Esercizi di self-care

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Diario di bordo, capitolo 14

Viviamo in un mondo in cui dobbiamo essere sempre orientati verso il futuro.

Ultimamente ci ho pensato spesso. Il Venerdì pomeriggio non vedo l’ora di staccare, e settimana dopo settimana la vita mi è sfuggita senza che neppure me ne rendessi conto. Una delle mie ossessioni personali, che sono sicura mi porterò dietro per tutta la vita, è il tentativo di dilatare il tempo, renderlo solo un pochino più lento, sentirlo scorrere sulla pelle cosciente del suo passaggio.

Lo senti? Adesso, mentre leggi, leggero sulla pelle.

Il fatto che siamo disabituati ad ascoltare il tempo e a seguirlo secondo le nostre necessità ha delle conseguenze anche per le persone che, come me, hanno una malattia cronica, ma vale per chiunque non riesca ad affrontare qualsiasi sfida la vita gli ponga di fronte. Il fatto di dover correre, di doversi dimostrare sempre all’altezza, di non poter cadere mai: tutte queste cose ci costringono a rincorrere le giornate, afferrandole per la maglia nel tentativo di stare al passo.

A dare valore al tempo ho imparato proprio quando la vita mi ha costretto a fermarmi. Anziché andare di fretta, tra lavoro, casa e impegni, posso decidere di respirare profondamente, meditare, riportare me stessa al presente. L’unico modo in cui possiamo riprenderci il tempo è utilizzarlo per noi, uscire dalla spirale di produttività alla quale siamo costantemente ancorati.

Queste sono le cose che ripeto a me stessa per affrontare la giornata. Mi fermo. Sento che sono qui, adesso.

Non si tratta di pigrizia. Siamo abituati a non dover essere pigri, ma il tempo per noi stessi, l’ozio, non può essere una colpa. Dobbiamo abituarci a fare ciò che ci piace soprattutto quando ci fa stare bene. Dobbiamo abituarci ad ascoltare quando il nostro corpo e la nostra mente ci parlano.

All’inizio saranno silenziosi. Poi ci abitueremo al silenzio, e inizieremo a riconoscere tutte le cose di cui abbiamo veramente bisogno.

ENG

Self-care routine

Life journal, chapter 14

We live in a world where we must always lean towards the future. 

I’ve been thinking about it a lot lately. On Friday afternoon I can’t wait to disconnect, and week after week life has slipped away from me without even realizing it. One of my personal obsessions, which I am sure I will carry with me throughout my life, is the attempt to dilate time, make it just a little slower, feel it flow on the skin aware of its passage.

Do you feel it? Now, as you read, light on the skin.

The fact that we have no experience in listening to time and following it according to our needs also has consequences for people who, like me, have a chronic disease, but it is true for anyone who cannot face any challenge life places in front of them. The fact of having to run, of always having to prove to be up to it, of never being able to fall: all these things force us to chase the days, grabbing them by the shirt in an attempt to keep up.

I learned to value time just when life forced me to stop. Instead of rushing between work, home, and commitments, I can decide to breathe deeply, meditate, bring myself back to the present. The only way we can take back time is to use it for ourselves, to get out of the productivity spiral to which we are constantly anchored.

These are the things I repeat to myself to face the day. I stop. I feel that I am here now.

This is not about laziness. We are used to not having to be lazy, but time for ourselves, idleness, cannot be a fault. We have to get used to doing what we like especially when it makes us feel good. We need to get used to listening when our bodies and mind speak to us.

At first, they will be silent. Then we will get used to the silence, and we will begin to recognize all the things we really need.

Tanti auguri a me

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Diario di bordo, capitolo 13

Sì, oggi potete farmi gli auguri anche se non è il mio compleanno. Festeggio i quattro anni della mia malattia cronica, il diabete di tipo 1.

Per molte persone è difficile pensare che si possa festeggiare l’anniversario di diagnosi. Cosa c’è di bello, positivo, in una malattia per la quale non si conosce una cura?

Quattro anni fa, esattamente in questo momento, mi risvegliavo in terapia intensiva all’ospedale Sant’Antonio di Padova. Quattro anni fa ricevevo un regalo, che in quel momento non mi sembrava tale, ma che mi ha permesso di diventare una persona migliore.
Non capivo cosa fosse successo e solo dopo avrei ricostruito tassello dopo tassello la diagnosi errata. Le glicemie alle stelle, i sintomi strazianti, il dolore al petto, la macchina della tac che ronza leggera. Gran parte di queste cose non le ricordo: me le hanno raccontate dopo, le ho lette nelle cartelle cliniche, le ho vissute in terza persona, uno sguardo esterno di come ero diventata senza neppure rendermene conto.

Convivere con una malattia cronica significa convivere con qualcosa di irrisolvibile.

Significa non avere una soluzione all’orizzonte. Non ci sveglieremo domani con un miracolo, per questo convivere con il diabete significa dover fare i conti con una mancanza che mi accompagnerà per sempre. Ho deciso io come affrontare questa mancanza.

In questi quattro anni mi sono resa conto che l’assenza non è qualcosa di negativo: è segno che siamo vivi, con i piedi ben saldi sulla terra e la testa in alto verso il cielo.

Ciò che mi manca mi accompagna ogni singolo minuto della vita, qualche che col tempo ho imparato a gestire come se fosse un rituale: il conteggio di insulina prima del pasto recitato come un mantra, gli alti e i bassi di ogni giornata che si prestano ad essere trasformati in superficiali metafore sulla vita, gli errori e le correzioni, il tempo che migliora tutto.

Quindi tanti auguri a me e alla mia malattia cronica. Come si dice in Sardegna: a cent’anni!

ENG

Best wishes to me

Life journal, chapter 13

Yes, you can wish me well today even if it’s not my birthday. I celebrate four years of my chronic disease, type 1 diabetes.

For many people, it is difficult to think that the anniversary of diagnosis can be celebrated. What’s beautiful, positive, about a disease for which you don’t know a cure?

Four years ago, exactly at this moment, I woke up in intensive care at the Sant’Antonio hospital in Padua. Four years ago I received a gift, which at that moment did not seem like a gift to me, but which allowed me to become a better person.

I didn’t understand what happened and only later I reconstructed the incorrect diagnosis piece by piece. High blood sugar levels, the excruciating symptoms, the pain in the chest, the CT machine humming lightly. I don’t remember much of these things: my family told me later, I read them in the medical records, I experienced them in the third person, an external look at how I had become without even realizing it.

Living with a chronic disease means living with something unsolvable.

It means not having an answer. We will not wake up tomorrow with a miracle, so living with diabetes means having to deal with a loss that will keep me company forever. We can decide how to deal with this loss.

In these four years, I have realized that absence is not something negative: it is a sign that we are alive, with our feet firmly on the earth and our heads up towards the sky. 

What I miss accompanies me every single minute of life, something that over time I have learned to manage as if it were a ritual: the insulin count before the meal recited as a mantra, the ups and downs of each day that lend themselves to being transformed into superficial metaphors about life, mistakes and corrections, time that improves everything.

So, today I celebrate myself and my chronic illness. As they say in Sardinia: another hundred years!

Facciamo ciò che non siamo bravi a fare

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Normalizziamo l’imperfezione senza pensare al giudizio degli altri

C’è una cosa in cui non sono mai stata brava. Nonostante l’impegno, nonostante lo sforzo, non sono mai riuscita a disegnare.

A scuola non andavo bene in disegno tecnico, in educazione artistica scucivo la sufficienza alla professoressa solo perché ero molto brava in storia dell’arte. Le diverse volte in cui provavamo a dipingere in classe, i miei capolavori finivano per assomigliare a galassie non ben identificate.

Premessa: non lo sto dicendo per falsa modestia o per farmi dire “no, ma in realtà sei brava!!”, ma perché sono consapevole di avere dei limiti. Dei grossi limiti. Insomma, conservate i complimenti per chi se li merita veramente.

Premessa numero due: non voglio assolutamente insultare i creativi là fuori che disegnano per professione, passione, e che si dedicano a questa disciplina con anima e corpo. Quello che faccio io non credo che abbia nulla a che fare con quello che fanno loro. Due universi ben distinti che non si incontreranno mai.

Detto questo, la rivelazione: due settimane fa ho iniziato a disegnare. Mettiamolo tra virgolette: “disegnare”. Già meglio.
Qualche doodle piccino, soprattutto a tema frutta, verdure e foglie. Poi ho iniziato a colorare. In modo maldestro, senza nessuna tecnica e senza sapere esattamente quello che sto facendo.

E va benissimo così.

Dietro questa scelta ci sono stati due ragionamenti. Il primo: avevo bisogno di trovare un’attività che mi permettesse di mettere ordine ai miei pensieri. Se mi blocco mentre scrivo qualcosa, rimango a pensarci fino allo sfinimento. Quando disegno invece, ci penso ma in modo meno ossessivo. Più chiaramente, con meno consapevolezza forse. Riesco a sciogliere le matasse dei ragionamenti che si attorcigliano nella mia mente.

Sarà che sono troppo maldestra e l’unica ossessione che posso avere è quella di concentrarmi per stare dentro i contorni (e comunque non ci riesco).

Il secondo ragionamento è questo: ho terribilmente bisogno di dedicarmi a un’attività in cui so che non sarò mai brava. E questo è il punto principale di tutta la faccenda.

Maniaci del perfezionismo, riuscite a capirmi?

Ho questo tarlo in testa che mi continua a ripetere che non sto mai facendo abbastanza. Qualsiasi cosa decida di fare, devo sempre dare il 200%.
Yoga? Dovevo imparare a fare le invertite in pochissimo tempo altrimenti cosa avrebbero pensato tutti se alla seconda lezione ancora non ci fossi riuscita?
Scrivere? Devo passare almeno un’ora alla mattina di fronte al computer, prima di iniziare a fare qualsiasi altra cosa, altrimenti come posso dire di aver scritto?
Leggere? Ho letto solo due libri questo mese? Stiamo scherzando?

In ogni cosa c’è la paura di non farcela, di sentirmi ipocrita con me stessa, di non essere all’altezza.

Spero che fare qualcosa in cui non sono brava sia in grado di riportarmi coi piedi per terra anche in tutte le mie abitudini zero waste e ambientaliste. Faccio parte infatti di quelle persone che si sentono in colpa. Mi sento in colpa per tutto: ordini online, cene dell’ultimo minuto composte tra gli scaffali del supermercato, plastica comprata inavvertitamente.

Ma perché poi dovrei sentirmi in colpa per tutto?

Molti di noi fanno già abbastanza: dedichiamo gran parte del nostro tempo a informare il mondo sui nostri blog, sulle nostre pagine social, tramite podcast e video. Dedichiamo gran parte della nostra giornata a ricercare informazioni, e tutto quello che ci rimane lo utilizziamo per migliorare noi stessi.

In molti casi stiamo già facendo abbastanza.

Viviamo in un mondo che non è progettato per le nostre vite zero waste. Ogni nostra azione richiede uno sforzo gigantesco: dobbiamo pensare a non produrre rifiuti, a riciclare correttamente, a riutilizzare tutto ciò che abbiamo… questo comporta un carico mentale enorme.

Dobbiamo normalizzare le nostre imperfezioni. Facciamo anche ciò che non siamo bravi a fare: non limitiamoci alle azioni in cui siamo già bravissimi, perché qui ormai abbiamo raggiunto i nostri obiettivi.

Pensiamo al nostro sforzo per l’ambiente come se fosse un disegno, nel mio caso. Non lasciamoci bloccare dall’ansia di non essere abbastanza. Facciamo un respiro profondo e continuiamo, pur sapendo che certe cose non dipenderanno mai da noi. Facciamo anche le cose che non sappiamo fare, o perlomeno proviamoci. Celebriamo ogni nostro sforzo, anche quelli molto simili alla mia incredibile incapacità di stare all’interno delle righe nei disegni.

ENG

Let’s do something we are not good at

Normalizing our imperfections without fearing the judgment of other people

There’s one thing I’ve never been good at. Despite the effort during my school years I never managed to learn to draw.

At school I did not do well in technical drawing, in art I got good grades just because I was very good in the history of art. Several times we tried to paint in class and my masterpieces ended up looking like unidentified galaxies.

First premise: I’m not saying this out of false modesty or to make you say “no, but you’re actually good!”, because I’m aware of my limits. Of my major limits. In short, keep the compliments for those who really deserve them.

Second premise: I absolutely do not want to insult the creatives out there who draw by profession, passion, and who dedicate themselves to their discipline with soul and body. I don’t that what they do has anything to do with what I do. We are like two different worlds that will never meet.

So, here’s the revelation: I started drawing two weeks ago. Let’s say “drawing”. Ok, that sounds better already. 

I am talking about little doodles, especially fruit, vegetables, and leaves. Then I started coloring. In an awkward way, without any technique and without knowing exactly what I’m doing.

And you know what? That’s fine.

There were two reasons for this activity. First: I needed to find an exercise that would allow me to put my thoughts in order. If I freeze while I’m writing, I think about it until I go crazy and it ends up like a disaster. When I draw instead, I think about it but less obsessively. More clearly, with less awareness perhaps. I can loosen the arguments that twist in my mind.

Maybe I’m too clumsy and the only obsession I can have while doing it is to concentrate to stay within the contours (and in any case, I can’t).

The second reasoning is this: I seriously need to engage in an activity that I know I will never be good at. And that’s the main point of the whole thing.

Maniacs of perfectionism, can you understand me?

I have this worm in my head that keeps telling me that I’m never doing enough. Whatever I decide to do, I always have to give 200%. 
Yoga? I had to learn how to do every single asana in a very short time otherwise what would everyone think if during the second class in my entire life I still don’t succeed? 
Writing? I have to spend at least an hour in the morning in front of the computer before I start doing anything else, otherwise, how can I say I have seriously dedicated myself to writing? 
Reading? Did I only read two books this month? ARE YOU KIDDING?

In everything I do, there is the fear of not making it, of feeling hypocritical with myself, of not being up to it.

I hope doing something I’m not good at will bring me back down to earth even in all my zero waste and environmental habits. In fact, I am one of those people who feel guilty. I feel guilty for everything: online orders, last-minute dinners bought at the supermarket, plastic packaging I didn’t notice. 

But why should I feel guilty about everything?

Why should we all live in constant fear of the judgment?

Many of us are already doing enough: we dedicate a large part of our time to informing the world on our blogs, on our social pages, through podcasts and videos. We devote much of our day to researching information, and whatever we have left we use to improve ourselves.

In many cases, we are already doing enough.

We live in a world that is not designed for our zero waste lives. Each of our actions requires a massive effort: we have to think about not producing waste, to recycle correctly, to reuse everything we have … this involves a huge mental load.

We need to normalize our imperfections. We need to do what we are not good at: let’s not limit ourselves to actions in which we are already very good, because here we have now achieved our goals.

We think of our effort for the environment as if it were a drawing, like in my case. Let us not be blocked by the anxiety of not being enough. We take a deep breath and continue, knowing that certain things will never depend on us. We also do the things we don’t know how to do, or at least let’s try. We should celebrate our effort, even those that sound very similar to my incredible inability to stay within the lines in the drawings.