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Libri che fanno bene: The Hate U Give – Il coraggio della verità

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Fare attivismo con la scrittura è possibile? Come possiamo parlare a bambini e adolescenti di violenza razziale? Come possiamo dare modo loro di capire ciò che vedono nei telegiornali?
Angie Thomas, dopo essersi laureata in scrittura creativa e aver accantonato una breve carriera da repper durata tutta la sua adolescenza, è riuscita a tradurre in parole la sua esperienza di donna nera cresciuta nel Mississipi e a trasformarla in attivismo. A sei anni è stata testimone di una sparatoria, e decide di mettere su carta il suo punto di vista, le sue esperienze.
La trama del suo primo libro The Hate U Give, tradotto in italiano come Il coraggio della verità (seriamente?) è semplice e familiare: due adolescenti neri, Starr e Kahlil, di ritorno da una festa vengono fermati da un poliziotto bianco. Dimenticandosi delle regole non scritte che i genitori di Starr le hanno ripetuto così tante volte, Kahlil si rivolge a lei per una semplice domanda, che verrà interpretata come una minaccia dal poliziotto. Saranno le ultime parole che riuscirà a pronunciare prima del rumore degli spari.

Quando avevo dodici anni, i miei genitori mi fecero due discorsetti.
Uno era il solito sulle api e sui fiori. […]
L’altro discorso era su come comportarsi se fossi stata fermata da un poliziotto.
Mamma sosteneva che fossi ancora troppo piccola, invece papà rispose che non ero troppo piccola per farmi arrestare o sparare.
«Starr-Starr, devi fare tutto quello che ti dicono di fare» mi disse. «Tieni le mani bene in vista. Non fare movimenti bruschi. Parla solo se interpellata.»

Il coraggio della verità

Starr si trova a fare i conti con una doppia vita: da un lato il suo quartiere, nel quale vive con i suoi fratelli e i suoi genitori, un quartiere nero; dall’altro lato la sua scuola in un quartiere per ricchi, voluta fortemente da sua madre che sogna un futuro migliore per i figli. Una scuola dove Starr ripete a se stessa di smorzare i suoi modi e i suoi toni, per non venire percepita dalle sue amiche bianche e dal suo ragazzo bianco come una ragazza del ghetto. Durante tutto il libro vengono raccontate le conseguenze dell’omicidio di Khalil: conseguenze che hanno un forte impatto psicologico sui personaggi, ma conseguenze anche sociali, che scatenano reazioni anche violente.

Solitamente questi racconti ci arrivano dalla cronaca Statunitense. George Floyd, Trayvon Martin, Breonna Taylor. La lista è infinita. Leggere la stessa esperienza su carta (o nel mio caso, sul Kindle), raccontata dalle parole che la scrittrice è riuscita a rendere così reali grazie alla protagonista Starr, mi ha spinto a riflettere sugli episodi di cronaca più recenti. Mi ha spinto a capire quanto poco ragioniamo quando “facciamo battute” o diciamo cose fuori luogo. Sono perfetti i due punti di vista raccontati, quello della protagonista e i messaggi che invece inviano le sue amiche, convinte di non aver fatto nulla di male perché, in fondo, certe cose sono dette solo per ridere.

La bellezza del libro sta nelle sfumature, nel modo in cui la complessità dei personaggi si unisce all’ambiente in cui si trovano; i pregiudizi da un lato, i problemi della periferia dall’altro, con le gang dalle quali è impossibile uscire, la droga, la discriminazione, l’odio che alimenta altro odio. E’ un libro rivolto ai giovani adulti, ma che per la sua efficacia può essere letto anche da chi è più grande.

E’ un libro che può essere usato per introdurre un tema delicato e complesso come la violenza razziale con adolescenti che magari non hanno mai affrontato queste tematiche, ma ne hanno sentito parlare solamente alla televisione. Il merito principale è quello di mantenere la complessità di ciascuna situazione e di ogni personaggio; non ci sono personaggi unicamente buoni o unicamente cattivi, ma solo personaggi inseriti in una cultura che li ha spinti verso certe scelte e certe decisioni.

Quando si parla ai più giovani di problemi come la violenza razziale e le ingiustizie sociali è fondamentale mantenere questa compessità e allo stesso tempo mostrare come l’ambiente che ci circonda è un fattore dal quale non possiamo mai prescindere. Ci fa diventare chi siamo, ci spinge a fare scelte che forse non avremmo fatto. La cultura, per quanto noi possiamo pensarla come un qualcosa che possiamo respingere e modificare a nostro piacimento, si insinua nelle nostre abitudini molto più di quanto vorremmo ammettere. Capire di essere immersi nel nostro particolare punto di vista, spesso privilegiato e con una prospettiva limitata, è il primo passo verso una discussione inclusiva.

ENG

Good books for you: The Hate U Give

Is it possible to be activists with writing? How can we talk to children and teenagers about racial violence? How can we give them one way to understand what they see on the news? 
Angie Thomas, after graduating in creative writing and setting aside a short rapper career throughout her teenage years, managed to translate into words her experience as a black woman growing up in Mississippi and transform it into activism. At six she witnessed a shooting and decided to put her point of view, her experiences on paper. 
The plot of her first book The Hate U Give, translated into Italian as The Courage of Truth (seriously?) it’s simple and oddly familiar: two black teenagers, Starr and Kahlil, are stopped by a white policeman on their way home from a party. Forgetting the unwritten rules that Starr’s parents have repeated so many times, Kahlil turns to her for a simple question, which will be interpreted as a threat by the policeman. It will be the last words he will be able to pronounce before the noise of the shots.

When I was twelve, my parents had two talks with me.
One was the usual birds and bees. Well, I didn’t really get the usual version. […] The other talk was about what to do if a cop stopped me.
Momma fussed and told Daddy I was too young for that. He argued that I wasn’t too young to get arrested or shot.
“Starr-Starr, you do whatever they tell you to do,” he said. “Keep your hands visible. Don’t make any sudden moves. Only speak when they speak to you.”

The Hate U Give

Starr finds himself dealing with a double life: on one hand, his neighborhood, in which he lives with his brothers and his parents, a black neighborhood; on the other hand, her school in a neighborhood for the rich, strongly desired by her mother who dreams of a better future for her children. A school where Starr repeats to herself to tone down her manners and voice, so as not to be perceived by her white friends and her white boyfriend as a ghetto girl. Throughout the book, the consequences of the murder of Khalil are shown: consequences that have a strong psychological impact on the characters, but also social consequences, which trigger even violent reactions.

Usually, these stories come to us from the US chronicle. George Floyd, Trayvon Martin, Breonna Taylor. The list is endless. Reading the same experience on paper (or in my case, on the Kindle), told by the words that the writer managed to make so real thanks to the protagonist Starr, prompted me to reflect on the most recent news episodes. It pushed me to understand how little we think when we “make jokes” or say things out of place. The two points of view told are perfect, that of the protagonist and the messages that her friends send instead, convinced that they have not done anything wrong because, after all, certain things are said only for the laughs.

The beauty of the book lies in the nuances, in the way in which the complexity of the characters joins the environment in which they are found; prejudices, on the one hand, problems of the periphery on the other, with the gangs from which it is impossible to escape, drugs, discrimination, a hatred that feeds more hatred. It is a book written for young adults, but which for its effectiveness can also be read by those who are older.

It is a book that can be used to introduce a delicate and complex theme such as racial violence with teenagers who perhaps have never dealt with these issues, but have only heard of them on television. The main merit is to maintain the complexity of each situation and each character; there are not only good or only bad characters, but only characters inserted in a culture that pushed them towards certain choices and certain decisions.

When we talk to young people about problems like racial violence and social injustices it is fundamental to maintain this complexity and at the same time show how the environment around us is a factor that we can never ignore. It makes us who we are, pushes us to make choices that perhaps we would not have made. The culture, as much as we can think of it as something that we can reject and change at will, crawls into our habits much more than we would like to admit. Understanding that we are immersed in our particular point of view, often privileged and with a limited perspective, is the first step towards an inclusive discussion.

Blog updates + White Fragility

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Il 2020 è stato un anno strano. Prima la pandemia, poi le vicende di George Floyd in America che sono arrivate fino a noi con il Black Lives Matter: una doccia fredda. Un risveglio dal torpore della nostra vita privilegiata di persone bianche che possono permettersi di intraprendere un percorso zero waste fatto di belle bottiglie, barattoli e cannucce. Come tutte le docce fredde, la presa di coscienza è arrivata inaspettata, ma era lì da tempo, silenziosa. Ci siamo resx conto che il nostro essere ambientalistx è fatto di parole al vento, a meno che non avvenga un cambio di rotta. E questo cambio di rotta può essere solo attraverso l’ambientalismo intersezionale.

Col termine intersectional environmentalism si intende un ambientalismo diverso da quello classico, un ambientalismo che prende in considerazione sia l’ambiente sia le persone che abitano in esso. Le comunità non sono qualcosa di separato dai luoghi in cui vivono: ambiente ed esseri umani sono interconnessi. Parlare di ambientalismo intersezionale significa parlare, prima di tutto, di inclusività e significa spostare il nostro punto di vista verso la giustizia ambientale.

Nel mondo infatti le comunità più colpite dall’inquinamento, dal consumo del suolo e dallo sfruttamento delle risorse sono le comunità di colore, nativi e persone nere (da questo momento utilizzerò il termine BIPOC per indicare, come da inglese, black, indigenous and people of color). “Non esiste nessuna giustizia ambientale senza giustizia sociale”.

Questo ci porta a riflettere sul nostro privilegio di persone bianche. Per lungo tempo le voci BIPOC e marginalizzate sono rimaste nell’ombra. Abbiamo lasciato che rimanessero inascoltate, noi stessi le abbiamo trattate con superficialità, perpetrando il nostro privilegio, occupando tutti gli spazi disponibili in questa discussione. Passare dalla nostra prospettiva limitata a una prospettiva intersezionale significa introdurre nel discorso i problemi legati alla razza, all’orientamento sessuale, alla classe di appartenenza, al femminismo.

Intersezionalismo

Because the intersectional experience is greater than the sum of racism and sexism, any analysis that does not take intersectionality into account cannot sufficiently address the particular manner in which Black women are subordinated.

Demarginalizing the Intersection of Race and Sex

La paternità del termine intersezionalismo è di Kimberle Crenshaw, attivitsta nera americana. In un articolo del 1989 (potete leggerlo nelle risorse qui in fondo), per la prima volta vengono messi in luce i problemi che emergono nel considerare il femminismo e il colore della pelle come due esperienze separate.

Qui su IBMOB ho sempre portato avanti un’unica intersezione: quella tra ambientalismo e malattie croniche. Ambientalismo inteso in modo molto limitato, ovvero come gesti quotidiani che tutti noi possiamo portare avanti, piccoli cambiamenti nella nostra vita. Malattie croniche intese come diabete di tipo 1, del quale racconto la mia esperienza.

Da mesi questa prospettiva è iniziata ad andarmi stretta, per via della ripetitività degli argomenti, ma soprattutto perché mi rendevo conto che stavo cercando di seppellire sotto il tappeto una montagna di polvere. La mia principale responsabilità è quella di aver chiuso gli occhi di fronte a ciò che gli/le attivistx BIPOC, disabili, e LGBT+ mi stavano urlando a gran voce.

Lo zero waste è sstato praticato da sempre da comunità BIPOC in tutto il mondo. Crediamo che l’economia circolare, le pratiche sostenibili e il minimalismo siano qualcosa di nuov. Parliamo di riscoperta della natura circostante, dimenticandoci che tantissime comunità in giro per il mondo portano già avanti questo tipo di pratiche. Insomma: noi ci siamo resi conto dell’esistenza dello zero waste solamente quando, in quanto persone bianche, ce ne siamo appropriati.

Non pretendo che da oggi in poi IBMOB possa esaurire l’enorme mare dell’ambientalismo intersezionale: non è un’etichetta che mi posso appiccicare in fronte, come un trofeo. E’ un punto di partenza, l’inizio di un percorso di approfondimento. Voglio solo esplicitare un cambio di rotta che sento di dover affrontare, sia nelle tematiche trattate, sia nel modo in cui vengono trattate. Per troppo tempo ho creduto la giustizia sociale fosse un tema che non sarei stata in grado di esaurire: troppo spaventoso, troppo difficile. Adesso sento che comunque, in ogni caso, ho bisogno di provarci. E ho deciso di iniziare con una lettura che è stata fondamentale.

Perché White fragility?

I belong when I turn on the TV, read best-selling novels, and watch blockbusters movies. I belong when I walk past the magazine racks at the grocery store or drive past billboards.

White Fragility

“Bisogna avere il caos dentro di sé per partorire una stella danzante” diceva Nietzsche. Per cambiare, diremmo noi in parole molto semplici, non si può stare comodi in divano. Non possiamo continuare a parlare di argomenti che ci piacciono, che ci risultano comodi e che non avviano nessun vero dibattito con le persone che ci stanno intorno.

Ho deciso quindi di intraprendere questo percorso leggendo (per ben 2 volte!) un libro che mi ha aiutato a mettere in discussione il mio punto di vista di persona bianca che vive in Occidente in mezzo ai privilegi: White Fragility: Why It’s So Hard For White People To Talk about Racism di Robin DiAngelo (la traduzione del titolo in italiano sarebbe: Fragilità bianca: perché è così difficile per le persone bianche parlare di razzismo).

Robin DiAngelo è una donna bianca che si occupa di whiteness studies e razzismo sistemico. Ha alle spalle articoli, libri e seminari su temi di giustizia sociale, inclusività e discriminazione razziale. Ho scelto di partire da lei, prima con un breve saggio dal titolo White Silence, poi con la lettura del suo libro più famoso.

White Fragility è un libro che ci mette in imbarazzo. Non possiamo stare comodx in divano mentre lo leggiamo; ci sentiamo offesx, insultatx. E’ un libro rivolto alle persone bianche, è una sfida e una scoperta dei nostri bias. Parola dopo parola, ci rendiamo conto che il nosro essere progressistx, alleatx e la nostra convinzione di non essere, in alcun modo, razzistx, crollano come un castello di carte.

Razzismo sistemico

Il razzismo non è qualcosa che appartiene a persone cattive, ma un sistema pervasivo che portiamo avanti giorno dopo giorno con i nostri gesti, le nostre azioni. Come persone bianche, utilizziamo dei pattern quando parliamo di razza. Questi pattern ci permettono di mantenere il nostro prilegio e invalidano di volta in volta l’esperienza BIPOC. Il razzismo non è il singolo insulto, ma un sistema volto al mantenimento del disequilibrio basato sul favorire le persone bianche in una società bianca.

Perpetriamo il razzismo tutte le volte che facciamo allusioni a quartieri problematici, tutte le volte che facciamo delle battute sulla razza, tutte le volte che stiamo in silenzio di fronte a situazioni scomode. Il cambiamento di prospettiva nella definizione di razzismo è fondamentale per iniziare a lavorare su noi stessi, in tutti gli ambiti della nostra vita.

If, as a white person, I conceptualize racism as a binary and I place myself on the “not racist” side, what further action is required of me?

White Fragility

Fragilità

Il discorso sulla razza appartiene alle persone di colore. Le persone bianche, esseri umani standard, non percepiscono mai questo argomento come un qualcosa di cui fanno parte. Come persone bianche, quando ci sentiamo chiamate in causa, quando la nostra razza viene esplicitata, la prima reazione è sempre quella di metterci sulla difensiva.

In quanto persone bianche, beneficiamo ogni giorno del nostro privilegio. Dobbiamo sfidare noi stessx per andare oltre. Per lungo tempo le persone bianche hanno portato avanti una narrazione basata sull’idea che il razzismo è qualcosa che non ci appartiene, evitando le critiche con frasi fatte: ho amici neri, sono statx in Africa a fare volontariato, io non vedo il colore della pelle.

Ma cosa possiamo fare per migliorare?
La chiave di tutto è l’umiltà e l’ascolto. Possiamo leggere libri come in questo caso, ma possiamo anche amplificare le voci di attivistx che lottano ogni giorno contro questo sistema. Riconoscere di esserne parte è il primo passo verso il miglioramento. E il miglioramento può nascere solo da chiedere a noi stessi: cosa posso fare? Quali sono le azioni, di cui non mi rendo conto, che mantengno il mio privilegio e invanlidano le esperienze di altri?

Ma che c’entra, questo, con l’ambientalismo?

Tutto. Navigare in un mondo in cui il mio punto di vista di persona bianca non viene mai messo in discussione, in cui le mie azioni e i miei pensieri sono influenzati dalla cultura predominante, quella bianca, che non permette mai alle altre voci di emergere, significa percepire questo argomento come l’abbiamo sempre fatto: da un punto di vista limitato. Man mano che gli anni sono passati ho percepito l’ambientalismo come cambiamento nell’alimentazione, riduzione dei consumi, lotta alla plastica. Come se stessi guardando solamente una facciata, dimenticandomi di tutte le altre.

I am a white American raised in the United States. I have a white frame of reference and a white worldview, and I move through the world with a white experience. My experience is not a universal human experience.

White Fragility

Il razzismo ambientale e le ingiustizie nelle quali molte comunità sono costrette a vivere nel mondo sono frutto delle pratiche di sfruttamento dell’Occidnente e del nostro modo limitato di vedere le cose.

Per la prima volta ho realizzato che c’è qualcosa di più, e che non ci può essere alcun vero ambientalismo se non metto in discussione il fatto che il mio punto di vista è un punto di vista privilegiato, accecato dal fatto che vivo in una società che valorizza sempre la mia esperienza e allo stesso tempo invalida quella di altri.


English version

2020 has been a strange year. First the pandemic, then the events of George Floyd in America that have come down to us with the Black Lives Matter: a cold shower. Awakening from the comfort of our privileged life of white people who can afford to undertake a zero-waste path made of beautiful bottles, cans, and straws. Like all cold showers, awareness came unexpectedly, but it had been there for some time, silent. We realized that our environmental activism is made of empty words unless there is a change of direction. And this change of course can only be through intersectional environmentalism.

The term intersectional environmentalism means environmentalism different from the classical one, a type of environmentalism that takes into consideration both the environment and the people who live in it. Communities are not something separate from where they live: environment and human beings are interconnected. Talking about intersectional environmentalism means talking, first of all, about inclusiveness and it means shifting our point of view towards environmental justice.

The communities most affected by pollution, soil consumption, and the exploitation of resources are the BIPOC communities. “There is no environmental justice without social justice.”

This leads us to reflect on our privilege as white people. For a long time, the BIPOC and marginalized voices were silenced. We let them remain unheard, we treated them superficially, perpetuating our privilege, occupying all the spaces available in this discussion. Moving from our limited perspective to an intersectional perspective means introducing problems related to race, sexual orientation, belonging class, and feminism into the conversation.

Intersectionality

Because the intersectional experience is greater than the sum of racism and sexism, any analysis that does not take intersectionality into account cannot sufficiently address the particular manner in which Black women are subordinated.

Demarginalizing the Intersection of Race and Sex

The paternity of the term intersectionalism is of Kimberle Crenshaw, an American black activist. In a 1989 article (you can read it in the resources below), for the first time, the problems that emerge in considering feminism and skin color as two separate experiences are highlighted.

Here on IBMOB I have always pursued a single intersection: that between environmentalism and chronic diseases. I understood environmentalism in a very limited way, or as daily gestures that we can all carry out, small changes in our lives. Chronic diseases understood as type 1 diabetes, of which I tell my everyday life.

For months this perspective has started to feel narrow, due to the repetitiveness of the arguments, but above all, because I realized that I was trying to bury a mountain of dust under the carpet. My main responsibility is to have closed my eyes to what the BIPOC, disabled, and LGBT + activists were shouting at me.

Zero waste has always been practiced by BIPOC communities all over the world. We believe that the circular economy, sustainable practices, and minimalism are something new. We talk about rediscovering the surrounding nature, forgetting that many communities around the world are already carrying out this type of practice. In short: we realized the existence of zero waste only when, as white people, we took over.

Why White Fragility?

I belong when I turn on the TV, read best-selling novels, and watch blockbusters movies. I belong when I walk past the magazine racks at the grocery store or drive past billboards.

White Fragility

“You have to have chaos within yourself to give birth to a dancing star,” said the German philosopher Nietzsche. To change, we would say in very simple words, you can’t be comfortable on the sofa. We cannot continue to talk about topics that we like, that are comfortable and that do not start any real debate with the people around us.

So I decided to take this path by reading (for 2 times!) a book that helped me to question my point of view as a white person living in the West among the privileges: White fragility: Why It’s So Hard For White People To Talk about Racism by Robin DiAngelo.

Robin DiAngelo is a white woman who deals with whiteness studies and systemic racism. He has behind him articles, books, and seminars on issues of social justice, inclusiveness, and racial discrimination. I chose to start with her, first with a short essay entitled White Silence, then with the reading of her most famous book.

White Fragility is a book that embarrasses us. We cannot be comfortable on the sofa while reading it; we feel offended, insulted. It is a book aimed at white people, it is a challenge and a discovery of our bias. Word after word, we realize that our being progressists, allies, and our belief that we are not, in any way, racists, fall down.

Systemic racism

Racism is not something that belongs to bad people, rather than  pervasive system that we carry on with our gestures, our actions. As white people, we use patterns when we talk about race. These patterns allow us to maintain our privilege and invalidate the BIPOC experience from time to time. Racism is not a single insult, but a system aimed at maintaining the imbalance based on supporting white people in a white society.

We perpetuate racism every time we talk about problematic neighborhoods, every time we make jokes about race, every time we are silent in the face of uncomfortable situations. The change of perspective in the definition of racism is fundamental to start working on ourselves, in all aspects of our life.

If, as a white person, I conceptualize racism as a binary and I place myself on the “not racist” side, what further action is required of me?

White Fragility

Fragility

Race talk belongs to black people. White people, standard human beings, never perceive this topic as something they are part of. As white people, when we feel called out when our race is made explicit, the first reaction is always to put ourselves on the defensive.

As white people, we benefit from our privilege every day. We must challenge ourselves to go further. For a long time, white people have carried on a narrative based on the idea that racism is something that does not belong to them, avoiding criticism with sentences made: I have black friends, I have been to Africa to volunteerI do not see the color of your skin.

But what can we do to improve? 

The key to everything is humility and listening. We can read books like in this case, but we can also amplify the activists that struggle against this system every day. Recognizing that you are part of this is the first step towards improvement. And improvement can only come from asking ourselves: what can I do?  What are the actions, which I am not aware of, that maintain my privilege and invalidate the experiences of others?

But what does this have to do with environmentalism?

Everything. Navigating in a world where my point of view as a white person is never questioned, where my actions and thoughts are influenced by the predominant culture, the white one, which never allows other voices to emerge, means to perceive this topic as we have always done it: from a limited point of view. As the years have gone by I have perceived environmentalism as a change in diet, a reduction in consumption, a fight against plastic. As if I were looking only at one facade of the dice, forgetting all the others.

I am a white American raised in the United States. I have a white frame of reference and a white worldview, and I move through the world with a white experience. My experience is not a universal human experience.

White Fragility

Environmental racism and the injustices in which many communities are forced to live in the world are the results of the Western exploitation practices and our limited way of seeing things.

For the first time, I realized that there is something more and that there can be no real environmentalism if I do not question the fact that my point of view is a privileged one, blinded by the fact that I live in a society that always values ​​my experience and at the same time invalidates the experience of others, especially BIPOC’s.


Resources:

The New Yorker – A Sociologist Examines the “White Fragility” That Prevents White Americans from Confronting Racism

The Guardian – Academic Robin DiAngelo: ‘We have to stop thinking about racism as someone who says the N-word’

Intersectional Environmentalist Council

Kimberle Crenshaw – Demarginalizing the Intersection of Race and Sex:A Black Feminist Critique of AntidiscriminationDoctrine, Feminist Theory and Antiracist Politics

QueerBrownVegan – Zero Waste Systems Are Interconnected To Environmental Racism


Special thanks to: Bianca, Michela and Nicolò for the corrections and further suggestions.

La tazza da viaggio zero waste

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Oggi vi presento l’oggetto zero waste più maltrattato di sempre sui social, forse secondo solo alle cannucce riutilizzabili: la tazza da viaggio. I post sul tema sono sempre simili: non ne abbiamo veramente bisogno, è una di quelle cose che si comprano sempre e solo per l’estetica e per fare le foto su instragram. Vero? Non proprio.

Stringendo la mia vecchissima tazza, mi sono sempre sentita un po’ offesa da questi pregiudizi. E ora che maldestramente l’ho fatta cadere, rompendo il tappo, il materiale interno isolante e il mio metatarso sinistro, non posso che spendere parole di elogio per questo meraviglioso oggetto.

La tazza da viaggio mi accompagna sempre, per l’appunto, in viaggio. Ma non solo. Quando vado in ufficio a Verona, almeno una volta a settimana, mi porto la colazione da fare in treno. La mia tazza è sempre lì, col cappuccino di soia caldo, o col té verde bollente nel quale pucciare i biscotti. Quando sono andata in Giappone, ho fatto i voli di andata e ritorno senza utilizzare neanche un bicchiere usa e getta, ma semplicemente chiedendo di riempirmi la tazza sia con l’acqua sia con le bibite calde che venivano passate a bordo. Una hostess, notando che continuavo a farmi riempire la stessa tazza, si è complimentata per l’idea.

Questo fine settimana sono andata in montagna. La tazza era lì con me, senza coperchio. Rotta, ma ancora utilizzabile. E’ servita da piatto, da bicchiere e ha riacquisito la sua funzione di tazza per la colazione la mattina dopo. Non tiene più il caldo, ma senza coperchio è ancora più leggera, ed è perfetta per le escursioni. Adesso, quando bevo, il rivestimento interno sfracellato in mille pezzi sembra uno scroscio di campanelli.

La trovo più versatile della borraccia e a volte la uso anche da sola, soprattutto se vado da qualche parte dove ho facile accesso a un rubinetto, a una fontanella o mi voglio muovere con una borsa molto leggera. Per questo ho cercato di informarmi in giro il più possibile per trovare un degno sostituto.

Ciò che cercavo è una tazza leggera, ermetica, possibilmente prodotta da azienda sostenibile. Volevo insomma qualcosa che si adattasse alle mie esigenze ma che potesse durarmi molto tempo.
Alla fine mi sono convinta, e la scelta è ricaduta sul marchio che ormai conoscerete tutti, 24 Bottles.

Al di là dell’estetica e della funzionalità delle bottiglie – mia cugina Giulia ne ha ricevuto una in regalo per il suo compleanno, ed è una bomba – quello che mi ha convinto di più è stato l’impegno per la sostenibilità. Le emissioni di CO2 vengono infatti compensate tramite alberi che vengono piantati per assorbire l’impatto della produzione e della spedizione delle bottiglie. Inoltre, l’azienda è italiana ed è certificata come B-Corp.

Insomma, la tazza per il mio stile di vita non è un oggetto superfluo. Così come non lo è nessun oggetto che vi aiuti nella vostra vita a basso impatto ambientale. Col tempo infatti ho imparato che non esistono oggetti superflui per se. No, neppure i kit zero waste e le cannucce in acciaio.
Per chi si approccia per la prima volta all’ecologia e a uno stile di vita senza plastica, è fondamentale capire quali sono le cose che si possono cambiare più facilmente. E’ facile per noi che ci siamo dentro da anni, guardare indietro e dire che forse quell’acquisto non ci è tornato tanto utile. Per una persona che sta cercando di cambiare le proprie abitudini, discorsi di questo tipo potrebbero scoraggiare ancora di più.

Vivere una vita a basso impatto ambientale non significa dover rinunciare a tutto. Neanche essere minimalisti significa rinunciare a tutto, ma solo a quello di cui potete fare a meno. Essere consapevoli nelle scelte e negli acquisti significa portare a casa solamente ciò che ci serve veramente, ciò che utilizzeremo e ciò che ci facilita le giornate. Essere zero waste non significa sacrificare ogni singolo aspetto della vostra vita: significa fare scelte consapevoli.

ENG

Zero waste travel mug

Today I will talk about the most persecuted zero-waste object of all time on social media, perhaps second only to reusable straws: the travel mug. The posts on the topic are always similar: we don’t really need it, it’s one of those things that you always buy only for aesthetics and to take photos on Instagram. True? Not exactly.

Holding my very old cup, I always felt a little offended by these prejudices. And now that I have clumsily dropped it, breaking the cap, the insulating internal material, and my left metatarsal, I can only spend words of praise for this wonderful object.

The travel mug always follows me, precisely, on the road. But not only. When I go to the office in Verona, at least once a week, I bring breakfast to take on the train. My cup is always there, with hot soy cappuccino, or with boiling green tea in which I soak cookies. When I went to Japan, I made two flights without using a single disposable cup, but simply asking to fill my cup with both water and hot drinks that were passed on board. One hostess, noting that I kept getting the same cup filled, congratulated me on the idea. Still proud of that. 

I went hiking this weekend. The cup was there with me, without its lid. Broken, but still usable. It served as a plate, a glass, and regained its function as a cup for breakfast the next morning. It no longer keeps the heat, but without a lid, it is even lighter and is perfect for hiking. Now, when I drink, the inner lining smashed into a thousand pieces sounds like a burst of bells.

I find it more versatile than a bottle and sometimes I use it alone, especially if I go somewhere where I have easy access to tap water, a fountain or if I want to move with a very light bag. This is why I tried to find out as much as possible to find a worthy replacement.

What I was looking for is a light, insulated mug, possibly produced by a sustainable company. In short, I wanted something that suited my needs but that could last me a long time. 

In the end, I was convinced, and the choice fell on the brand that you will all know by now, the italian 24 Bottles.

Beyond the aesthetics and functionality of the bottles – my cousin Giulia received one as a gift for her birthday, and it’s a game changer – what convinced me most was the commitment of the company to sustainability. The CO2 emissions are in fact compensated by trees that are planted to absorb the impact of the production and shipment of the bottles. In addition, the company is Italian and is certified as B-Corp.

In short, the cup for my lifestyle is not a superfluous object. Just as no object that helps you in your environmentally friendly life is. Over time, in fact, I learned that there are no superfluous objects per se. No, not even zero waste kits and steel straws

For those who approach ecology and a plastic-free lifestyle for the first time, it is essential to understand what are the things that can be changed more easily. It is easy for us who have been in it for years, to look back and say that perhaps that purchase has not been so useful to us. For a person who is trying to change their habits, such speeches could discourage even more.

Living life with low environmental impact does not mean having to give up everything. Not even being minimalist means giving up everything, but only the stuff you can live without. Being aware of choices and purchases means taking home only what we really need, what we will use, and what makes our days easier. Being zero waste does not mean sacrificing every single aspect of your life: it means making informed choices.