La tazza da viaggio zero waste

Click here for English version

Oggi vi presento l’oggetto zero waste più maltrattato di sempre sui social, forse secondo solo alle cannucce riutilizzabili: la tazza da viaggio. I post sul tema sono sempre simili: non ne abbiamo veramente bisogno, è una di quelle cose che si comprano sempre e solo per l’estetica e per fare le foto su instragram. Vero? Non proprio.

Stringendo la mia vecchissima tazza, mi sono sempre sentita un po’ offesa da questi pregiudizi. E ora che maldestramente l’ho fatta cadere, rompendo il tappo, il materiale interno isolante e il mio metatarso sinistro, non posso che spendere parole di elogio per questo meraviglioso oggetto.

La tazza da viaggio mi accompagna sempre, per l’appunto, in viaggio. Ma non solo. Quando vado in ufficio a Verona, almeno una volta a settimana, mi porto la colazione da fare in treno. La mia tazza è sempre lì, col cappuccino di soia caldo, o col té verde bollente nel quale pucciare i biscotti. Quando sono andata in Giappone, ho fatto i voli di andata e ritorno senza utilizzare neanche un bicchiere usa e getta, ma semplicemente chiedendo di riempirmi la tazza sia con l’acqua sia con le bibite calde che venivano passate a bordo. Una hostess, notando che continuavo a farmi riempire la stessa tazza, si è complimentata per l’idea.

Questo fine settimana sono andata in montagna. La tazza era lì con me, senza coperchio. Rotta, ma ancora utilizzabile. E’ servita da piatto, da bicchiere e ha riacquisito la sua funzione di tazza per la colazione la mattina dopo. Non tiene più il caldo, ma senza coperchio è ancora più leggera, ed è perfetta per le escursioni. Adesso, quando bevo, il rivestimento interno sfracellato in mille pezzi sembra uno scroscio di campanelli.

La trovo più versatile della borraccia e a volte la uso anche da sola, soprattutto se vado da qualche parte dove ho facile accesso a un rubinetto, a una fontanella o mi voglio muovere con una borsa molto leggera. Per questo ho cercato di informarmi in giro il più possibile per trovare un degno sostituto.

Ciò che cercavo è una tazza leggera, ermetica, possibilmente prodotta da azienda sostenibile. Volevo insomma qualcosa che si adattasse alle mie esigenze ma che potesse durarmi molto tempo.
Alla fine mi sono convinta, e la scelta è ricaduta sul marchio che ormai conoscerete tutti, 24 Bottles.

Al di là dell’estetica e della funzionalità delle bottiglie – mia cugina Giulia ne ha ricevuto una in regalo per il suo compleanno, ed è una bomba – quello che mi ha convinto di più è stato l’impegno per la sostenibilità. Le emissioni di CO2 vengono infatti compensate tramite alberi che vengono piantati per assorbire l’impatto della produzione e della spedizione delle bottiglie. Inoltre, l’azienda è italiana ed è certificata come B-Corp.

Insomma, la tazza per il mio stile di vita non è un oggetto superfluo. Così come non lo è nessun oggetto che vi aiuti nella vostra vita a basso impatto ambientale. Col tempo infatti ho imparato che non esistono oggetti superflui per se. No, neppure i kit zero waste e le cannucce in acciaio.
Per chi si approccia per la prima volta all’ecologia e a uno stile di vita senza plastica, è fondamentale capire quali sono le cose che si possono cambiare più facilmente. E’ facile per noi che ci siamo dentro da anni, guardare indietro e dire che forse quell’acquisto non ci è tornato tanto utile. Per una persona che sta cercando di cambiare le proprie abitudini, discorsi di questo tipo potrebbero scoraggiare ancora di più.

Vivere una vita a basso impatto ambientale non significa dover rinunciare a tutto. Neanche essere minimalisti significa rinunciare a tutto, ma solo a quello di cui potete fare a meno. Essere consapevoli nelle scelte e negli acquisti significa portare a casa solamente ciò che ci serve veramente, ciò che utilizzeremo e ciò che ci facilita le giornate. Essere zero waste non significa sacrificare ogni singolo aspetto della vostra vita: significa fare scelte consapevoli.

ENG

Zero waste travel mug

Today I will talk about the most persecuted zero-waste object of all time on social media, perhaps second only to reusable straws: the travel mug. The posts on the topic are always similar: we don’t really need it, it’s one of those things that you always buy only for aesthetics and to take photos on Instagram. True? Not exactly.

Holding my very old cup, I always felt a little offended by these prejudices. And now that I have clumsily dropped it, breaking the cap, the insulating internal material, and my left metatarsal, I can only spend words of praise for this wonderful object.

The travel mug always follows me, precisely, on the road. But not only. When I go to the office in Verona, at least once a week, I bring breakfast to take on the train. My cup is always there, with hot soy cappuccino, or with boiling green tea in which I soak cookies. When I went to Japan, I made two flights without using a single disposable cup, but simply asking to fill my cup with both water and hot drinks that were passed on board. One hostess, noting that I kept getting the same cup filled, congratulated me on the idea. Still proud of that. 

I went hiking this weekend. The cup was there with me, without its lid. Broken, but still usable. It served as a plate, a glass, and regained its function as a cup for breakfast the next morning. It no longer keeps the heat, but without a lid, it is even lighter and is perfect for hiking. Now, when I drink, the inner lining smashed into a thousand pieces sounds like a burst of bells.

I find it more versatile than a bottle and sometimes I use it alone, especially if I go somewhere where I have easy access to tap water, a fountain or if I want to move with a very light bag. This is why I tried to find out as much as possible to find a worthy replacement.

What I was looking for is a light, insulated mug, possibly produced by a sustainable company. In short, I wanted something that suited my needs but that could last me a long time. 

In the end, I was convinced, and the choice fell on the brand that you will all know by now, the italian 24 Bottles.

Beyond the aesthetics and functionality of the bottles – my cousin Giulia received one as a gift for her birthday, and it’s a game changer – what convinced me most was the commitment of the company to sustainability. The CO2 emissions are in fact compensated by trees that are planted to absorb the impact of the production and shipment of the bottles. In addition, the company is Italian and is certified as B-Corp.

In short, the cup for my lifestyle is not a superfluous object. Just as no object that helps you in your environmentally friendly life is. Over time, in fact, I learned that there are no superfluous objects per se. No, not even zero waste kits and steel straws

For those who approach ecology and a plastic-free lifestyle for the first time, it is essential to understand what are the things that can be changed more easily. It is easy for us who have been in it for years, to look back and say that perhaps that purchase has not been so useful to us. For a person who is trying to change their habits, such speeches could discourage even more.

Living life with low environmental impact does not mean having to give up everything. Not even being minimalist means giving up everything, but only the stuff you can live without. Being aware of choices and purchases means taking home only what we really need, what we will use, and what makes our days easier. Being zero waste does not mean sacrificing every single aspect of your life: it means making informed choices.

Canali

Click here for English version

L’aperitivo a Venezia è sacro. E’ sedersi per terra dando le spalle al bacaro, col bicchiere di vino in mano e un cicchetto nell’altra, possibilmente fritto, possibilmente una mozzarella in carrozza senza l’acciuga.

Anche stavolta è così. Venezia è quasi vuota, o meglio, stavolta i turisti sono locali e si sente parlare veneziano, chiaro e forte, voci che per qualche giorno non sono più sovrastate da altre. E’ come se la città respirasse per la prima volta, dopo anni e anni in apnea, soffocata dalla stessa ricchezza che ricerca in ogni singolo angolo. Borse, occhiali, vetro di Murano, calamite, gelati, frittelle, maschere. Tutto il superfluo appare improvvisamente nella sua assoluta inutilità.

Il vino è sempre lo stesso, i canali sono sempre gli stessi. Le mie gambe sono più chiare, il sole brucia, la mascherina mi pende dall’orecchio destro, so già che prima o poi la perderò. Il prosecco è fresco e il bicchiere trasuda leggermente. Se non fosse per un piccolo granchio che si muove sul gradino, proprio sotto i miei piedi, il canale sembrerebbe privo di vita, animato solo da barche di ragazzi che passano con la musica ad alto volume.

Lascio che il sole mi riscaldi la faccia per un attimo, pensando che forse, nella vita, certe cose non ti ricapiteranno mai più.

ENG

Canals

Aperitivo (=when you drink before dinner, usually with friends) in Venice is sacred. It means sitting on the ground outside the bacaro with a glass of wine in one hand and a cicchetto (finger food) in the other, possibly something fried, possibly a mozzarella in carrozza without anchovy.

Again, this is the case. Venice is almost empty after Covid19, this time the tourists are local and you can hear Venetian speaking, clear and strong, voices that for a few days are no longer dominated by others. It seems that the city is breathing for the first time, after years and years in apnea, suffocated by the same wealth that it seeks in every single corner. Bags, glasses, Murano glass, magnets, ice cream, food, masks. All the superfluous appears suddenly in its absolute uselessness.

The wine is always the same, the channels are always the same. My legs are pale, the sun is burning, the face mask hangs from my right ear, I already know that sooner or later I will lose it. The prosecco is fresh and the glass sweats slightly. If it weren’t for a small crab moving on the step, right under my feet, the canal would seem lifeless, animated only by boats of kids who pass by with loud music.

I let the sun warm my face for a moment, thinking that perhaps in life certain things will never happen to you again. 

Quando tornerò a viaggiare

Click here for English version

Sarebbe stata forse la Corea? O alla fine avremmo deciso di tornare in Giappone? Una settimana in Sardegna sicuramente a Luglio, ma poi ad Agosto?
Abituata com’ero a dare tutto per scontato, mi ritrovo a pensare a cosa potrò fare in futuro, a quello che ancora non ho organizzato, alle cose che mi sto perdendo, ai viaggi che ho fatto in passato.

Quando il Coronavirus era ancora qualcosa di lontano, in Europa c’erano pochissimi casi registrati e nessuno si aspettava la catastrofe, mi trovavo a Parigi. Faceva freddo, la vita proseguiva lenta tra aperitivi improvvisati con amici che non vedevo da una vita e le file lunghissime nei musei.
Adesso passeggio per Milano e mi ritrovo a fantasticare su cosa sarà.

Quando tornerò a viaggiare non avrò più paura di nuotare anche dove non tocco e non vedo il fondale. Arriverò in spiaggia presto, quella spiaggia che conosco come le mie tasche e che mi vede da quando sono bambina, e ci starò fino all’ora dell’aperitivo, che è l’ora migliore per godersi il mare.

Quando tornerò a viaggiare non avrò più paura di parlare tedesco con il cameriere anche se non l’ho mai imparato così bene, e non avrò paura di chiedergli mille volte di ripetere. Prenderò una birra, dei bretzel, le patate piene di burro, e tutte queste cose insieme nello stesso pranzo.

Quando tornerò a viaggiare non mi lamenterò più della puzza dei canali e dei gondolieri che cantano. Mangerò una frittella calda con cioccolato se è febbraio, un gelato se è agosto, prenderò un cicchetto in ogni singolo bacaro che troverò sulla strada.

Quando tornerò a viaggiare non mi importerà più del dolore della camminata sotto il Fushimi Inari Taisha. Conterò ogni singolo tori, arrivando fino in cima senza sentire la stanchezza. Non ci sarà nessuna ipoglicemia perché mangerò quegli orrendi crackers agrodolci che si sono sbriciolati nel fondo dello zaino, e poi se avrò ancora fame prenderò una ciotola grandissima di ramen, dopo aver chiesto per mille volte consecutive se sia vegetariano o meno.

Quando tornerò a viaggiare mangerò così tanto Skyr e mi avvicinerò a ogni singola cascata. Non avrò paura di perdermi nei campi di lava, di dormire in macchina, di passare la notte in sacco a pelo mentre fuori il vento dal nord ghiaccia la tenda. Fare la doccia inserendo una monetina nel bagno comune, vedere un ghiacciaio dal vivo, salutare le foche finché non scompaiono dalla mia vista.

Momenti come questo ci mettono a nudo. Rivelano chi siamo, cosa vogliamo. Il nostro pensiero corre sempre verso le cose alle quali non possiamo sfuggire. Così mi ritrovo a programmare, a pensare a quando potrò comprare il prossimo biglietto aereo, a camminare sui pensieri leggeri.

Sarebbe stata forse la Corea? O avremmo deciso di tornare in Giappone?

Non so definire la parola felicità. Ovvero: non so che sia la felicità. Credo di avere sperimentato momenti di gioia intensa, da battermi i pugni sul petto, al sole, alla pioggia o al coperto, urlando (a volte vorrei farlo e non si può, sarebbe giudicato segno di disturbo mentale) o da credere di camminare sulle nuvole o da sentire l’anima farsi leggera e volare alta fino a Dio (è capitato di rado). È la felicità? Così breve? Così poca?

(Passavamo sulla terra leggeri – Sergio Atzeni)
ENG

When I will travel again

Would it have been Korea? Or would we have decided to return to Japan in the end? A safe week in Sardinia, but then in August?
Used as I was to take everything for granted, I found myself thinking about what I will be able to do in the future, what I have not yet organized, the things I am missing, the travels I have made in the past.

When Coronavirus was still something far away, there were very few recorded cases in Europe and nobody expected the catastrophe, I was in Paris. It was cold, life went on slowly between improvised aperitifs with friends I hadn’t seen in a lifetime and long lines in museums.
Now I walk around Milan and I find myself fantasizing about what it will be.

When I will travel again, I will no longer be afraid to swim even where I do not touch with my feet. I will arrive on the beach soon, that beach that I know as my pockets and that has seen me since I was a child, and I will stay there until the golden hour, which is the best time to enjoy the sea.

When I will travel again, I will no longer be afraid to speak German with the waiter even though I have never learned it so well, and I will not be afraid to ask him a thousand times to repeat. I’ll have a beer, some pretzels, potatoes full of butter, and all these things together in the same lunch.

When I will travel again, I will no longer complain about the stench of the canals and gondoliers singing. I will eat a hot pancake with chocolate if it is February, ice cream if it is August, I will take a shot in every single bar that I will find on the road.

When I will travel again, I will no longer care about the pain of walking under the Fushimi Inari Taisha. I will count every single tori, reaching the top without feeling tired. There will be no hypoglycemia because I will eat those horrible bittersweet crackers that have crumbled in the bottom of my backpack, and then if I will be still hungry I will take a very large bowl of ramen, after asking a thousand times in a row whether it is vegetarian or not.

When I will travel again, I will eat so much Skyr and get close to every single waterfall. I won’t be afraid of getting lost in the lava fields, of sleeping in the car, of spending the night in a sleeping bag while outside the wind from the north freezes our tent. Take a shower by inserting a coin in the common bathroom, see a glacier before’s too late, greet the seals until they disappear from my sight.

Moments like this lay us bare. They reveal who we are, what we want. Our thoughts always run towards the things we cannot escape from. So I find myself planning, thinking about when I can buy the next plane ticket, walking on light thoughts.

Would it have been Korea? Or would we have decided to go back to Japan?