Un weekend di Giugno a Carbonia

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Raramente parlo di Carbonia nei miei post sui weekend in Sardegna, nonostante sia la mia città. La mia casa, se potete concedermi questa espressione leziosa. Costruita secondo rigidi canoni estetici razionalisti durante il Ventennio, Carbonia è bruciata dal sole costante e solo il maestrale riesce a renderla piacevole durante l’estate.

Appena superiamo in macchina la rotonda sulla strada che porta all’ospedale, inizio a ricercare cose familiari, ma ciò che mi salta all’occhio è sempre ciò che cambia. Carbonia però non cambia mai, rimane sostanzialmente sempre la stessa; al massimo qualche palazzo viene ridipinto, qualche strada riasfaltata, qualche negozio chiuso.

Nella piazza principale c’è una statua bianchissima, un fazzoletto tirato via dal vento, come se fosse così forte da scolpire il marmo. La patatina, dicevamo da piccoli, ed era il luogo di ritrovo e il punto di partenza di ogni passeggiata, il centro del nostro mondo.

Sono andata via perché qui non avrei avuto altro se non l’opportunità di rimanere sempre la stessa, ma quando torno mi rendo conto che è proprio questa immobilità che mi manca di più. Tonnellate di marmo bianco che sembrano andare via e invece rimangono ancorate lì, con solo un lembo verso il sole.

E’ l’immobilità del posto dove siamo nati: non serve neppure la vista per riconoscerlo. Basta l’odore dell’erba bruciata a bordo strada, le cassette di fichi nei marciapiedi, le strade vuote all’ora di pranzo, la veranda di mia zia con il gazebo e tutti noi sotto a cercare di scacciare le zanzare e gli insetti accalcati sotto la lampada, la pila di pizze e qualcuna sempre sbagliata, le birre sempre troppo calde.

E’ il sapore della pizzetta sfoglia la mattina: sai che non lo troverai mai da nessun’altra parte.

ENG

June in Carbonia. A weekend

I barely speak of Carbonia in my posts on weekends in Sardinia, despite being my city. My home, if you can grant me this affected expression. Built according to strict rationalist aesthetic canons during the first twenty years of the twentieth century, Carbonia is burned by the constant sun and only the mistral wind makes it pleasant during the summer.

As soon as we drive past the road that connects the hospital to the city center, I start looking for familiar things, but what catches my eye is always what changes. Carbonia however never changes, it remains substantially always the same; at most some buildings are repainted, some paved streets, some closed shops.

In the main square, there is a very white statue, a handkerchief pulled away by the wind as if it were strong enough to carve the marble. The potato chip, as we said when we were children, was the meeting place and the starting point of every walk, the center of our world.

I went away because here I would have had nothing but the opportunity to always remain the same, but when I come back I realize that it is precisely this stillness that I miss the most. Tons of white marble that seem to go away and instead remain anchored there, with only one edge towards the sun.

It is the immobility of the place where we were born: you don’t even need the sight to recognize it. Just the smell of burnt grass on the roadside, the boxes of figs on the sidewalks, the empty streets at lunchtime, my aunt’s veranda with the gazebo and all of us underneath trying to chase away the mosquitoes and the insects huddled together under the lamp, the pile of pizzas and some always wrong, the beers always too hot.

It is the flavor of the pizza sfoglia in the morning, with black coffee: you know you won’t find it anywhere else.

Zaino minimalista per un weekend in Sardegna

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Da qualche anno a questa parte cerco sempre di viaggiare solo ed esclusivamente col bagaglio a mano. Per un sacco di tempo, soprattutto quando ero all’università, viaggiavo con trolley scomodissimi, borsette nascostae dai cattivi aguzzini di ryanair e valigie improbabili. Poi un giorno ho realizzato che metà della roba che mi portavo dietro rimaneva inutilizzata e finiva stropicciata sul fondo della valigia fino al mio ritorno.

Ne avevo già parlato qui nel lontano 2018. C’è voluto un po’ di tempo prima di riuscire a raggiungere lo zen minimalista, ma da qualche anno sono soddisfatta della mia capacità di ridurre sempre di più le cose che mi porto dietro. Per questo fine settimana in Sardegna porterò uno zaino, quello della North Face nero che abbiamo noi tutti giovani omologati sulla metro alla mattina.

Vestiti

L’organizzazione è tutto: se sto via tre giorni, porto esattamente le cose che mi servono per tre giorni più un bonus (solitamente un vestito carino che occupa poco spazio). Arrotolo i vestiti come neppure Marie Kondo si sogna di fare, organizzandoli in base alla giornata.

Se per esempio Sabato voglio mettere dei pantaloni con una maglietta precisa, arrotolo tutto quanto nello stesso “pacchetto”, mettendoci dentro anche la biancheria. Per 3 giorni avrò quindi 3 pacchetti più un vestito.

In estate ovviamente è più facile. In inverno non riesco a far stare tutti i maglioni in uno zaino piccolo come il North face, e solitamente uso uno zaino più grande (che è lo stesso che ho usato per andare in Islanda, per intenderci).

Solitamente non porto più di un paio di scarpe, quindi bastano quelle che ho addosso. E in estate, questo significa Birkenstock Arizona nere, perfette pure per andare a cena fuori.

Porto una borsa solo a seconda della compagnia aerea con la quale viaggio: alcune richiedono di separare i dispositivi medici dal resto del bagaglio, in modo da poter effettuare i controlli al meglio. In quel caso porto la Freitag Rollin, nella quale metto solamente le cose che mi servono per il diabete. Se posso infilare tutto nello zaino, porto con me una pochette fatta a uncinetto da mia madre che si ripiega e può stare sul fondo.

Toiletterie

Quando vado in Sardegna vado dalla mia famiglia, quindi porto pochissime cose perché mia mamma ha un bagno fornito di tutto ciò che serve. Le uniche cose che porto sono l’astuccio coi trucchi e il deodorante fatto in casa (spesso, oltre il mio barattolo, ne porto un altro per mia madre).

A casa di mia madre ho shampoo e sapone solido, mi accontento di usare la sua crema e troverò sicuramente un latte detergente per struccarmi. Se penso che un tempo mi portavo dietro non uno, ma due astucci stracolmi di cose… rabbrividisco.

Zero waste essentials

L’unico oggetto “zero waste” che porto con me in aereo è la borraccia. Quando entro la lascio vuota e prima di salire in aereo la riempio in un bar o da una fontanella (che in Italia è come vedere un miraggio: i nostri aeroporti su questo sono indietro anni luce).

Come snack prendo un frutto, solitamente una mela o qualcosa che non si ammacchi dopo un’ora… anche se ammetto che la banana è il frutto perfetto quando arriva la fame in alta quota.

Se non vado in Sardegna porto sempre anche una piccola schiscetta, richiudibile e perfetta per i weekend, e le posate. Prima o poi dovrò decidermi a investire su uno spork.

Diabete

La regola generale del diabete in viaggio dice che bisognerebbe portarsi dietro tre volte tanto le cose che utilizzeremmo nei giorni in cui staremo via. Avere un fratello diabetico in questo caso aiuta, perché non mi faccio prendere dall’ansia e posso portare con me solo una penna di insulina di scorta.

Tutte queste cose che vi ho elencato, più il computer e i caricabatterie del telefono e del microinfusore, rientrano qui:

A sto giro ci sono stati anche 2 regali.

Mi rendo conto che per molti questo sia impossibile: chi ha una malattia più rompiscatole, chi ha altre necessità… però sono abbastanza fiera di me stessa per aver raggiunto quello che per me è il minimo indispensabile.

ENG

Minimalist backpack for a weekend in Sardinia

For some years I have always been trying to travel only and exclusively with hand luggage. For a lot of time, especially when I was at university, I traveled with uncomfortable trolleys, hidden handbags, and improbable suitcases. Then, one day, I realized that half of the stuff I carried with me remained unused and ended up wrinkled on the bottom of the bag until my return.

I had already talked about this here back in 2018. It took a while before I was able to reach minimalist Zen, but for some years I have been satisfied with my ability to reduce more and more the things I carry with me. For this weekend in Sardinia, I will bring a backpack, the black North Face that I use for work, the one that we young people have on the metro in the morning.

Clothes

Planning is everything: if I’m going to stay away for 3 days, I will pack exactly the things I need for those days plus a bonus (usually a cute outfit like a dress, that takes up little space). I roll up my clothes like Marie Kondo, organizing them day by day.

If, for example, on Saturday I want to wear pants with a shirt, I roll everything up in the same “package”, also putting my underwear inside it. For 3 days I will have 3 packages plus a dress.

In the summer it is easier. In winter I can’t fit all the sweaters in a small backpack like the North Face, and I usually use a bigger Osprey backpack (which is the same one I used to go to Iceland).

Usually, I don’t wear more than a pair of shoes, so the ones I have on are enough. In the summer, this means black Birkenstock Arizona, perfect for going out for a romantic dinner.

I only carry a separate bag depending on the airline I travel with: some require that medical devices be separated from the rest, so they can check it. In that case, I bring the Freitag Rollin, in which I put only the things I need for diabetes. If I can put everything in my backpack, I carry with me a crocheted pochette made by my mother that folds up and can stay on the bottom.

Beauty

When I go to Sardinia I go to my family, so I bring very few things because my mom has a bathroom equipped with everything I need. The only things I carry are the case with the make-up and the homemade deodorant (often, besides my jar, I bring another one for my mother).

At my mother’s house, I have shampoo and solid soap, I’m happy to use her cream and I will definitely find cleansing milk to remove make-up. If I think that I used to carry not one, but two cases stuffed with things … I shiver.

Zero waste essentials

The only “zero waste” object that I carry with me on the plane is the Kleen Kanteen bottle. I carry it empty and before getting on the plane, I fill it in a bar or from a fountain (which in Italy is like seeing a mirage: our airports are light years back on this).

As a snack, I take a fruit, usually an apple or something that does not rot after an hour… although I admit that the banana is the perfect fruit when hunger arrives at high altitudes.If I don’t go to Sardinia I always carry a small container and cutlery. Sooner or later I will have to decide to invest in a spork.

Type 1 Diabetes

The general rule of traveling with type 1 diabetes says that we should carry three times as many things that we would use on the days when we are away. Having a diabetic brother, in this case, helps, because I don’t get anxious and I can only carry a spare insulin pen with me.

All of these things I’ve listed, plus the computer and phone and insulin pump chargers, are packed here:

In there right now there are also 2 gifts.
I realize that for many this is impossible: those who have a more annoying disease, those who have other needs … but I am proud of myself for having achieved what for me is the bare minimum.

Canali

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L’aperitivo a Venezia è sacro. E’ sedersi per terra dando le spalle al bacaro, col bicchiere di vino in mano e un cicchetto nell’altra, possibilmente fritto, possibilmente una mozzarella in carrozza senza l’acciuga.

Anche stavolta è così. Venezia è quasi vuota, o meglio, stavolta i turisti sono locali e si sente parlare veneziano, chiaro e forte, voci che per qualche giorno non sono più sovrastate da altre. E’ come se la città respirasse per la prima volta, dopo anni e anni in apnea, soffocata dalla stessa ricchezza che ricerca in ogni singolo angolo. Borse, occhiali, vetro di Murano, calamite, gelati, frittelle, maschere. Tutto il superfluo appare improvvisamente nella sua assoluta inutilità.

Il vino è sempre lo stesso, i canali sono sempre gli stessi. Le mie gambe sono più chiare, il sole brucia, la mascherina mi pende dall’orecchio destro, so già che prima o poi la perderò. Il prosecco è fresco e il bicchiere trasuda leggermente. Se non fosse per un piccolo granchio che si muove sul gradino, proprio sotto i miei piedi, il canale sembrerebbe privo di vita, animato solo da barche di ragazzi che passano con la musica ad alto volume.

Lascio che il sole mi riscaldi la faccia per un attimo, pensando che forse, nella vita, certe cose non ti ricapiteranno mai più.

ENG

Canals

Aperitivo (=when you drink before dinner, usually with friends) in Venice is sacred. It means sitting on the ground outside the bacaro with a glass of wine in one hand and a cicchetto (finger food) in the other, possibly something fried, possibly a mozzarella in carrozza without anchovy.

Again, this is the case. Venice is almost empty after Covid19, this time the tourists are local and you can hear Venetian speaking, clear and strong, voices that for a few days are no longer dominated by others. It seems that the city is breathing for the first time, after years and years in apnea, suffocated by the same wealth that it seeks in every single corner. Bags, glasses, Murano glass, magnets, ice cream, food, masks. All the superfluous appears suddenly in its absolute uselessness.

The wine is always the same, the channels are always the same. My legs are pale, the sun is burning, the face mask hangs from my right ear, I already know that sooner or later I will lose it. The prosecco is fresh and the glass sweats slightly. If it weren’t for a small crab moving on the step, right under my feet, the canal would seem lifeless, animated only by boats of kids who pass by with loud music.

I let the sun warm my face for a moment, thinking that perhaps in life certain things will never happen to you again.