Come fai a leggere così tanto?

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Sono sempre stata una di quelle persone che annualmente, quando escono le statistiche sul numero di lettori in italia, vegono definite lettrici forti. I cinque libri che vengono presi come unità di misura solitamente li leggo in meno di un mese (a meno che non sia Infinite Jest) e se ci fosse una maratona di letture probabilmente arriverei tra i primi dieci.

Leggo tanto nonostante tutto. Nonostante abbia fatto l’università, nonostante faccia un lavoro full time, nonostante gli articoli sul blog, nonostante vada in palestra. Elenco tutti questi nonostante perché una delle cose che sento dire più spesso è che per leggere ci vuole tempo, e il tempo è la cosa che più ci manca.

Beh, permettetemi di smentire quest’affermazione. Il tempo c’è: siamo solo poco abituati a ritagliarcelo. Ecco quindi cinque cose che faccio e che mi permettono di leggere tanto, tutti i giorni.

1. Ogni volta che posso, leggo

Anche solo per cinque minuti. Cerco di non buttare mai via i ritagli di tempo e di non far volar via i tempi morti inutilmente. Ho sempre un libro in borsa, e leggo ogni volta che posso. Qualche esempio? La mattina, mentre aspetto che si riscaldi l’acqua del tè, leggo. In fila dal medico, leggo. In bagno, leggo. Appena finito lavoro, prima di dedicarmi a qualsiasi altra attività, leggo. Mentre cucino leggo.

Ok, mi rendo conto che può sembrare un incubo. In realtà non è così male, perché è come se mi stessi riprendendo tutto il tempo che le incombenze della giornata cercano di portarmi via.

2. Leggo libri (di qualità) che mi piacciono

Dopo un po’ un lettore impara a capire se un libro fa per lui. E’ una questione di istinto. Impara a riconoscere a naso un autore con cui può esserci feeling, e impara a sviluppare una sorta di campanello d’allarme verso i libri di merda.

Trovo inoltre che i libri di merda, che possono sembrare a prima vista molto fruibili, in realtà siano respingenti. Chi ha voglia di leggere un diario in prima persona? O una storia d’amore che tutti sappiamo come andrà a finire? Personalmente, io no. E credo che nessuno voglia leggere qualcosa di scritto male, con punteggiatura scollegata e trama inesistente. Quindi, uno dei segreti per riuscire a diventare un lettore forte è scegliere cose che ci piacciono, ma sceglierle bene.

3. Passo da cartaceo a ebook e viceversa

Se leggessi solo libri cartacei probabilmente la mia schiena sarebbe a pezzi (oltre che chiaramente ricurva come è già). Cerco di portare sempre un libro con me, ma se ho già tante cose in borsa prendo il lettore ebook. E’ comodo, ci stanno tanti libri, è adatto soprattutto a chi viaggia tanto.

Non riesco però a staccarmi dal cartaceo, che su di me ha sempre quel fascino indescrivibile. La mia giornata perfetta è sdraiata sul divano, con un libro (preferibilmente lungo) in mano, a leggere fino a quando non mi viene fame.

4. Priorità alla lettura

Ci sono tante cose che potrei fare nel mio tempo libero. Giocare ad Animal Crossing, andare in palestra, fare una passeggiata, scrollare instagram, cucinare e molto altro. Ho citato queste cose perché sono tutte cose che faccio, quotidianamente. La priorità però è sempre il segnalibro che mi aspetta tra le pagine.

Dare priorità alla lettura non significa non fare altro. Significa fare anche altro. Quante volte riempiamo il nostro tempo con i social, solo perché non sappiamo cosa fare? Quante volte giochiamo sul telefono, annoiati, solo per spegnere il cervello?

La lettura è bella perché il tempo scorre, ma il cervello non si spegne mai.

5. Mi concentro su ciò che sto facendo

Questo è il consiglio più difficile, che probabilmente verrà dopo tanta pratica. Cercare di concentrarsi pienamente su ciò che si sta facendo. Per quanto riguarda la lettura, è ancora più difficile, in un mondo di schermi e suoni di messaggi.

Quando leggo, cerco di immergermi il più possibile in ciò che sto leggendo. Sia questo un saggio, sia questo un romanzo. Dedicare completa attenzione a ciò che abbiamo di fronte è il regalo più grande che possiamo fare a noi stessi. Esserci, nel momento presente, e allo stesso tempo volare con la mente, ragionare e rispecchiarci su storie scritte da altri, che sembrano fatte apposta per noi. Vi è mai successo? E’ la sensazione più bella del mondo.

ENG

How do you read so much?

I have always been one of those people who every year when the statistics on the number of readers in Italy come out, are defined as strong readers. The five books that are taken as a unit of measurement I usually read in less than a month (unless it’s Infinite Jest) and if there was a marathon of reading I’d probably make it into the top ten.

I read a lot despite everything. Despite having done college, despite having a full-time job, despite blog posts, despite going to the gym. I list all of these though because one of the things I hear most often is that reading takes time, and time is the thing we miss most.

Well, let me disprove this claim. There is plenty of time: we are only a little used to cutting it out for ourselves. So here are five things I do and that allows me to read a lot, every day.

1. I read whenever and wherever I can

Even for just five minutes, I read. I try never to throw away the scraps of time and not to blow away the dead time unnecessarily. I always have a book in my bag, and I read whenever I can. A few examples? In the morning, while I wait for the water to heat up for my tea, I read. In the queue to the doctor, I read. In the bathroom, I read. As soon as I finish work, before dedicating myself to any other activity, I read. While I cook, I read.

Okay, I realize this may sound like a nightmare. It’s actually not that bad, because it’s like I’m taking back all the time that the chores of the day try to take away.

2. I read (quality) books that I like

After a while, a reader learns to guess if a book is for her. It is a matter of instinct. Learn to recognize an author with whom there may be a connection, and learn to develop a kind of alarm bell towards the shitty books.

I also find that shitty books, which may seem very usable at first glance, are actually buffers. Who wants to read a dear-diary? Or a love story that we all know how it will turn out? I don’t. And I don’t think anyone wants to read something poorly written, with disconnected punctuation and non-existent plot. So, one of the secrets to becoming a strong reader is choosing things we like, but choosing them well.

3. I read paper books and e-books

If I only read paper books my back would probably be in pieces (as well as curved as it already is). I try to always carry a book with me, but if I already have a lot of things in my bag I take the Kindle ebook reader. It is convenient, there are many books uploaded in it, and it is especially suitable for people who travel a lot.

However, I cannot detach myself from the paper, which always has that indescribable charm on me. My perfect day is lying on the sofa, with a (preferably long) book in hand, reading until I’m hungry.

4. I prioritize reading

There are so many things I could do in my free time. I can play Animal Crossing, hit the gym, go for a walk, scroll Instagram, cook, and more. I mentioned these things because they are all things I do, daily. The priority, however, is always the bookmark that awaits me between the pages.

Prioritizing reading does not mean doing nothing else. It also means doing something else. How many times do we fill our time with social media, just because we don’t know what to do? How many times do we play on the phone, bored, just to turn off the brain?

Reading is beautiful because time passes, but the brain never goes out. 

5. I’m focused on what I’m doing

This is the hardest piece of advice, which will likely come after a lot of practice. Try to fully focus on what you are doing. As for reading, it’s even more difficult in a world of screens and sounds coming out from our phones.

When I read, I try to immerse myself as much as possible in what I am reading. Let this be an essay, let this be a novel. Paying full attention to what is in front of us is the greatest gift we can give to ourselves. Being there, in the present moment, and at the same time flying with the mind, reasoning and reflecting on stories written by others, which seem to be made especially for us. Has this ever happened to you? It is the best feeling in the world.

Zero waste impossibile, parte 1: montagna

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La sera prima di partire per la montagna inizio a respirare l’aria fresca dell’altitudine anche se sono ancora in casa. È come se i miei polmoni iniziassero a prevedere il cambiamento che diventerà realtà solo il giorno dopo. Subito dopo cena preparo lo zaino, poi puntualmente lo svuoto perché è sempre troppo pesante.

Stavolta è un barattolo che rimane indietro a favore di una lattina di birra. La bottiglia di vetro pesa sempre troppo. Sul fondo una felpa morbida, la borraccia, l’astuccio con il glucometro, due scatoline di caramelle sfuse, un pacchetto di caramelle da supermercato, vegan, la busta di plastica bianca e colorata. Il portafoglio, un’altra bustina con un altro sito di iniezione, perché non si sa mai.

Mi addormento in macchina perché mi fanno sempre sedere dietro, e quando mi siedo dietro o mi addormento o mi viene la nausea. Ho fatto male a mangiare una brioche, e la giornata è iniziata storta perché ho chiesto un pain au chocolat e dentro aveva la crema pasticcera: un’ottima riflessione sulla cattiveria che gli esseri umani sono in grado di infliggere ad altri esseri umani.

Quando arriviamo tolgo lo zaino dal bagagliaio, e mi rendo conto che nonostante tutto è ancora troppo pesante. Mi maledico, sapendo che me ne pentirò lungo tutto il prossimo dislivello.

Ho cercato spesso online delle informazioni su come fare una passeggiata in montagna, anche di più giorni, totalmente zero waste. In inglese si trovano diversi blog che ne parlano, in italiano pochissimi post qua e là di esperienze sparse. Io faccio un po’ a caso, inventandomi soluzioni di testa mia o copiando cose che vedo in rete, sempre con l’idea di mantenere più vicino allo zero possibile il mio impatto ambientale (con una regola ferrea: i rifiuti non si lasciano mai in montagna e si riportano SEMPRE giù a valle).

Usato

I miei scarponcini sono bruciati in punta, perché un giorno mi sono avvicinata troppo a un falò e una scintilla si è poggiata sul tessuto. Ci sono affezionata, per quanto ci si possa affezionare a un paio di scarpe così brutte, perché sono venuti con me anche in Islanda, e perché hanno quel colore grigio topo tipico della roba tecnica, che sembra fatta apposta per sembrare tutta uguale e tutta sfigata.

In generale non compro roba tecnica solo per andare in montagna, ma capisco che per molti abbia senso farlo, dato che per certi percorsi si ha bisogno di cose tecniche e ultraleggere che spesso non si trovano di seconda mano. Per me che sono una banale casual hikers del fine settimana, vanno benissimo vestiti riciclati: sfoggio pinocchietti di decathlon vecchi di anni, magliette con loghi improbabili, felpe oversize e il mio pezzo forte, ovvero la fascia/scaldacollo/mascherina fucsia comprata mille anni fa, quando ancora avevo una mezza idea di andare a fare attività sportiva all’aperto in città.

A proposito di sfigato, stavolta indosso una camicia di circa 4 taglie più grande di me, perché il mio ragazzo ha sbagliato a prenderla su Amazon e gli ho proibito categoricamente di fare il reso. Sapete quanto impattano i resi in termini di inquinamento ambientale? Tantissimo. Quindi perché non farmi un regalo con una camicia vestito?

Pranzo in scatola

Camminare in montagna, soprattutto verso un rifugio, è sempre uguale e sempre diverso. A volte si inizia con salite faticose che poi diventano pianeggianti, a volte si sale e si scende, a volte la salita è lenta e lunga. Stavolta è faticosa e rimane così per metà percorso, finché non decidiamo di fermarci per la prima pausa merenda.

Il cibo è per me un tasto dolente. Da un lato riesco ad organizzarmi molto bene, portando i panini avvolti in canovacci di stoffa o il pranzo in contenitori riutilizzabili. I miei preferiti sono i panini col pomodoro (ovviamente) o con le verdure grigliate, insieme a formaggi belli carichi di gusto. Altrimenti, soprattutto per camminate in giornata, porto pasta e riso freddo con verdure a dadini.

Dall’altro ci sono cose per le quali ancora non ho trovato una soluzione: le barrette energetiche e cariche di zucchero, che per ora riesco a portare solamente confezionate nella plastica. Purtroppo non possono essere sostituite con frutta che mangio prima di iniziare il percorso o che porto con me se la camminata è da fare in giornata, e non sono ancora riuscita a sperimentare alternative fatte in casa. Ho provato qualche mese fa una ricetta di barrette coi datteri buonissima, ma ora non si trovano praticamente più, quindi dovrei trovare delle alternative.

La borraccia è sempre la stessa Klean Kanteen, in acciaio e senza fronzoli. Ormai la conoscete fino alla nausea: è uno dei miei oggetti preferiti in assoluto perché è resistente e leggera.

Liste della spesa molto brevi

E’ difficile per me dividermi tra diabete di tipo 1, zero waste e camminate in montagna. Col tempo sta diventando sempre più facile, anche grazie a una piccola lista che ho fatto nel corso del tempo:

  • Borraccia;
  • Pranzo in tovaglioli di stoffa o schiscetta;
  • Posate acciaio;
  • Caramelle sfuse.

Nico porta anche, soprattutto se stiamo più giorni fuori:

  • Fornello;
  • Pentolino;
  • Altra acqua con filtro.

Fondamentale è riuscire a portare meno plastica possibile, limitandola a solo ciò che è necessario. Inoltre, soprattutto se sto fuori più giorni, cerco di pianificare tutto ciò che mangerò inclusi gli snack che potrebbero essere necessari in situazioni di emergenza (glicemia troppo bassa): in quel caso infatti al peso della borraccia e dei contenitori si aggiunge anche il peso della tenda, del materassino e del sacco a pelo, più un cambio di vestiti.

Durante uno dei prossimi hiking, magari di più giorni, vorrei parlare anche del cibo che porto dietro. Spero che questo post vi possa essere utile: a volte basta poco per limitare i nostri rifiuti, anche in situazioni difficili come questa.

ENG

Impossible zero waste: part 1, hiking

The evening before leaving for the mountain, I begin to breathe the fresh air of the altitude even if I am still at home. It is as if my lungs began to predict the change that will become reality only the next day. Immediately after dinner, I prepare the backpack, then I immediately empty it because it is always too heavy.

This time it is a jar that stays behind in favor of a can of beer. The glass bottle always weighs too much. On the bottom a soft sweatshirt, the reusable bottle, the case with the glucometer, two boxes of loose candies, a packet of supermarket candy, vegan, the white and colored plastic bag. The wallet, another sachet with another injection site, because you never know.

I fall asleep in the car because they always make me sit behind, and when I sit behind or fall asleep or I feel sick. I eat a brioche, and the day started wrong because I asked for a pain au chocolat and inside it had custard: an excellent reflection on the badness that human beings are able to inflict on other human beings.

When we get there I take the backpack out of the trunk, and I realize that despite everything it is still too heavy. I curse myself, knowing that I will regret it all along with the next climb.

I have often looked online for information on how to take a walk in the mountains, even for several days, totally zero waste. In English, there are several blogs that talk about it, in Italian very few posts here and there of scattered experiences. I am a random person, so I tend to invent my own solutions or copying things that I see on the web, always with the idea of ​​keeping my environmental impact as close to zero as possible (with a strict rule: waste never stays in the mountain and ALWAYS go back down to the valley).

Secondhand

My boots are burnt at the tip because one day I got too close to a bonfire and a spark landed on the fabric. I am fond of it, as much as we can become attached to a pair of shoes so ugly, because they also came with me to Iceland, and because they have that mouse gray color typical of technical stuff, which seems made on purpose to look all the same.

In general, I don’t buy technical stuff just to go to the mountain, but I understand that for many it makes sense to do it because that for certain routes you need technical and ultralight things that often are impossible to find second-hand. For me, a common casual weekend hiker, recycled clothes are fine: I show off years-old Decathlon trunks, shirts with improbable logos, oversized sweatshirts and my strong piece, that is the pink hairband/neck warmer/face mask bought a thousand years ago, when I still had a half idea of ​​going to do outdoor sports in the city.

Speaking of a loser, this time I’m wearing a shirt about 4 sizes bigger than me because my boyfriend bought it on Amazon in the wrong size and I categorically prohibited him from making the return. Do you know how much returns impact in terms of environmental pollution? A lot . So why not give me a gift with a dress shirt?

Bento lunch

Walking in woods, especially towards a refuge, is always the same and always different. Sometimes it starts with strenuous climbs and then becomes flat, sometimes climbs and descends, sometimes the ascent is slow and long. This time it is tiring and remains so for halfway until we decide to stop for the first snack break.

Food is a sensitive point for me. On one hand, I manage to organize myself very well, bringing the sandwiches wrapped in cloth or my lunch in reusable containers. My favorites are the sandwiches with tomato (obviously) or with grilled vegetables, along with beautiful cheeses full of taste. Otherwise, especially for day walks, I bring cold pasta or cold rice with vegetables.

On the other hand, there are things for which I still haven’t found a solution: energy bars with sugar, which for now I can only bring packed in plastic. Unfortunately, they cannot be always replaced with fruit – I eat bananas or apples before starting the route, and I take fruit with me if the walk is to be done in the day, but I have not yet managed to experiment with homemade alternative bars. A few months ago I tried a recipe of bars with very good dates, but now they are practically impossible to find, so I should try some alternative.

My bottle is always the same Klean Kanteen, in steel and without frills. By now you know it to the point of nausea: it is one of my absolute favorite objects because it is resistant and light.

Very short shopping lists

It is difficult for me to divide myself between type 1 diabetes, zero waste, and hiking. Over time it is becoming easier, also thanks to a small list that I have made over time:

  • Bottle;
  • Lunch in napkins or bento;
  • Steel cutlery;
  • Loose candies.

Nico also brings, especially if we are several days out:

  • Cooker;
  • A small pot; 
  • Another bottle of water with the filter. 

It is essential to be able to bring as little plastic as possible, limiting it to only what is necessary. Besides, especially if I am away for several days, I try to plan everything I will eat including snacks that may be needed in emergencies (blood sugar too low): in that case, in fact, the weight of the bottle and the containers also adds the weight of the tent, mattress and sleeping bag, plus a change of clothes.

During one of the next hikes, maybe for several days, I would also like to talk more specifically about the food I bring with me. I hope this post will be useful to you: sometimes it takes very little to limit our waste, even in difficult situations like this.

Ho fatto crescere un avocado durante la quarantena

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Su Instagram c’è stato un periodo in cui tutti facevano crescere piante di avocado. Foto di barattoli bellissimi con questi semini sospesi dentro, appoggiati su stuzzicadenti, a filo d’acqua, in attesa che germogliassero. C’è anche un avocado bar a Milano con le vetrine ricoperte di bicchieri di plastica e semi di avocado: non avendo clienti durante il lockdown, probabilmente hanno pensato fosse meglio riempire così il locale. Ottima idea.

Tornando a noi: potevo non prendere parte a un simile tentativo? E perché mai non sfruttare una pandemia globale per far nascere una pianta, con tutte le metafore di crescita e rinascita che questo comporta?

L’estenuante attesa

La prima parte è la più difficile: aspettare. Giorni e giorni. Avrete bisogno di (da qui in poi, cercate su google e non prendetemi in parola: il mio pollice verde è terribilmente macchiato della linfa delle mille piante che ho ucciso involontariamente): un vasetto, 3 stecchini, tanta pazienza.

Mangiate il vostro avocado (preferibilmente italiano) e conservate il grosso seme che trovate all’interno. Togliete tutta la polpa, pulendolo bene senza maltrattarlo. Dopo aver riempito il vasetto di acqua, infilzate (non troppo) l’avocado con gli stecchini, in modo da tenerlo in bilico sul bordo. Così:

Deve essere coperto per circa 2/3 di acqua. Rimanete ad osservarlo per qualche minuto. Notate qualche cambiamento? No? Bene. Sarà così per un tempo talmente lungo che dimeticherete il giorno in cui l’avete piantato.

Dopo letteralmente 2 mesi

Come direbbe mia mamma: hai voluto la bicicletta? E ora pedala. L’acqua del vasetto va cambiata ogni 3-4 giorni. Io e Nico, pieni di speranze, abbiamo portato avanti questo processo per due – DUE! – mesi.

Due mesi in cui le giornate sembravano non passare mai. Il lavoro da casa, il pranzo sempre noi due, la vita là fuori ferma. La fila di fronte alla farmacia che scorreva lentissima, tutti a un metro di distanza. Le orchidee che sbocciavano – una sola a dire il vero, l’altra è ancora in letargo da quando ci siamo trasferiti a Milano. Il caldo primaverile che entrava dalle finestre, il seme fermo, sempre uguale, immerso nell’acqua stagnante, gli stecchini infilzati addosso.

Un giorno il seme si è spaccato in due.

Ok, forse ci ha messo più tempo: però noi ce ne siamo accorti da un giorno all’altro. Allo stesso modo, da un giorno all’altro è sbucata una piccola zampetta, una virgola di radice verso l’acqua. Piccola, gialla, rugosa.

In pochi giorni, la radice è diventata enorme, e un grosso pennacchio ha iniziato a dirigersi verso la luce: l’avocado aveva deciso finalmente di ripagare il nostro spirito da genitori di piante.

Ieri l’abbiamo finalmente piantato. Ora è lì, che mi osserva. Lo osservo di rimando, sperando che quelle due foglioline ridicole diventino una bella pianta. Non dico fruttare, sarebbe chiedere troppo. Ma almeno ripagare i miei sforzi con l’estetica di una pianta come si deve.

Improvvisamente i minuti passati a cambiare l’acqua, a osservare quei semi e tutto il nostro mondo dentro casa, fanno parte del passato.

Perché far crescere un avocado?

Hanno parlato diverse persone più titolate di me dei problemi causati dalla coltivazione e dal consumo sempre crescente di avocado nell mondo. Vi rimando alla lettura di articoli che potete trovare facilmente su internet: ne ha parlato Vice (anche in italiano), il Guardian e persino una puntata del documentario Rotten, che trovate su Netlfix.

Da quando l’avocado è diventato il grasso buono che tutti noi vogliamo aggiungere ai nostri panini, la sua richiesta ha causato diversi problemi, tra cui disboscamento di aree enormi in America Latina. Pensate un po’: mentre prima era consumato solo in una piccola parte di mondo, adesso la sua richiesta arriva dall’Italia alla Cina. La coltivazione intensiva che questo tipo di domanda comporta necessita di tantissima acqua, lasciando le popolazioni locali letteralmente a secco.

Rispettiamo dunque la stagionalità e compriamo avocado coltivati più vicino possibile a noi. Ricordiamoci che nel momento in cui compriamo un avocado cileno o messicano, probabilmente questo è stato fatto crescere sfruttando il suolo per avere la massima resa, a discapito di altre coltivazioni che hanno meno mercato. Teniamo a mente che il suo trasporto ha avuto un impatto enorme sull’ambiente: ha dovuto viaggiare dal Messico all’Italia prima di finire nel nostro panino e su Instagram.

ENG

I’m growing an avocado tree

There was a time on Instagram when everyone was growing avocado plants. Photos of beautiful jars with these seeds suspended inside, resting on toothpicks, floating in the water, waiting for them to germinate. There is also an avocado bar in Milan with its shop windows covered with plastic cups and avocado seeds: having no customers during the lockdown, they probably thought it was better to fill the place. Good idea.

Could I not take part in such an attempt? Why not take advantage of a global pandemic to give birth to a plant, with all the metaphors of growth and rebirth that this involves?

The exhausting wait

The first part is the most difficult: wait. Days and days. You will need (from here on, just search on google and don’t trust me: my green thumb is stained with the sap of the thousand plants that I killed involuntarily): a jar, 3 sticks, a lot of patience.

Eat your avocado (preferably local if you are lucky enough) and keep the large seed. Remove all the pulp, clean it well without mistreating it. After filling the jar with water, skewer (not too much) the avocado with the picks, to keep it on the edge. Just like this:

It should be covered for about 2/3 of the water. Watch it for a few minutes. Do you notice any changes? No? Well. It will be like this for such a long time that you will forget the day you planted it.

After literally 2 months

As my mom would say: did you want the bicycle? Now ride. The water in the jar should be changed every 3-4 days. Nico and I, full of hope and dreams, have carried out this process for two – TWO! – months.

Two months in which the days never seemed to pass. Work from home, lunch always the two of us, life out there stops. The line in front of the pharmacy that ran very slowly, all one meter away from each other. The blossoming orchids – one, to tell the truth, the other is still dormant since we moved to Milan. The spring heat that entered the windows, the still seed, always the same, immersed in stagnant water, the toothpicks spiked on.

One day the seed split in two. 

Okay, maybe it took him longer: but we noticed it overnight. In the same way, from one day to the next a small paw has emerged, a comma of root towards the water. Small, yellow, wrinkled.

In a few days, the root became enormous, and a large plume began to head towards the light: the avocado had finally decided to repay our parenting spirit.

Yesterday we finally planted it in soil. Now it is there, watching me. I look back at him, hoping that those two ridiculous leaves will become a beautiful plant. I’m not saying fruit, it would be asking too much. But at least it will repay my efforts with the aesthetics of a plant as it should be.

Suddenly the minutes spent changing the water, observing those seeds and our whole world inside the house, are part of the past.

Why the avocado?

Several people who are more titled than I have talked about the problems caused by the growing and consumption of avocados in the world. I refer you to reading articles that you can easily find on the internet: Vice, the Guardian, and even an episode of the documentary Rotten, which you can find on Netlfix, spoke about it.

Ever since avocado became the good fat we all want to add to our sandwiches, his demand has caused several problems, including deforestation of huge areas in Latin America. Think about it: while before it was consumed only in a small part of the world, now its request comes from Italy to China. The intensive cultivation that this type of demand entails requires a lot of water, leaving the local populations dry.

We, therefore, respect the seasonality and buy avocados grown as close to us as possible. Remember that when we buy a Chilean or Mexican avocado, this was probably made to grow by exploiting the soil for maximum yield, to the detriment of other crops that have less market. Keep in mind that its transportation had a huge impact on the environment: it had to travel from Mexico to Italy before ending up in our sandwich and on Instagram.