Voce del verbo? Comprare

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Quando ero piccola mio padre sapeva esattamente quando stavo per chiedergli di comprarmi qualcosa. Facevo una voce diversa, assumevo un tono lezioso, e lui mi prendeva in giro dicendo: voce del verbo? Comprare.

Mi è tornata in mente questa scena perché lo scorso fine settimana sono stata in montagna, vicino a Lecco. Non si tratta purtroppo di alta montagna, ma piuttosto di collina scoscesa, e questo la rende affollata, soprattutto durante il weekend. Famiglie, bambini, coppie, gruppi di amici: insomma, avete presente.

Da brava pettegola, allungavo l’orecchio ogni volta che qualcuno mi passava accanto. Mi piace sentire scorci di discorsi o monologhi, perché poi nella mia testa diventano delle storie vere e proprie. Nico lo sa, e ad un certo punto, mentre salivamo verso la cima, ha detto: “ma perché tutti stanno parlando di comprare cose?”

Era vero. Quasi tutte le persone che avevamo incontrato parlavano di soldi, oppure di comprare oggetti. Una coppia discuteva di comprare casa. Una triade discuteva sul fatto che 3000 euro non fossero poi tanti. Un’altra coppia parlava di matrimonio, e cosa comprare per la cerimonia. Un altro prendeva in giro la sua compagna: cosa fai con quei soldi? Te li porti nella tomba? E spendili!

I soldi, insomma, ci ossessionano. E’ normale: fanno parte della nostra vita e non potremmo andare avanti senza.
Ma quando ne siamo diventati così maniacalmente attaccati, tanto da discuterne anche quando siamo all’aria aperta in mezzo alla natura?

Voce del verbo? Comprare. E’ quello che dobbiamo fare per andare avanti nella vita, no?
Comprare una macchina per andare a lavoro.
Comprare una casa.
Comprare le bomboniere per il matrimonio.
Comprare dei bei vestiti, che ci rappresentano.
Comprare quella borsa, che è così all’ultima moda.
Comprare qualsiasi cosa per i figli, che a loro dobbiamo dare tutto.

Altrimenti?
Altrimenti poi si rimane indietro, mente tutti gli altri vanno avanti. Ma avanti dove?

Qualche anno fa ho comprato la mia prima macchina. Una Seicento di seconda mano. Da laureata in filosofia, mai avrei pensato di potermi permettere una macchina. Ma era una delle tappe che dovevo fare nella mia vita, vero? Chi è che vive senza macchina?

Il problema è che dopo averla comprata mi sono resa conto che io, in fondo, non la volevo. Principalmente per il fatto che è una noia mortale: metti benzina, gonfia le ruote, controllala quando c’è qualcosa che non va. Ma chi me l’ha fatto fare?

Così mentre salivo per quella montagna che piuttosto era una collina un po’ ripida, ripensavo a tutte le tappe che ci vengono imposte come prestabilite. Un bel lavoro. Una bella casa, che poi dove? E se ti vuoi spostare? Un matrimonio. Dei figli. Le scarpe sempre nuove, la borsa sempre firmata. I soldi li devi spendere, che fai, te li porti nella tomba? E poi più ne spendi più ne vuoi. Voce del verbo? Comprare.

Alla fine le cose che compri ti definiscono. E molte persone si fanno catturare dalla spirale delle convenzioni, me compresa. Poi ho realizzato che va bene anche così. Non è quello che compro che mi definisce. E’ decisamente l’opposto: tutto ciò che sono libera di non far entrare nella mia vita, nonostante tutto intorno a me punti in quella direzione.

ENG

The verb “to buy”

When I was little my father knew exactly when I was going to ask him to buy me something. I made a different voice, I assumed a tender tone, and he made fun of me saying: which one is the verb? To buy.

This scene came back to mind because last weekend I was in the mountains, near Lecco. Unfortunately, it is not high mountain, but rather a sheer hill, and this makes it crowded, especially during the weekend. Families, children, couples, groups of friends: you know. A nice sunny Sunday outside.

As a good gossip-girl, I listened every time someone passed me. I like to hear glimpses of conversations or monologues, because then in my head they become real stories. Nico knows this, and at one point, as we climbed to the top, he said: “why is everyone talking about buying things?”

It was true. Most of the people we passed by were talking about money, or about buying things. A couple were discussing buying a house. A triad argued that € 3,000 was not that much. Another couple were talking about marriage, and what to buy for the ceremony. Another made fun of his partner: what do you do with that money? Are you taking them to your grave? Just spend them!

Money, in short, obsess us. It is normal: they are part of our life and we could not go on without them. 

But when did we become so obsessively attached to it, enough to discuss it even when we are outdoors in the midst of nature?

Which one is the verb? To buy. That’s what we have to do to move forward in life, isn’t it? 

Buy a car to go to work. 

Buying a house. 

Buy wedding gifts. 

Buy nice clothes that represent us. 

Buy that bag, which is so trendy. 

Buy anything for the children, which we must give everything to them.

Otherwise? 

Otherwise you fall behind, while all the others go forward. But forward where?

A few years ago I bought my first car. A second-hand Seicento. As a graduate in philosophy, I never thought I could afford a car. But it was one of the stages I had to do in my life, right? Who is it that lives without a car?

The problem is that after buying it, I realized that I, after all, didn’t want it. Mainly because it is a deadly bore: put gas in it, inflate the wheels, check it when something is wrong. Who made me do it?

So while I was climbing up that mountain which was rather a rather abrupt hill, I thought back to all the stages that are imposed on us as predetermined. A nice job. A beautiful house, but where? What if you want to move? A wedding. Of the children. Always new shoes, always designer bags. You have to spend the money, what do you do, take it to your grave? And then the more you spend the more you want. Which one is the verb? To buy.

In the end, the things you buy define you. And many people get caught up in the spiral of convention, including myself. Then I realized that that’s okay too. It is not what I buy that defines me. It is the opposite: everything that I am free not to let into my life, despite everything around me points in th opposite direction.

Mindful phone

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Adoro il mio telefono. Sarei ipocrita a non ammetterlo: è parte della mia vita e non potrei farne a meno, come pressoché tutte le persone sulla faccia della terra.

Uso il telefono e ne abuso costantamente. A volte mi ritrovo a prenderlo in mano senza motivo, altre volte lo uso come paciere quando mi sento annoiata, triste o voglio pensare ad altro. Mi rendo conto che, senza volerlo, passo molto tempo sui social (principalmente instagram, twitter e reddit) e che a volte scrollo per il puro piacere di scrollare: nonostante non ci siano contenuti interessanti, continuo a leggere tutto ciò che mi capita a tiro.

Se mi aveste chiesto una settimana fa quanto tempo passo al telefono su 24 ore, vi avrei risposto mezz’ora, quaranta minuti. Poi ho scoperto che esiste un’app preinstallata che ti dice quanto tempo passi di fronte allo schermo: la mia media era di 2 ore e 20, più di quattro volte rispetto a quanto pensassi.

2 ore e 20 era la mia media: in realtà arrivavo a giornate in cui avevopicchi di 3-4 ore, e giornate meno intense in cui il tempo scendeva a 1 ora. Sto letteralmente buttando il mio tempo, e non ho la benché minima idea di come questo succeda.

Ho deciso così di cercare di arginare la situazione ponendomi qualche paletto.

  • Ho iniziato a monitorare ogni sera l’app Benessere digitale, nella quale vedo quanto tempo spendo di fronte allo schermo, e come. Ho notato che gran parte del tempo, come sospettavo, era dedicato ai social.
  • Ho preso una decisione drastica e ho disinstallato i social tossici. L’avevo già fatto con facebook, che uso solo e unicamente dal computer. Stavolta l’ho fatto anche con twitter. Già da un po’ di tempo avevo cercato di arginare le schifezze che si leggono su twitter seguendo solo una cerchia ristretta di persone e pagine; mi sono resa conto però che continuava ad arrivarmi addosso, ogni volta che ci entravo, una quantità indescrivibile di fake news e gente incazzata col mondo. Ho preso una decisione drastica, e ho disattivato l’account e rimosso l’applicazione dal telefono.
  • Ho disattivato le notifiche, sia nel telefono, sia nello smartwatch. Tutte le notifiche. Telegram, whatsapp, gmail. Tutte le app che costantemente mi ricordavano cose di cui non mi importava nulla. I primi giorni le ho disattivate tutte dall’orologio, lasciando unicamente le chiamate e gli allarmi per il diabete. Dopo due giorni mi sono resa conto che tanto il telefono con la vibrazione non lo sentivo comunque, e ho disaattivato tutto da lì. Adesso sono io che controllo quando ho messaggi, e non il telefono che richiama costantemente la mia attenzione.
  • Ho iniziato a prestare attenzione a quando prendoil telefono in mano. E mi sono resa conto che spesso per me è un palliativo. Mi sento annoiata, lo prendo in mano. Voglio mettere a tacere qualcosa a cui sto pensando, lo prendo in mano. Sono triste, lo prendo in mano. Sono felice, lo prendo in mano. Ogni volta che sperimento qualche emozione forte, il telefono è sempre nella mia mano destra.

Che cosa ho notato dopo una settimana? Non so nemmeno da dove iniziare.

Parto dalla fine: ho notato che utilizzavo i social soprattutto per contenere i sentimenti negativi, e per amplificare quelli positivi. E’ l’effetto instagram: metto a tacere ciò che non mi piace, condivido tutto quello che invece fa sembrare la mia vita perfetta.

Ho notato che, la maggior parte delle volte, prendevo il telefono in mano senza uno scopo ben preciso. Così, come se fosse un gesto automatico, quasi come caminare o sedermi sul divano. Prendevo in mano il telefono e automaticamente ripetevo lo stesso pattern: leggevo i messaggi, scrollavo i social, condividevo qualcosa, ricontrollavo i messaggi.

Si chiama FOMO, Fear of missing out: sentivo il bisogno di rimanere costantemente aggiornata con qualsiasi cosa la mia rete social stesse facendo in quel momento. E a mia volta, cercavo di condividere ciò che stavo facendo io. Cercavo di rispondere ai messaggi in fretta. Se non sentivo una persona per più di due giorni, rimediavo subito con un messaggio.
Con tutta me stessa, ho deciso di non cadere più in questa logica. Ogni volta che sentivo il bisogno di vedere cosa stessero facendo gli altri, poggiavo il telefono il più lontano possibile.

Dopo qualche giorno, ho notato anche che ciò che condividevo e ciò che scrivevo iniziava ad essere più consapevole, più pensato, più mindful. Non scrivo più solo per il gusto di farlo, ma perché ho qualcosa da dire. Non rispondo più in automatico a un messaggio ma scrivo perché voglio comunicare qualcosa. Non mi passano più venti minuti, persi nei meandri di mille foto, tutte con lo stesso diltro. Apro instagram, scelgo le storie che voglio aprire, scelgo cosa condividere, lo richiudo e vado avanti con la mia giornata.

Ed è passata solo una settimana. Immaginate se riuscissi a continuare così per un mese, per un anno.

Mindful phone

I love my phone. I would be lying not to admit it: my phone is part of my life and I could not do anything without it, like almost all the people on the face of the earth.

I use the phone and abuse it constantly. Sometimes I find myself picking it up for no reason, other times I use it as a peacemaker when I feel bored, sad, or want to think about something else. I realize that, unconsciously, I spend a lot of time on social media (mainly Instagram, Twitter, and Reddit) and that sometimes I scroll for the pure pleasure of scrolling: although there is no interesting content, I continue to read everything that appears to me.

If you would have asked me a week ago how much time I spend on the phone for 24 hours, I would have answered half an hour, forty minutes top. Then I discovered that there is a pre-installed app that tells you how much time you spend in front of the screen: my average was 2 hours and 20, more than four times what I thought.

2 hours and 20 was my average: I got to days when I had 3-4 hour peaks, and less intense days when the time dropped to 1 hour. I am literally wasting my time, and I have no idea how this happens.

So I decided to try to stop the situation by setting myself some stakes. 

  • I started monitoring the Digital Health app every evening, where I see how much time I spend in front of the screen, and how. I noticed that much of the time, as I suspected, was dedicated to social media.
  • I made a drastic decision and uninstalled toxic social media. I had already done it with Facebook, which I use only and exclusively from my computer. This time I also did it with Twitter. For some time I had tried to cut the crap that I read on it, following only a small circle of people and pages; I realized, however, that an indescribable amount of fake news and pissed people kept coming upon me every time I logged in it. I made a drastic decision, and I deactivated the account and removed the application from the phone.
  • turned off notifications, both on the phone and the smartwatch. All of them. Telegram, Whatsapp, Gmail. All the apps constantly reminding me of things I didn’t care about. The first few days I turned them all off from the Fitbit watch, leaving only calls and diabetes alarms. After two days I realized that I couldn’t hear the phone with the vibration anyway, and I deactivated everything from there. Now it’s me who checks when I have messages and not the phone that constantly draws my attention.
  • I started paying attention to when I pick up the phone. And I realized that it is often a palliative for me. I feel bored, I take it. I want to silence something I’m thinking about, I take it. I am sad, I take it. I am happy, I take it. Whenever I experience some strong emotions, the phone is always in my right hand.

What did I notice after a week? I don’t even know where to start.

I start from the end: I noticed that I used social media mainly to contain negative feelings, and to amplify the positive ones. It’s the Instagram effect: I silence what I don’t like, I share everything that makes my life seem perfect.

I noticed that most of the time, I was picking up the phone for no particular purpose. So, as if it were an automatic gesture, almost like walking or sitting on the sofa. I picked up the phone and automatically repeated the same pattern: I read the messages, I scrolled the social networks, I shared something, I checked the messages again, and so on.

It’s called FOMOFear of missing out: I felt the need to be constantly updated with whatever my social friends were doing at that moment. And in turn, I was trying to share what I was doing. I was trying to respond to messages quickly. If I didn’t hear from a person for more than two days, I immediately send her a message. 
With all of myself, I decided not to fall into this logic anymore. Whenever I felt the need to see what others were doing, I put the phone down as far as possible.

After a few days, I also noticed that what I shared and what I wrote was starting to be more aware, more thought, more mindful. I no longer write just for the fun of it, but because I have something to say. I no longer reply automatically to a message but I write because I want to communicate something. Twenty minutes don’t pass me anymore, lost in the maze of a thousand photos, all with the same gold filter. I open Instagram, I choose the stories I want to open, I choose what to share, I close it and go on with my day.

And it’s only been a week. Imagine if you could go on like this for a month, for a year.

Come fai a leggere così tanto?

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Sono sempre stata una di quelle persone che annualmente, quando escono le statistiche sul numero di lettori in italia, vegono definite lettrici forti. I cinque libri che vengono presi come unità di misura solitamente li leggo in meno di un mese (a meno che non sia Infinite Jest) e se ci fosse una maratona di letture probabilmente arriverei tra i primi dieci.

Leggo tanto nonostante tutto. Nonostante abbia fatto l’università, nonostante faccia un lavoro full time, nonostante gli articoli sul blog, nonostante vada in palestra. Elenco tutti questi nonostante perché una delle cose che sento dire più spesso è che per leggere ci vuole tempo, e il tempo è la cosa che più ci manca.

Beh, permettetemi di smentire quest’affermazione. Il tempo c’è: siamo solo poco abituati a ritagliarcelo. Ecco quindi cinque cose che faccio e che mi permettono di leggere tanto, tutti i giorni.

1. Ogni volta che posso, leggo

Anche solo per cinque minuti. Cerco di non buttare mai via i ritagli di tempo e di non far volar via i tempi morti inutilmente. Ho sempre un libro in borsa, e leggo ogni volta che posso. Qualche esempio? La mattina, mentre aspetto che si riscaldi l’acqua del tè, leggo. In fila dal medico, leggo. In bagno, leggo. Appena finito lavoro, prima di dedicarmi a qualsiasi altra attività, leggo. Mentre cucino leggo.

Ok, mi rendo conto che può sembrare un incubo. In realtà non è così male, perché è come se mi stessi riprendendo tutto il tempo che le incombenze della giornata cercano di portarmi via.

2. Leggo libri (di qualità) che mi piacciono

Dopo un po’ un lettore impara a capire se un libro fa per lui. E’ una questione di istinto. Impara a riconoscere a naso un autore con cui può esserci feeling, e impara a sviluppare una sorta di campanello d’allarme verso i libri di merda.

Trovo inoltre che i libri di merda, che possono sembrare a prima vista molto fruibili, in realtà siano respingenti. Chi ha voglia di leggere un diario in prima persona? O una storia d’amore che tutti sappiamo come andrà a finire? Personalmente, io no. E credo che nessuno voglia leggere qualcosa di scritto male, con punteggiatura scollegata e trama inesistente. Quindi, uno dei segreti per riuscire a diventare un lettore forte è scegliere cose che ci piacciono, ma sceglierle bene.

3. Passo da cartaceo a ebook e viceversa

Se leggessi solo libri cartacei probabilmente la mia schiena sarebbe a pezzi (oltre che chiaramente ricurva come è già). Cerco di portare sempre un libro con me, ma se ho già tante cose in borsa prendo il lettore ebook. E’ comodo, ci stanno tanti libri, è adatto soprattutto a chi viaggia tanto.

Non riesco però a staccarmi dal cartaceo, che su di me ha sempre quel fascino indescrivibile. La mia giornata perfetta è sdraiata sul divano, con un libro (preferibilmente lungo) in mano, a leggere fino a quando non mi viene fame.

4. Priorità alla lettura

Ci sono tante cose che potrei fare nel mio tempo libero. Giocare ad Animal Crossing, andare in palestra, fare una passeggiata, scrollare instagram, cucinare e molto altro. Ho citato queste cose perché sono tutte cose che faccio, quotidianamente. La priorità però è sempre il segnalibro che mi aspetta tra le pagine.

Dare priorità alla lettura non significa non fare altro. Significa fare anche altro. Quante volte riempiamo il nostro tempo con i social, solo perché non sappiamo cosa fare? Quante volte giochiamo sul telefono, annoiati, solo per spegnere il cervello?

La lettura è bella perché il tempo scorre, ma il cervello non si spegne mai.

5. Mi concentro su ciò che sto facendo

Questo è il consiglio più difficile, che probabilmente verrà dopo tanta pratica. Cercare di concentrarsi pienamente su ciò che si sta facendo. Per quanto riguarda la lettura, è ancora più difficile, in un mondo di schermi e suoni di messaggi.

Quando leggo, cerco di immergermi il più possibile in ciò che sto leggendo. Sia questo un saggio, sia questo un romanzo. Dedicare completa attenzione a ciò che abbiamo di fronte è il regalo più grande che possiamo fare a noi stessi. Esserci, nel momento presente, e allo stesso tempo volare con la mente, ragionare e rispecchiarci su storie scritte da altri, che sembrano fatte apposta per noi. Vi è mai successo? E’ la sensazione più bella del mondo.

ENG

How do you read so much?

I have always been one of those people who every year when the statistics on the number of readers in Italy come out, are defined as strong readers. The five books that are taken as a unit of measurement I usually read in less than a month (unless it’s Infinite Jest) and if there was a marathon of reading I’d probably make it into the top ten.

I read a lot despite everything. Despite having done college, despite having a full-time job, despite blog posts, despite going to the gym. I list all of these though because one of the things I hear most often is that reading takes time, and time is the thing we miss most.

Well, let me disprove this claim. There is plenty of time: we are only a little used to cutting it out for ourselves. So here are five things I do and that allows me to read a lot, every day.

1. I read whenever and wherever I can

Even for just five minutes, I read. I try never to throw away the scraps of time and not to blow away the dead time unnecessarily. I always have a book in my bag, and I read whenever I can. A few examples? In the morning, while I wait for the water to heat up for my tea, I read. In the queue to the doctor, I read. In the bathroom, I read. As soon as I finish work, before dedicating myself to any other activity, I read. While I cook, I read.

Okay, I realize this may sound like a nightmare. It’s actually not that bad, because it’s like I’m taking back all the time that the chores of the day try to take away.

2. I read (quality) books that I like

After a while, a reader learns to guess if a book is for her. It is a matter of instinct. Learn to recognize an author with whom there may be a connection, and learn to develop a kind of alarm bell towards the shitty books.

I also find that shitty books, which may seem very usable at first glance, are actually buffers. Who wants to read a dear-diary? Or a love story that we all know how it will turn out? I don’t. And I don’t think anyone wants to read something poorly written, with disconnected punctuation and non-existent plot. So, one of the secrets to becoming a strong reader is choosing things we like, but choosing them well.

3. I read paper books and e-books

If I only read paper books my back would probably be in pieces (as well as curved as it already is). I try to always carry a book with me, but if I already have a lot of things in my bag I take the Kindle ebook reader. It is convenient, there are many books uploaded in it, and it is especially suitable for people who travel a lot.

However, I cannot detach myself from the paper, which always has that indescribable charm on me. My perfect day is lying on the sofa, with a (preferably long) book in hand, reading until I’m hungry.

4. I prioritize reading

There are so many things I could do in my free time. I can play Animal Crossing, hit the gym, go for a walk, scroll Instagram, cook, and more. I mentioned these things because they are all things I do, daily. The priority, however, is always the bookmark that awaits me between the pages.

Prioritizing reading does not mean doing nothing else. It also means doing something else. How many times do we fill our time with social media, just because we don’t know what to do? How many times do we play on the phone, bored, just to turn off the brain?

Reading is beautiful because time passes, but the brain never goes out. 

5. I’m focused on what I’m doing

This is the hardest piece of advice, which will likely come after a lot of practice. Try to fully focus on what you are doing. As for reading, it’s even more difficult in a world of screens and sounds coming out from our phones.

When I read, I try to immerse myself as much as possible in what I am reading. Let this be an essay, let this be a novel. Paying full attention to what is in front of us is the greatest gift we can give to ourselves. Being there, in the present moment, and at the same time flying with the mind, reasoning and reflecting on stories written by others, which seem to be made especially for us. Has this ever happened to you? It is the best feeling in the world.