Zero waste impossibile, parte 1: montagna

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La sera prima di partire per la montagna inizio a respirare l’aria fresca dell’altitudine anche se sono ancora in casa. È come se i miei polmoni iniziassero a prevedere il cambiamento che diventerà realtà solo il giorno dopo. Subito dopo cena preparo lo zaino, poi puntualmente lo svuoto perché è sempre troppo pesante.

Stavolta è un barattolo che rimane indietro a favore di una lattina di birra. La bottiglia di vetro pesa sempre troppo. Sul fondo una felpa morbida, la borraccia, l’astuccio con il glucometro, due scatoline di caramelle sfuse, un pacchetto di caramelle da supermercato, vegan, la busta di plastica bianca e colorata. Il portafoglio, un’altra bustina con un altro sito di iniezione, perché non si sa mai.

Mi addormento in macchina perché mi fanno sempre sedere dietro, e quando mi siedo dietro o mi addormento o mi viene la nausea. Ho fatto male a mangiare una brioche, e la giornata è iniziata storta perché ho chiesto un pain au chocolat e dentro aveva la crema pasticcera: un’ottima riflessione sulla cattiveria che gli esseri umani sono in grado di infliggere ad altri esseri umani.

Quando arriviamo tolgo lo zaino dal bagagliaio, e mi rendo conto che nonostante tutto è ancora troppo pesante. Mi maledico, sapendo che me ne pentirò lungo tutto il prossimo dislivello.

Ho cercato spesso online delle informazioni su come fare una passeggiata in montagna, anche di più giorni, totalmente zero waste. In inglese si trovano diversi blog che ne parlano, in italiano pochissimi post qua e là di esperienze sparse. Io faccio un po’ a caso, inventandomi soluzioni di testa mia o copiando cose che vedo in rete, sempre con l’idea di mantenere più vicino allo zero possibile il mio impatto ambientale (con una regola ferrea: i rifiuti non si lasciano mai in montagna e si riportano SEMPRE giù a valle).

Usato

I miei scarponcini sono bruciati in punta, perché un giorno mi sono avvicinata troppo a un falò e una scintilla si è poggiata sul tessuto. Ci sono affezionata, per quanto ci si possa affezionare a un paio di scarpe così brutte, perché sono venuti con me anche in Islanda, e perché hanno quel colore grigio topo tipico della roba tecnica, che sembra fatta apposta per sembrare tutta uguale e tutta sfigata.

In generale non compro roba tecnica solo per andare in montagna, ma capisco che per molti abbia senso farlo, dato che per certi percorsi si ha bisogno di cose tecniche e ultraleggere che spesso non si trovano di seconda mano. Per me che sono una banale casual hikers del fine settimana, vanno benissimo vestiti riciclati: sfoggio pinocchietti di decathlon vecchi di anni, magliette con loghi improbabili, felpe oversize e il mio pezzo forte, ovvero la fascia/scaldacollo/mascherina fucsia comprata mille anni fa, quando ancora avevo una mezza idea di andare a fare attività sportiva all’aperto in città.

A proposito di sfigato, stavolta indosso una camicia di circa 4 taglie più grande di me, perché il mio ragazzo ha sbagliato a prenderla su Amazon e gli ho proibito categoricamente di fare il reso. Sapete quanto impattano i resi in termini di inquinamento ambientale? Tantissimo. Quindi perché non farmi un regalo con una camicia vestito?

Pranzo in scatola

Camminare in montagna, soprattutto verso un rifugio, è sempre uguale e sempre diverso. A volte si inizia con salite faticose che poi diventano pianeggianti, a volte si sale e si scende, a volte la salita è lenta e lunga. Stavolta è faticosa e rimane così per metà percorso, finché non decidiamo di fermarci per la prima pausa merenda.

Il cibo è per me un tasto dolente. Da un lato riesco ad organizzarmi molto bene, portando i panini avvolti in canovacci di stoffa o il pranzo in contenitori riutilizzabili. I miei preferiti sono i panini col pomodoro (ovviamente) o con le verdure grigliate, insieme a formaggi belli carichi di gusto. Altrimenti, soprattutto per camminate in giornata, porto pasta e riso freddo con verdure a dadini.

Dall’altro ci sono cose per le quali ancora non ho trovato una soluzione: le barrette energetiche e cariche di zucchero, che per ora riesco a portare solamente confezionate nella plastica. Purtroppo non possono essere sostituite con frutta che mangio prima di iniziare il percorso o che porto con me se la camminata è da fare in giornata, e non sono ancora riuscita a sperimentare alternative fatte in casa. Ho provato qualche mese fa una ricetta di barrette coi datteri buonissima, ma ora non si trovano praticamente più, quindi dovrei trovare delle alternative.

La borraccia è sempre la stessa Klean Kanteen, in acciaio e senza fronzoli. Ormai la conoscete fino alla nausea: è uno dei miei oggetti preferiti in assoluto perché è resistente e leggera.

Liste della spesa molto brevi

E’ difficile per me dividermi tra diabete di tipo 1, zero waste e camminate in montagna. Col tempo sta diventando sempre più facile, anche grazie a una piccola lista che ho fatto nel corso del tempo:

  • Borraccia;
  • Pranzo in tovaglioli di stoffa o schiscetta;
  • Posate acciaio;
  • Caramelle sfuse.

Nico porta anche, soprattutto se stiamo più giorni fuori:

  • Fornello;
  • Pentolino;
  • Altra acqua con filtro.

Fondamentale è riuscire a portare meno plastica possibile, limitandola a solo ciò che è necessario. Inoltre, soprattutto se sto fuori più giorni, cerco di pianificare tutto ciò che mangerò inclusi gli snack che potrebbero essere necessari in situazioni di emergenza (glicemia troppo bassa): in quel caso infatti al peso della borraccia e dei contenitori si aggiunge anche il peso della tenda, del materassino e del sacco a pelo, più un cambio di vestiti.

Durante uno dei prossimi hiking, magari di più giorni, vorrei parlare anche del cibo che porto dietro. Spero che questo post vi possa essere utile: a volte basta poco per limitare i nostri rifiuti, anche in situazioni difficili come questa.

ENG

Impossible zero waste: part 1, hiking

The evening before leaving for the mountain, I begin to breathe the fresh air of the altitude even if I am still at home. It is as if my lungs began to predict the change that will become reality only the next day. Immediately after dinner, I prepare the backpack, then I immediately empty it because it is always too heavy.

This time it is a jar that stays behind in favor of a can of beer. The glass bottle always weighs too much. On the bottom a soft sweatshirt, the reusable bottle, the case with the glucometer, two boxes of loose candies, a packet of supermarket candy, vegan, the white and colored plastic bag. The wallet, another sachet with another injection site, because you never know.

I fall asleep in the car because they always make me sit behind, and when I sit behind or fall asleep or I feel sick. I eat a brioche, and the day started wrong because I asked for a pain au chocolat and inside it had custard: an excellent reflection on the badness that human beings are able to inflict on other human beings.

When we get there I take the backpack out of the trunk, and I realize that despite everything it is still too heavy. I curse myself, knowing that I will regret it all along with the next climb.

I have often looked online for information on how to take a walk in the mountains, even for several days, totally zero waste. In English, there are several blogs that talk about it, in Italian very few posts here and there of scattered experiences. I am a random person, so I tend to invent my own solutions or copying things that I see on the web, always with the idea of ​​keeping my environmental impact as close to zero as possible (with a strict rule: waste never stays in the mountain and ALWAYS go back down to the valley).

Secondhand

My boots are burnt at the tip because one day I got too close to a bonfire and a spark landed on the fabric. I am fond of it, as much as we can become attached to a pair of shoes so ugly, because they also came with me to Iceland, and because they have that mouse gray color typical of technical stuff, which seems made on purpose to look all the same.

In general, I don’t buy technical stuff just to go to the mountain, but I understand that for many it makes sense to do it because that for certain routes you need technical and ultralight things that often are impossible to find second-hand. For me, a common casual weekend hiker, recycled clothes are fine: I show off years-old Decathlon trunks, shirts with improbable logos, oversized sweatshirts and my strong piece, that is the pink hairband/neck warmer/face mask bought a thousand years ago, when I still had a half idea of ​​going to do outdoor sports in the city.

Speaking of a loser, this time I’m wearing a shirt about 4 sizes bigger than me because my boyfriend bought it on Amazon in the wrong size and I categorically prohibited him from making the return. Do you know how much returns impact in terms of environmental pollution? A lot . So why not give me a gift with a dress shirt?

Bento lunch

Walking in woods, especially towards a refuge, is always the same and always different. Sometimes it starts with strenuous climbs and then becomes flat, sometimes climbs and descends, sometimes the ascent is slow and long. This time it is tiring and remains so for halfway until we decide to stop for the first snack break.

Food is a sensitive point for me. On one hand, I manage to organize myself very well, bringing the sandwiches wrapped in cloth or my lunch in reusable containers. My favorites are the sandwiches with tomato (obviously) or with grilled vegetables, along with beautiful cheeses full of taste. Otherwise, especially for day walks, I bring cold pasta or cold rice with vegetables.

On the other hand, there are things for which I still haven’t found a solution: energy bars with sugar, which for now I can only bring packed in plastic. Unfortunately, they cannot be always replaced with fruit – I eat bananas or apples before starting the route, and I take fruit with me if the walk is to be done in the day, but I have not yet managed to experiment with homemade alternative bars. A few months ago I tried a recipe of bars with very good dates, but now they are practically impossible to find, so I should try some alternative.

My bottle is always the same Klean Kanteen, in steel and without frills. By now you know it to the point of nausea: it is one of my absolute favorite objects because it is resistant and light.

Very short shopping lists

It is difficult for me to divide myself between type 1 diabetes, zero waste, and hiking. Over time it is becoming easier, also thanks to a small list that I have made over time:

  • Bottle;
  • Lunch in napkins or bento;
  • Steel cutlery;
  • Loose candies.

Nico also brings, especially if we are several days out:

  • Cooker;
  • A small pot; 
  • Another bottle of water with the filter. 

It is essential to be able to bring as little plastic as possible, limiting it to only what is necessary. Besides, especially if I am away for several days, I try to plan everything I will eat including snacks that may be needed in emergencies (blood sugar too low): in that case, in fact, the weight of the bottle and the containers also adds the weight of the tent, mattress and sleeping bag, plus a change of clothes.

During one of the next hikes, maybe for several days, I would also like to talk more specifically about the food I bring with me. I hope this post will be useful to you: sometimes it takes very little to limit our waste, even in difficult situations like this.

Ho fatto crescere un avocado durante la quarantena

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Su Instagram c’è stato un periodo in cui tutti facevano crescere piante di avocado. Foto di barattoli bellissimi con questi semini sospesi dentro, appoggiati su stuzzicadenti, a filo d’acqua, in attesa che germogliassero. C’è anche un avocado bar a Milano con le vetrine ricoperte di bicchieri di plastica e semi di avocado: non avendo clienti durante il lockdown, probabilmente hanno pensato fosse meglio riempire così il locale. Ottima idea.

Tornando a noi: potevo non prendere parte a un simile tentativo? E perché mai non sfruttare una pandemia globale per far nascere una pianta, con tutte le metafore di crescita e rinascita che questo comporta?

L’estenuante attesa

La prima parte è la più difficile: aspettare. Giorni e giorni. Avrete bisogno di (da qui in poi, cercate su google e non prendetemi in parola: il mio pollice verde è terribilmente macchiato della linfa delle mille piante che ho ucciso involontariamente): un vasetto, 3 stecchini, tanta pazienza.

Mangiate il vostro avocado (preferibilmente italiano) e conservate il grosso seme che trovate all’interno. Togliete tutta la polpa, pulendolo bene senza maltrattarlo. Dopo aver riempito il vasetto di acqua, infilzate (non troppo) l’avocado con gli stecchini, in modo da tenerlo in bilico sul bordo. Così:

Deve essere coperto per circa 2/3 di acqua. Rimanete ad osservarlo per qualche minuto. Notate qualche cambiamento? No? Bene. Sarà così per un tempo talmente lungo che dimeticherete il giorno in cui l’avete piantato.

Dopo letteralmente 2 mesi

Come direbbe mia mamma: hai voluto la bicicletta? E ora pedala. L’acqua del vasetto va cambiata ogni 3-4 giorni. Io e Nico, pieni di speranze, abbiamo portato avanti questo processo per due – DUE! – mesi.

Due mesi in cui le giornate sembravano non passare mai. Il lavoro da casa, il pranzo sempre noi due, la vita là fuori ferma. La fila di fronte alla farmacia che scorreva lentissima, tutti a un metro di distanza. Le orchidee che sbocciavano – una sola a dire il vero, l’altra è ancora in letargo da quando ci siamo trasferiti a Milano. Il caldo primaverile che entrava dalle finestre, il seme fermo, sempre uguale, immerso nell’acqua stagnante, gli stecchini infilzati addosso.

Un giorno il seme si è spaccato in due.

Ok, forse ci ha messo più tempo: però noi ce ne siamo accorti da un giorno all’altro. Allo stesso modo, da un giorno all’altro è sbucata una piccola zampetta, una virgola di radice verso l’acqua. Piccola, gialla, rugosa.

In pochi giorni, la radice è diventata enorme, e un grosso pennacchio ha iniziato a dirigersi verso la luce: l’avocado aveva deciso finalmente di ripagare il nostro spirito da genitori di piante.

Ieri l’abbiamo finalmente piantato. Ora è lì, che mi osserva. Lo osservo di rimando, sperando che quelle due foglioline ridicole diventino una bella pianta. Non dico fruttare, sarebbe chiedere troppo. Ma almeno ripagare i miei sforzi con l’estetica di una pianta come si deve.

Improvvisamente i minuti passati a cambiare l’acqua, a osservare quei semi e tutto il nostro mondo dentro casa, fanno parte del passato.

Perché far crescere un avocado?

Hanno parlato diverse persone più titolate di me dei problemi causati dalla coltivazione e dal consumo sempre crescente di avocado nell mondo. Vi rimando alla lettura di articoli che potete trovare facilmente su internet: ne ha parlato Vice (anche in italiano), il Guardian e persino una puntata del documentario Rotten, che trovate su Netlfix.

Da quando l’avocado è diventato il grasso buono che tutti noi vogliamo aggiungere ai nostri panini, la sua richiesta ha causato diversi problemi, tra cui disboscamento di aree enormi in America Latina. Pensate un po’: mentre prima era consumato solo in una piccola parte di mondo, adesso la sua richiesta arriva dall’Italia alla Cina. La coltivazione intensiva che questo tipo di domanda comporta necessita di tantissima acqua, lasciando le popolazioni locali letteralmente a secco.

Rispettiamo dunque la stagionalità e compriamo avocado coltivati più vicino possibile a noi. Ricordiamoci che nel momento in cui compriamo un avocado cileno o messicano, probabilmente questo è stato fatto crescere sfruttando il suolo per avere la massima resa, a discapito di altre coltivazioni che hanno meno mercato. Teniamo a mente che il suo trasporto ha avuto un impatto enorme sull’ambiente: ha dovuto viaggiare dal Messico all’Italia prima di finire nel nostro panino e su Instagram.

ENG

I’m growing an avocado tree

There was a time on Instagram when everyone was growing avocado plants. Photos of beautiful jars with these seeds suspended inside, resting on toothpicks, floating in the water, waiting for them to germinate. There is also an avocado bar in Milan with its shop windows covered with plastic cups and avocado seeds: having no customers during the lockdown, they probably thought it was better to fill the place. Good idea.

Could I not take part in such an attempt? Why not take advantage of a global pandemic to give birth to a plant, with all the metaphors of growth and rebirth that this involves?

The exhausting wait

The first part is the most difficult: wait. Days and days. You will need (from here on, just search on google and don’t trust me: my green thumb is stained with the sap of the thousand plants that I killed involuntarily): a jar, 3 sticks, a lot of patience.

Eat your avocado (preferably local if you are lucky enough) and keep the large seed. Remove all the pulp, clean it well without mistreating it. After filling the jar with water, skewer (not too much) the avocado with the picks, to keep it on the edge. Just like this:

It should be covered for about 2/3 of the water. Watch it for a few minutes. Do you notice any changes? No? Well. It will be like this for such a long time that you will forget the day you planted it.

After literally 2 months

As my mom would say: did you want the bicycle? Now ride. The water in the jar should be changed every 3-4 days. Nico and I, full of hope and dreams, have carried out this process for two – TWO! – months.

Two months in which the days never seemed to pass. Work from home, lunch always the two of us, life out there stops. The line in front of the pharmacy that ran very slowly, all one meter away from each other. The blossoming orchids – one, to tell the truth, the other is still dormant since we moved to Milan. The spring heat that entered the windows, the still seed, always the same, immersed in stagnant water, the toothpicks spiked on.

One day the seed split in two. 

Okay, maybe it took him longer: but we noticed it overnight. In the same way, from one day to the next a small paw has emerged, a comma of root towards the water. Small, yellow, wrinkled.

In a few days, the root became enormous, and a large plume began to head towards the light: the avocado had finally decided to repay our parenting spirit.

Yesterday we finally planted it in soil. Now it is there, watching me. I look back at him, hoping that those two ridiculous leaves will become a beautiful plant. I’m not saying fruit, it would be asking too much. But at least it will repay my efforts with the aesthetics of a plant as it should be.

Suddenly the minutes spent changing the water, observing those seeds and our whole world inside the house, are part of the past.

Why the avocado?

Several people who are more titled than I have talked about the problems caused by the growing and consumption of avocados in the world. I refer you to reading articles that you can easily find on the internet: Vice, the Guardian, and even an episode of the documentary Rotten, which you can find on Netlfix, spoke about it.

Ever since avocado became the good fat we all want to add to our sandwiches, his demand has caused several problems, including deforestation of huge areas in Latin America. Think about it: while before it was consumed only in a small part of the world, now its request comes from Italy to China. The intensive cultivation that this type of demand entails requires a lot of water, leaving the local populations dry.

We, therefore, respect the seasonality and buy avocados grown as close to us as possible. Remember that when we buy a Chilean or Mexican avocado, this was probably made to grow by exploiting the soil for maximum yield, to the detriment of other crops that have less market. Keep in mind that its transportation had a huge impact on the environment: it had to travel from Mexico to Italy before ending up in our sandwich and on Instagram.

Come iniziare una vita zero waste

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Se sei qui, è probabile che tu stia pensando di iniziare una vita zero waste. Ti piacerebbe ridurre il tuo impatto ambientale e ti piacerebbe capire da dove iniziare. O forse sei solo curiosx di capire se sia veramente possibile. Non ti preoccupare, tutti abbiamo passato questo periodo. Per prima cosa: benvenutx!
Come tutti gli inizi, anche passare a una vita zero waste è difficile: troviamo tantissime informazioni online, foto su sfondo bianco, bagni perfettamente minimalisti, mensole piene di barattoli tutti uguali. Come forse avrai già un po’ intuito, non è quella la realtà di una vita zero waste: non facciamoci scoraggiare dai social che, anche in questo caso, propongono modelli irraggiungibili.

Scrivo questo post pensando a me stessa, al momento in cui ho iniziato a informarmi e a cambiare le mie abitudini. Mi sarebbe piaciuto capire non solo da dove iniziare, ma anche cosa sarebbe stato meglio evitare.
Vorrei dire a me stessa del passato che lo zero waste non è un punto d’arrivo, ma un processo che non finirà mai.

Kit zero waste

Basta una breve ricerca su google per capire quanto anche lo zero waste stia diventando un business. Posate di bambù, cannucce, borracce per l’acqua, per il caffè o per il té, teli cerati: tutto rigorosamente in legno chiaro o colori pastello, su sfondo bianco e contorno di piante.

Le posate di bambù non erano ancora diffuse un paio d’anni fa, quindi sono riuscita a sopravvivere senza comprarle. Ricordo però la smania nella ricerca del barattolo perfetto, le ore passate nei negozietti e tutte le cose che nella mia mente avrei voluto comprare per avere una perfetta cucina zero waste. Fortunatamente al tempo ero una studentessa senza un soldo.

I kit di posate zero waste sono utili, ma sono ancora più utili le posate che avete a casa. Basta avvolgerle in un fazzoletto di stoffa o riciclare una bustina di cotone. Se, per qualsiasi motivo, decidete di comprare delle posate in bambù, ricordate di controllare la provenienza dei materiali, e cercate di capire se sono state trattate per rendere la superficie lucida.

Per quanto riguarda le borracce, prima di comprarne una è meglio frugare nei ripiani alti della vostra cucina. Chi non ha una borraccia di cui si era totalmente dimenticato? Non sarà instagrammabile, ma sarà molto più zero waste di qualsiasi acquisto nuovo.

Analizzare ciò che abbiamo e i rifiuti che produciamo

Questo è un errore che ho fatto spesso in passato: dimenticare di fermarmi a pensare alla mia situazione e ai miei progressi fatti fino a quel momento. Due sono le cose più utili che possiamo fare per migliorare il nostro percorso a basso impatto ambientale.

La prima è analizzare ciò che già abbiamo in casa e farci delle domande. Possiamo riutilizzare un barattolo per una funzione diversa dalla sua, per esempio come bicchiere, come tazza, come vaso di fiori? Possiamo riconvertire una schiscetta come contenitore per lo sfuso? Avere una vita a impatto (quasi) zero significa anche essere creativi, e guardare al di là della funzione immediata di un oggetto.

La seconda è (sì, lo sto per dire) guardare dentro il bidone della spazzatura. O i bidoni al plurale, se differenziate (cosa che dovreste fare, ricordiamolo, anche se non vi interessa per niente lo zero waste).
Quali sono i rifiuti che produciamo di più? Esistono delle alternative? Riesco a procurarmele senza impattare ancora di più sull’ambiente (in termini di trasporti, per esempio)? Oltre che migliorare nel differenziare i rifiuti, il nostro bidone della spazzatura ci dirà tante cose su di noi e su quello che possiamo ancora fare.

Portare a termine i prodotti

Questo è soprattutto per chi è alle primissime armi. Lo so, una volta che ci siamo informati sullo zero waste ci piacerebbe avere tutto e subito. Vogliamo lo shampoo, la saponetta e la luffa sotto la doccia. Vogliamo il barattolo di vetro e il portasapone in legno. Vogliamo andare a fare la spesa con le borsine di cotone e la bicicletta con i fiori intrecciati sul cestino.

Ci troviamo nel negozietto sfuso e… dimentichiamo che abbiamo già tantissimi altri prodotti da finire a casa. Dal pacco di pasta allo shampoo, ormai siamo talmente accecati dall’odio verso la plastica che l’unica cosa che vogliamo fare è rimpiazzare tutto, sostituire, fare un detox della nostra vita precedente.

Essere zero waste però non significa questo. Essere zero waste e vivere una vita a basso impatto ambientale significa fare delle scelte sempre ponderate, sfruttando tutto quello che abbiamo fino alla fine del suo ciclo di vita: che si tratti di un bagnoschiuma da supermercato o di un contenitore in plastica che vorremmo sostituire con un bel barattolo, dobbiamo essere pazienti e cercare sempre di tenere a mente il nostro obiettivo: sprecare il meno possibile.

Aver paura da un lato, sentirsi in difetto dall’altro

Cambiare è difficile per tutti, ma è ancora più difficile quando si inizia un percorso zero waste. Infatti non solo ci sentiamo sotto la lente di ingrandimento e temiamo il giudizio degli altri, ma abbiamo anche paura che le persone inizino a percepirci come dei rompiscatole che criticano le loro abitudini.

Avere paura è normale, ma la cosa più importante è parlarne. Come quando scegliamo di non mangiare più carne, o di adottare una particolare abitudine: parlare con i nostri amici, con la nostra famiglia e con i nostri colleghi a lavoro ci farà sembrare un po’ meno alieni. Parlare rende tutto molto più reale: è il primo passo verso il cambiamento. Dire ad alta voce “voglio ridurre il mio impatto ambientale” è un passo al quale difficilmente seguirà un ripensamento.
Ci saranno sempre persone che non capiranno o che non appoggeranno la nostra scelta, ma come in tutte le cose della vita è impossibile piacere a tutti.
Accanto a questo, è importantisssimo dare l’esempio alle persone che ci circondano. Mostrare che una vita diversa è possibile, che non c’è nessuno sbattimento nel portare una borraccia in borsa o chiedere di riempirci la tazza anziché il bicchiere di plastica.

Tante volte ho ricevuto dei no come risposta quando ho chiesto di poter usare il mio bicchiere o di riempire la mia borraccia. Rispondo sempre con un sorriso – per quanto possibile, pensando che qualcuno domani potrà fare lo stesso, colpito dai miei gesti.

Imporre a tutti i costi il nostro punto di vista

Lo so, l’entusiasmo del momento ci spinge a parlarne con tutti, e in un mondo ideale tutti abbraccerebbero la nostra filosofia in un batter d’occhio. Ma nel mondo reale non è così facile. Le persone hanno pregiudizi, altre cose a cui pensare, e non è giusto credere di arrivare e convertire tutti appena bussiamo alla porta.

Anche qui, credo che l’arma migliore sia dare l’esempio. Far vedere che non costa niente chiedere di non avere la cannuccia, portare la nostra busta o il nostro contenitore. A volte il singolo gesto vale molto più di tante parole.
Possiamo spiegare perché abbiamo deciso di fare una certa scelta, ma non possiamo pretendere che le persone che ci invitano a cena rinuncino per noi alle teglie in alluminio o alle bottiglie di plastica.

~

Insomma, non scoraggiatevi. Se siete arrivati fino a qui, avrete capito che la strada è ancora lunga,. Ci sarebbero tantissime cose da dire sul mondo zero waste e sugli errori da non fare. Tutto però si potrebbe riassumere con un solo consiglio: fate domande, siate curiosi. Chiedete a voi stessi, agli altri, non abbiate paura di dubitare e di chiedere ancora fino a quando non siete convinti. Ricordatevi che lo zero waste non è mettere foto fighe su instagram immersi dalle piante, ma un modo di vivere la vita secondo valori ben precisi, che affondano le radici nel rispetto della natura e dell’ambiente che ci circonda.

ENG

How to start a zero waste life

If you’re here, chances are you’re thinking of starting a zero waste life. You would like to reduce your environmental impact and you would like to understand where to start. Or maybe you’re just curious to understand if it’s really possible. Don’t worry, we’ve all been through this. First things first: welcome aboard! 
Like all beginnings, even going zero waste is difficult: we find a lot of information online, photos on a white background, perfectly minimalist bathrooms, shelves full of all the same cans. As you may have already guessed a little, this is not the reality of a zero waste life: let’s not be discouraged by the social networks that, even in this case, offer unattainable models.

I wrote this post thinking about my past self, when I started to get informed and change my habits. I would have liked to understand not only where to start, but also what would have been better to avoid
I would like to tell myself from the past that zero waste is not a point of arrival, but a process that will never end.

Zero waste kits

A short google search is enough to understand how zero waste is becoming a business. Bamboo cutlery, straws, water bottles for coffee or tea, waxed towels: all strictly photographed in light wood or pastel colors, on a white background and outline of plants.

Bamboo cutlery wasn’t quite popular a couple of years ago, so I managed to survive without buying it. But I remember the craving in the search for the perfect jar, the hours spent in the shops, and all the things that in my mind I wanted to buy to have a perfect zero waste kitchen. Fortunately, I was a broke student at that time.

The zero waste cutlery kits are useful, but the cutlery you have at home is even more. Just wrap them in a tissue or recycle a cotton bag. If, for any reason, you decide to buy bamboo cutlery, remember to check the origin of the materials, and try to understand if they have been treated with harmful chemicals.

As for the bottles, before buying one it is better to look in the high shelves of your kitchen. Who doesn’t have a water bottle he had totally forgotten about? It won’t be perfect for Instagram, but it will be much more zero waste than any new purchase.

Analyze what we have and the waste we produce

This is a mistake I have often made in the past: I tend to forget to stop for a second and think about my situation and my progress so far. There are two useful things we can do to improve our path with a low environmental impact.

The first is to analyze what we already have at home and ask ourselves questions. A lot of questions. Can we reuse a jar for a function other than the original one, for example as a glass, as a cup, as a flower pot? Can we convert a lunch box as a bulk container? Having an (almost) zero-impact life also means being creative, and looking beyond the immediate function of an object.

The second thing is (yes, I’m going to say it) to look inside the garbage can. Or the multiple bins, if you differentiate (which you should do, remember, even if you are not interested in zero waste at all).
What are the wastes we produce the most? Are there any alternatives? Can I get those products without impacting even more on the environment (in terms of transport, for example)? In addition to improving waste sorting, our garbage can will tell us many things about us and what we can still do.

Finish all your old products

This advice is especially for those who are novices. I know, once we are informed about zero waste we would like to have everything immediately. We want shampoo bars, soap, and loofah in the shower. We want the glass jar and the wooden soap dish. We want to go shopping with cotton bags and a bicycle with flowers woven on the basket.

We are in a loose shop and … we forget that we already have many other products to finish at home. From that box of pasta to the shampoo, we are now so blinded by the hatred of plastic that the only thing we want to do is replace everything, do a detox and move far away from our previous life.

But being zero waste doesn’t mean that. Being zero waste and living a life with a low environmental impact means making always thoughtful choicestaking advantage of everything we have until the end of its life cycle: whether it’s a supermarket bubble bath or a plastic container that we would like to replace with a nice jar, we must be patient and always try to keep in mind our goal: to waste as little as possible.

Fear and fault

Change is difficult for everyone, but it is even more difficult when starting a zero waste path. In fact, not only do we feel under the magnifying glass and we fear the judgment of other people, but we are also afraid that people will begin to perceive us as nuisances that criticize their habits.

Being afraid is normal, but the most important thing is to talk about it. Like when we choose not to eat meat anymore, or to adopt a particular habit: talking with our friends, with our family and with our colleagues at work will make us seem a little less alienated. Talking also makes everything much more real: it is the first step towards change. Saying aloud “I want to reduce my environmental impact” is a step that will hardly be rethought. 
There will always be people who will not understand or who will not support our choice, but as in all things in life, it is impossible to please everyone. 

Alongside this, it is very important to set an example for the people around us. To show that a different life is possible, that there is no trouble in carrying a bottle in a bag or asking to fill the cup instead of the plastic cup.
Many times I received no for an answer when I asked to be able to use my glass or to refill my bottle. I always answer with a smile – as far as possible, thinking that someone will be able to do the same tomorrow, impressed by my gestures.

Point of view

I know, the enthusiasm of the moment pushes us to talk about it with everyone, and in an ideal world, everyone would embrace our philosophy. But in the real world, it’s not that easy. People have prejudices, other things to think about, and it’s not fair to believe that we arrive and convert everyone as soon as we knock on the door.

Here too, I believe that the best weapon is to set an example. Show that it costs nothing to ask not to have a straw, bring your envelope or container. Sometimes the single gesture is worth much more than many words
We can explain why we decided to make a certain choice, but we cannot expect the people who invite us to dinner to give up aluminum trays or plastic bottles for us.

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Do not be discouraged. If you have come this far, you will have understood that the road is still long. There would be many things to say about the zero waste world and the mistakes not to be made. However, everything could be summed up with just one piece of advice: ask questions, be curious. Ask yourself, ask other people, do not be afraid to doubt and ask again until you are convinced. Remember that zero waste is not putting cool photos on Instagram covered in plants and jars, but a way of living life according to very precise values, which have their roots in respect for nature and the environment around us.