Dove sono gli uomini?

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Questa domanda ci sta frullando nella mente da troppo tempo. Se pensiamo agli uomini che parlano di sostenibilità su instagram ce ne vengono in mentre quattro. Cinque, se proprio ci sforziamo.

Ciao, siamo Michela @ibringmyownbottle e Michela @sustainable_olivia, e ci ossessionano i quesiti irrisolvibili. Come questi: dove sono gli uomini? Perché non si interessano all’ambiente? Perché siamo qui a parlarne?

Per molte di noi lo zero waste è iniziato proprio così: i sacchetti per la spesa, i prodotti sfusi, i detersivi alla spina. Poi i cosmetici, i trucchi, altri elementi universalmente considerati da donne, ma resta la sfera domestica l’elemento che più spinge le persone a cambiare e cercare di vivere in maniera più sostenibile. Eppure, siamo nell’era della presunta parità dei sessi, i lavori in casa sono equamente suddivisi. O no?

Abbiamo mille risposte per la testa, ma nessuna sembra essere quella definitiva. Così abbiamo pensato di fare un piccolo sondaggio su Instagram, sul nostro pool di follower composto principalmente da donne zero wasters (ma non solo).

Perché su instragram sono solo le donne a parlare di zero waste e sostenibilità?

@Zeonyeol
Forse perché ci hanno sempre insegnato a prenderci cura della casa e della cucina, e quindi ci sembra naturale far partire il cambiamento dall’universo che più sentiamo nostro: per alcuni il cibo, per altri la pulizia e l’ordine, i vestiti e la cura della persona. […] Un po’ magari è la vanità di mostrare quello che si fa, ma credo che non ci sia niente di male nel cercare una community che mi accolga. Forse anche perché lo zerowaste è accettazione dell’imperfezione e le persone che fanno parte della sua rete sono gentili e solidali.

@Lorenzo.Costa1
Non lo so…. Ci ho pensato più volte, mi sono chiesto il perché più volte. Non ho una risposta.
C’è una classe sociale da cui vengono le persone coinvolte nel movimento no waste sui social media? […] Forse su certi punti il no waste si è molto focalizzato su moda e cura della persona, e tendenzialmente sono questioni che seguono più donne.

Consiglio di lettura: Re-enchanting the world by Silvia Federici

@footprints_of_adventures
Me lo sono sempre chiesta, vedevo solo donne giovani su youtube, inglesi o americane, canadesi… c’era una mancanza di italiane e di maschi. Forse parlare di cura del pianeta è qualcosa di visto come poco “mascolino”. Sui social ci sono più donne, ma i ricercatori a livello accademico sono per la maggior parte uomini. Anch’io non capisco questa disparità… Forse perché la scienza è stata tradizionalmente un campo riservato agli uomini, non è considerato “strano” per un uomo dedicarsi alla ricerca ambientale. Anzi, scommetto che essere scienziati o ricercatori è qualcosa che valorizza l’uomo nella società, in un certo senso. Tuttavia, se si tratta di qualcosa di più divulgativo sui social non so perché si vedono quasi solo donne.

@Greenercurls
I personally feel that we implement it at home, and after they follow. But it’s for sure an eye opener. Had not realized. I think there’s also more women who are vegan. Maybe guys are still too “machos” for such changes?

@bein_begreen (from The imperfect green girl podcast)
Io avevo letto un articolo che affermava che il tema della sostenibilità è legato all’ambiente che ci circonda. Dal punto di vista ancestrale, questo veniva curato prettamente da donne mentre i maschi erano fuori a cacciare. […] Chi ci rimane in casa? Magari adesso no, ma fino a dieci anni fa… le donne. Le donne sono molto più sensibili, non solo all’ambiente, ma anche alle cose che ci circondano. Sono le “guardiane” dei figli: vuoi o non vuoi, gli uomini curano meno i figli. La sopravvivenza della specie è associata alle donne.
Perché non gliene frega niente ai maschi? Io credo che loro abbiano una mente più cartesiana, concreta, materiale.

@green.4.good
Perché parlare di borracce, cannucce, shampoo solido viene visto come un argomento femminile. Se però guardi chi parla di transizioni energetiche sono sopratutto ragazzi. Come se ci fossero argomenti maschili e femminili anche nella sostenibilità.

@Angelicafazzari
Mmh credo perché la donna è ancora molto legata all’idea di cura della casa rispetto ad un uomo. Agli uomini generalmente non gli viene insegnato a tenere cura della casa (prendo come esempio la mia famiglia) quindi da questo punto di vista sono più ignoranti e poco interessati a come loro possono migliorare.

@sustainaxenia
There is more marketing for women: clothes, makeup, cooking. Toxic masculinity view being eco-friendly as feminine, aka not good for bros.


Dunque, sembra che la risposta non possa essere solo una. Quindi prendete quella tazza di tè in mano, o del vino se ci state leggendo in orario da aperitivo. Dobbiamo parlare.

Da un lato, sembra che ci sia una spinta di marketing indirizzata verso le donne. Consumano di più, ricercano prodotti più specifici, si prendono cura di loro stesse. Questo potrebbe essere uno dei motivi per cui, sui social network, vediamo solo donne parlare di zero waste.

Scaviamo un po’ più a fondo, però. “Ci hanno sempre insegnato a prenderci cura della casa e della cucina”. Di conseguenza, ci sembra di fare un passo naturale, quasi scontato, nel lottare per prenderci cura della terra.
Forse uno dei punti salienti è questo: vediamo l’ambiente, la natura, la terra, come la nostra casa. Cosa si fa con una casa? Si abbellisce, si arricchisce. Si sfrutta? Si devasta? Non credo. Non se vogliamo essere percepiti come persone civili.

Ma siamo sicuri che gli uomini siano totalmente assenti da questo discorso? O forse.. sono assenti dai social? Ecco qui che forse iniziamo a svelare una minuscola parte dell’arcano. Non è che forse gli uomini si occupano di argomenti “seri”, “politici”, al di fuori dei social? Non è che forse pensiamo un po’ tutti che condividere sui social piccoli passi verso una vita a basso impatto amientale sia, in fondo, una questione frivola?

Alcuni studi mostrano come gli uomini abbiano paura di venire percepiti come meno mascolini, anche solo per il semplice fatto di portare con sé una busta di stoffa. L’azienda Mintel ha coniato il termine eco-gender gap proprio per indicare questa differenza. Se nel Regno unito il 71% delle donne ha dichiarato di essere interessata alla sostenibilità, solo il 56% degli uomini ha detto altrettanto.

Non è che forse questi argomenti vengono percepiti come difficili da affrontare per gli uomini, che sono abituati a doversi mostrare sempre sicuri di sé, sempre al di sopra di queste questioni “terra terra”?

Dobbiamo inoltre ragionare su un’altra associazione: quella tra misoginia e negazionismo, soprattutto in tema di crisi climatica. Come evidenziato dallo studio Cool Dudes, i maschi bianchi conservatori che godono di un reddito superiore alla media sono più inclini a credere che il cambiamento climatico non esista. Questo accade per una serie di fattori: le persone appartenenti a questo gruppo infatti sono meno inclini a mettere in discussione le loro opinioni. In più sono uomini circondati da persone che godono degli stessi privilegi e che, nella maggior parte dei casi, tendono a salvaguardarli a discapito di tutto.

Le donne sono culturalmente più abituate a credere che sia un loro dovere passare le giornate in cucina, dietro lavori non pagati e dietro a rituali di bellezza per essere socialmente accettate. Siamo abituate a puntare alla perfezione.

Mi sto rendendo conto che questa parte si conclude con più domande che risposte. Come piace o a noi: sempre in divenire, in movimento.

Bastava chiedere!

Non abbiamo la pretesa (né la presunzione) di analizzare l’intero movimento femminista. Però, forse un fumetto può venire in nostro soccorso: “Bastava Chiedere!” di Emma è un libro che raccoglie 10 storie di femminismo quotidiano in cui tutte prima o poi ci riconosciamo.

Non in tutte le scenette forse, ma purtroppo nessuna è immune al patriarcato. Il senso del volume è nel titolo: Bastava chiedere è una frase fin troppo comune nell’universo maschile: “Bastava chiedere, ti avrei aiutata”.

Magari non vi è mai capitato di sentirvelo dire in prima persona, ma potete dire lo stesso delle vostre madri, amiche, zie, colleghe? Bastava chiedere, come se dividersi i compiti in una casa in cui si vive in due fosse un favore che l’uomo fa alla donna.

Le femministe questo lo chiamano carico mentale, ed Emma lo spiega bene nella prima storia.

Lasciando da parte i libri, prendiamo uno spunto di vita quotidiano molto banale: vi è mai capitato che qualcuno vi chiedesse se il vostro compagno vi aiuta in casa? O che qualcuno lo elogiasse per essersi ricordato di passare a comprare i pannolini/il latte/la carta igienica? A noi sì.

Mia nonna osanna sempre il mio compagno per aiutarmi in casa. Mia suocera è così fiera di avere un figlio che aiuta. Mia madre non lo dice ad alta voce perché conosce i miei ideali, ma credo che alle volte lo pensi anche lei.

In qualsiasi caso, il fatto che i nostri ragazzi si occupino della casa tanto quanto noi non è dato per scontato: è anzi un qualcosa per cui gratificarli.

Cosa c’entra questo con lo zero waste? Forse niente, ma magari tutto: perché agli uomini non importa quanto inquinino i pannolini? Perché non si chiedono mai se esistano delle alternative alle spugne per i piatti? Perché il negozio alla spina vicino casa lo abbiamo scovato noi?

Molti direbbero perché la donna è naturalmente più sensibile a queste tematiche (si sa, la donna è buona, premurosa, attiva, propositiva, la donna è mamma e per questo tanto sensibile). Altri invece sono pronti a sostenere che gli uomini si interessano eccome, ma non ne parlano sui social: in fondo sono un mondo più futile, leggero, da donna. Non sarebbe comunque una risposta adeguata, ma quel che temo è che il motivo sia un altro, sempre lo stesso: l’ingiusta suddivisione delle mansioni domestiche. Possiamo fingere che non sia più così (può non esserlo per noi, ma come sempre è bene allargare i propri orizzonti e prendere in considerazione anche dimensioni diverse dalla nostra) ma, che lo vogliamo o meno, siamo nati tutti in questa società: una società “in cui abbiamo visto le nostre madri farsi carico dell’intera gestione della casa, mentre i nostri padri si limitavano a eseguire le loro istruzioni”. Del resto, Bastava chiedere, no? 


Ringraziamo tutti quelli che ci hanno risposto alle domande sui social, e tutti quelli che ci hanno dato l’ok per condividere il loro pensiero qui sul nostro articolo.


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Where are men?

This question has been hovering around in our minds for too long. If we think of men who talk about sustainability on Instagram, four of them come to our minds. Five, if we really try.

Hi, we are Michela @ibringmyownbottle and Michela @sustainable_olivia, and we are obsessed with unsolvable questions. Like these: where are men? Why aren’t they interested in the environment? Why are we here talking about it?

For many of us, zero waste started just like this: shopping bags, loose products, detergents on tap. Then cosmetics, make-up, other elements that are universally considered by women: the domestic sphere remains the element that most drives people to change and try to live more sustainably. Yet, we are in the era of gender equality, housework is equally divided. Or not?

We have a thousand answers in mind, but none seem to be the definitive one. So we decided to do a small survey on Instagram, on our follower pool composed mainly of zero wasters women (but not only).

Why on Instagram there are only women talking about zero waste and sustainability?

@Zeonyeol
Perhaps because they have always taught us to take care of the house and the kitchen, and therefore it seems natural to us to start the change from the universe that we most feel ours: for some food, for others cleanliness and order, clothes and personal care. […] Maybe it’s a little vanity to show what you are doing, but I think there is nothing wrong with looking for a community that welcomes me. Perhaps also because zero waste is acceptance of imperfection and the people who are part of its network are kind and supportive.

@Lorenzo.Costa1 
I don’t know. I thought about it and wondered why several times. I don’t have an answer. Is there a social class from which the people involved in the no-waste movement on social media come from? […] Perhaps the zero waste movement has been very focused on fashion and personal care, and those tend to be issues that follow more women. Reading tip: Re-enchanting the world by Silvia Federici

@footprints_of_adventures
I’ve always wondered, I only saw young women on youtube, British or American, Canadian… there was a lack of Italian people and males in general. Perhaps speaking of caring for the planet is something seen as not being “masculine”. There are more women on social media, but academic researchers are mostly men. I also do not understand this disparity… Perhaps because science has traditionally been a field reserved for men, it is not considered “strange” for a man to devote himself to environmental research. Indeed, I bet that being a scientist or researcher is something that values man in society, in a certain sense. However, if it is something more popular on social media, I don’t know why you see almost only women.

@Greenercurls
I personally feel that we implement it at home, and after they follow. But it’s for sure an eye opener. Had not realized. I think there’s also more women who are vegan. Maybe guys are still too “machos” for such changes?

@bein_begreen (from The imperfect green girl podcast)
I had read an article that stated that the issue of sustainability is linked to the environment that surrounds us. From an ancestral point of view, this was treated purely by women while the males were out hunting. […] Who stays in the house? Maybe not now, but until ten years ago… women. Women are much more sensitive, not only to the environment but also to the things that surround us. They are the “guardians” of the children: you want it or you don’t want it, men care less for their children. The survival of the species is associated with women. Why don’t males give a damn? I think they have a more Cartesian, concrete, material mind.

@green.4.good
Because talking about water bottles, straws, solid shampoo is seen as a female topic. But if you look at those who talk about energy transitions, they are mostly guys. As if there were male and female arguments also in sustainability.

@Angelicafazzari
Hmm, I think because women are still very attached to the idea of caring for the home than a man. Men are generally not taught to take care of the house so from this point of view, they are more ignorant and little interested in how they can improve.

@sustainaxenia
There is more marketing for women: clothes, makeup, cooking. Toxic masculinity view being eco-friendly as feminine, aka not good for bros.

Therefore, it seems that the answer cannot be just one. So grab that cup of tea in hand, or some wine if you are reading to me during dinner time. We need to talk. 

On one hand, there seems to be a marketing strategy aimed at women. They consume more, they look for more specific products, they take care of themselves. This could be one of the reasons why, on social networks, we only see women talking about zero waste. 

Let’s dig a little deeper, though. “They have always taught us to take care of the house and the kitchen”. Consequently, we seem to be taking a natural, almost obvious step in struggling to care for the earth. Perhaps one of the remarkable points is this: we see the environment, nature, the earth, as our home. What do you do with your house? You improve it. Do you devastate it? I don’t think so. Not if you want to be perceived as civilized.

Are we sure that men are totally absent and outside this topic? Or maybe … are they out of social networks? Here is where perhaps we begin to reveal a tiny part of the mystery. Isn’t it that perhaps men deal with “serious”, “political” topics, outside of social media? Isn’t it that perhaps we all think a little bit that sharing small steps towards a life with a low environmental impact on social media is, after all, a frivolous question?

Some studies show that men are afraid of being perceived as less masculine, if only for the simple fact of carrying a cloth bag with them. The Mintel company coined the term eco-gender gap precisely to indicate this difference. While 71% of women in the UK said they were interested in sustainability, only 56% of men said the same.

Maybe these topics are perceived as difficult to deal with for men, who are used to having to always show self-assurance, always above these “down to earth” issues.

We also need to think about another connection: that between misogyny and negationism, especially in terms of the climate crisis. As evidenced by the Cool Dudes studyconservative white males who enjoy above-average incomes are more inclined to believe that climate change does not exist. This happens because of many factors: people belonging to this group are less inclined to question their opinions and are surrounded by people who enjoy the same privileges and who, in most cases, tend to safeguard them at the expense of everything. 

In addition, women are culturally more used to believe that it is their duty to spend their days in the kitchen, behind unpaid jobs and beauty rituals to be socially accepted. We are used to aiming for perfection. 

We realise that this part ends with more questions than answers. As we like it: always in progress, changing. 

Why didn’t you ask me?

We have no claim (nor presumption) to analyze the entire feminist movement. However, perhaps a comic book can come to our rescue: “The Mental Load: A Feminist Comic” by Emma is a book that collects 10 stories of everyday feminism in which we all recognize ourselves sooner or later. 

Not in all the skits perhaps, but unfortunately, none are immune to patriarchy. The meaning of the volume is in the title: Just asking is an all too common phrase in the male universe: “Just ask, I would have helped you“. 

You may never have heard of it yourself, but can you say the same about your mothers, friends, aunts, colleagues? It was enough to ask as if dividing the tasks in a house where two people live is a favor that a man does to a woman. 

Feminists call this mental load, and Emma explains it well in the first story.

Leaving aside the books, let’s take a look at our everyday life: has it ever happened that someone asked you if your partner helps you at home? Or that someone praised him for remembering to drop by for diapers/milk/toilet paper? It happened to us.

My grandmother always cheers my partner to help me around the house. My mother-in-law is so proud to have a child who helps. My mother doesn’t say it out loud because she knows my ideals, but I think sometimes she thinks that too.

In any case, the fact that our boyfriends look after the house as much as we do is not taken for granted: it is indeed something to congratulate.

What does this have to do with zero waste? Maybe nothing, but maybe everything: why don’t men care how much diapers pollute? Why do they never wonder if there are alternatives to dish sponges? Why did we find that draft shop near the house and not them?

Many would say why women are naturally more sensitive to these issues (you know, the woman is good, caring, active, proactive, the woman is a mother and therefore so sensitive). Others, on the other hand, are ready to argue that men are interested all right, but they don’t talk about it on social networks: after all, they are a more futile, light, woman’s world. However, it would not be an adequate answer, but what I fear is that the reason is another, always the same: the unfair division of household duties. We can pretend that this is no longer the case (it may not be for us, but as always it is good to broaden our horizons and also take into consideration dimensions other than ours) but, whether we want it or not, we are all born in this society: a society “In which we saw our mothers take charge of the entire housekeeping, while our fathers just followed their instructions”. After all, they should have asked, right?



Resources

The eco gender gap: why is saving the planet seen as women’s work?
The eco gender gap: 71% of women try to live more ethically, compared to 59% of men
A green fatwā? Climate change as a threat to the masculinity of industrial modernity
Cool dudes: The denial of climate change among conservative white males in the United States
Revisiting “The Second Shift” 27 Years Later
The complicated gender politics of going zero waste
You should have asked by Emma

Ci siamo evoluti camminando: due libri sulla nostra vita bipede

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Il corpo dell’Antropocene. Come il mondo che abbiamo creato ci sta cambiando, di Vybarr Cregan-Reid

In inglese: Primate Change: How the World We Made is Remaking Us

Come siamo nati, e come ci siamo evoluti in quanto specie umana? Il nostro corpo, è sempre stato così, o si è adattato durante la nostra vita di uomini sulla terra? E come cambierà nel futuro?

Se vi interessano queste domande, dovete assolutamente leggere il libro di Cregan-Reid, professore di Environmental Humanities (sì, è una disciplina che esiste). È un libro che parte dall’evoluzione dei cordati, fino a noi. Ripercorre le nostre migrazioni, le nostre abitudini in quanto Homo Sapiens. E come stiamo cambiando nel corso del tempo.

GIà dal titolo capiamo dove il libro ci vuole portare: il mondo che abbiamo creato ci sta cambiando. In particolar modo il nostro nuovo modo di lavorare, sedentario per la gran parte della giornata e completamente all’interno di edifici chiusi, non è compatibile con il nostro corpo, che si è evoluto invece durante secoli in cui siamo stati cacciatori-raccoglitori.

Se come me fate un lavoro d’ufficio, vi sarete resi conto di quanto siano comuni problemi e dolori, soprattutto alla schiena. Non camminiamo più: non siamo più abituati a percorrere lunghe distanze, e non alterniamo mai l’attività sedentaria con dei momenti di camminata e nei quali stiamo in postura eretta. In più, spendiamo gran parte del nostro tempo in casa e in ufficio. Non era mai successo da quando eravamo comparsi sulla terra.

[P]erhaps we might consider renaming our species? Homo Sapiens Ineptus: human, smart, but not really compatible with the abundance of knowledge, food and comfort in our environment.

Tutto il nostro corpo è influenzato da questo cambiamento: il capitolo che mi è piaciuto di più è quello che parla della mano umana, della sua unicità in tutto il regno animale e dei problemi sempre più frequenti causati da smartphone e pc.

C’è una discrepanza, insomma, tra il modo in cui il nostro corpo dovrebbe essere usato, e il modo in cui invece viviamo. E cosa c’entra il camminare con tutto ciò? Non siamo più abituati né spinti dall’architettura delle nostre città a farlo. Andiamo in palestra un’ora al giorno, convinti che basti, ma in realtà l’attività non è funzionale a ciò che serve al nostro corpo: camminare lunghe distanze.

Perché non lo facciamo più? Perché siamo inseriti in un ambiente lavorativo che non ce lo permette. Ci manca il tempo, le città non hanno i luoghi per farlo e il nostro stile di vita non ci fornisce le circostanze per cambiare. Per far fronte a problemi di salute sempre maggiori dovremmo ripensare radicalmente tutta la nostra economia.

Conoscete forse qualche altro ambito che ne gioverebbe?

Camminare può cambiarci la vita, di Shane O’Mara

In inglese: In Praise of Walking

O’Mara parte da una domanda diversa: cosa ci rende umani? Cosa ci differenzia da tutti gli altri esseri viventi?

Le prime cose che ci vengono in mente sono sicuramente il linguaggio, l’utilizzo degli utensili, la cultura e la creatività. Solo di rado pensiamo alla nostra capacità di stare in posizione eretta e camminare.

Camminare lunghe distanze ha sempre fatto parte della nostra storia in quanto esseri umani: ci ha permesso di uscire dalla Rift Valley e di spostarci dall’Africa nel giro di pochissime generazioni, raggiungendo tutto il mondo; ci ha permesso di sviluppare la nostra intelligenza e un cervello sempre più complesso.

Eppure camminare è tutt’altro che semplice: abbiamo bisogno di equilibrio, dei cinque sensi e di senso dell’orientamento. Abbiamo bisogno, insomma, di mappe cognitive che ci permettano di orientarci grazie all’elaborazione delle informazioni che provengono dal mondo esterno. In più, camminare è un’azione ritmica, che si estende al gruppo tramite coordinazione (pensate a quando camminate fianco a fianco con una vostra amica o con un gruppo di persone).

Camminare viene definito da O’Mara Un balsamo per il corpo e il cervello.

Stando a un recente studio […], la mancanza di esercizio causa addirittura un cambiamento di personalità, e con questo intendo in peggio. In generale, livelli più bassi di attività fisica sono associati a mutamenti in tre dei «Big Five» (i cinque grandi tratti della personalità: apertura mentale, coscienziosità, estroversione, amicalità e stabilità emotiva), e per l’esattezza a una diminuzione dell’apertura mentale, dell’estroversione e dell’amicalità […].

Sembra che camminare possa avere un effetto su forme lievi di depressione e in generale sull’umore. Dal punto di vista di O’Mara, che è un neuroscienziato, gli studi puntano proprio in questo senso: camminare ha effetto sul cervello e, oltre ad aiutare la memoria, è una buona “terapia” anche per disturbi legati ad ansia e nervosismo. Ancora gli studi non hanno fatto luce su quali siano i rapporti tra camminare e salute mentale, ma sembra proprio che puntino verso questa direzione.

Camminare mi dà la libertà di riflettere, di avere un dialogo silenzioso con me stesso riguardo ai problemi da risolvere. Magari si tratta di questioni prosaiche, ma che comunque per me contano.

Gli ultimi tre libri che ho letto sull’argomento camminare citano Thoreau (il primo lo trovate in questo post). Quando le gambe si muovono, i pensieri cominciano a fluire. E non è il solo: numerosi poeti e filosofi avevano già scoperto questa relazione, e usavano il camminare come strumento prima della scrittura e prima della formulazione dei loro pensieri.

Non sappiamo ancora quale sia la correlazione esatta tra creatività e l’azione motoria del camminare. Sappiamo però che lunghe passeggiate permettono alla mente di vagare, di generare qualcosa di nuovo, intenso, originale. Ci permettono di essere più creativi.

Dopo aver letto questi libri mi rendo conto che le mie camminate hanno assunto una luce diversa: ora cammino per riflettere, anche se non ho una meta. Lo prescrivo a me stessa nelle giornate di lavoro, prima di iniziare a scrivere, o anche solo quando sento che il mio corpo lo richiede. Camminare, come ci ha ricordato Gros, è molto più di un semplice passatempo: è una parte fondante del pensiero filosofico. Come ci ha ricordato Vybarr-Redd, dobbiamo impegnarci nel farlo tutti i giorni, in modo che giovi al nostro corpo, evolutosi per percorrere grandi distanze. E infine, come ha sottolineato O’Mara, ci permette di essere più lucidi e creativi, dandoci sempre nuovi stimoli.

ENG

We evolved walking: two books about our bipedal life

Primate Change: How the World We Made is Remaking Us by Vybarr Cregan-Reid

How were we born, and how did we evolve as a human species? Has our body always been like this, or has it adapted during our life as men on earth? And how will it change in the future?

If you are interested in these questions, you should definitely read Cregan-Reid’s book. He is a professor of Environmental Humanities (yes, it is a discipline that exists). It is a book that starts from the evolution of the chordates, up to us. It traces our migrations, our habits as Homo Sapiens. And how we are changing over time.

Starting with the title, we understand where the book wants to take us: the world we have created is changing us. In particular, our new way of working, sedentary for most of the day and completely inside closed buildings, is not compatible with our body, which has evolved during the centuries in which we have been hunter-gatherers.

If you work in an office like me, you will have realized how common health problems and pains are, especially in the back. We no longer walk: we are no longer used to walking long distances, and we never alternate sedentary activity with moments of walking and in which we are in an upright posture. Also, we spend most of our time at home and in the office. It had never happened since we first appeared on earth.

[P]erhaps we might consider renaming our species? Homo Sapiens Ineptus: human, smart, but not compatible with the abundance of knowledge, food, and comfort in our environment.

(translation is mine)

Our whole body is affected by this change: the chapter I liked the most is the one that talks about the human hand, its uniqueness in the whole animal kingdom, and the increasingly frequent problems caused by smartphones and PCs.

There is a discrepancy, in short, between the way our body should be used, and the way we live. And what does walking have to do with all this? We are no longer used to or pushed by the architecture of our cities to do so. We go to the gym an hour a day, convinced that it is enough, but in reality, the activity is not functional to what our body needs: walking long distances.

Why don’t we do it anymore? Because we are placed in a work environment that does not allow it. We lack time, cities don’t have the places to do it, and our lifestyle doesn’t provide us with the circumstances to change. To cope with increasing health problems, we need to radically rethink our entire economy.

Do you know any other topic that would benefit from walking?

In Praise of Walking by Shane O’Mara

O’Mara starts with a different question: what do we think humans are? What differentiates us from all other living beings?
The first things that come to mind are certainly the language, the use of tools, culture, and creativity. We rarely think about our ability to stand and walk.

Walking long distances has always been a part of our history as human beings: it has allowed us to leave the Rift Valley and move from Africa within a few generations, reaching the whole world; it allowed us to develop our intelligence and an increasingly complex brain.

Yet walking is anything but simple: we need balance, all of five senses, and a sense of orientation. In short, we need cognitive maps that allow us to orient ourselves thanks to the processing of information that comes from the outside world. Also, walking is a rhythmic action, which extends to the group through coordination (think about walking side by side with a friend or a group of people).

Walking is defined by O’Mara as a balm for the body and the brain.

According to a recent study […], lack of exercise even causes a personality change, and by that, I mean for the worse. In general, lower levels of physical activity are associated with changes in three of the ‘Big Five’ (the five great personality traits: open-mindedness, conscientiousness, extroversion, friendliness, and emotional stability), and to be exact with a decrease in personality. ‘openness of mind, extroversion and friendliness […].

(translation is mine)

It appears that walking can have an effect on mild depression and mood in general. For O’Mara, who is a neuroscientist, the studies point precisely in this sense: walking affects the brain and, in addition to helping memory, is also a good “therapy” for disorders related to anxiety and anger. Studies have not yet shed light on what the relationships between walking and mental health are, but they seem to point in this direction. It appears that walking can have an effect on mild depression and mood in general. 

Walking gives me the freedom to think, to have a silent dialogue with myself about the problems to be solved. Maybe these are prosaic issues, but they still matter to me.

(translation is mine)

The last three books I’ve read on the subject of walking mention Thoreau (you can find the first book in this post). When the legs move, thoughts begin to flow. And he’s not alone: many poets and philosophers had already discovered this relationship and used walking as a tool before writing and before formulating their thoughts.

We do not yet know what the correlation between creativity and the motor action of walking is. However, we know that long walks allow the mind to wander, to generate something new, intense, original.

After reading these books, I realize that my walks have taken on a different light: now I walk to reflect, even if I have no goal. I prescribe it to myself on workdays, before I start writing, or even just when I feel my body demands it. Walking, as Gros reminded us, is much more than a simple pastime: it is a fundamental part of philosophical thought. As Vybarr-Redd reminded us, we must commit to doing it every day, so that it benefits our body, which has evolved to travel great distances. And finally, as O’Mara pointed out, it allows us to be more lucid and creative, always giving us new stimuli.