen utensils to clothes. Having only what we need and use, without accumulating, is good for us and good for the environment. Another step towards a zero-waste life.

Reuse

Directly connected to the two previous points, the third R of zero waste is reuse. As we said before for the cloth bags, the things that are out there in the world must be reused many times, to exploit them until the end of their life cycle.

It is very important to buy second-hand whenever possible: often the clothes are in excellent condition, and they can still live several years before ending up in landfills. I admit I have a lot to improve on this point: very often I am held back by the fact that in secondhand stores there is hardly anything black, which is practically the basic color of my wardrobe. I might instead take it as an opportunity to diversify, but I’m too afraid to take home something that will end up in the back of my closet for months on end.

Recycle

The last beach for every zero expert wasters: recycling. How many times have we heard aluminum is recycled, or also bottles are recycled, so it’s good right?

Too many.

But recycling requires a waste of resources and energy (necessary to recycle the material and give it new life). It should therefore be a method used only in extreme cases, that is when we have not been able to refuse, reduce, reuse.

There are many companies that, for example, are producing disposable dishes in compostable materials or aluminum; but if I can bring my inox container and cutlery from home, I won’t need to give in to what is often nothing more than a practice of greenwashing.

Rot

Rot means make compost. On this point, I will never stop repeating how lucky we are in Italy. We have a separate collection for this kind of thrash, often door-to-door, and organic waste should theoretically never end up in landfills, but be collected and transformed into compost for fertilizing.

If you are now zero lived wasters, however, you know that you can also compost in the garden or buy a small composter for the apartment. Compost is very useful for naturally fertilizing plants and with a reduced environmental impact.

The 5Rs are simple rules that allow us to make a difference in everyday life, not just in words but in practice. Each of us can apply them in a personal way, but their essence does not change. They are very useful when it seems that we have lost the compass of our zero waste life. 

And then, think about it for a moment. Didn’t we live like this until a few decades ago?

Zero waste al mare

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Quattro cose che si possono fare, oltre al solito porta-pranzo e borraccia

La mia settimana in Sardegna si è conclusa già da cinque giorni, e ho pensato di scrivere una piccola guida di consigli per vivere il mare e la spiaggia in modo zero waste e sostenibile. Essendo nata e cresciuta vicino al mare, mi rendo conto che ogni anno mi trovo a ripetere cose che per me sono scontate, ma che per tanti turisti non lo sono. E, devo dirlo a malincuore, le mie spiagge preferite, nonostante non siano battute da tante persone, sono sempre più sporche: il mare porta a riva qualsiasi cosa, da bastoncini cotton fioc fino a buste di plastica più o meno grandi.

In realtà questi consigli di zero waste non hanno nulla: sono cose che andrebbero fatte al di là dello stile di vita che ciascuno di noi decide di seguire. Insomma, per lasciare la spiaggia così come l’abbiamo trovata non è necessario racchiudere tutta la nostra mondezza in una piccola jar o fare grandi salti mortali: basta riportare a casa tutte le cose che abbiamo portato in spiaggia.

Di seguito quindi quattro consigli sostenibili e zero waste per affrontare una vacanza, ma anche una sola giornata, in spiaggia. Perché lo so, volete anche voi andare a tuffarvi dopo questo periodo di isolamento e quarantena in città.

Raccogli tutti i rifiuti che hai intorno

Non c’è bisogno di fare grandi chilometri: spesso basta rimanere nell’asciugamano e frugare la sabbia intorno. Raccogliere i rifiuti in spiaggia, soprattutto se si tratta di buste oleose di patatine o pezzi di spazzolino da denti, può essere un’esperienza disgustosa; ma lo è ancora di più lasciare che il mare si porti via tutto.

La plastica è il problema più grande, proprio perché è presente in quantità maggiori rispetto a qualsiasi altro materiale. Il problema infatti non è dato solo dai rifiuti normali, ma anche dalle reti e dagli attrezzi da pesca. Però non dimentichiamoci di raccogliere anche altre tipologie di rifiuti: vetro o alluminio, per esempio, oppure mozziconi di sigaretta – che fanno ancora più schifo.

Sabbia, conchiglie e ricci di mare rimangono dove li hai trovati

Ogni volta mi stupisco di quante persone non sappiano che sia illegale raccogliere sabbia, conchiglie e qualsiasi altra cosa appartenga alla spiaggia. C’è chi vuole riempirne una boccetta (ma per fare cosa?), chi vuole portare a casa un souvenir tirchio (vi segnalo che la Sardegna è piena di artigiani bravissimi e potete scegliere tra orafi, ceramisti, falegnami e tantissime tipologie di souvenir molto più sostenibili). Poi ci sono i furbacchioni che pescano ricci di mare in quantità molto superiori ai limiti di legge, mettendo magari buste di plastica direttamente in acqua per mantenerli “freschi” fino a fine giornata. Loro sì che hanno capito tutto.

Ecco, questa è la categoria di persone che mi fa incazzare in assoluto più di qualsiasi altra cosa. Il fatto che abbiano pagato per andare in vacanza sembra dare il permesso per trattare qualsiasi cosa come se fosse di loro proprietà. Ma il mare e la spiaggia sono un bene di tutti, e portando via i secchielli pieni di conchiglie e di sabbia rosa ci ritroveremo alla fine con gli arenili vuoti.

Ah, non si può fare neanche lo scivolo sulle dune di sabbia. Lo so che è divertente, ma mi pare evidente che non ci sia altrettanto da ridere nel distruggerle con il vostro sedere.

Non far volare via la plastica

Anche questa non mi sembra difficile, eppure ogni anno, puntualmente, mi tocca rincorrere buste di patatine o salvagenti mezzi sgonfi. Il punto è questo: in Sardegna c’è vento. Tanto vento. Immagino che ci sia un po’ ovunque. E il vento porta via le cose, soprattutto se queste cose sono di plastica leggera. Sarebbe dunque buona cosa infilarle in borsa subito dopo averle utilizzate, anziché poggiarle nella sabbia in attesa che arrivino in faccia al vostro vicino di ombrellone.

In generale, sarebbe sempre meglio non portare proprio plastica sulla spiaggia. Se proprio non potete farne a meno, dopo averla utilizzata ci sono gli appositi bidoni per differenziarla. E sì, probabilmente dovrete camminare perché non si può riempire la spiaggia di cestini. E’ il duro prezzo da pagare per esservi mangiati quelle patatine alla paprika sotto il sole delle due del pomeriggio.

Parlare con i vicini di ombrellone

“Che fai?”

Non c’è niente di meglio che comunicare con le persone. Non solo dire, ma anche far vedere cosa stiamo facendo. E’ difficile? Sì. Qualcuno ci guarderà storto e schifato? Sicuramente.
Da quella che è la mia esperienza però. ci saranno sempre quelle due o tre persone che si avvicineranno incuriosite, e che prenderanno coraggio e inizieranno a raccogliere anche loro qualcosa.

Quando siamo riusciti a comunicare, anche solo con uno sguardo, con una sola persona, abbiamo già avuto il nostro piccolo impatto nel mondo.

ENG

Zero waste beach

Four things you can do, in addition to the usual lunch box and bottle

My week in Sardinia has already ended, and I thought of writing a small guide of tips for living the sea and the beach in a zero waste and sustainable way. Being born and raised near the sea, I realize that every year I find myself repeating things that are obvious to me but are not for many tourists. And, I have to say reluctantly, my favorite beaches, although they are not known by many people, are more dirty than ever: the sea brings everything to the shore, from cotton swab sticks to smaller or larger plastic bags.

In reality, these are not “zero waste” tips: they are something that should be done beyond the lifestyle that each of us decides to follow.
Here are four sustainable and zero waste tips for a week or a single day on the beach. Because I know, you also want to go diving after this period of isolation and quarantine in the city.

Collect all the waste around you

There is no need to walk for miles: it is often enough to just stay in your beach towel and look around the sand. Collecting waste on the beach, especially if it is oily bags of chips or pieces of a toothbrush, can be a disgusting experience; but it is even more disgusting to let the water take everything away.

Plastic is the biggest problem, mostly because it is present in larger quantities than any other material. In fact, the problem is not only caused by normal waste, but also by nets and fishing gear. But let’s not forget to also collect other types of waste: glass or aluminum, for example, or cigarette butts – which are even more disgusting.

Sand, shells and other creatures must remain where you found them

Every year I am surprised by how many people don’t know that it is illegal to collect sand, shells, and anything that belongs to the beach. There are tourists who want to fill a bottle (to do what?), others who want to take home a stingy souvenir (I point out that Sardinia is full of very good artists and you can choose between jewelers, potters, carpenters and many other types of more sustainable souvenirs). Then there are the smart tourists who net sea urchins in quantities much higher than the legal limits, perhaps putting them in plastic bags and then directly in the water to keep them “fresh” until the end of the day. They are so smart.

Here, this is the category of people that pisses me off more than anything else. The fact that they paid to go on vacation seems to give permission to treat anything as if it is their property. But the sea and the beach are for everyone and if we continue to take away buckets full of shells and pink sand we will end up with empty beaches.

Oh, you can’t even slide on the sand dunes. I know it’s funny, but it seems clear to me that there isn’t much to laugh when you destroy them with your butt.

Don’t let the plastic fly away

Even this does not seem difficult to me, yet every year I have to chase bags of chips or float toys that are deflated. The point is this: in Sardinia there is wind. A lot of wind. I guess there is a little bit of wind everywhere. And the wind takes things away, especially if these things are made of light plastic. It would, therefore, be a good thing to put them in your bag immediately after using them, instead of placing them in the sand waiting for them to fly right in the face of your umbrella neighbor.

In general, it would always be better not to bring plastic on the beach. If you really can not do without it, after using it there are special bins to differentiate it. And yes, you will probably have to walk because you cannot have bins everywhere on the beach. It’s the hard price to pay for eating those paprika chips under the afternoon sun.

Talk with your umbrella neighbors

“What are you doing?”

There is nothing better than communicating with people. Not only to say something but also to show what we are doing. It’s difficult? Yes. Will anyone look at us crooked and disgusted? Definitely.
From what is my experience though, there will always be those two or three people who will approach you curiously, and who will take courage and begin to collect something too.
When we managed to communicate, even with just one glance, with one person, we already had our little impact on the world.