Zero waste in famiglia

Una storia di compromessi

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Lo dico sempre: iniziare un percorso zero waste significa scendere a compromessi. Ma in realtà sarebbe giusto dire che se vogliamo portare avanti qualsiasi ideale dovremo, ad un certo punto, instaurare un dialogo e avviare un percorso di scambio con gli altri, senza arroccarci come nel gioco degli scacchi.

Pensate alla convivenza: che voi viviate col vostro ragazzo, con i vostri genitori o con dei coinquillini, in ogni caso il vostro stile di vita verrà influenzato dalle persone che vi circondano. E sarà impossibile, oltre che poco carino, imporre le vostre idee, soprattutto quando si tratta di temi ecologisti. Serve tempo (che non abbiamo) e tanta, tanta, tanta pazienza.

Quando sono andata a convivere, Nico sapeva già del fatto che fossi vegetariana (e mi aveva già cucinato delle ottime pizze surgelate e abbondanti piatti di pasta al sugo di pomodoro!). Avevo appena iniziato a capire cosa fosse lo zero waste quando ci siamo conosciuti, quindi la transizione è stata indolore. Un percorso insieme: mi ritengo fortunata. In ogni caso, la mia scelta personale è stata quella di trovare un equilibrio che potesse soddisfare le mie esigenze e le sue.

Nonostante infatti creda fermamente nelle mie scelte, mi rendo conto che non si possano calare dall’alto e pretendere che tutti le accettino come se fossero i dodici apostoli. Come ho già detto più volte, preferisco dare l’esempio, mostare che si può fare, e lasciar decidere gli altri. Mi rendo conto però che spesso questo può essere frustrante: perché gli altri non vedono che stiamo soffocando nella plastica? Perché non riescono proprio a usare quella cannuccia di vetro così bella che ci hanno regalato?

Con Michela di Sustainable Olivia abbiamo deciso di dedicare un doppio post su questo argomento. Trovate il suo post qui.

La questione plastica

Immaginate di vivere in un mondo dove tutto è plastica. Comodo, facile, veloce. Le famiglie accolgono questo nuovo materiale come una manna dal cielo, in grado di togliere il fardello dei piatti di ceramica. Leggera, usa e getta, economica: non serve andare molto lontano, perché questo è il modo in cui i nostri genitori e i nostri nonni percepivano la plastica. Non come un problema. In generale, l’inquinamento non veniva percepito come una questione impellente, ma come qualcosa di distante. Lontano. Le lattine scomparivano dal finestrino delle macchine in corsa, e smettevano di essere un nostro problema.

Io stessa ricordo che, quando eravamo piccoli, era molto più comune vedere spazzatura a bordo strada… molta più di adesso. Figuratevi quando erano giovani i nostri genitori. Immaginate trovarsi in un negozio e dover scegliere tra l’antiquata ceramica e la modernissima plastica.

In ogni caso, non è facile far cambiare idea neppure alle persone della nostra età. Quanto è attraente andare al McDonalds? O mangiare in una qualsiasi fast food? Per quanto riguarda la mia esperienza, una delle cose che frenano le persone è il percepire una vita senza plastica (o meglio, a plastica ridotta) come una vita scomoda. Il panino nella busta di plastica è comodo. Le bottiglie d’acqua sono comode (e sono percepite come migliori, anche se la qualità dell’acqua spesso non è assolutamente migliore rispetto a quella del rubinetto). I piselli surgelati sono comodi. Insomma: rinunciare alla plastica significa dover pensare costantemente alle alternative.

Possiamo dire che non è vero? Dubito. Viviamo in una società che ci costringe a correre sempre di più. Lavora consuma, lavora consuma. Le monoporzioni di biscotti per fare merenda di corsa, il caffè nel bicchiere usa e getta, il cellophane per conservare l’insalata in frigo. Tutto comodo, ready to use, in modo che ci troviamo sempre a non dover faticare quando, dopo otto ore di lavoro, non sappiamo proprio cosa mettere nel piatto a cena.

A casa, inizialmente, non solo con Nico ma anche con la mia famiglia in Sardegna, ho cercato di creare delle alternative. Avere a portata di mano dei barattoli di vetro anziché la pellicola, per esempio, spinge a conservare gli avanzi senza usare plastica. Avere delle borracce per andare in ufficio, o dei fazzoletti di stoffa già pronti all’uso, in modo da non dover pensare a come avvolgere i sandwich o a dove mettere l’acqua, come usare queste cose fosse normalità. Perché in fondo, per noi zero waster che lo viviamo tutti i giorni, lo è.

La questione vegetariana

Che rompipalle, sti vegetariani. Lo dicono sempre subito, appena si presentano. Non parlano d’altro. E poi cosa mangiano? Insalata e tofu, vero?

Nico è onnivoro. Nessuno nella mia famiglia, eccetto mio fratello, è vegetariano. Ho avuto anche io la fase in cui tentatavo di far valere le mie ragioni al pranzo di Natale, ma fortuntamente è passata presto: non serve a nulla. Non convincerete nessuno mostrando un video di youtube, a meno che questa persona non sia già propensa al dialogo (questo è un motivo per cui non trovo così interessanti le manifestazioni di strada: ma ne parleremo un’altra volta)

Lo ammetto, dopo il diabete su questo punto mi sono ammorbidita tantissimo. Sarà che renderti improvvisamente conto che potresti avere delle restrizioni alimentari è una delle cose più difficili da affrontare, sarà che tutta l’esperienza traumatica della diagnosi mi ha regalato un pizzico di empatia in più nei confronti del genere umano, ma credo che per molti sia difficile pensare di vivere senza carne da un giorno all’altro. E’ una scelta troppo personale, che deve sedimentare nel tempo, giorno dopo giorno. Una presa di coscienza, se così possiamo definirla.

Come faccio, quindi? Compromesso. Non intendo, ovviamente, che mangio carne o pesce. Non lo farei mai e non ho nessun motivo per farlo. Intendo che in casa mangiamo vegetariano per gran parte della settimana, e quando Nico vuole cucinarsi un po’ di carne non c’è alcun problema. Se mia mamma gli regala la salsiccia sarda non c’è alcun problema. Mi sembra anche ridicolo scriverlo, ma sento tante persone che non vogliono neppure la carne dei coinquilini in frigo. Ha mai funzionato questa strategia per voi? Non vuole essere una domanda retorica o aggressiva, ma genuina curiosità. Non ho mai sentito nessuno che ha smesso di mangiare carne perché gli amici hanno tentato di convertirlo con grandi discorsi. Il proselitismo, soprattutto in temi così delicati, non ha mai funzionato nella mia esperienza.

Torniamo così a quello che ho scritto per la plastica: dare l’esempio. Parlare della nostra esperienza. Aiutare gli altri a vedere ciò che vediamo noi, senza forzature, in modo genuino. Mi avete mai sentito raccontare la storia delle anguille? E’ una bella storia. Un giorno la racconterò anche qui, per bene.

Mangiare è uno dei miei piaceri più grandi, e non potrei mai sopportare l’idea di averlo reso un fardello per altri. Sul lungo termine, una buona lasagna vegana fatta bene (sì, l’ho detto) ripaga molto di più di mille discorsi che fanno sentire in colpa le persone intorno a noi.

ENG

Zero waste and family

A story of compromises

As I always say: starting a zero-waste journey means accepting compromises. But in reality, it would be fair to say that if we want to pursue any ideal we should, at some point, compromise.

Just think about living together: whether you live with your boyfriend, your parents or roommates, in any case, your lifestyle will be influenced by the people around you. And it will be impossible, as well as not very nice, to impose your ideas, especially when it comes to ecological issues. It takes time (which we don’t have, I know) and a lot, a lot, a lot of patience.

When I went to live together, Nico already knew that I was a vegetarian (and he had already cooked me some excellent frozen pizzas and pasta with tomato sauce!). I had just begun to understand what zero waste was when we first met, so the transition was painless. In any case, my personal choice was to find a balance that could meet my needs and his.

Although I firmly believe in my choices, I realize that they cannot be lowered from above and demand that everyone accept them as the twelve apostles. As I have said several times, I prefer to set an example, to show that it can be done, and to let others decide. I realize, however, that this can often be frustrating: why don’t others see that we are suffocating in plastic? Why can’t they just use that beautiful glass straw they gave us?

The plastic issue

Imagine living in a world where everything is plastic. Comfortable, easy, fast. Families welcome this new material like a miracle, as they were finally able to remove the burden of glass and ceramic dishes. Light, disposable, cheap: you don’t need to go very far, because this is how our parents and grandparents perceived plastic: not an issue.

I remember that when I was little, it was much more common to see rubbish on the roadside… imagine when our parents were young.

In any case, it is also not easy to make people of our age change their minds. As far as my experience is concerned, one of the things that hold people back is to experience a life without plastic (or better, with reduced plastic ) as an uncomfortable lifeThe sandwich in the plastic bag is convenient. Water bottles are easy (and the water inside is perceived as better, although the quality is often not better than that of the tap). In short: giving up plastic means having to constantly think about alternatives.

Can we say that isn’t it? I doubt it. We live in a society that forces us to run more and more. The single portions of biscuits to make a quick snack, the coffee in the disposable cup, the cellophane to keep the salad in the fridge. All comfortableready to use, so we always find ourselves not having to struggle when, after eight hours of work, we don’t know what to put on the plate for dinner.

At home initially, not only with Nico but also with my family in Sardinia, I tried to create alternatives. Having glass jars at home instead of plastic bags, for example, pushes you to store leftovers without using plastic. Having water bottles to go to the office, or ready-to-use cloth handkerchiefs, so you don’t have to think like it’s normal to use them. Because after all, for us who live it every day, it is.

The vegetarian issue

How annoying, vegetarian people. They always say it right away, as soon as they show up. They don’t talk about anything else. And then what do they eat? Salad and tofu, right?

Nico eats meat. Nobody in my family, except my brother, is a vegetarian. I also had the phase in which I tried to assert my reasons at the Christmas dinner, but luckily it passed early: it is useless. You will not convince anyone by showing a youtube video unless this person is already inclined to dialogue (this is a reason why I do not find street events so interesting: but we will talk about it again)

I admit it, after diabetes on this point I softened a lot. Maybe I’ve suddenly realized that having food restrictions is one of the most difficult things to deal with, maybe all the traumatic experience of the diagnosis has given me a little more empathy towards humankind, but I think for manypeople it is difficult to think of living without meat overnight. It is personal, which must settle over time, day after day. A realization, if we can define it that way.

So how do I do it? Compromise. Obviously, I don’t mean that I eat meat or fish. I would never do it and I have no reason to do it. I mean that at home we eat vegetarian for most of the week, and when Nico wants to cook some meat there is no problem. I’ll just have seitan or something easy. If my mom gives him the Sardinian sausage there is no problem. It also seems ridiculous to write it, but I hear many people who don’t even want the meat of roommates in the fridge. Has this strategy ever worked for you? It is not intended to be a rhetorical or aggressive question, but genuine curiosity. I have never heard of anyone who stopped eating meat because friends tried to convert it with great speeches. Proselytism, especially in such delicate subjects, has never worked in my experience.

Let’s go back to what I wrote for plastic: to set an example. Talk about our experience. Helping others to see what we see, without forcing, in a genuine way. Have you ever heard my story about eels? It is a beautiful story. One day I will tell you about it here too, for good.

Eating is one of my greatest pleasures, and I could never bear the idea of ​​making it a burden for others. In the long run, a good vegan lasagna pays off much more than a thousand speeches that make people around us feel guilty.

Guppyfriend!

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Sapete cosa sono le microplastiche? Sono piccole particelle, frammenti che vengono rilasciate da cosmetici, vestiti e in generale oggetti di plastica e finiscono in mare.
Se non ne avete mai sentito parlare, sappiate che sono state trovate ovunque, dal mare al nostro cibo, fino ai luoghi più remoti del mondo.

Una delle cose che possiamo fare è, neanche dirlo, non abbandonare la plastica in giro. Però non è così semplice. Infatti molti dei vestiti che compriamo (soprattutto dalle grandi catene fast fashion) sono in tessuto sintetico, spesso scadente, e rilasciano una grossa quantità di microplastiche ogni volta che li mettiamo in lavatrice.

Passando per casa nostra, le microplastiche si fanno strada e inquinano l’ambiente, e a oggi rappresentano uno dei problemi più grandi per gli animali che popolano i nostri mari – che, indovinate un po’, poi finiscono sulle nostre tavole se siete onnivori.

Quindi, avrete già capito: questo post è dedicato al singolo acquisto che possiamo fare ad oggi se vogliamo evitare di fare la nostra parte in questo tremenda catena: la Guppyfriend.

La Guppyfriend è… una sacca. Fatta in poliammide, ha una trama che cattura le microplastiche ed evita che si disperdano nell’ambiente. E’ semplicissima da usare: basta metterci dentro i vestiti in tessuto sintetico (nylon, poliestere ecc…) e chiuderla. Dopodiché potete metterla in lavatrice e usare il solito programma, anche se il massimo sarebbe usare un lavaggio a basse temperature: quando ho comprato la lavatrice una delle cose che mi ha permesso di decidere quale comprare è stata la possibilità di lavare a 15° e 20°. Inquina di meno, permette un grosso risparmio di energia e i capi durano di più.

Dopo il lavaggio, una volta stesi i vestiti, posso raccogliere le microplastiche rimaste nel sacchetto e buttarle nel bidone dell’indifferenziato.

Idealmente la soluzione sarebbe quella di ridurre al massimo i tessuti sintetici presenti nel mio armadio, ma non è sempre facile. Pensate per esempio all’abbigliamento sportivo. In ogni caso, preferisco comunque utilizzare ciò che ho già fino allo sfinimento. La Guppyfriend è un buon modo per far durare il più possibile i vestiti, evitando però di disperdere inutilmente frammenti di plastica nei fiumi e nei mari.

La potete comprare sul sito Patagonia o da Friendly Shop.

ENG

Guppyfriend!

Have you ever heard about microplastics? They are small particles, fragments that are released from cosmetics, clothes, and plastic objects and end up in the sea. 
If you have never heard of them, you should know that they have been found everywhere, from the sea to our food, also in the most remote places in the world.

One of the things we can do is, needless to say, don’t leave plastic around. But it’s not that simple. In fact, many of the clothes we buy (especially from the big fast fashion chains) are made of synthetic fabric, often poor quality, and they release a large number of microplastics every time we put them in the washing machine.

Leaving our house, microplastics make their way and pollute the environment, and today they represent one of the biggest problems for the animals that populate our seas – which, guess what, end up on your table if you eat fish.

So, you probably have guessed by now: this post is dedicated to the single purchase that we can make today if we want to avoid doing our part in this tremendous chain: the Guppyfriend.

The Guppyfriend is… a bag. Made of polyamide, it has a texture that captures microplastics and prevents them from dispersing into the environment. It is very simple to use: just put the synthetic clothes (nylon, polyester, etc …) in it and close it. Then you can put it in the washing machine and start the usual program. It would be better to use a low-temperature program. When I had to buy my washing machine one of the things that made me decide was the possibility of washing at 15°C and 20°C. It pollutes less, allows a big energy-saving, and the garments last longer.

After washing, once the clothes are laid out, I collect the microplastics left in the bag and throw them in the bin of the undifferentiated. 

Ideally, the solution would be to minimize the synthetic fabrics in my wardrobe, but it is not always easy. Think for example about the sportswear. In any case, I still prefer to use what I already have until exhaustion. Guppyfriend is a good way to make clothes last as long as possible, but avoiding unnecessarily dispersing plastic fragments in rivers and seas.

You can buy it on the Patagonia website or from the Friendly Shop.

Abbiamo bisogno di api danzanti

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Se mi seguite su instagram lo sapete già, se non mi seguite lo saprete adesso: ho adottato un alveare tramite il sito 3bee. Se non lo conoscete, 3bee nasce come startup che si occupa di tecnologie legate all’apicoltura; dal sito è possibile adottare un’arnia scegliendo tra gli apicoltori presenti in tutta Italia. Ci sono diversi piani annuali, in base ai quali riceverete una quantità di miele diversa.

Io ho scelto un apicoltore lombardo per ridurre l’impatto del trasporto del miele, che mi verrà consegnato a Ottobre 2020. Dopo l’adozione è possibile vedere vari valori relativi all’arnia, tra cui temperatura, umidità, e peso. Tutto qui.

Le api mi hanno sempre affascinato, ma conosco poco il loro mondo. L’unica cosa che conosco e che mi ha sempre fatto pensare a quanto siamo piccoli nei confronti del mondo che ci circonda è il loro modo di comunicare: la prima volta che ho letto degli studi a riguardo sono rimasta colpita da quanto ancora non sappiamo.

Foto dal web

Avete mai pensato infatti che gli animali non umani non comunicano tra loro se non cose riguardanti il qui e ora? Lo sentiamo dire spesso: eccetto gli umani, tutti gli altri animali comunicano tra loro circa i loro bisogni immediati. E’ uno dei miei argomenti preferiti, anche se qui non ne parlo mai (in fondo, ci ho scritto due tesi di laurea). Contando che dobbiamo ancora fare tantissimi passi avanti nel capire il linguaggio animale non umano, per ora sappiamo che c’è una grossa eccezione a questo, che è data dalle api.

Nella perfetta società delle api ne esiste una che si occupa infatti di ispezionare il mondo circostante: è l’ape esploratrice. ve la immaginate? Un’ape che esce dall’alveare alla ricerca del nettare, poi quando torna (dopo aver percorso anche chilometri) comunica alle compagne la direzione e la distanza del cibo.

Un insetto così piccolo in grado non solo di memorizzare delle informazioni molto precise, ma anche di riportarle esattamente ai colleghi dell’alveare.

Ma la cosa più bella sapete qual è? Il modo in cui lo fanno, ovvero con quella che in inglese viene definita waggle dance. L’ape esploratrice, una volta tornata all’alveare, danza muovendosi come se disegnasse il numero 8; la direzione del movimento indica la direzione della fonte di nettare, mentre la durata della danza indica la sua distanza.

Nonostante sia una cosa ormai risaputa, tutto questo è a rischio per colpa nostra – soprattutto perché continuiamo a sfruttare tutta la natura che ci circonda, pensando di avere a disposizione risorse infinite.

Se le api sparissero, ciò che porteremmo a tavola sarebbe radicalmente diverso, perché sono responsabili dell’impollianzione di gran parte del nostro cibo; i cambiamenti climatici, i pesticidi che vengono usati in modo massiccio e la diminuzione delle tipologie di coltivazioni sono tutti fattori che hanno già portato a una drastica riduzione delle popolazione di questi animali.

Se ancora non lo avete visto, vi consiglio di recuperare il documentario Rotten su Netflix, e in particolar modo la puntata Lawyers, Guns and Honey, nella quale vengono raccontati, tra le altre cose, gli assurdi spostamenti ai quali sono sottoposte le arnie in america perché… non ci sono abbastanza api in natura per impollinare i mandorli, e gli apicoltori vengono pagati per portare le loro anche a chilometri di distanza.

Nel sito delle Nazioni Unite è presente una serie di azioni che possiamo mettere in atto per salvare le api e in generale tutti gli animali responsabili dell’impollinazione:
→ piantare diverse piante in diversi periodi dell’anno;
→ comprare miele direttamente dagli apicoltori (sempre nel documentario Rotten, troverete diverse truffe che circolano nel mondo del miele);
→ comprare prodotti che sostengono pratiche di agricoltura sostenibile;
→ evitare pesticidi, funghicidi ed erbicidi nei nostri giardini;
→ proteggere le colonie;
→ lasciare una ciotola con acqua fuori dai nostri balconi per le api;
→ sostenere gli ecosistemi delle foreste e dei boschi;
→ portare l’attenzione sulle informazioni relative al declino delle api;

e infine, la mia preferita:

→ adottare un alveare!

Nel nostro piccolo possiamo veramente cambiare le cose; a partire dai nostri gesti, fino a portare l’attenzione ai cambiamenti che vorremmo vedere avvenire nell’agricoltura: meno pesticidi, meno monoculture, più sostenibilità, stagionalità e rispetto per gli equilibri della natura.

Fonti:
UN World bee day;
– J. Hurford, Origins of Meaning;
– J. Hurford, Origins of Language;
– gli studi di Karl von Frish.

ENG

We need dancing bees

If you follow me on Instagram you already know it, if you don’t follow me you will know it now: I adopted a beehive via the Italian website 3bee. 3bee was born as a startup that deals with beekeeping technologies; from the website, it is possible to adopt an apiary choosing among the beekeepers present throughout Italy. There are several annual plans, under which you will receive a different amount of honey.

I have chosen a beekeeper from the region where I live to reduce the impact of the transport of honey, which will be delivered to me in October 2020. After the adoption, it is possible to see various values ​​relating to the hive, including temperature, humidity, and weight. That’s it.

Bees have always fascinated me, but I know little about their world. The only thing I know and that has always made me think about how small we are towards the world around us is their way of communicating: the first time I read studies about it I was struck by everything we don’t know yet.

From the web

Have you ever thought that non-human animals do not communicate with each other except things concerning the here and now? We often hear it: except humans, all other animals communicate with each other about their immediate needs. It is one of my favorite subjects, although I never talk about it here (after all, I wrote two-degree theses). Counting that we still have to make many steps forward in understanding non-human animal language, for now we know that there is a big exception to this, which is given by bees.

In the perfect bee society, there is one that deals with inspecting the surrounding world: it is the scouting bee. Can you imagine it? A bee that comes out of the hive in search of nectar, then when it returns (after having traveled even kilometers) it communicates to the companions the direction and distance of the food.

Such a small insect not only able to memorize very precise information, but also to bring it exactly back to colleagues in the hive. 

Do you know how they do it? With what is called waggle dance. The scouting bee, once it’s gone back to the hive, dances moving as if it’s drawing the number 8; the direction of movement indicates the direction of the source of nectar, while the duration of the dance indicates its distance.

Despite being a well-known thing, all of this is at risk because of us – especially because we continue to exploit all the nature that surrounds us, thinking we have infinite resources available. 

If the bees disappear, what we would bring to the table would be radically different, because they are responsible for the pollination of most of our food; climate change, pesticides that are used extensively and the decrease in the types of crops are all factors that have already led to a drastic reduction in the population of these animals.

If you haven’t seen it yet, I recommend you to recover the documentary Rotten on Netflix, and in particular the episode Lawyers, Guns and Honey, which, among other things, talks about the absurd displacements to which the hives are subjected in America because… there are not enough bees in nature to pollinate the almond trees, and beekeepers are paid to bring their own even miles away.

On the United Nations website there is a series of actions that we can put in place to save bees and in general all the animals responsible for pollination:
→ plant several plants at different times of the year;
→ buy honey directly from beekeepers (in the documentary Rotten, you will find several scams circulating in the world of honey);
→ buy products that support sustainable agriculture practices;
→ avoid pesticides, fungicides and herbicides in our gardens;
→ protect colonies;
→ leave a bowl with water outside our balconies for bees;
→ to support forest and woodland ecosystems;
→ bring attention to information relating to the decline of bees;

and finally, my favorite:

→ adopt a beehive!

We can truly change things; starting from our gestures, up to bringing attention to the changes we would like to see in agriculture: fewer pesticides, fewer monocultures, more sustainability, seasonality, and respect for the balance of nature.