Ho fatto amicizia con il mio corpo

Ovvero: prima camminata dell’anno con un piccolo tocco di tecnologia.

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Imperturbabile, a mio agio con la natura,
signore o signora di tutto, sicuro nel mezzo delle cose irrazionali,
impregnato come esse, passivo, ricettivo, silente com’esse,
scopro che le mie preoccupazioni, povertà, fama, debolezze, delitti sono meno importanti di quanto pensavo […]

Walt Whitman – Foglie d’Erba
L'immagine rappresenta un dettaglio di ragazza con un microinfusore appeso alla canotta. La ragazza indossa una canotta sportiva grigia, nel braccio si intravede un sensore per la glicemia.

Ho iniziato a camminare tardi nel bosco. E’ difficile spiegare come i luoghi ci influenzino molto più di quanto siamo disposti ad ammettere, ma io tutta la mia infanzia l’ho passata vicino al mare, e la montagna (e in generale i boschi) non sono il mio ambiente naturale.

Negli ultimi anni però camminare è diventato una specie di rito; un saluto alla primavera, un pranzo in rifugio, la birra con gli amici. Nicolò, al contrario, quando cammina è nel suo ambiente naturale, e anche per questo è diventata una di quelle cose che sono entrate in punta di piedi nella mia vita.

Non so come sia successo. E’ vero che ho sempre camminato in città, ed è vero che camminare mi schiarisce le idee e mi aiuta a pensare. Un passo dopo l’altro, nonostante la fatica sapere di dover fare una e una sola cosa, ovvero muovere prima un piede, poi l’altro, ammortizzando la fatica e cercando di superarla.

Da quando è arrivato il diabete di tipo 1 però, accanto ai miei pensieri si sono aggiunti quelli delle glicemie.
Per chi non lo sapesse, chi utilizza insulina deve stare attento a qualsiasi cambiamento, non solo in quello che mangia. Questo significa che ogni differenza nell’attività quotidiana modifica i nostri valori. Le glicemie salgono e scendono, chiedendoci una costante attenzione per tenerle a bada.

Immaginate com’è stato per me riprendere a camminare dopo aver iniziato la terapia con l’insulina.
Niente andava bene: mangiavo prima e durante nella speranza di non svenire durante il percorso. Continuavo a guardare le glicemie nell’orologio, con la costante paura di vedere un valore troppo basso.
Col tempo ho imparato a bilanciare la basale e il cibo, ma quella voce è sempre rimasta con me.

Avere una malattia cronica significa dover far pace col proprio corpo ogni singolo giorno. Ascoltarlo in silenzio, capirlo molto più di quanto pensiamo di essere capaci. Significa doverci fare amicizia, arrabbiarsi e perdonarlo. Come in tutte le relazioni profonde, è una connessione intima, che richiede comprensione e apertura al dialogo.

A volte il nostro corpo non basta. Il mio non basta. E non basta più neppure la mente che doveva sopportare le continue iniezioni. Per questo a Gennaio sono passata dalle iniezioni al microinfusore.
Sabato, per la prima volta dopo anni, ho camminato col viso all’insù anziché guardare costantemente l’orologio e il telefono, sapendo che in caso la mia glicemia fosse scesa troppo, l’algoritmo di quella piccola macchinetta avrebbe automaticamente interrotto l’erogazione.

Aspettavo questo momento da sessanta giorni. Sessanta giorni in quarantena mentre il sole splendeva e potevo vederlo solo dal balcone. Sessanta giorni che avrei potuto riempire in sessanta modi diversi, e che invece si riducevano a una routine prestabilita, fatta di singoli gesti.

Sapete qual è la cosa che mi ha stupito di più? Il fatto che non mi fossi resa veramente conto di quanto quella voce mi avesse invaso la testa. Di quanto quella preoccupazione fosse ormai parte di ogni singola camminata. Di come guardassi così tante volte lo schermo del mio smartwatch, sempre temendo il peggio. Di come la mia mano raggiungesse le caramelle in tasca in cerca di conforto ad ogni salita.

Ci abituiamo così tanto a tutto quello che ci succede da dimenticarcene. La mia malattia è la mia normalità, e ogni volta che arriva qualcosa di nuovo mi sento come il primo giorno sul letto d’ospedale.

Sabato, mentre cercavo di tenere il passo su una salita ripidissima, per la prima volta mi fidavo totalmente del piccolo schermo pieno di insulina.
Non pensavo al cibo, non pensavo a quanto sarebbe stato scomodo e poco igienico fare l’iniezione all’aria aperta.

Sabato non pensavo a nulla, esattamente come quando ancora il diabete non era entrato a far parte della mia vita, esattamente come quando il concetto di malattia cronica era un fantasma che capitava agli altri e non a me.

Sabato, mentre camminavo, il fantasma era lì con me, ma non era più in carne e ossa; si era dissolto in ogni singolo passo, nella fatica della salita e nell’odore del bosco, nel peso degli scarponcini, nel tubicino collegato alla mia pancia, nel rumore delle lurcertole che scricchiolavano sui buchi, nel sole che mi bruciava la faccia.

Imparai questo, almeno, dal mio esperimento: che se uno avanza fiducioso in direzione dei suoi sogni, e cerca di vivere la vita che si è immaginato, incontrerà un inatteso successo nelle ore comuni. Si lascerà qualcosa alle spalle, passerà un confine invisibile; leggi nuove, universali e più libere cominceranno a stabilirsi dentro e intorno a lui; oppure le leggi vecchie saranno estese e interpretate in suo favore in senso più ampio.

Henry David Thoreau – Walden
ENG

Body friendship

First hike of 2020 with a little bit of technology.

Me imperturbe, standing at ease in Nature,
Master of all, or mistress of all—aplomb in the midst of irrational things,
Imbued as they—passive, receptive, silent as they
Finding my occupation, poverty, notoriety, foibles, 
crimes, less important than I thought […].

Walt Whitman – Leaves of grass

I started walking late in life. It is difficult to explain how places influence us much more than we are willing to admit, but I spent all my childhood near the sea, and the mountains (and in general the woods) are not my natural environment.

In recent years, however, walking has become a kind of ritual; a greeting to spring, lunch in the peak, a beer with friends. On the contrary, when Nico walks, he is in his natural environment, and maybe this is why walking has tiptoed into my life with time.

I don’t know how it happened. I have always walked in the city, and walking clears my mind and helps me think. One step after another, despite the effort, knowing that I have to do one and only one thing, move one foot first, then the other, minimizing the effort and trying to overcome it.

Since Type 1 diabetes arrived, however, blood sugar levels have added to my happy thoughts. For the non diabetics, those who use insulin must be careful of any changes, not only in what we eat. This means that every difference in daily activity changes our values. Blood sugar levels rise and fall, asking for constant attention to keep them in range.

Imagine what it was like for me to start walking again after the beginning of insulin therapy. 
Nothing was going well: I ate before and during the trail, praying not to pass out. I kept looking at blood sugar levels in the clock, with the constant fear of seeing too low a value. 
Over time I learned to balance basal insulin and food, but that voice has always stayed with me.

Having a chronic disease means having to make peace with your body every single day. Listen to it in silence, understand it much more than we think we are capable of. It means be friend with it, get angry at it, and forgive it. As in all deep relationships, it is an intimate connection, which requires understanding and openness to dialogue.

Sometimes our body is not enough. Mine is not enough. And even the mind that had to endure the continuous injections is no longer enough. For this reason, in January I started the insulin pump therapy. 
On Saturday, for the first time in years, I walked with my face up instead of constantly looking at my watch and phone, knowing that if my blood sugar had gone too low, the algorithm of that little machine would automatically stop dispensing insulin.

I’ve been waiting for this moment for sixty days. Sixty days in lockdown while the sun was shining and I could only see it from the balcony. Sixty days that I could have filled in sixty different ways, and which instead were reduced to a pre-established routine made up of single gestures.

Do you know what is the thing that surprised me the most? The fact that I hadn’t really realized how much that voice had invaded my head. How much that concern was now part of every single walk. How I looked at my smartwatch screen so many times, always fearing the worst. How my hand reached for the candy in my pocket looking for comfort at every climb.

We get so used to everything that happens to us that we forget about it. My illness is my normalcy, and every time something new arrives I feel like the first day on that hospital bed, over and over again.

On Saturday, while trying to keep up on a very steep road, for the first time I trusted the small screen full of insulin. 
I didn’t think about food, I didn’t think how uncomfortable and unhygienic it would have been to get the injection in the open air.

On Saturday I wasn’t thinking about anything exactly like when diabetes had not yet become part of my life, exactly like when the concept of chronic disease was a ghost that happened to others and not to me.

On Saturday, while I was walking, the ghost was there with me, but it was no longer in the flesh and in my bones; it had dissolved in every single step, in the effort of the climb and in the smell of the woods, in the weight of the boots, in the tube connected to my belly, in the noise of the lizards that creaked on the holes, in the sun that burned my face.

2 pieces

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Due beep ripetuti, uno dopo l’altro. Mi sveglio spaventata, non sono ancora abituata a riconoscere il suono. Apro un occhio solo, lo schermo è accanto a me, lo sollevo. Glicemia bassa: ha ragione lei a suonare.

Questo schermo piccolo e troppo luminoso è arrivato nella mia vita sette giorni fa. E’ un microinfusore di insulina, è attaccato alla mia pancia tramite un tubicino di plastica trasparente che termina con una cannula. Sembra fragilissimo, un filo trasparente pronto a spezzarsi: mi hanno assicurato che è molto più forte di quello che sembra.
Quando l’ho cambiato la prima volta ho provato a strapparlo, ma non ci sono riuscita. Devo iniziare a fidarmi di più di ciò che mi dice la gente.

Questo tubicino di quaranta centimetri traghetta l’insulina verso la mia pancia. La cannula è sottopelle, non la sento. Perché non la sento? Sarà messa bene? Finché la glicemia non sale, è messo bene. Posso stare tranquilla.

Mangio il glucosio, mi riaddormento dimenticandomi totalmente della sua presenza. Quando mi sveglio la mattina dopo è sempre lì, ad aspettarmi, lo schermo spento. La prima cosa che faccio quando mi alzo è agganciarlo al bordo dei pantaloni. In realtà sono un po’ indecisa, vorrei metterlo nel reggiseno, ma tra poco dovrò fare colazione, e dovrò tirarlo fuori. Sistemo la clip sull’elastico, pensando che prima o poi avrò tutti gli orli rovinati.

Lo tieni addosso tutto il giorno? E’ la prima domanda che ho ricevuto il giorno dopo, e probabilmente quella che riceverò più spesso. Come tutte le domande che non mi aspetto, mi spiazza. Non l’aspetto perché pensavo fosse chiaro. Sì, lo tengo addosso tutto il giorno, tra la pancia e l’orlo dei leggings neri. Improvvisamente penso, per tutta la vita?
Non ho mai pensato così a lungo termine. Ho deciso che non avevo più voglia di fare iniezioni, ma non ho deciso per quanto. Per tutta la vita, forse. Perché no?

Il latte straborda dal pentolino, e nello stesso momento penso a quanti biscotti voglio mangiare. Due? Tre? Facciamo due, che non ho tanta fame stamattina. Inserisco i carboidrati nello schermo, e lui in risposta vibra leggermente. Poi inizia a pompare insulina: a questo mi sto abituando, un ronzio impercettibile. Come il cane di Pavlov, inizio a pensare ai biscotti. Avrei dovuto contare anche un po’ di cioccolata. Prendo il micro, che intanto ha smesso di vibrare: faccio un altro po’ di bolo.
In una giornata normale sarebbero state due iniezioni.

Oggi mangio un quadratino di cioccolata in più.

~

ENG

One beep after another. I wake up scared, I am not yet used to this sound. I open one eye, the screen is next to me. Low blood sugar: she’s right, I need to wake up.

This small screen arrived in my life seven days ago. It’s too bright. It’s an insulin pump, and it’s attached to my belly through a clear plastic tube. It ends with a cannula under my skin. It seems very fragile, a transparent thread ready to snap: they assured me that it is much stronger than it looks.
When I changed the first time I tried to break it, but I failed. I have to start to trust other what other people say.

I take a glucose tablet from my drower and I go back to sleep, forgetting the presence of the machine. When I wake up in the morning she is always there, waiting for me, the screen off.
The first thing I do when I get up is hanging it on the edge of my pajama. I’m actually undecided, I could put it in my bra, but soon I will have breakfast, and I need to reach it. I arrange the clip on the elastic band, thinking that sooner or later the weight will be too much.

Do you wear it all day? It’s the first question I received the day after I put it, and it will probably be the one that I will receive more often.
Like all the questions I do not expect, it disorients me. I don’t know what to say, because I don’t want people to feel bad for me. Besides, I thought it was clear. Yes, I keep it on all day, between the stomach and the hem of blacks leggings. 
Suddenly I think: will I wear this for the rest of my life
I never thought about that. I decided that I don’t want to inject myself anymore, but I have not decided how long. All my life, maybe. Why not?

The milk overflows from the pot, while I am thinking about how many cookies I will have. Two? Three? Maybe two, I am not so hungry this morning.
I enter carbohydrates into the screen, and it vibrates slightly in response. Then he starts pumping insulin: I’m getting used to this, a faint hum. Like Pavlov’s dog, I start to think about the cookies. I should have counted also a little bit of chocolate.
Meanwhile, the pump stops with the buzz: I bolus a little bit more.
On a normal day, it would be two injections.

Today, it’s cookies and two pieces of chocolate.

Gennaio 2020, con i libri giusti

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La vedete quella borsa? Sì, è piena di ciò che pensate.

Non sono la persona adatta nel formulare buoni propositi. Di solito me ne pongo alcuni molto generici, ma non riesco a pianificare qualcosa di specifico a lunghissimo termine; questo però non mi ha mai impedito di fare delle liste lunghissime. Liste di cose da fare, liste di libri da leggere, liste di carboidrati che mangerò a pranzo, playlist per un viaggio, liste di cosa vorrei fare nelle prossime 24 ore.

Mi piace guardare indietro, verso le settimane appena passate, e fare un bilancio delle cose migliori che ho fatto. Chiudere l’anno in bellezza, dicono in molti; per me non si tratta di una semplice frase, ma di un vero e proprio desiderio. Per questo a fine anno (e all’inizio dell’anno nuovo) concentro tutte le mie energie nello scrivere, nel leggere buoni libri e nell’ascoltare buona musica.

Ripensando ai libri che ho letto tra fine Dicembre e inizio Gennaio, ho notato che il 2020 non poteva iniziare meglio. Nessun romanzo, quattro saggi tutti diversi tra loro e senza alcun punto in comune, di cui due dedicati al diabete.

  1. Un libro per muovere i primi passi nel mondo plastic free;
  2. Un’inchiesta sulla nascita di una religione contemporanea;
  3. Un libro dedicato all’insulina;
  4. Un libro ricco di consigli su come affrontare al meglio il diabete.

*disclaimer*
Se non siete diabetici o interessati al tema, potete saltare l’ultima parte. In generale, potete anche leggere il post a caso, come preferite. Sappiate inoltre che i libri sul diabete ad oggi si trovano solo in lingua inglese.
*fine*

Vivere senza plastica, Will McCallum

Propositi, propositi, propositi. Se siete interessati a ridurre il vostro impatto ambientale, sicuramente avrete già cercato informazioni sulla plastica e su come ridurne l’uso e il consumo.

Vivere senza plastica è un libro semplice, scorrevole, adatto soprattutto per coloro che si stanno avvicinando allo zero-waste per la prima volta. A partire dalle nostre responsabilità individuali e collettive, il libro si pone come una guida per muovere i primi passi nel limitare il consumo di questo materiale, soprattutto nella sua forma usa e getta.

McCallum, che è portavoce di Greenpace nelle loro campagne contro la plastica, si concentra soprattutto sui cambiamenti che possono essere fatti da tutti nell’immediato: bottiglie, tazze, cannucce. Il libro parte da tutti quegli oggetti che possono essere facilmente scambiati con le loro controparti plastic-free, spendendo poco e riducendo drasticamente il consumo di plastica grazie a beni durevoli come, per esempio, le borracce.

I capitoli sono intermezzati da interviste a “esperti del settore”, tabelle riassuntive, statistiche sull’inquinamento e consigli grazie ai quali si può iniziare a coltivare uno stile di vita a basso impatto ambientale. Inoltre è possibile analizzare la nostra situazione, grazie a tabelle nelle quali possiamo scrivere i nostri progressi, le cose che siamo riusciti a eliminare, o quelle che ancora rappresentano un problema.

Abbastanza noiosa l’ultima parte, nella quale viene spiegato punto per punto cosa fare per organizzare una petizione, una protesta, come contattare le persone giuste… un po’ troppo per un libro che fino a quel punto si era posto obiettivi concreti e raggiungibili da tutti. Diciamo che, se mai mi dovesse venire in mente di andare full-Greta-Thunberg, contatterei la sede di Greenpeace più vicina anziché fare petizioni da 20 firme ciascuna.

“E’ difficile accettare che abbiamo già cambiato il nostro pianeta fin quasi a rendero irriconoscibile. Contro il pessimismo dilagante esiste però una soluzione semplice: mi guardo attorno e cerco le persone capaci di ispirarmi, quelle che svolgono un ruolo qualsiasi in una qualunque delle organizzazioni che cercano disperatamente di rendere il mondo un posto migliore.”

La prigione della fede, Lawrence Wright

Ho avuto il piacere di sentire dal vivo Lawrence Wright mentre presentava il suo ultimo libro, Dio salvi il Texas. Viaggio nel futuro dell’America. Durante la presentazione, ha citato un altro suo libro, La prigione della fede. Scientology a Hollywood, parlando di come fosse stato concepito, di quale ricerca ci fosse dietro, e di cosa l’avesse spinto ad occuparsi di un tema delicato come la religione.

Scientology mi ha sempre affascinato, perché è l’esempio di come nasca una religione, letteralmente, dal nulla. Quando ero al liceo, durante un compito nel quale dovevamo scegliere e commentare un articolo di giornale, mi fece particolarmente riflettere una mia compagna di classe, che alla fine della lezione si avvicinò e mi disse: mio fratello è in Scientology, sai. Neanche a dirlo, avevo passato gli ultimi 10 minuti a descriverla come una religione delirante e senza alcun fondamento.
Da quel momento mi sono sempre chiesta quali fossero i meccanismi alla base di credenze che per altre persone, “esterne” alla religione stessa, risultano spesso insensate.

Lawrence Wright ripercorre la nascita della setta nei primi anni ’50, quando ancora il fondatore stava mettendo a fuoco i dogmi principali e scrivendo i suoi libri di fantascienza, ovvero i pilastri che avrebbero costituito in seguito i capisaldi del credo. Il racconto giunge fino ai giorni nostri, e in particolare a quale sia stato il ruolo di Hollywood nella diffusione di questa religione.

Non una lettura leggera: ogni pagina è densa di avvenimenti, i protagonisti sono tantissimi, ma con Wright hai l’impressione di aver letto una storia, una storia vera che si intreccia con avvenimenti politici e con persone in carne e ossa.

Se avete voglia di leggere qualcosa di diverso e di conoscere un mondo distante – che in realtà è molto vicino a noi, questo potrebbe essere il libro giusto.

“Chiaramente, nessuna religione può dimostrare la propria “verità”. Nel cuore di ogni grande sistema di fede ci sono miti e miracoli che, se sottoposti allo sguardo rigoroso dello studioso o del giornalista investigativo, potrebbero facilmente passare per menzogne.”

Think like a pancreas, Gary Scheiner

Fatico a trovare libri sul diabete che siano veramente interessanti. Durante la #HappyDiabeticChallenge di qualche mese fa, diverse persone avevano indicato questo libro come uno dei più interessanti da leggere sul tema, così l’ho comprato.

Il titolo completo è Think like a pancreas. A practical guide to managing diabetes with insulin: è proprio su questo che si concentra il libro, sull’insulina e sulla gestione del diabete insulino-dipendente.
Dopo un breve preambolo relativo alla gestione del diabete negli anni ’80 – inorridisco ancora al pensiero dei pungidito “ghigliottina”, il libro si concentra sulla spiegazione di cosa è l’insulina, nelle sue varie tipologie e negli usi.

La prima parte del libro si concentra sulla teoria, in particolar modo sulla gestione tramite iniezioni (bolo-basale) o tramite microinfusore. I fattori chiave per la gestione sono divisi in tre gruppi: strumenti, capacità e attitudini.

Ho trovato molto interessante il fatto che in questo libro (così come in quello di cui parlerò successivamente) si pone un accento particolare sull’attitudine della persona stessa; il diabete è una malattia che richiede un grosso sforzo da parte del diabetico stesso, e gran parte del successo è dovuto a noi stessi (anche se non sempre: pensate al ciclo nelle donne diabetiche!)

Il libro si chiude con una panoramica delle possibili conseguenze, dai picchi glicemici e da come gestirli, fino alle complicanze sul lungo periodo. Una bella lettura, sicuramente da fare se siete diabetici o se un vostro caro lo è.

“So, there you are: Armed with a physiologically perfect basal insulin program and a set of bolus equations that would impress your old, crotchery high school algebra teacher, off you go to conquer your favourite Italian restaurant.”

Bright spots & landmines, Adam Brown

Regalo di Natale di Nico, il secondo libro che stavo tenendo d’occhio sul diabete di tipo 1 dopo la #HappyDiabeticChallenge. Se vi è mai capitato di spulciare sul sito DiaTribe, avete sicuramente letto qualche articolo di Adam Brown.

Il libro è, al di là dei consigli pratici, il migliore che ho letto sul diabete. Anche se non seguo una dieta low carb in senso stretto e non faccio sport ogni giorno come il buon Adam, mi è servito tantissimo: è un’ottima guida soprattutto per quanto riguarda l’approccio mentale alla malattia.

E’ diviso in quattro parti: 1. Food, 2. Mindset, 3. Exercise, 4. Sleep. Ciascuna di queste è analizzata sotto il punto di vista dei bright spots, ovvero le note positive (in italiano non suona altrettanto bene) e delle landmines, ovvero le mine che possono sabotare la nostra gestione del diabete.
La parte più interessante è applicare l’approccio descritto a noi stessi:

Cosa facciamo quando le nostre glicemie sono in range e come possiamo moltiplicare quel comportamento? Al contrario, cosa facciamo quando le nostre glicemie non sono in range?

Al di là di tutto, non pensate che questo sia interessante anche al di là della malattia? Capire cosa va bene nella nostra vita e cosa invece non ci piace, replicare i primi comportamenti ed evitare i secondi. L’ho trovato molto interesante sotto questo punto di vista, non solo per la gestione della malattia, ma per l’approccio che può essere applicato alla nostra vita stessa.

Durante i pranzi e le cene di Natale, queste pagine mi hanno aiutato a sopravvivere tra carboidrati e ozio, e mi hanno spinto veramente a chiedermi quali sono i miei punti di forza e quali invece sono le mie mine vaganti.

Perché in fondo, il diabete è imprevedibile, esattamente come la vita, ma tante cose sono nelle nostre mani più di quanto siamo disposti ad ammettere.

“Virtually all the happiness-producing processes in our lives take time, usually a long time: learning new things, changing old behaviors, building satisfying relationships, raising children. This is why patience and determination are among life’s primary virtues.”

ENG

Four books for January 2020

I’m not the kind of person that writes a list of intentions for the next year. Usually, I ask myself something very generic, but I do not plan anything long-term. Still, I write a lot of lists. Lists of things to do, lists of books to read, lists of carbohydrates you eat at lunch, a playlist for a trip, lists of what I would do in the next 24 hours.

I like to look back to the last couple of weeks and make a list of the best things I’ve done. Many people say in Italian that they want to close the year col botto (with “a boom”, literally in a nice way). For me, it is not a simple sentence, but a real desire. In the last week of 2019, I focused all my energies on writing, reading good books and listening to good music.

Thinking back to the books that I read between late December and early January, I noticed that 2020 could not start better. No novel, but four essays, each one different from the other, with no points in common. Two of these are dedicated to diabetes.

  1. One book to take your first steps into a plastic free lifestyle;
  2. A journalistic investigation on the birth of a contemporary Religion;
  3. A book dedicated to insulin;
  4. A book full of advices about managing diabetes.

* disclaimer *
If you are not diabetic or interested in the topic, you can skip the last 2 part.s In general, you can also read the post randomly, as you prefer. It is also advised that the books on diabetes today are in English only.
*end*

How to give up plastic, Will McCallum

Intentions, intentions, intentions. If you are interested in reducing your environmental impact, you have probably already looked for information on plastic and on how to reduce its use and consumption.

How to give up plastic is folding, sliding and suitable especially for those who are approaching a zero-waste lifestyle for the first time. Starting from our responsibility, individual and collective, the book acts as a guide for moving the first steps in limiting the consumption of this material, especially in its disposable form.

McCallum, who is a spokesman for Greenpeace in their campaigns against plastic, focuses primarily on the swaps that can be made right now: bottles, cups, straws. The book starts from all those objects that can be easily exchanged with their plastic-free counterparts, without spending so much money.

I’ve found the last part a little bit boring. McCallum explains step by step what to do to organize a petition, a protest, how to contact the right people… a bit too much for a book that up to that point had set concrete targets for everyday life. We say that if ever I were to come up to go full-Greta Thunberg, I will reach the headquarters of Greenpeace first, instead to petition with my 20 friends.

Going clear, Lawrence Wright

I had the pleasure of hearing Lawrence Wright presenting his latest book, God Save Texas. Journey into America’s future. During the presentation, he quoted another book, Going clear, talking about how it was conceived, how much research there was behind it, and what had prompted him to deal with a sensitive issue like religion.

Scientology has always fascinated me because it is an example of a religion born literally from nothing. When I was in high school, during a lesson in which we had to choose and comment on a newspaper article, a classmate came up and said to me, my brother is in Scientology, you know. Needless to say, I had just spent the last 10 minutes describing Scientology as a delirious religion without any foundation.

Since then I’ve always wondered what were the mechanisms underlying beliefs that for other people, “external” to the same religion, are often meaningless.

Lawrence Wright narrates the birth of the sect in the early ’50s, back when the founder Hubbard was putting into focus the main dogmas. At that time he was writing his science fiction books, the pillars of the creed. The story reaches the present day, in particular to what was the Hollywood role in the spread of this religion.

Not a light book to read: every page is full of events, the protagonists are so many, but with Wright you are reading a story, a true story.

If you want to read something different and learn about a distant world – which is actually very close to us, this could be the right book.

Think like a pancreas, Gary Scheiner

I struggle to find books about type 1 diabetes that are truly interesting. During the #HappyDiabeticChallenge a few months ago, several people had mentioned this book as one of the most interesting to read on the subject, so I bought it.

The complete title is: Think like a pancreas. A practical guide to managing diabetes with insulin: this is the main focus of the book, in which Scheiner talks about insulin and insulin-dependent diabetes management.

After a short preamble on the management of diabetes in the 80s – I am still horrified if I think about the lancing “guillotine” device, the book focuses on explaining what is insulin, in its various types and uses.

The first part of the book focuses on the theory, particularly on the management via injections (basal-bolus MDI) or by the pump. Key factors for the management are divided into three groups: tools , skills and attitudes.

One of the best things about this book (as well as what they will speak later) is that it puts particular emphasis on the attitude of the person; type 1 diabetes is a disease that requires a major effort by the diabetic himself, and much of the success is due to ourselves (but not always: think of the hormones and insulin resistance during period in diabetic women!).

The book closes with an overview of the possible consequences, from the peak blood glucose and how to handle them, to the complications in the long run. A good read, definitely to do if you are diabetic or if a loved one is.

“So, there you are: Armed with a physiologically perfect basal insulin program and a set of equations bolus That would impress your old, crotchery high school algebra teacher, off you go to conquer your favorite Italian restaurant.”

Bright spots and landmines, Adam Brown

This book was a Christmas gift from Nico, and it was the second book I wanted to read on type 1 diabetes. If you ever had the chance to visit the site diatribes, you have probably read a few articles by Adam Brown.

The book is, beyond the practical advice, the best I’ve read about diabetes so far. Although I do not follow a low carb diet in the strict sense and I am certantly not doing sports every day like the good Adam, he helped me a lot: this book is an excellent guide, especially in its approach to mental health.

It is divided into four parts: 1. Food , 2. Mindset , 3. Exercise , 4. Sleep . Each of these parts is analyzed from the point of view of the bright spots and landmines.
The most interesting part is to apply the approach described to ourselves:

What do we do when our blood sugar levels are in range? And what do we do when they are not?

Those are interesting questions and they go beyond type 1 diabetes. Understanding what is good in our lives and separate it from what we do not like, and replicate the first behavior and avoid the second it’s a really good strategy. I found this point of view very interesting, not only for the management of the disease but also in its general approach to life itself.

During Christmas lunches and dinners, these pages have helped me to survive between carbohydrates and laziness, and they really pushed me to wonder: do I have bright spots? And what about landmines?

After all, type 1 diabetes is unpredictable, just like life, but so many things are in our hands, more than we care to admit.

“Virtually all the happiness-producing processes in our lives take time, usually a long time: learning new things, changing old behaviors, building satisfying relationships, raising children. This is why patience and determination are among life’s primary virtues.”