Compleanno zero waste

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Quando ero bambina, negli anni novanta, si usava organizzare le feste di compleanno in casa. Un paio di giorni prima andavamo insieme a mia madre e mio fratello al supermercato, per comprare tutto il necessario. I palloncini colorati erano in cima alla lista, seguiti dal mio acquisto preferito in assoluto: le patatine. Nel carrello finivano diverse bottiglie di cola e aranciata, i tovagliolini di carta usa e getta, i vassoi per servire gli snack, i piatti di plastica e i bicchieri, le forchettine per la torta. Se chiudo gli occhi, riesco anche adesso a sentire il piacere di quella spesa.

La torta era di quelle alla panna, classiche. Solo per pochi anni però, perché in Agosto fa caldo e dopo qualche compleanno senza aria condizionata siamo passati alla torta di frutta, quella con la gelatina sopra. Entrambe fatte da mia nonna, entrambe con le candeline e il nastro giratorta rosa.

Il nastro giratorta. L’ultima volta che ne ho visto uno è stato per la mia laurea. Rosso, su una torta bellissima. Quello rosa dei compleanni rimaneva chiuso nella credenza insieme al vassoio in vetro e veniva riutilizzato di anno in anno. E’ forse l’unica cosa zero waste contemplata durante i compleanni della mia infanzia.

Non so come siano i compleanni adesso. I miei cuginetti non lo festeggiano più in casa, ma in sale adibite alle feste – sia mai che poi apriamo la nostra casa a sconosciuti che sporcano! Forse il festone giratorta non si usa più, complici i programmi di sfide in cucina. Ho l’impressione però che molte cose non siano cambiate: le patatine, i bicchieri, i piatti e le forchettine.

Una festa di compleanno zero waste è possibile?

Tutto è possibile. Il problema principale è che molte donne oggi lavorano, e non possono stare di certo a fare torte a due piani decorate con roselline di panna. In generale poi non tutte sono amanti della cucina, e sfornare focacce per un battaglione di bambini potrebbe non essere un’alternativa allettante.
Con alcuni accorgimenti però, è possibile limitare al minimo i rifiuti prodotti durante una festa di poche ore.

Per il cibo, una delle soluzioni migliori è quella di comprare gli snack in panifici o botteghe sfuse. Adesso si trova quasi tutto: tarallini, patatine, mais per pop-corn. Se non avete un negozio sfuso a disposizione, qualsiasi panificio avrà grissini, paninetti, pizzette e focacce. Tutti carboidrati di cui i bambini vanno matti e che di solito vengono venduti in buste di carta, se proprio non volete portare le vostre.
Se sentite la vena di chef scorrere nelle vene, non dovete far altro che aprire internet e scegliere le ricette da proporre agli ospiti. Da pasta fredda a insalate di riso, da focacce alla cipolla fino a torte salate ripiene di cioò che volete. The sky is the limit.

Per la torta, anche se non la farete in casa, non ci sono problemi: le pasticcerie solitamente usano le scatole di carta. Insomma, dubito che voi abbiate un contenitore di plastica abbastanza grande da contenere una torta (mia nonna ce l’ha. True story), ma per un compleanno possiamo chiudere un occhio e apprezzare le gioie di una bella scatola di cartone, vero?
Se invece siete delle pasticcere provette, non avete che da sbizzarrirvi: in estate potete passare dalle torte alla frutta (senza gelatina animale, mi raccomando!) alle cheesecake, dalle versioni più disparate tiramisù al salame al cioccolato. In inverno invece potete andare di torta di panna, di cioccolato, con mille strati di crema.

Ma arriviamo al mio argomento preferito. Preparatevi, perché c’è ancora un trauma irrisolto di mezzo: le bibite gassate.
Dovete sapere che io da bambina odiavo le bibite gassate. Di ogni genere e tipo: aranciata, coca cola, acqua brillante. Odiavo la sensazione di frizzante sul palato. La odio tutt’ora. Quando andavo all’asilo però, le mie maestre avevano una strana policy scolastica durante i compleanni: bisognava scegliere per forza un bicchiere di bibita gassata. Alle mie richieste di acqua, anche del rubinetto, rispondevano che dovevo bere per forza qualcosa del compleanno. Riuscite a crederci?
Così mi facevo versare un bicchiere di coca cola o aranciata… che bevevo lentamente… sperando che qualcuno lo rovesciasse. Insomma: ancora oggi, quando qualcuno mi offre anche solo acqua gassata, mi vengono i brividi lungo la schiena.
Quindi no, i bambini non hanno bisogno di bibite gassate. Se proprio non ve la sentite di rinunciare a quella dose di zucchero extra, ormai si trovano succhi di frutta e bevande alla cola anche in bottiglia di vetro. Non avete scuse.

Per quanto riguarda piatti e stoviglie, la soluzione più semplice sarebbe tirare fuori quell’orrendo servizio di ceramica che tenete chiuso nella credenza da anni. Sì, anche quelle orrende forchettine da dolce che vi hanno regalato al matrimonio. Che tanto neppure vi piacciono, quindi che problema c’è se qualche bambino rompe tutto?
Se invece non avete abbastanza piatti perché avete deciso di organizzare una festa in stile Buckingham Palace, potete sempre ricorrere alla stoviglioteca. Come dice la parola stessa, una stoviglioteca è come una biblioteca, solo che invece di prendere in prestito dei libri, fate la stessa cosa con le stoviglie. Un’idea fenomenale e molto più carina dei piatti di plastica bianca.

Ventinove anni

Alla soglia dei trent’anni è chiaro che il mio compleanno non viene più festeggiato con così tanto ardore. Solitamente stappo una bottiglia di vino rosso, mi godo una torta fatta in casa senza nastro giratorta (e, se proprio devo scegliere, tiramisù grazie) e la sera una cena con Nico. Niente di più, niente di meno.

Mi piacerebbe tornare indietro e scegliere i palloncini, gonfiarli e spargerli per tutta la casa. Scartare i regali, mettere le patatine dentro i piattini, tagliare la torta dopo aver spento le candeline. Ma il piacere nell’acquisto di oggetti da consumare e buttare non esiste più. Sono cresciuta, e la bambina che era in me si è resa conto di vivere in un mondo dove tutto questo non è più sostenibile. L’unica cosa che vorrebbe fare, adesso, è teletrasportarsi nel passato, e ricordare a se stessa che tutte le cose belle del compleanno non erano legate ai sacchetti delle patatine e ai palloncini, ma alle mangiate con suo fratello, ai giochi con gli amici. Tutto il resto è sempre e solo contorno: tantovale renderlo green.

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Zero waste Birthday Party

When I was a child, in the nineties, it was used to organize my birthday parties at home. A couple of days before me, my brother and my mother we would go to the supermarket to buy everything we needed. The balloons colored at the top of the list, followed by my favorite purchase ever: chips. We ended up with several bottles of cola and orange soda, disposable paper napkins, trays for serving snacks, plastic plates and glassesforks for the cake. If I close my eyes, I can even now feel the pleasure of that expense.

The cake was one of the classics with iced topping. Only for a few years though, because in August it’s hot and after a few birthdays without air conditioning, we switched to the fruit cake, the one with the jelly on it. Both made by my grandmother, both with candles and pink twist ribbon around.

The plastic ribbon. The last time I saw one was for my graduation. Red, on a beautiful cake. The pink birthday one remained closed in my mother’s cupboard together with the glass tray. It was reused year after year. It is perhaps the only zero waste thing contemplated on my childhood birthdays.

I don’t know what birthdays are like now. My little cousins ​​no longer celebrate it at home, but in party rooms or restaurants – as if we would open our house to strangers to get it dirty! Perhaps the ribbon around the cake is no longer used, thanks to the challenge programs in the kitchen which made everything fancy. However, I have the impression that many things have not changed: the chips, the glasses, the plates, and the forks.

Is

a zero waste birthday party possible?

Everything is possible. The main problem is that many women work today, and they certainly can’t stand to make two-layers cakes decorated with cream roses. In general, not everyone is a fan of cooking, and baking focaccia for a battalion of children may not be an attractive alternative for everybody. 
With some thought, however, it is possible to limit to a minimum the waste products during a party of a few hours.

Regarding food, one of the best solutions is to buy snacks in bakeries or bulk shops. Now you can find almost everything: tarallini, chips, corn for popcorn. If you don’t have a bulk shop available near you, any bakery will have breadsticks, rolls, pizzas, and focaccia. All carbohydrates kids love and usually come in paper bags if you don’t want to bring your own. 
If you feel the mood of a chef running through your veins, all you have to do is open the internet and choose the recipes to offer to your guests. From cold pasta to rice salads, from onion focaccia to savory pies stuffed with whatever you want. The sky is the limit.

Regarding the cake, even if you don’t make it at home, there is no problem: pastry shops usually use paper boxes. I mean, I doubt you have a plastic container big enough to hold a cake (my grandmother has it. True story), but for a birthday we can turn a blind eye and appreciate the joys of a nice cardboard box, right? 
If, on the other hand, you are a pastry chef, you just have to indulge yourself: in summer you can switch from fruit pies (without animal jelly, I recommend!) to cheesecakes, from the most disparate versions of tiramisu to chocolate salami. In winter, on the other hand, you can go for a cream or chocolate cake with a thousand layers of cream.

But let’s get to my favorite topic. Get ready, because there is still an unresolved trauma here: sparkling drinks
You must know that as a child I hated sparkling drinks. All types: orange soda, coke, brilliant water. I hated the bubbly sensation on the palate. I still hate it. When I was in preschool, however, my teachers had a strange school policy: you had to choose a glass of soda when it was somebody’s birthday. To my requests for water, even from the tap, they replied that I had to drink something of the birthday. Can you believe it?
So I made myself pour a glass of coke or orange soda… which I drank slowly… hoping that someone would spill it all over the floor. In short: even today, when someone offers me even just sparkling water, I get shivers down my spine. 
So no, kids don’t need sparkling drinks. If you don’t feel like giving up that extra dose of sugar, you can now find fruit juices and cola drinks even in glass bottles. You have no excuses.

As for dishes and cutleries, the simplest solution would be to bring out that horrible ceramic service that you have been keeping in the cupboard for years. Yes, even those hideous cake forks they gave you at your wedding. That you don’t even like them, so what’s the problem if some child breaks everything? 
If, on the other hand, you don’t have enough dishes because you have decided to organize a Buckingham Palace style party with 100 guests, you can always call the tableware library. Here in italy we have few of them, called stoviglioteca. As the word itself says, a tableware library is like a library, only instead of borrowing books, you do the same thing with the dishes. A phenomenal idea and much prettier than white plastic plates.

Twenty-nine

At the age of almost-thirty, it is clear that my birthday is no longer celebrated with so much ardor. I usually uncork a bottle of red wine, enjoy a homemade cake without a twisted ribbon (and, if I have to choose, you can make me tiramisu, thank you) and in the evening dinner with Nico. Nothing more, nothing less.

I’d like to go back and choose the balloons, inflate them, and spread them all over the house. Unwrap the gifts, put the chips in the plates, cut the cake after blowing out the candles. But the pleasure in buying items to consume and throw away no longer exists. I grew up, and the little girl in me realized that she was living in a world where all this is no longer sustainable. The only thing she wants to do now is teleport into the past and remind herself that all the good things about birthday weren’t related to potato chips and balloons, but they had to do with eating with her brother, playing games with friends. Everything else is always and only a side dish: you might as well make it green.

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Canali

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L’aperitivo a Venezia è sacro. E’ sedersi per terra dando le spalle al bacaro, col bicchiere di vino in mano e un cicchetto nell’altra, possibilmente fritto, possibilmente una mozzarella in carrozza senza l’acciuga.

Anche stavolta è così. Venezia è quasi vuota, o meglio, stavolta i turisti sono locali e si sente parlare veneziano, chiaro e forte, voci che per qualche giorno non sono più sovrastate da altre. E’ come se la città respirasse per la prima volta, dopo anni e anni in apnea, soffocata dalla stessa ricchezza che ricerca in ogni singolo angolo. Borse, occhiali, vetro di Murano, calamite, gelati, frittelle, maschere. Tutto il superfluo appare improvvisamente nella sua assoluta inutilità.

Il vino è sempre lo stesso, i canali sono sempre gli stessi. Le mie gambe sono più chiare, il sole brucia, la mascherina mi pende dall’orecchio destro, so già che prima o poi la perderò. Il prosecco è fresco e il bicchiere trasuda leggermente. Se non fosse per un piccolo granchio che si muove sul gradino, proprio sotto i miei piedi, il canale sembrerebbe privo di vita, animato solo da barche di ragazzi che passano con la musica ad alto volume.

Lascio che il sole mi riscaldi la faccia per un attimo, pensando che forse, nella vita, certe cose non ti ricapiteranno mai più.

ENG

Canals

Aperitivo (=when you drink before dinner, usually with friends) in Venice is sacred. It means sitting on the ground outside the bacaro with a glass of wine in one hand and a cicchetto (finger food) in the other, possibly something fried, possibly a mozzarella in carrozza without anchovy.

Again, this is the case. Venice is almost empty after Covid19, this time the tourists are local and you can hear Venetian speaking, clear and strong, voices that for a few days are no longer dominated by others. It seems that the city is breathing for the first time, after years and years in apnea, suffocated by the same wealth that it seeks in every single corner. Bags, glasses, Murano glass, magnets, ice cream, food, masks. All the superfluous appears suddenly in its absolute uselessness.

The wine is always the same, the channels are always the same. My legs are pale, the sun is burning, the face mask hangs from my right ear, I already know that sooner or later I will lose it. The prosecco is fresh and the glass sweats slightly. If it weren’t for a small crab moving on the step, right under my feet, the canal would seem lifeless, animated only by boats of kids who pass by with loud music.

I let the sun warm my face for a moment, thinking that perhaps in life certain things will never happen to you again. 

Ho fatto crescere un avocado durante la quarantena

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Su Instagram c’è stato un periodo in cui tutti facevano crescere piante di avocado. Foto di barattoli bellissimi con questi semini sospesi dentro, appoggiati su stuzzicadenti, a filo d’acqua, in attesa che germogliassero. C’è anche un avocado bar a Milano con le vetrine ricoperte di bicchieri di plastica e semi di avocado: non avendo clienti durante il lockdown, probabilmente hanno pensato fosse meglio riempire così il locale. Ottima idea.

Tornando a noi: potevo non prendere parte a un simile tentativo? E perché mai non sfruttare una pandemia globale per far nascere una pianta, con tutte le metafore di crescita e rinascita che questo comporta?

L’estenuante attesa

La prima parte è la più difficile: aspettare. Giorni e giorni. Avrete bisogno di (da qui in poi, cercate su google e non prendetemi in parola: il mio pollice verde è terribilmente macchiato della linfa delle mille piante che ho ucciso involontariamente): un vasetto, 3 stecchini, tanta pazienza.

Mangiate il vostro avocado (preferibilmente italiano) e conservate il grosso seme che trovate all’interno. Togliete tutta la polpa, pulendolo bene senza maltrattarlo. Dopo aver riempito il vasetto di acqua, infilzate (non troppo) l’avocado con gli stecchini, in modo da tenerlo in bilico sul bordo. Così:

Deve essere coperto per circa 2/3 di acqua. Rimanete ad osservarlo per qualche minuto. Notate qualche cambiamento? No? Bene. Sarà così per un tempo talmente lungo che dimeticherete il giorno in cui l’avete piantato.

Dopo letteralmente 2 mesi

Come direbbe mia mamma: hai voluto la bicicletta? E ora pedala. L’acqua del vasetto va cambiata ogni 3-4 giorni. Io e Nico, pieni di speranze, abbiamo portato avanti questo processo per due – DUE! – mesi.

Due mesi in cui le giornate sembravano non passare mai. Il lavoro da casa, il pranzo sempre noi due, la vita là fuori ferma. La fila di fronte alla farmacia che scorreva lentissima, tutti a un metro di distanza. Le orchidee che sbocciavano – una sola a dire il vero, l’altra è ancora in letargo da quando ci siamo trasferiti a Milano. Il caldo primaverile che entrava dalle finestre, il seme fermo, sempre uguale, immerso nell’acqua stagnante, gli stecchini infilzati addosso.

Un giorno il seme si è spaccato in due.

Ok, forse ci ha messo più tempo: però noi ce ne siamo accorti da un giorno all’altro. Allo stesso modo, da un giorno all’altro è sbucata una piccola zampetta, una virgola di radice verso l’acqua. Piccola, gialla, rugosa.

In pochi giorni, la radice è diventata enorme, e un grosso pennacchio ha iniziato a dirigersi verso la luce: l’avocado aveva deciso finalmente di ripagare il nostro spirito da genitori di piante.

Ieri l’abbiamo finalmente piantato. Ora è lì, che mi osserva. Lo osservo di rimando, sperando che quelle due foglioline ridicole diventino una bella pianta. Non dico fruttare, sarebbe chiedere troppo. Ma almeno ripagare i miei sforzi con l’estetica di una pianta come si deve.

Improvvisamente i minuti passati a cambiare l’acqua, a osservare quei semi e tutto il nostro mondo dentro casa, fanno parte del passato.

Perché far crescere un avocado?

Hanno parlato diverse persone più titolate di me dei problemi causati dalla coltivazione e dal consumo sempre crescente di avocado nell mondo. Vi rimando alla lettura di articoli che potete trovare facilmente su internet: ne ha parlato Vice (anche in italiano), il Guardian e persino una puntata del documentario Rotten, che trovate su Netlfix.

Da quando l’avocado è diventato il grasso buono che tutti noi vogliamo aggiungere ai nostri panini, la sua richiesta ha causato diversi problemi, tra cui disboscamento di aree enormi in America Latina. Pensate un po’: mentre prima era consumato solo in una piccola parte di mondo, adesso la sua richiesta arriva dall’Italia alla Cina. La coltivazione intensiva che questo tipo di domanda comporta necessita di tantissima acqua, lasciando le popolazioni locali letteralmente a secco.

Rispettiamo dunque la stagionalità e compriamo avocado coltivati più vicino possibile a noi. Ricordiamoci che nel momento in cui compriamo un avocado cileno o messicano, probabilmente questo è stato fatto crescere sfruttando il suolo per avere la massima resa, a discapito di altre coltivazioni che hanno meno mercato. Teniamo a mente che il suo trasporto ha avuto un impatto enorme sull’ambiente: ha dovuto viaggiare dal Messico all’Italia prima di finire nel nostro panino e su Instagram.

ENG

I’m growing an avocado tree

There was a time on Instagram when everyone was growing avocado plants. Photos of beautiful jars with these seeds suspended inside, resting on toothpicks, floating in the water, waiting for them to germinate. There is also an avocado bar in Milan with its shop windows covered with plastic cups and avocado seeds: having no customers during the lockdown, they probably thought it was better to fill the place. Good idea.

Could I not take part in such an attempt? Why not take advantage of a global pandemic to give birth to a plant, with all the metaphors of growth and rebirth that this involves?

The exhausting wait

The first part is the most difficult: wait. Days and days. You will need (from here on, just search on google and don’t trust me: my green thumb is stained with the sap of the thousand plants that I killed involuntarily): a jar, 3 sticks, a lot of patience.

Eat your avocado (preferably local if you are lucky enough) and keep the large seed. Remove all the pulp, clean it well without mistreating it. After filling the jar with water, skewer (not too much) the avocado with the picks, to keep it on the edge. Just like this:

It should be covered for about 2/3 of the water. Watch it for a few minutes. Do you notice any changes? No? Well. It will be like this for such a long time that you will forget the day you planted it.

After literally 2 months

As my mom would say: did you want the bicycle? Now ride. The water in the jar should be changed every 3-4 days. Nico and I, full of hope and dreams, have carried out this process for two – TWO! – months.

Two months in which the days never seemed to pass. Work from home, lunch always the two of us, life out there stops. The line in front of the pharmacy that ran very slowly, all one meter away from each other. The blossoming orchids – one, to tell the truth, the other is still dormant since we moved to Milan. The spring heat that entered the windows, the still seed, always the same, immersed in stagnant water, the toothpicks spiked on.

One day the seed split in two. 

Okay, maybe it took him longer: but we noticed it overnight. In the same way, from one day to the next a small paw has emerged, a comma of root towards the water. Small, yellow, wrinkled.

In a few days, the root became enormous, and a large plume began to head towards the light: the avocado had finally decided to repay our parenting spirit.

Yesterday we finally planted it in soil. Now it is there, watching me. I look back at him, hoping that those two ridiculous leaves will become a beautiful plant. I’m not saying fruit, it would be asking too much. But at least it will repay my efforts with the aesthetics of a plant as it should be.

Suddenly the minutes spent changing the water, observing those seeds and our whole world inside the house, are part of the past.

Why the avocado?

Several people who are more titled than I have talked about the problems caused by the growing and consumption of avocados in the world. I refer you to reading articles that you can easily find on the internet: Vice, the Guardian, and even an episode of the documentary Rotten, which you can find on Netlfix, spoke about it.

Ever since avocado became the good fat we all want to add to our sandwiches, his demand has caused several problems, including deforestation of huge areas in Latin America. Think about it: while before it was consumed only in a small part of the world, now its request comes from Italy to China. The intensive cultivation that this type of demand entails requires a lot of water, leaving the local populations dry.

We, therefore, respect the seasonality and buy avocados grown as close to us as possible. Remember that when we buy a Chilean or Mexican avocado, this was probably made to grow by exploiting the soil for maximum yield, to the detriment of other crops that have less market. Keep in mind that its transportation had a huge impact on the environment: it had to travel from Mexico to Italy before ending up in our sandwich and on Instagram.