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Traslocare è il momento per ripensare. Un po’ mi piace, non posso negarlo: mettere dentro agli scatoloni tutta la mia vita, dare agli oggetti dei confini prestabiliti, scrivere sopra col pennarello «cucina» oppure «libri», impilarli l’uno sull’altro. Dare loro, in alcuni casi, la giusta importanza, anche quando non ne hanno nessuna.

Alcuni oggetti stanno proprio bene all’interno degli scatoloni: penso ai libri e ai documenti. Se lo scatolone è delle dimensioni giuste, basta impilarli fino a riempire tutti gli spazi, magari inserendone qualcuno in verticale, giusto per evitare che ballino durante il viaggio.

Altri oggetti invece sono l’incubo di ogni traslocatore: le ciotole grandi, che devono essere riempite con altri oggetti altrimenti occupano spazio inutile; le televisioni, che hanno bisogno della loro scatola lunga, alta e stretta. Non ho ancora capito come farò a trasportare l’appendicappotti a forma di spiga, che detto così sembra un orrore, ma è il mio unico oggetto di arredamento che ha ricevuto complimenti.

Durante un trasloco diventa impossibile camminare dentro casa, soprattutto da quando ho iniziato a riempire gli scatoloni. Il fatto di essere in un bilocale a Milano di certo non aiuta: camminare in casa è possibile solo grazie a un enorme lavoro di ingegneria, alle ore sprecate a giocare a Tetris da bambina e a una buona dose di minimalismo estremo.

Due settimane fa ho passato il pomeriggio a camminare per Venezia. Sembra banale, detto così, e in fondo lo è stato, esattamente come tutte le altre volte in cui ho camminato lì. Arrivando dalla stazione, seguendo il flusso delle persone, scegliendo di andare verso il Calatrava, tanto non piove e non rischio di rompermi l’osso del collo.

Un anno fa era tutto ciò che potevamo fare: camminare dentro casa. Avrò fatto le scale ottocento volte (sì, è un bilocale su due piani), camminato fino al bagno anche quando non dovevo né pisciare né lavarmi i denti, mentre fuori si discuteva se mettere o no le mascherine, se il lievito sarebbe arrivato o no nei supermercati, se fossimo riusciti a fare la spesa con Coop Drive alle quattro del mattino dopo così tanti tentativi andati a male.

È banale ma per niente scontato, durante una pandemia, riuscire ad andare da qualche parte e scegliere di farlo. Controllare le regioni, i confini, i nuovi decreti, le regole. Vado? Se ci andassimo tutti verrebbe fuori un casino. Non vado? Porto con me la macchina fotografica, le cuffiette per la musica, uno zaino per tre giorni. Ormai il mio corpo sa dove andare se voglio evitare gli assembramenti.
Qual è la parola che utilizzavamo prima del Covid per dire assembramento?
Folla.
Gruppo di persone?

Mentre passeggio lungo i canali però penso a casa mia sommersa di scatoloni. C’è la bassa marea.
Venezia puzza, e c’è un motivo se chiunque si dimentica di raccontarlo.

Da un lato c’è una parte della mia vita che è ancora indefinita, labile, che non riesco ad inquadrare perché non è ancora successa e perché sta succedendo in ogni momento; dall’altro ci sono gli scatoloni nei quali sto chiudendo tutti i miei oggetti. Metallo, vetro, plastica: oggetti che hanno un peso, un confine definito, che servono a qualcosa oppure a niente.

A Venezia ho portato uno zaino. I vestiti contati, un computer, un libro e il kindle, gli astucci per il diabete, il beauty. Sono sopravvissuta ma al terzo giorno stavo già scalpitando perché volevo tornare a casa, infilarmi il pigiama comodo che sto usando da ormai troppi giorni, sedermi sul divano e giocare ad Animal Crossing per ore.

Quando cammino così per vie che già conosco, un po’ turista e un po’ a casa, è facile far vagare la mente e pensare che forse non mi stia impegnando abbastanza. A far cosa, non si sa, però succede a tutti, ne sono convinta. Camminiamo e immaginiamo una vita che non è la nostra, che non potrà mai esserlo, ma che è bello pensare e ripensare. È fondamentale: ci migliora, ci fa fare dei passi avanti giorno per giorno.

Mi rendo conto che traslocare è accelerare questo processo e in qualche modo farlo diventare realtà.

È pensare a ciò che siamo, ripensare ciò che saremo. A partire dalla possibilità degli oggetti che mi passano tra le mani. Lo tengo, non lo tengo? Mi serve, non mi serve? I libri non mi servono, ma ne regalerò solo alcuni che si contano nelle dita di una mano. Di vestiti non ne ho mai avuti tanti, una sola anta d’armadio. Li chiudo nella scatola insieme alle lenzuola, non ci scrivo sopra niente, spedirò questo pacco facendo la fila alla posta.

Traslocare è anche riprendere da dove abbiamo lasciato. Come se la nostra vita potesse, in qualche modo, essere divisa in diversi capitoli. È un momento che non voglio dare per scontato, perché non succede così tante volte da diventare abituale, ma voglio che nella mia vita succeda ancora qualche volta. Fare il punto della situazione, forse in maniera un po’ drastica.

Creare un punto di rottura.

Perché in fondo, non c’è scritto da nessuna parte che i punti di rottura debbano avere una connotazione negativa.

ENG

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Moving means rethinking. I like it a little, I can’t deny it: I like to put my whole life inside boxes, to give all my objects pre-established boundaries, to write on them “kitchen” or “books”, stack them one on top of the other. Give them, in some cases, the right importance, even when they have none.

Some objects look good inside the boxes: I am thinking about books and documents. If the box is the right size, I stack them up to fill all the spaces, perhaps inserting some of them vertically, just to prevent them from dancing during the trip.

Other objects, on the other hand, are the nightmare of every mover: large bowls, which must be filled with other objects, otherwise, they take up useless space; televisions, which need their long, tall, narrow box. I still haven’t figured out how I’m going to carry the coat hanger shaped like a corn ear, I know it sounds like a horror kitsch creation, but it’s my only piece of furniture that has received compliments so far.

During a move, it became impossible to walk inside the house, especially since I started filling the boxes. Being in a one-bedroom apartment in Milan certainly doesn’t help: walking around the house is only possible thanks to enormous engineering work, hours wasted playing Tetris as a child, and a good dose of extreme minimalism.

Two weeks ago I spent the afternoon walking around Venice. It seems trivial, said so, and basically it was, just like all the other times I’ve walked there. Coming from the Santa Lucia station, following the flow of people, choosing to go towards the Calatrava because it’s not raining and I don’t risk breaking my neck.

A year ago it was all we could do: to walk but inside the house. I must have climbed the stairs eight hundred times (yes, I live in a one-bedroom apartment on two floors), walked to the bathroom even when I didn’t have to piss or brush my teeth, while outside we were discussing whether or not to wear masks, whether the yeast would come or not in supermarkets if we could have grocery shopping with Coop Drive at 4 am after so many failed attempts.

It is trivial but not at all obvious, during a pandemic, to be able to go somewhere and choose to do so. Check the regions, the borders, the new laws, the rules. Should I go? If we all went there it would be a mess. So, should I not go? I take my camera, headphones for music, a backpack with me for three days. By now my body knows where to go if I want to avoid gatherings.
What is the word we used before Covid to mean gathering?
Crowd?
Group of people?

As I walk along the canals, however, I think of my house submerged inboxes. There is low tide.
Venice stinks, and there is a reason why anyone forgets to tell it.

On the one hand, there is a part of my life that is still indefinite, temporary, which I cannot understand because it has not yet happened and because it is happening at all times; on the other hand, there are the boxes in which I am closing all my objects. Metal, glass, plastic: objects that have a weight, a defined boundary, which are useful for something or nothing.

In Venice, I brought a backpack. Only a small amount of clothes, a computer, a book, and the kindle, the cases for diabetes, the beauty. I survived but by the third day, I was already going mad because I wanted to go home, put on the comfortable pajamas I’ve been wearing for too many days, sit on the couch and play Animal Crossing for hours.

When I walk in this way along the streets I already know, a bit tourist and a bit at home, it’s easy to let my mind wander and think that maybe I’m not accomplishing enough. To do what, no one knows, but it happens to everyone, I am convinced. We walk and imagine a life that is not ours, which can never be, but which is nice to think and rethink. It is fundamental: it improves us, it makes us take steps forward day by day.

I realize that moving is accelerating this process and somehow making it a reality.

It is thinking about what we are, rethinking what we will be. Starting from the possibility of objects that pass through my hands. I keep it, don’t I keep it? I need it, don’t I need it. I don’t need books, but I will only give away a few. I’ve never had so many clothes, just one wardrobe door. I close them in the box together with the sheets, I don’t write anything on them, I will send this package by queuing at the post office.

Moving is also picking up where we left off. As if our life could somehow be divided into several chapters. It’s a moment I don’t want to take for granted, because it doesn’t happen so many times that it becomes habitual, but I want it to happen again sometime in my life. Take stock of the situation, perhaps in a somewhat drastic way.

Create a breaking point.

After all, nobody says that breaking points must have a negative connotation.

Walking around Milano

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Diario di bordo, capitolo 16

Sono venuta a vivere a Milano nel luglio 2019.

Questo significa che, prima della pandemia, ho avuto circa sei mesi per conoscerla. È una città strana, Milano, e sei mesi non sono abbastanza. Quando ho iniziato ad apprezzarla mi è diventata proibita, piccola quanto il balcone da cui ascoltavo la gente cantare. Ero appena tornata da Parigi, ancora la faccia libera dalla mascherina, è questione di qualche settimana. Dicevano. Dicevo.

Sotto casa mia passa il tram, quello verde. Sferraglia e scampanella ogni volta che deve fermarsi per colpa di qualche macchina parcheggiata sulle rotaie. Dalla finestra vedo il tettuccio, la parte che di solito nessuno vede: anche a distanza di mesi mi fermo a osservarla, le foglie secche incastrate nelle insenature e nei marchingegni.

Per sei mesi, una volta alla settimana, sono salita su quel tram alle sei della mattina. Direzione Verona. Mi piaceva camminare al buio verso la pensilina; scendere verso la metro linea gialla, le scale mobili in stazione, l’odore di burro dell’unico bar aperto.

Non era previsto andare via così presto.

Qualcosa però è cambiato dopo la pandemia. Se penso ai ricordi che probabilmente porterò con me, saranno tutti relativi a quello che c’è stato prima. L’aperitivo in Garibaldi. Le tavolate in pizzeria. Le cene improvvisate. Le passeggiate a Isola. Le serate ai Navigli in bici d’estate. Le volte in cui siamo usciti a piedi, senza preoccuparci dell’orario, che tanto c’è sempre un Enjoy da qualche parte.

La prima volta che sono uscita dopo il primo lockdown è stato per andare in bici a Parco Nord. Avevo una mascherina più grande della mia faccia, mi è sembrato strano uscire senza il cappotto e la sciarpa pesante. Come se avessi saltato una stagione. Come se tutto il mondo fuori fosse andato avanti senza che le persone abbiano potuto seguirlo.

Da quando improvvisamente mi sono resa conto che il mio tempo qui sta finendo, ogni giorno cammino alla ricerca di qualcosa che ancora non ho visto. Scatto qualche foto. Cerco di ricordarmi quando ho camminato per l’ultima volta in una via, quando ho guidato in una strada, a volte tra i semafori tutti uguali alcuni sono più familiari di altri.

Un passo dopo l’altro si scrivono le storie, mi hanno detto una volta. Un passo dopo l’altro cerco di imprimere nella mia memoria questi diciotto mesi folli, in cui per la prima volta ho pensato che forse, davvero, da qualche parte del mondo mi sarei potuta fermare.

ENG

Walking around Milano

Life journal, chapter 16

I came to live in Milan in July 2019. 

This means that, before the pandemic, I had about six months to get to know this city. It’s a strange city, Milan, and six months is not enough. When I started to like it, it became forbidden to me, as small as my balcony from which I listened to people singing. I had just returned from Paris, my face still free from the mask, it’s a matter of a few weeks. They said. I said.

The green tram passes under my house. It clatters and rings every time it has to stop because of some car parked on the rails. From the window, I see its roof, the part that usually nobody sees: even after months I stop to observe it, the dry leaves stuck in the inlets and the contraptions.

For six months, once a week, I got on that tram at six in the morning. To Verona. I liked walking towards the tram stop in the dark; get off towards the yellow metro line, the escalators at the station, the smell of butter croissants coming from the only open bar.

I wasn’t expecting to leave so soon. 

But something changed after the pandemic. If I think about the memories that I will probably carry with me, they will all be related to what was there before. Drinking red wine in Garibaldi. The long tables in the pizzeria. The improvised dinners. The walks in Isola. Evenings at the Navigli by bike in summer. All those times we leave our car home, without worrying about the time, because there is always a rental somewhere.

The first time I went out after the first lockdown was to cycle to Parco Nord. I had a mask bigger than my face, it seemed strange to me to go out without the coat and the heavy scarf. As if I had skipped a season. As if the whole outside world had moved on without people being able to follow it.

Ever since I suddenly realized that my time here is running out, every day I walk in search of something I haven’t seen yet. I take some pictures. I try to remember when I last walked in a street, when I drove in a street, sometimes between traffic lights, all the same, some are more familiar than others.

Stories are written step by step, somebody told me once. Step by step I try to imprint in my memory these eighteen crazy months, in which for the first time I thought that maybe, really, I could have stopped somewhere in the world.

Il sapore delle cose

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Il Lunedì è il mio giorno in cucina. Un rituale. Lavoro fino alle cinque, prendo il pomeriggio e le ore successive per decidere cosa mangiare e preparare qualcosa per i giorni successivi della settimana.

Cucinare mi rilassa, mi permette di prendermi cura di me stessa grazie al cibo, sapendo cosa mangio e soddisfacendo i miei bisogni, non solo biologici. Spesso infatti, complice anche l’associazione tra cibo e diabete, ho dimenticato che mangiare non è solo nutrire il corpo, ma anche la mente. Pensate a quando mangiate la stessa ricetta che vostra madre vi ha cucinato da bambini, oppure quando assaggiate un dolce che vi riporta indietro nel passato, magari in mezzo ai vostri amici.

Il sapore delle cose, in particolar modo, sarà sempre molto più forte di qualsiasi immagine o suono. Della prima volta che mi sono tagliata con un foglio di giornale ricordo ancora che stavo mangiando un pezzo di formaggio nel divano di casa di mia nonna. Della scuola elementare ricordo il mio compagno che affondava la testa nello zaino per morsicare il panino al salame, e allora anch’io prendevo una briciola di nascosto, facendola durare il più possibile sul palato. Casa in Sardegna ha il sapore di tiramisù fatto da mia mamma e di panino con la ricotta, se penso al mare la mia mente inizia a sentire il sapore del pane al pomodoro. Proust ha sempre avuto ragione: una semplice madeleine è in grado di rievocare ricordi lontani.

In realtà viviamo con la costante paura del cibo. Qualcuno dice che non dobbiamo mangiare carboidrati, che sarebbe meglio evitare i grassi, che dobbiamo assumere vitamine, comprare le proteine in polvere, come se l’atto di mangiare fosse solamente finalizzato a sopravvivere. Ho avuto la fortuna di crescere in una famiglia dove fare una dieta non è mai stata un’opzione, ma soprattutto dove il cibo non ha nessuna connotazione negativa.

Sono fortunata. Forse anche per questo mi piace molto stare ai fornelli, improvvisare, non sempre con risultati ottimi. Se fosse per me il forno sarebbe sempre acceso e ogni giorno sarebbe una scusa per mangiare insieme a qualcuno. Mi piace quando le persone assaggiano ciò che ho preparato, mi piace quando qualcuno sorride mentre mangiamo insieme. Ho un’intera galleria di impasti lievitati che mi mettono il buonumore, ogni tanto mando a mia madre foto di cosa ho cucinato e lei risponde con una foto tutta storta della tavola apparecchiata a ottocento chilometri di distanza.

Il segreto è tutto nel Lunedì.

Il Lunedì mi arriva la cassetta di frutta e verdura. Rimango a guardarla, poi sistemo gli ingredienti toccando i sacchetti e cercando di indovinare cosa c’è dentro. Le arance sono le più facili, perché si sente il profumo al di là della carta. Frutta e verdura mi rendono molto più felice di qualsiasi altro ingrediente. Mi piace lavare le foglie quando ancora hanno la terra, addentare le mele quando sono croccanti e pizzicare i mandarini per far uscire i semi come se ogni giorno fosse il cenone di Natale. Mangiare i fichi mi ricorda quando, tornando dal mare insieme a mia cugina, ne abbiamo tirato giù dagli alberi così tanti da farci venire il mal di pancia e le mani bitorzolute di resina.

Il lunedì metto a cuocere i legumi, tolgo la schiuma man mano che si forma nell’acqua bollente. L’impasto che lievita nella macchina del pane, il profumo diverso a seconda della farina e del lievito, l’assaggio per vedere se è giusto di sale – e non lo è quasi mai. Si alza leggero, l’impasto del pane, mentre intorno preparo tutto il resto, tutto ciò che serve per accompagnarlo.

Con il cibo già pronto non ho la stessa connessione. Questo non significa che io non mangi altro o che non mangi cibi industriali, tutt’altro. Significa che devo riconoscere che non mi danno ciò che mi dà quello che cucino io. Sono estranei, sono lontani, muti.

C’è qualcosa di misterioso nelle cose fatte, e col tempo ho imparato a capire che tutto sta nei gesti. Nell’affondare le mani nella farina, nel riscoprire il singolo sapore ancora prima di unirlo ad altri. Il Lunedì è quel momento in cui mi prendo del tempo per dare spazio all’attesa della preparazione, all’aspettativa. La cucina è prima di tutto un luogo di invenzione, di creatività, dove non c’è bisogno di parole: l’essenziale è nel palato, in gola, nello stomaco. I piatti parlano così, tramite i ricordi vecchi e i nuovi che devono ancora essere creati.

Il Lunedì è il momento in cui ricordo che il cibo non è un dovere, non è un nemico, non è pura e semplice sopravvivenza. Si mangia per sopravvivere, non solo biologicamente ma anche e soprattutto mentalmente. Si mangia per accumulare nuove idee, per condividere emozioni, per scoprire, ogni volta, qualcosa di nuovo.

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The taste of things

Monday is my cooking day. A ritual. I grab all the ingredients and I decide what I’ll eat during the week. Then I start to cook.

Cooking relaxes me, allows me to take care of myself with food, to know what I eat, and what satisfies my needs. Not just biological needs, but also spiritual ones. Often, also because of diabetes, I forgot that eating is not only nourishing the body, but also the mind. Think about when you eat the same recipe your mother cooked for you as a child, or when you taste a dessert that takes you back to the past, perhaps among your friends.

The taste of things will always be much stronger than any image or sound in our minds. Like the first time I cut myself with a sheet of paper: I still remember that I was eating a piece of cheese on my grandmother’s sofa. From elementary school, I remember that I had one schoolmate who buried his head in his backpack to bite his salami sandwich, and right after I was also taking a small crumb in secret from mine, making it last as long as possible on the mouth. My home in Sardinia tastes like my mother’s tiramisu and ricotta bread. Whenever I think about the sea my mind begins to taste tomato bread. Proust has always been right: a simple madeleine can recall distant memories.

We actually live in constant fear of food. We are told that we must not eat carbohydrates, that it would be better to avoid fats, that we must take vitamins, buy protein powders as if the act of eating was only aimed at surviving. I was lucky enough to grow up in a family where dieting has never been an option, but above all where food has no negative connotations.

I’m lucky. Perhaps this is also why I really like being in the kitchen, improvising, not always with excellent results. If it were up to me the oven would always be on and every day would be an excuse to eat with someone. I like when people taste what I have served, I like when someone smiles while we eat together. I have a whole gallery of doughs that put me in a good mood, every now and then I send my mother photos of what I made and she responds with a completely crooked photo of the table set – eight hundred kilometers away.

My secret is Monday. 

On Monday I get a box of fruit and vegetables. I stare at it, then arrange the ingredients by touching the bags and trying to guess what’s inside. Oranges are the easiest because you can smell the scent beyond the paper. Fruits and vegetables make me much happier than any other ingredient. I like to wash the leaves when they still have dirt, bite into the apples when they are crunchy and pinch the mandarins to release the seeds as if every day were Christmas dinner. Eating figs remind me of when, returning from the sea with my cousin, we pulled so many from the trees that we had a stomach ache and hands lumpy with resin.

On Monday I start cooking the beans, remove the foam as it forms in the boiling water. The dough that rises in the bread machine, the different scent depending on the flour and the yeast, the moment I taste it to see if the salt is right – and it rarely is. The bread dough rises lightly, while I prepare everything else, all that is needed to complete it.

I don’t have the same connection with ready-made food. This doesn’t mean that I don’t eat anything else or that I don’t eat industrial foods, far from it. It means that I have to recognize that they don’t give me what they give me what I cook. It’s a stranger, distant, dull.

There is something mysterious in things done, and over time I have learned to understand that everything happens within gestures. In sinking your hands in flour, in rediscovering the single flavor even before combining it with others. Monday is that moment in which I take time to give space to the expectation of preparation, to the expectation. My kitchen is, first of all, a place of invention, creativity, where there is no need for words: the essential is in the palate, in the throat, in the stomach. Dishes speak like this, through old and new memories that have yet to be created.

Monday is the moment when I remember that food is not a duty, it is not an enemy, it is not pure and simple survival. We eat to survive, not only biologically but also and above all mentally. We eat to accumulate new ideas, to share emotions, to discover something new every time.