Terra, madre

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Per Toma. Era già tutto lì, nella dedica iniziale, questo libro di settecento pagine scritto da Naomi Klein, attivista canadese che da anni si occupa di crisi climatica. Parliamo di This Changes Everything, tradotto in italiano con Una rivoluzione ci salverà ed edito da Rizzoli.

Toma è suo figlio, e bisogna arrivare al capitolo finale per capire il senso di quella dedica.

Tutto il libro è prezioso: la prima parte muove dalla storia del movimento ambientalista fino alle proteste dei giorni nostri, riunite da Klein sotto il termine Blockadia, con il quale indica tutti quei movimenti che partono dal basso, dal territorio, dalla gente comune che si riversa in strada per proteggere il mondo in cui vive. Dal basso.

La critica alle multinazionali e all’estrattivismo a tutti i costi, che poggia le basi sul colonialismo e sulla mentalità di sfruttamento che ancora oggi tocchiamo con mano quando ci riferiamo all’ambiente come a una risorsa e agli uomini come manodopera. Entrambi i termini presuppongono che si tratti di cose che possiamo sfruttare all’infinito, in un circolo vizioso di usa e getta.

E poi le periferie: teatro delle proteste di Blockadia e luoghi in cui le conseguenze dell’estrazione di combustibili fossili emergono prepotenti. I paesi del primo mondo infatti, denuncia Klein, si comportano come se ci fossero dei luoghi – i paesi emergenti – che si possono trattare come se fossero sacrificabili, come se i loro territori valessero meno dei nostri.

E infine le proposte, che culminano nell’ultimo capitolo, nel quale Klein racconta della sua gravidanza, dei suoi aborti spontanei, di quando ha camminato con l’acqua intrisa di petrolio fino alla vita, dopo il disastro della BP nel Golfo del Messico. Equilibrio, interdipendenza: parole chiave che rieccheggiano nel suo diventare madre e nel suo attivismo, senza mai sfociare in cliché molto poco femministi.

Se esistono letture fondamentali per capire da dove partire con la critica alla società capitalista e allo sfruttamento del territorio, questa è una di quelle. Da tenere sul comodino e da sfogliare, con una domanda che torna sempre in mente: “La storia ha bussato alla tua porta, tu hai risposto?”

ENG

Earth, mother

For Toma. It was all there, in the initial dedication, this seven-hundred-page book written by Naomi Klein, a Canadian activist who has been dealing with the climate crisis for years. Let’s talk about This Changes Everything.

Toma is her son, and we need to get to the final chapter to understand the meaning of that dedication.

The whole book is precious: the first part moves from the history of the environmental movement to the protests of today, brought together by Klein under the term Blockadia, with which it indicates all those movements that start from below, from the territory, from ordinary people who pours out onto the street to protect the world he lives in. From below.

The critique of multinationals and extractivism at all costs, which rests the foundations on colonialism and the mentality of exploitation that we still see today when we refer to the environment as a resource and to other men as labor. Both terms assume that these are things that we can exploit indefinitely, in a vicious cycle of disposables.

And then the suburbs: the scene of the Blockadia protests and places where the consequences of the extraction of fossil fuels emerge overwhelmingly. The countries of the first world, Klein denounces, behave as if there were places – the emerging countries – that can be treated as if they were expendable, as if their territories were worth less than ours.

And finally, the proposals, which culminate in the last chapter, in which Klein talks about her pregnancy, her miscarriages, when she walked with oil-soaked water to her waist, after the BP disaster in the Gulf of Mexico. Equilibriuminterdependence: keywords that echo in her becoming a mother and her activism, without ever resulting in very little feminist clichés.

If there are fundamental readings to understand where to start with the critique of capitalist society and the exploitation of the territory, this is one of them. To keep on the bedside table and to leaf through, with a question that always comes to mind: “History knocked on your door, did you answer?”

Ci siamo evoluti camminando: due libri sulla nostra vita bipede

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Il corpo dell’Antropocene. Come il mondo che abbiamo creato ci sta cambiando, di Vybarr Cregan-Reid

In inglese: Primate Change: How the World We Made is Remaking Us

Come siamo nati, e come ci siamo evoluti in quanto specie umana? Il nostro corpo, è sempre stato così, o si è adattato durante la nostra vita di uomini sulla terra? E come cambierà nel futuro?

Se vi interessano queste domande, dovete assolutamente leggere il libro di Cregan-Reid, professore di Environmental Humanities (sì, è una disciplina che esiste). È un libro che parte dall’evoluzione dei cordati, fino a noi. Ripercorre le nostre migrazioni, le nostre abitudini in quanto Homo Sapiens. E come stiamo cambiando nel corso del tempo.

GIà dal titolo capiamo dove il libro ci vuole portare: il mondo che abbiamo creato ci sta cambiando. In particolar modo il nostro nuovo modo di lavorare, sedentario per la gran parte della giornata e completamente all’interno di edifici chiusi, non è compatibile con il nostro corpo, che si è evoluto invece durante secoli in cui siamo stati cacciatori-raccoglitori.

Se come me fate un lavoro d’ufficio, vi sarete resi conto di quanto siano comuni problemi e dolori, soprattutto alla schiena. Non camminiamo più: non siamo più abituati a percorrere lunghe distanze, e non alterniamo mai l’attività sedentaria con dei momenti di camminata e nei quali stiamo in postura eretta. In più, spendiamo gran parte del nostro tempo in casa e in ufficio. Non era mai successo da quando eravamo comparsi sulla terra.

[P]erhaps we might consider renaming our species? Homo Sapiens Ineptus: human, smart, but not really compatible with the abundance of knowledge, food and comfort in our environment.

Tutto il nostro corpo è influenzato da questo cambiamento: il capitolo che mi è piaciuto di più è quello che parla della mano umana, della sua unicità in tutto il regno animale e dei problemi sempre più frequenti causati da smartphone e pc.

C’è una discrepanza, insomma, tra il modo in cui il nostro corpo dovrebbe essere usato, e il modo in cui invece viviamo. E cosa c’entra il camminare con tutto ciò? Non siamo più abituati né spinti dall’architettura delle nostre città a farlo. Andiamo in palestra un’ora al giorno, convinti che basti, ma in realtà l’attività non è funzionale a ciò che serve al nostro corpo: camminare lunghe distanze.

Perché non lo facciamo più? Perché siamo inseriti in un ambiente lavorativo che non ce lo permette. Ci manca il tempo, le città non hanno i luoghi per farlo e il nostro stile di vita non ci fornisce le circostanze per cambiare. Per far fronte a problemi di salute sempre maggiori dovremmo ripensare radicalmente tutta la nostra economia.

Conoscete forse qualche altro ambito che ne gioverebbe?

Camminare può cambiarci la vita, di Shane O’Mara

In inglese: In Praise of Walking

O’Mara parte da una domanda diversa: cosa ci rende umani? Cosa ci differenzia da tutti gli altri esseri viventi?

Le prime cose che ci vengono in mente sono sicuramente il linguaggio, l’utilizzo degli utensili, la cultura e la creatività. Solo di rado pensiamo alla nostra capacità di stare in posizione eretta e camminare.

Camminare lunghe distanze ha sempre fatto parte della nostra storia in quanto esseri umani: ci ha permesso di uscire dalla Rift Valley e di spostarci dall’Africa nel giro di pochissime generazioni, raggiungendo tutto il mondo; ci ha permesso di sviluppare la nostra intelligenza e un cervello sempre più complesso.

Eppure camminare è tutt’altro che semplice: abbiamo bisogno di equilibrio, dei cinque sensi e di senso dell’orientamento. Abbiamo bisogno, insomma, di mappe cognitive che ci permettano di orientarci grazie all’elaborazione delle informazioni che provengono dal mondo esterno. In più, camminare è un’azione ritmica, che si estende al gruppo tramite coordinazione (pensate a quando camminate fianco a fianco con una vostra amica o con un gruppo di persone).

Camminare viene definito da O’Mara Un balsamo per il corpo e il cervello.

Stando a un recente studio […], la mancanza di esercizio causa addirittura un cambiamento di personalità, e con questo intendo in peggio. In generale, livelli più bassi di attività fisica sono associati a mutamenti in tre dei «Big Five» (i cinque grandi tratti della personalità: apertura mentale, coscienziosità, estroversione, amicalità e stabilità emotiva), e per l’esattezza a una diminuzione dell’apertura mentale, dell’estroversione e dell’amicalità […].

Sembra che camminare possa avere un effetto su forme lievi di depressione e in generale sull’umore. Dal punto di vista di O’Mara, che è un neuroscienziato, gli studi puntano proprio in questo senso: camminare ha effetto sul cervello e, oltre ad aiutare la memoria, è una buona “terapia” anche per disturbi legati ad ansia e nervosismo. Ancora gli studi non hanno fatto luce su quali siano i rapporti tra camminare e salute mentale, ma sembra proprio che puntino verso questa direzione.

Camminare mi dà la libertà di riflettere, di avere un dialogo silenzioso con me stesso riguardo ai problemi da risolvere. Magari si tratta di questioni prosaiche, ma che comunque per me contano.

Gli ultimi tre libri che ho letto sull’argomento camminare citano Thoreau (il primo lo trovate in questo post). Quando le gambe si muovono, i pensieri cominciano a fluire. E non è il solo: numerosi poeti e filosofi avevano già scoperto questa relazione, e usavano il camminare come strumento prima della scrittura e prima della formulazione dei loro pensieri.

Non sappiamo ancora quale sia la correlazione esatta tra creatività e l’azione motoria del camminare. Sappiamo però che lunghe passeggiate permettono alla mente di vagare, di generare qualcosa di nuovo, intenso, originale. Ci permettono di essere più creativi.

Dopo aver letto questi libri mi rendo conto che le mie camminate hanno assunto una luce diversa: ora cammino per riflettere, anche se non ho una meta. Lo prescrivo a me stessa nelle giornate di lavoro, prima di iniziare a scrivere, o anche solo quando sento che il mio corpo lo richiede. Camminare, come ci ha ricordato Gros, è molto più di un semplice passatempo: è una parte fondante del pensiero filosofico. Come ci ha ricordato Vybarr-Redd, dobbiamo impegnarci nel farlo tutti i giorni, in modo che giovi al nostro corpo, evolutosi per percorrere grandi distanze. E infine, come ha sottolineato O’Mara, ci permette di essere più lucidi e creativi, dandoci sempre nuovi stimoli.

ENG

We evolved walking: two books about our bipedal life

Primate Change: How the World We Made is Remaking Us by Vybarr Cregan-Reid

How were we born, and how did we evolve as a human species? Has our body always been like this, or has it adapted during our life as men on earth? And how will it change in the future?

If you are interested in these questions, you should definitely read Cregan-Reid’s book. He is a professor of Environmental Humanities (yes, it is a discipline that exists). It is a book that starts from the evolution of the chordates, up to us. It traces our migrations, our habits as Homo Sapiens. And how we are changing over time.

Starting with the title, we understand where the book wants to take us: the world we have created is changing us. In particular, our new way of working, sedentary for most of the day and completely inside closed buildings, is not compatible with our body, which has evolved during the centuries in which we have been hunter-gatherers.

If you work in an office like me, you will have realized how common health problems and pains are, especially in the back. We no longer walk: we are no longer used to walking long distances, and we never alternate sedentary activity with moments of walking and in which we are in an upright posture. Also, we spend most of our time at home and in the office. It had never happened since we first appeared on earth.

[P]erhaps we might consider renaming our species? Homo Sapiens Ineptus: human, smart, but not compatible with the abundance of knowledge, food, and comfort in our environment.

(translation is mine)

Our whole body is affected by this change: the chapter I liked the most is the one that talks about the human hand, its uniqueness in the whole animal kingdom, and the increasingly frequent problems caused by smartphones and PCs.

There is a discrepancy, in short, between the way our body should be used, and the way we live. And what does walking have to do with all this? We are no longer used to or pushed by the architecture of our cities to do so. We go to the gym an hour a day, convinced that it is enough, but in reality, the activity is not functional to what our body needs: walking long distances.

Why don’t we do it anymore? Because we are placed in a work environment that does not allow it. We lack time, cities don’t have the places to do it, and our lifestyle doesn’t provide us with the circumstances to change. To cope with increasing health problems, we need to radically rethink our entire economy.

Do you know any other topic that would benefit from walking?

In Praise of Walking by Shane O’Mara

O’Mara starts with a different question: what do we think humans are? What differentiates us from all other living beings?
The first things that come to mind are certainly the language, the use of tools, culture, and creativity. We rarely think about our ability to stand and walk.

Walking long distances has always been a part of our history as human beings: it has allowed us to leave the Rift Valley and move from Africa within a few generations, reaching the whole world; it allowed us to develop our intelligence and an increasingly complex brain.

Yet walking is anything but simple: we need balance, all of five senses, and a sense of orientation. In short, we need cognitive maps that allow us to orient ourselves thanks to the processing of information that comes from the outside world. Also, walking is a rhythmic action, which extends to the group through coordination (think about walking side by side with a friend or a group of people).

Walking is defined by O’Mara as a balm for the body and the brain.

According to a recent study […], lack of exercise even causes a personality change, and by that, I mean for the worse. In general, lower levels of physical activity are associated with changes in three of the ‘Big Five’ (the five great personality traits: open-mindedness, conscientiousness, extroversion, friendliness, and emotional stability), and to be exact with a decrease in personality. ‘openness of mind, extroversion and friendliness […].

(translation is mine)

It appears that walking can have an effect on mild depression and mood in general. For O’Mara, who is a neuroscientist, the studies point precisely in this sense: walking affects the brain and, in addition to helping memory, is also a good “therapy” for disorders related to anxiety and anger. Studies have not yet shed light on what the relationships between walking and mental health are, but they seem to point in this direction. It appears that walking can have an effect on mild depression and mood in general. 

Walking gives me the freedom to think, to have a silent dialogue with myself about the problems to be solved. Maybe these are prosaic issues, but they still matter to me.

(translation is mine)

The last three books I’ve read on the subject of walking mention Thoreau (you can find the first book in this post). When the legs move, thoughts begin to flow. And he’s not alone: many poets and philosophers had already discovered this relationship and used walking as a tool before writing and before formulating their thoughts.

We do not yet know what the correlation between creativity and the motor action of walking is. However, we know that long walks allow the mind to wander, to generate something new, intense, original.

After reading these books, I realize that my walks have taken on a different light: now I walk to reflect, even if I have no goal. I prescribe it to myself on workdays, before I start writing, or even just when I feel my body demands it. Walking, as Gros reminded us, is much more than a simple pastime: it is a fundamental part of philosophical thought. As Vybarr-Redd reminded us, we must commit to doing it every day, so that it benefits our body, which has evolved to travel great distances. And finally, as O’Mara pointed out, it allows us to be more lucid and creative, always giving us new stimuli.

Ambiente e femminismo: Cool Dudes

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Martedì, pausa pranzo. Come al solito mi ritaglio mezz’ora per leggere, prima di tornare a lavoro. Sto leggendo di nuovo Naomi Klein, Una rivoluzione ci salverà. L’ho iniziato ieri sera, giusto prima di andare a dormire, per farmi venire gli incubi e passare la notte a pensare a cosa sarà tra dieci, vent’anni.

Dopo circa una cinquantina di pagine Naomi Klein cattura la mia attenzione citando un articolo dal titolo: Cool dudes: The denial of climate change among conservative white males in the United States.
“Cool”, tradotto in italiano, significa sia “figo” che “fresco”: e già dal sottotitolo potete capire di cosa si tratta, ovvero di un articolo scritto dai sociologi McCright e Dunlap nel quale sostengono che, negli Stati Uniti, i maschi bianchi conservatori che godono di un reddito superiore alla media sono più inclini a credere che il cambiamento climatico non esista.

Scaricare l’articolo è facile. Lo leggo, tutto d’un fiato, prima di proseguire con la lettura ancora più difficile del libro della Klein, che chissà quanti altri di questi articoli citerà.

Lo studio si basa sull’assegnare dei punteggi a variabili come credere o meno al cambiamento climatico, le sue tempistiche e le sue cause; la credenza sulle opinioni della comunità scientifica e le preoccupazioni personali sulle tematiche ambientaliste. Accanto a questo, i sociologi hanno misurato le opinioni politiche, assegnando un punteggio a seconda delle visioni liberali o conservatrici.

I risultati, chissà come mai, non mi sorprendono.

More generally, conservative white males are likely to favor protection of the current industrial capitalist order which has historically served them well. […] Given the expansive challenge that climate change poses to the industrial capitalist economic system, it makes sense that conservative white males’ strong system justifying attitudes—triggered by the anti-climate science claims of the conservative movement — may drive them toward climate change denial.

In generale, è probabile che i maschi bianchi conservatori favoriscano la protezione dell’attuale ordine capitalista che storicamente ha giovato loro. […] Data l’enorme sfida che il cambiamento climatico pone al sistema economico capitalista industriale, ha senso che il forte sistema conservatore dei maschi bianchi che giustifica gli atteggiamenti – innescati dalle affermazioni scientifiche anti-climatiche del movimento conservatore – possa spingerli verso il rifiuto del cambiamento climatico.

Cool dudes, traduzione mia

Dallo studio emerge prima di tutto che i maschi bianchi conservatori hanno la tendenza a credere nelle proprie opinioni, molto più rispetto ad altri gruppi, anche quando queste non rispecchiano la realtà.

La loro percezione sul cambiamento climatico è alterata sia dal fatto che scardinare questa convinzione significa mettere in dubbio tutto il loro mondo, sia dal fatto che sono poco inclini a mettere in discussione le proprie convinzioni. Immersi in un gruppo omogeneo di altri maschi bianchi conservatori, rafforzano le loro credenze e le considerano verità assoluta.

I maschi bianchi conservatori ricoprono infatti la maggioranza delle posizioni di potere nella nostra società e nella nostra economia. Per questo, di fronte alla critica sul loro ruolo, l’atteggiamento naturale è quello di scetticismo radicale, anche nei confronti degli allarmi lanciati dalla comunità scientifica.

The positive correlation between selfreported understanding of global warming and climate change denial among conservative white males is compelling evidence that climate change denial is a form of identity-protective cognition, reflecting a system-justifying tendency.

La correlazione positiva tra la comprensione auto-dichiarata del riscaldamento globale e la negazione del cambiamento climatico tra i maschi bianchi conservatori è una prova convincente che la negazione del cambiamento climatico è una forma di protezione cognitiva dell’identità, che riflette una tendenza a giustificare il sistema.

Cool dudes, traduzione mia

Mettiamo insieme i pezzi del puzzle. Continuiamo a chiederci perché il movimento ambientalista online sia guidato in gran parte da donne. Continuiamo a chiederci come mai i potenti non fanno nulla, e qualsiasi negoziato puntualmente va in fumo e non viene rispettato. Continuiamo ad arrabbiarci quando uomini bianchi adulti ridono di Greta Thunberg. Continuiamo a postare foto di alluvioni e incendi, stupiti di quante volte stiano succedendo.

E sappiamo benissimo qual è il motivo di tutto questo.

Il motivo va al di là delle tematiche puramente ambientali: per salvare il mondo dalla catastrofe climatica è necessario scardinare tutti valori che lo guidano in questo momento. E’ necessario cambiarle, quelle persone. E’ necessario ripensare la nostra società e combattere contro la cultura patriarcale, è necessario ripensare il nostro rapporto con l’ambiente, è necessario ripensare al nostro sistema economico, perché chiaramente il capitalismo non può più funzionare. E’ necessario, insomma, che quei maschi bianchi conservatori siano sempre meno, e che nei ruoli decisionali subentrino personalità differenti, per genere, orientamento sessuale, etnia e più in generale visione del mondo.

E’ necessario che l’ambientalismo abbracci tutte le altre lotte sociali. E’ necessario che altre persone prendano in mano la situazione, persone che non siano maschi bianchi conservatori. In modo che quei cool dudes smettano di essere cool e di prendere decisioni per tutti, agevolando solamente loro stessi a discapito del resto del mondo.

ENG

Environment and Feminism: Cool Dudes

Tuesday, I’m on lunch break. As usual, I take half an hour to read before returning to work. I’m reading Naomi Klein again, This Changes Everything: Capitalism vs. the Climate I started reading it last night, right before going to sleep, I read a couple of pages just to give myself nightmares and spend the night thinking about what it will be in ten, twenty years.

After about fifty pages Naomi Klein catches my attention by quoting an article called Cool dudes: The denial of climate change among conservative white males in the United States
Starting from the subtitle you can understand what it’s about: an article written by sociologists McCright and Dunlap in which they argue that, in the United States, white male conservatives with above-average incomes are more inclined to believe that climate change does not exist.

You can read the article easily. I read it fast, I don’t want to miss anything about it. I want to read it before continuing with the even more difficult reading of Klein’s book, which who knows how many others of these articles she will quote.

The study is based on assigning different scores based on variables such as believing or not in climate change, its timing and its causes; beliefs in the opinions of the scientific community, and personal concerns on environmental issues. Besides this, the two sociologists have measured political opinions, assigning a score according to liberal or conservative views.

The results, obviously, did not surprise me.

More generally, conservative white males are likely to favor protection of the current industrial capitalist order which has historically served them well. […] Given the expansive challenge that climate change poses to the industrial capitalist economic system, it makes sense that conservative white males’ strong system justifying attitudes—triggered by the anti-climate science claims of the conservative movement — may drive them toward climate change denial.

First of all, this study shows that white male conservatives have a tendency to believe their opinions, much more than other groups, even when these do not reflect reality. 

Their perception of climate change is altered both by the fact that to undermine this belief means to question their whole world, but also by the fact that they are unwilling to question their own beliefs. Immersed in a homogeneous group of other conservative white males, they reinforce their beliefs and consider them the absolute truth.

In fact, conservative white males hold the majority of positions of power in our society and our economy. For this reason, faced with the criticism of their role, the natural attitude is that of radical skepticism, even towards the alarms raised by the scientific community.

The positive correlation between selfreported understanding of global warming and climate change denial among conservative white males is compelling evidence that climate change denial is a form of identity-protective cognition, reflecting a system-justifying tendency.

Let’s put the pieces of the puzzle together. We keep wondering why the online environmental movement is largely led by women. We continue to ask ourselves why the powerful men do nothing, and why any negotiation ends up in smoke and it’s not respected. We keep getting angry when grown white men laugh at Greta Thunberg. We continue to post photos of floods and fires, amazed at how many times they are happening.

And we know very well what the reason for all this is.

The reason is very simple and goes beyond merely environmental issues: to save the world from climate catastrophe it is necessary to unhinge all the values that guide it at this moment. It is necessary to change those people. It is necessary to rethink our society and fight against the patriarchal culture, it is necessary to rethink our relationship with the environment, it is necessary to rethink our economic system, because clearly capitalism can no longer work. In short, it is necessary for those white male conservatives to be fewer and fewer, and for different actors to take over the decision-making roles. Different by gender, sexual orientation, ethnicity, and more generally, by their vision of the world.

Environmentalism needs to embrace all other social fights. Other people need to take this matters into their own hands, people other than white male conservatives. So that those cool dudes will stop being cool and they will stop making decisions for everyone, because they are only facilitating themselves at the expense of the rest of the world.