Ci siamo evoluti camminando: due libri sulla nostra vita bipede

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Il corpo dell’Antropocene. Come il mondo che abbiamo creato ci sta cambiando, di Vybarr Cregan-Reid

In inglese: Primate Change: How the World We Made is Remaking Us

Come siamo nati, e come ci siamo evoluti in quanto specie umana? Il nostro corpo, è sempre stato così, o si è adattato durante la nostra vita di uomini sulla terra? E come cambierà nel futuro?

Se vi interessano queste domande, dovete assolutamente leggere il libro di Cregan-Reid, professore di Environmental Humanities (sì, è una disciplina che esiste). È un libro che parte dall’evoluzione dei cordati, fino a noi. Ripercorre le nostre migrazioni, le nostre abitudini in quanto Homo Sapiens. E come stiamo cambiando nel corso del tempo.

GIà dal titolo capiamo dove il libro ci vuole portare: il mondo che abbiamo creato ci sta cambiando. In particolar modo il nostro nuovo modo di lavorare, sedentario per la gran parte della giornata e completamente all’interno di edifici chiusi, non è compatibile con il nostro corpo, che si è evoluto invece durante secoli in cui siamo stati cacciatori-raccoglitori.

Se come me fate un lavoro d’ufficio, vi sarete resi conto di quanto siano comuni problemi e dolori, soprattutto alla schiena. Non camminiamo più: non siamo più abituati a percorrere lunghe distanze, e non alterniamo mai l’attività sedentaria con dei momenti di camminata e nei quali stiamo in postura eretta. In più, spendiamo gran parte del nostro tempo in casa e in ufficio. Non era mai successo da quando eravamo comparsi sulla terra.

[P]erhaps we might consider renaming our species? Homo Sapiens Ineptus: human, smart, but not really compatible with the abundance of knowledge, food and comfort in our environment.

Tutto il nostro corpo è influenzato da questo cambiamento: il capitolo che mi è piaciuto di più è quello che parla della mano umana, della sua unicità in tutto il regno animale e dei problemi sempre più frequenti causati da smartphone e pc.

C’è una discrepanza, insomma, tra il modo in cui il nostro corpo dovrebbe essere usato, e il modo in cui invece viviamo. E cosa c’entra il camminare con tutto ciò? Non siamo più abituati né spinti dall’architettura delle nostre città a farlo. Andiamo in palestra un’ora al giorno, convinti che basti, ma in realtà l’attività non è funzionale a ciò che serve al nostro corpo: camminare lunghe distanze.

Perché non lo facciamo più? Perché siamo inseriti in un ambiente lavorativo che non ce lo permette. Ci manca il tempo, le città non hanno i luoghi per farlo e il nostro stile di vita non ci fornisce le circostanze per cambiare. Per far fronte a problemi di salute sempre maggiori dovremmo ripensare radicalmente tutta la nostra economia.

Conoscete forse qualche altro ambito che ne gioverebbe?

Camminare può cambiarci la vita, di Shane O’Mara

In inglese: In Praise of Walking

O’Mara parte da una domanda diversa: cosa ci rende umani? Cosa ci differenzia da tutti gli altri esseri viventi?

Le prime cose che ci vengono in mente sono sicuramente il linguaggio, l’utilizzo degli utensili, la cultura e la creatività. Solo di rado pensiamo alla nostra capacità di stare in posizione eretta e camminare.

Camminare lunghe distanze ha sempre fatto parte della nostra storia in quanto esseri umani: ci ha permesso di uscire dalla Rift Valley e di spostarci dall’Africa nel giro di pochissime generazioni, raggiungendo tutto il mondo; ci ha permesso di sviluppare la nostra intelligenza e un cervello sempre più complesso.

Eppure camminare è tutt’altro che semplice: abbiamo bisogno di equilibrio, dei cinque sensi e di senso dell’orientamento. Abbiamo bisogno, insomma, di mappe cognitive che ci permettano di orientarci grazie all’elaborazione delle informazioni che provengono dal mondo esterno. In più, camminare è un’azione ritmica, che si estende al gruppo tramite coordinazione (pensate a quando camminate fianco a fianco con una vostra amica o con un gruppo di persone).

Camminare viene definito da O’Mara Un balsamo per il corpo e il cervello.

Stando a un recente studio […], la mancanza di esercizio causa addirittura un cambiamento di personalità, e con questo intendo in peggio. In generale, livelli più bassi di attività fisica sono associati a mutamenti in tre dei «Big Five» (i cinque grandi tratti della personalità: apertura mentale, coscienziosità, estroversione, amicalità e stabilità emotiva), e per l’esattezza a una diminuzione dell’apertura mentale, dell’estroversione e dell’amicalità […].

Sembra che camminare possa avere un effetto su forme lievi di depressione e in generale sull’umore. Dal punto di vista di O’Mara, che è un neuroscienziato, gli studi puntano proprio in questo senso: camminare ha effetto sul cervello e, oltre ad aiutare la memoria, è una buona “terapia” anche per disturbi legati ad ansia e nervosismo. Ancora gli studi non hanno fatto luce su quali siano i rapporti tra camminare e salute mentale, ma sembra proprio che puntino verso questa direzione.

Camminare mi dà la libertà di riflettere, di avere un dialogo silenzioso con me stesso riguardo ai problemi da risolvere. Magari si tratta di questioni prosaiche, ma che comunque per me contano.

Gli ultimi tre libri che ho letto sull’argomento camminare citano Thoreau (il primo lo trovate in questo post). Quando le gambe si muovono, i pensieri cominciano a fluire. E non è il solo: numerosi poeti e filosofi avevano già scoperto questa relazione, e usavano il camminare come strumento prima della scrittura e prima della formulazione dei loro pensieri.

Non sappiamo ancora quale sia la correlazione esatta tra creatività e l’azione motoria del camminare. Sappiamo però che lunghe passeggiate permettono alla mente di vagare, di generare qualcosa di nuovo, intenso, originale. Ci permettono di essere più creativi.

Dopo aver letto questi libri mi rendo conto che le mie camminate hanno assunto una luce diversa: ora cammino per riflettere, anche se non ho una meta. Lo prescrivo a me stessa nelle giornate di lavoro, prima di iniziare a scrivere, o anche solo quando sento che il mio corpo lo richiede. Camminare, come ci ha ricordato Gros, è molto più di un semplice passatempo: è una parte fondante del pensiero filosofico. Come ci ha ricordato Vybarr-Redd, dobbiamo impegnarci nel farlo tutti i giorni, in modo che giovi al nostro corpo, evolutosi per percorrere grandi distanze. E infine, come ha sottolineato O’Mara, ci permette di essere più lucidi e creativi, dandoci sempre nuovi stimoli.

ENG

We evolved walking: two books about our bipedal life

Primate Change: How the World We Made is Remaking Us by Vybarr Cregan-Reid

How were we born, and how did we evolve as a human species? Has our body always been like this, or has it adapted during our life as men on earth? And how will it change in the future?

If you are interested in these questions, you should definitely read Cregan-Reid’s book. He is a professor of Environmental Humanities (yes, it is a discipline that exists). It is a book that starts from the evolution of the chordates, up to us. It traces our migrations, our habits as Homo Sapiens. And how we are changing over time.

Starting with the title, we understand where the book wants to take us: the world we have created is changing us. In particular, our new way of working, sedentary for most of the day and completely inside closed buildings, is not compatible with our body, which has evolved during the centuries in which we have been hunter-gatherers.

If you work in an office like me, you will have realized how common health problems and pains are, especially in the back. We no longer walk: we are no longer used to walking long distances, and we never alternate sedentary activity with moments of walking and in which we are in an upright posture. Also, we spend most of our time at home and in the office. It had never happened since we first appeared on earth.

[P]erhaps we might consider renaming our species? Homo Sapiens Ineptus: human, smart, but not compatible with the abundance of knowledge, food, and comfort in our environment.

(translation is mine)

Our whole body is affected by this change: the chapter I liked the most is the one that talks about the human hand, its uniqueness in the whole animal kingdom, and the increasingly frequent problems caused by smartphones and PCs.

There is a discrepancy, in short, between the way our body should be used, and the way we live. And what does walking have to do with all this? We are no longer used to or pushed by the architecture of our cities to do so. We go to the gym an hour a day, convinced that it is enough, but in reality, the activity is not functional to what our body needs: walking long distances.

Why don’t we do it anymore? Because we are placed in a work environment that does not allow it. We lack time, cities don’t have the places to do it, and our lifestyle doesn’t provide us with the circumstances to change. To cope with increasing health problems, we need to radically rethink our entire economy.

Do you know any other topic that would benefit from walking?

In Praise of Walking by Shane O’Mara

O’Mara starts with a different question: what do we think humans are? What differentiates us from all other living beings?
The first things that come to mind are certainly the language, the use of tools, culture, and creativity. We rarely think about our ability to stand and walk.

Walking long distances has always been a part of our history as human beings: it has allowed us to leave the Rift Valley and move from Africa within a few generations, reaching the whole world; it allowed us to develop our intelligence and an increasingly complex brain.

Yet walking is anything but simple: we need balance, all of five senses, and a sense of orientation. In short, we need cognitive maps that allow us to orient ourselves thanks to the processing of information that comes from the outside world. Also, walking is a rhythmic action, which extends to the group through coordination (think about walking side by side with a friend or a group of people).

Walking is defined by O’Mara as a balm for the body and the brain.

According to a recent study […], lack of exercise even causes a personality change, and by that, I mean for the worse. In general, lower levels of physical activity are associated with changes in three of the ‘Big Five’ (the five great personality traits: open-mindedness, conscientiousness, extroversion, friendliness, and emotional stability), and to be exact with a decrease in personality. ‘openness of mind, extroversion and friendliness […].

(translation is mine)

It appears that walking can have an effect on mild depression and mood in general. For O’Mara, who is a neuroscientist, the studies point precisely in this sense: walking affects the brain and, in addition to helping memory, is also a good “therapy” for disorders related to anxiety and anger. Studies have not yet shed light on what the relationships between walking and mental health are, but they seem to point in this direction. It appears that walking can have an effect on mild depression and mood in general. 

Walking gives me the freedom to think, to have a silent dialogue with myself about the problems to be solved. Maybe these are prosaic issues, but they still matter to me.

(translation is mine)

The last three books I’ve read on the subject of walking mention Thoreau (you can find the first book in this post). When the legs move, thoughts begin to flow. And he’s not alone: many poets and philosophers had already discovered this relationship and used walking as a tool before writing and before formulating their thoughts.

We do not yet know what the correlation between creativity and the motor action of walking is. However, we know that long walks allow the mind to wander, to generate something new, intense, original.

After reading these books, I realize that my walks have taken on a different light: now I walk to reflect, even if I have no goal. I prescribe it to myself on workdays, before I start writing, or even just when I feel my body demands it. Walking, as Gros reminded us, is much more than a simple pastime: it is a fundamental part of philosophical thought. As Vybarr-Redd reminded us, we must commit to doing it every day, so that it benefits our body, which has evolved to travel great distances. And finally, as O’Mara pointed out, it allows us to be more lucid and creative, always giving us new stimuli.

Due libri di Frédéric Gros

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Andare a piedi. Filosofia del camminare

Qualche mese fa ho regalato Andare a Piedi. Filosofia del camminare a Nico. Lui prende molto sul serio il camminare. Gli piace la fatica, gli piace la montagna, gli piace sudare e raggiungere la meta. Camminare, per lui, è molto più che mettere un piede di fronte all’altro.

Peccato che con le letture non vada veloce come sulle Dolomiti. Per questo mi ha stupito quando in una settimana ha terminato questo libro di Frédéric Gros, filosofo e camminatore.
I diversi filosofi raccontati tramite le loro passeggiate sono intervallati da riflessioni sulla marcia. Marciare con lentezza, a contatto con la natura, seguendo la lezione di Henry David Thoreau. Camminare con foga, da un luogo all’altro, con rabbia, alla ricerca di qualcosa che non troveremo mai, proprio come Arthur Rimbaud. Danzare con ritmi dionisiaci, facendo coincidere marcia e pensiero, fino alla follia estrema, così come ha fatto Friedrich Nietzsche.

Camminare non è banale. Accende la fantasia, ci costringe a stare col flusso dei nostri pensieri, con i passi che creano e ricreano storie, scene che procedono l’una dopo l’altra nella nostra mente. Non è uno sport, non è una competizione, non ci sono gare.Camminare diventa un luogo dove possiamo stare con noi stessi, dove possiamo discorrere o lasciare che il silenzio prenda tutto lo spazio della nostra testa.

Si accorse subito che era un uomo che procedeva a grande velocità. I suoi compagni di strada le disseroche era un Lung-gom-pa, e che non si doveva assolutamente parlargli né interrompere la sua marcia, perché era in condizione estatica e svegliarlo avrebbe potuto ucciderlo. Lo videro passare, impassibile, gli occhi aperti, senza correre, ma innalzandosi a ogni passo, come una stoffa leggera sollevata dal vento.

Andare a piedi

Disobbedire

Subito dopo ho comprato Disobbedire, un libro più filosofico, nel senso vero e proprio del termine. “Il problema non è la disobbedienza, ma l’obbedienza”: da qui parte la riflessione su cosa significa obbedire, cosa significa ribellarsi, e perché ora più che mai è necessario capire quanto sia importante la disobbedienza.

Gros chiama in causa i grandi filosofi e filosofe come Kant e Arendt per approfondire le tematiche legate al tema, fino a ricollegarsi all’obiezione in Thoreau e alla Repubblica di Platone.

Guardiamoci intorno: tante cose non vanno. Prendiamo il nostro settore specifico: il nostro rapporto con la natura, così come è oggi, non va.

Perché dunque non disobbediamo? Perché pochissime persone cercano di cambiare le cose?
Perché si percepisce il costo della disobbedienza come insostenibile, soprattutto in una società come la nostra, basata sui giudizi di altri.

Il capitalismo di massa produce comportamenti standard sommergendo gli individui di una cultura zuccherosa, uniformando le modalità di consumo, normalizzando i desideri. Ciascuno si sente veramente se stesso, riuscito, integrato, democratico, nel momento in cui possiede e può esibire ciò che è commercialmente costituito come oggetto del desiderio di tutti […]

Disobbedire

Nella disobbedienza è insita la responsabilità. Ma la responsabilità non è una faccenda di gruppo. “Il soggetto della responsabilità sono io in quanto non sono gli altri”: la responsabilità è soggettiva, è il rifiuto di essere uno tra tanti. La responsabilità è nel momento presente, nella mia decisione di agire piuttosto che non farlo. Sono io responsabile di ciò che mi accade, qui e ora.

Disobbedisco perché sono responsabile della mia esistenza. Perché le mie scelte mi fanno essere chi sono nel momento presente. Scelgo la libertà di andare oltre e di “non essere una sempllice onda nel mare”. Obbedisco a me stesso. Disobbedisco per ricercare la verità.

ENG

Two books by Frédéric Gros

A Philosophy of Walking

A few months ago I gifted Nico this book: A Philosophy of Walking. He takes walking very seriously. He likes to walk, he likes making a lot of effort, he likes the mountains, he likes to sweat and reach his goal. For him, walking is much more than putting one foot in front of the other.

Too bad that with the readings he doesn’t go as fast as in the Dolomites. This is why I was amazed when in a week he finished this book by Frédéric Gros, philosopher, and walker. 

Here, Gros tell amazing stories about philosophers who walked for all their life. Walking slowly, in contact with nature, following the lesson of Henry David Thoreau. Walking with enthusiasm, from place to place, in anger, in search of something he will never find, just like Arthur Rimbaud. Dancing with Dionysian rhythms, making march and thought to coincide, to the point of extreme madness, as did Friedrich Nietzsche.

Walking is not easy. It lights the imagination, it forces us to stay with the flow of our thoughts, with the steps that create and recreate stories, scenes that proceed one after the other in our mind. It is not a sport, it is not a competition, there are no rules. Walking becomes a place where we can be with ourselves, where we can talk or let silence take up all the space of our heads.

He immediately realized that it was a man who was moving at great speed. His traveling companions told him that he was a Lung-gom-pa, and that you absolutely shouldn’t talk to him or interrupt his march, because he was in an ecstatic condition and waking him up could have killed him. They saw him pass, impassive, eyes open, without running, but rising with each step, like a light cloth lifted by the wind.

(my translation from the italian version)

Disobey: a Philosophy of Resistance

Soon after, I bought Disobey!, a more philosophical book in the proper sense of the term. “The problem is not disobedience, but obedience”: hence the reflection on what it means to obey, what it means to rebel, and why now more than ever it is necessary to understand how important disobedience is.

Gros calls into question great milestones such as Kant and Arendt to deepen the issues related to the theme, to the point of reconnecting to the objection in Thoreau and Plato’s Republic.

Let’s look around: many things are wrong. Let’s take my specific area of expertise: our relationship with nature, as it is today, is not right.
So why don’t we disobey? Why are so few people trying to change things?
Because the cost of disobedience is perceived as unsustainable, especially in a society like ours, based on the judgments of others.

Mass capitalism produces standard behaviors by submerging individuals in a sugarcoated culture, by standardizing the ways of consumption, by normalizing desires. Each one truly feels, successful, integrated, democratic at the moment in which he possesses and can exhibit what is commercially constituted as the object of everyone’s desire […].

(my translation from the italian version)

Responsibility is inherent in disobedience. But responsibility is not a group affair. “The subject of responsibility is me as I am not the others”: responsibility is subjective, it is the refusal to be just one among many. The responsibility is in the present moment, in my decision to act rather than not. I am responsible for what happens to me, here and now.

I disobey because I am responsible for my existence. Because my choices make me who I am in the present moment. I choose the freedom to go further and “not be a simple wave in the sea”. I obey myself. I disobey to seek the truth.

Come fai a leggere così tanto?

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Sono sempre stata una di quelle persone che annualmente, quando escono le statistiche sul numero di lettori in italia, vegono definite lettrici forti. I cinque libri che vengono presi come unità di misura solitamente li leggo in meno di un mese (a meno che non sia Infinite Jest) e se ci fosse una maratona di letture probabilmente arriverei tra i primi dieci.

Leggo tanto nonostante tutto. Nonostante abbia fatto l’università, nonostante faccia un lavoro full time, nonostante gli articoli sul blog, nonostante vada in palestra. Elenco tutti questi nonostante perché una delle cose che sento dire più spesso è che per leggere ci vuole tempo, e il tempo è la cosa che più ci manca.

Beh, permettetemi di smentire quest’affermazione. Il tempo c’è: siamo solo poco abituati a ritagliarcelo. Ecco quindi cinque cose che faccio e che mi permettono di leggere tanto, tutti i giorni.

1. Ogni volta che posso, leggo

Anche solo per cinque minuti. Cerco di non buttare mai via i ritagli di tempo e di non far volar via i tempi morti inutilmente. Ho sempre un libro in borsa, e leggo ogni volta che posso. Qualche esempio? La mattina, mentre aspetto che si riscaldi l’acqua del tè, leggo. In fila dal medico, leggo. In bagno, leggo. Appena finito lavoro, prima di dedicarmi a qualsiasi altra attività, leggo. Mentre cucino leggo.

Ok, mi rendo conto che può sembrare un incubo. In realtà non è così male, perché è come se mi stessi riprendendo tutto il tempo che le incombenze della giornata cercano di portarmi via.

2. Leggo libri (di qualità) che mi piacciono

Dopo un po’ un lettore impara a capire se un libro fa per lui. E’ una questione di istinto. Impara a riconoscere a naso un autore con cui può esserci feeling, e impara a sviluppare una sorta di campanello d’allarme verso i libri di merda.

Trovo inoltre che i libri di merda, che possono sembrare a prima vista molto fruibili, in realtà siano respingenti. Chi ha voglia di leggere un diario in prima persona? O una storia d’amore che tutti sappiamo come andrà a finire? Personalmente, io no. E credo che nessuno voglia leggere qualcosa di scritto male, con punteggiatura scollegata e trama inesistente. Quindi, uno dei segreti per riuscire a diventare un lettore forte è scegliere cose che ci piacciono, ma sceglierle bene.

3. Passo da cartaceo a ebook e viceversa

Se leggessi solo libri cartacei probabilmente la mia schiena sarebbe a pezzi (oltre che chiaramente ricurva come è già). Cerco di portare sempre un libro con me, ma se ho già tante cose in borsa prendo il lettore ebook. E’ comodo, ci stanno tanti libri, è adatto soprattutto a chi viaggia tanto.

Non riesco però a staccarmi dal cartaceo, che su di me ha sempre quel fascino indescrivibile. La mia giornata perfetta è sdraiata sul divano, con un libro (preferibilmente lungo) in mano, a leggere fino a quando non mi viene fame.

4. Priorità alla lettura

Ci sono tante cose che potrei fare nel mio tempo libero. Giocare ad Animal Crossing, andare in palestra, fare una passeggiata, scrollare instagram, cucinare e molto altro. Ho citato queste cose perché sono tutte cose che faccio, quotidianamente. La priorità però è sempre il segnalibro che mi aspetta tra le pagine.

Dare priorità alla lettura non significa non fare altro. Significa fare anche altro. Quante volte riempiamo il nostro tempo con i social, solo perché non sappiamo cosa fare? Quante volte giochiamo sul telefono, annoiati, solo per spegnere il cervello?

La lettura è bella perché il tempo scorre, ma il cervello non si spegne mai.

5. Mi concentro su ciò che sto facendo

Questo è il consiglio più difficile, che probabilmente verrà dopo tanta pratica. Cercare di concentrarsi pienamente su ciò che si sta facendo. Per quanto riguarda la lettura, è ancora più difficile, in un mondo di schermi e suoni di messaggi.

Quando leggo, cerco di immergermi il più possibile in ciò che sto leggendo. Sia questo un saggio, sia questo un romanzo. Dedicare completa attenzione a ciò che abbiamo di fronte è il regalo più grande che possiamo fare a noi stessi. Esserci, nel momento presente, e allo stesso tempo volare con la mente, ragionare e rispecchiarci su storie scritte da altri, che sembrano fatte apposta per noi. Vi è mai successo? E’ la sensazione più bella del mondo.

ENG

How do you read so much?

I have always been one of those people who every year when the statistics on the number of readers in Italy come out, are defined as strong readers. The five books that are taken as a unit of measurement I usually read in less than a month (unless it’s Infinite Jest) and if there was a marathon of reading I’d probably make it into the top ten.

I read a lot despite everything. Despite having done college, despite having a full-time job, despite blog posts, despite going to the gym. I list all of these though because one of the things I hear most often is that reading takes time, and time is the thing we miss most.

Well, let me disprove this claim. There is plenty of time: we are only a little used to cutting it out for ourselves. So here are five things I do and that allows me to read a lot, every day.

1. I read whenever and wherever I can

Even for just five minutes, I read. I try never to throw away the scraps of time and not to blow away the dead time unnecessarily. I always have a book in my bag, and I read whenever I can. A few examples? In the morning, while I wait for the water to heat up for my tea, I read. In the queue to the doctor, I read. In the bathroom, I read. As soon as I finish work, before dedicating myself to any other activity, I read. While I cook, I read.

Okay, I realize this may sound like a nightmare. It’s actually not that bad, because it’s like I’m taking back all the time that the chores of the day try to take away.

2. I read (quality) books that I like

After a while, a reader learns to guess if a book is for her. It is a matter of instinct. Learn to recognize an author with whom there may be a connection, and learn to develop a kind of alarm bell towards the shitty books.

I also find that shitty books, which may seem very usable at first glance, are actually buffers. Who wants to read a dear-diary? Or a love story that we all know how it will turn out? I don’t. And I don’t think anyone wants to read something poorly written, with disconnected punctuation and non-existent plot. So, one of the secrets to becoming a strong reader is choosing things we like, but choosing them well.

3. I read paper books and e-books

If I only read paper books my back would probably be in pieces (as well as curved as it already is). I try to always carry a book with me, but if I already have a lot of things in my bag I take the Kindle ebook reader. It is convenient, there are many books uploaded in it, and it is especially suitable for people who travel a lot.

However, I cannot detach myself from the paper, which always has that indescribable charm on me. My perfect day is lying on the sofa, with a (preferably long) book in hand, reading until I’m hungry.

4. I prioritize reading

There are so many things I could do in my free time. I can play Animal Crossing, hit the gym, go for a walk, scroll Instagram, cook, and more. I mentioned these things because they are all things I do, daily. The priority, however, is always the bookmark that awaits me between the pages.

Prioritizing reading does not mean doing nothing else. It also means doing something else. How many times do we fill our time with social media, just because we don’t know what to do? How many times do we play on the phone, bored, just to turn off the brain?

Reading is beautiful because time passes, but the brain never goes out. 

5. I’m focused on what I’m doing

This is the hardest piece of advice, which will likely come after a lot of practice. Try to fully focus on what you are doing. As for reading, it’s even more difficult in a world of screens and sounds coming out from our phones.

When I read, I try to immerse myself as much as possible in what I am reading. Let this be an essay, let this be a novel. Paying full attention to what is in front of us is the greatest gift we can give to ourselves. Being there, in the present moment, and at the same time flying with the mind, reasoning and reflecting on stories written by others, which seem to be made especially for us. Has this ever happened to you? It is the best feeling in the world.