AWORLD: l’app per la sostenibilità in collaborazione con le Nazioni Unite

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C’è una sola app che, dopo Immuni, dovete scaricare quest’anno: AWorld, l’app mobile di Act Now, la campagna delle Nazioni Unite contro il cambiamento climatico.

Le Nazioni Unite hanno elaborato un piano in 17 punti, i Sustainable Development Goals, che inculudono azioni per contrastare non solo il cambiamento climatico ma anche le disuguaglianze sociali, la povertà e le ingiustizie. Da qui la campagna Act Now, alla quale possiamo prendere parte tutti con le nostre azioni individuali.

L’app AWorld è perfetta sia per coloro che hanno già intrapreso un percorso verso la sostenibilità, sia per chi ancora sta muovendo i primi passi. Basata sulle azioni individuali, mostra con semplicità come ciascuno di noi può prendersi cura del pianeta, semplicemente modificando o introducendo nella sua vita qualche piccola abitudine.

L’app è molto semplice e intuitiva, accessibile a tutti. Attraverso il profilo personale è possibile monitorare le varie attività e il nostro impatto ambientale individuale: le azioni svolte, l’anidride carbonica risparmiata, i litri d’acqua risparmiati, l’elettricità risparmiata e le buone azioni compiute.

Quotidianamente è possibile aggiungere delle “abitudini”, nuove o già consolidate: attività semplici come riutilizza la tua tazza di caffè oppure mangia un pasto vegetariano.

Accanto alle azioni individuali ci sono le sfide: in questo momento è attiva “Risparmiamo insieme 80.000 Kg di CO2”, con 1480 partecipanti: per contribuire alla sfida basterà salvare quotidianamente una o più azioni, in modo da contribuire all’abbassamento delle emissioni. Ogni 20kg di CO2 risparmiata, l’azienda partner Capgemini si impegna a piantare 5 alberi. Se completiamo la sfida entro il 12 Gennaio del 2021, pianteranno ben 20.000 alberi!

La parte più interessante dell’app sono però i percorsi. Ciascun percorso è composto da più episodi e permette di approfondire un tema specifico tramite brevi testi e meravigliose immagini. Completando gli episodi è possibile guadagnare dei punti e salire di livello, conquistando dei badge e rendendo la nostra vita sempr epiù sostenibile.

Credo che app di questo tipo, intuitive, facili e fruibili da tutti, possano essere davvero in grado di farci fare qualche passo verso una vita più sostenibile.

Cosa aspettate? Dovete assolutamente provarla.

Ringrazio Laura per avermela consigliata 💚

ENG

AWorld: the UN sustainability app

There is only one app that, after your COVID19 tracking app, you need to download this year: AWorld, the mobile app of Act Now, the United Nations campaign against climate change.

The United Nations has developed a 17-point plan, the Sustainable Development Goals, which include actions to combat not only climate change but also social inequalities, poverty, and injustice. Thanks to the Act Now campaign, we can all take part in our individual actions.

The AWorld app is perfect both for those who have already embraced a path towards sustainability and for those who are still taking their first steps. Based on individual actions, it simply shows how each of us can take care of the planet, simply by modifying or introducing some small habits into his life.

The app is very simple and intuitive, accessible to everyone. Through your personal profile, it is possible to monitor the various activities and our individual environmental impact: the actions carried out, the carbon dioxide saved, the liters of water saved, the electricity saved, and the good actions carried out.

Every day it is possible to add new or established “habits”: simple activities such as reusing your cup of coffee or eating a vegetarian meal.

Besides the individual actions, there are also challenges: at the moment I took part in “Let’s save 80,000 kg of CO2”, with 1480 participants: to contribute to the challenge, it will be enough to save one or more actions every day, to contribute to lowering emissions. For every 20kg of CO2 saved, the partner company Capgemini is committed to planting 5 trees. If we complete the challenge by January 12, 2021, 20,000 trees will be planted!

However, the most interesting parts of the app are educational journeys. Each path consists of several episodes and allows you to explore a specific theme through short texts and wonderful images. By completing each episode it is possible to earn points and level up, conquering badges and making our life more and more sustainable.

I believe that this kind of app, intuitive, easy, and accessible by everyone, can help us take some steps towards a more sustainable life.

What are you waiting for? You must try it.

Thanks Laura for recommending it to me.

Prodotti zero waste al supermercato: è greenwashing?

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Se, come me, vivete i social all’interno di una bolla quasi totalmente zero waste, non potete esservi persi le due notizie principali dell’ultimo periodo. La prima notizia sconvolgente è arrivata quando Lidl Italia ha deciso di lanciare la linea PH BIO Green: una linea di prodotti solidi tra cui bagnodoccia, detergenti e shampoo. La settimana scorsa è stato il turno di L’Oreal, che col marchio Garnier ha lanciato Ultra Dolce Shampoo solido.

In entrambi i casi non ho espresso il mio parere “a caldo” e ho cercato di non unirmi alle varie fazioni che subito si sono create: da un lato i fautori del che bello, finalmente qualcosa si muove e dall’altro coloro che storcevano il naso di fronte alla GDO che invade lo spazio del mondo zero waste.

Voglio iniziare dunque questa mia pippa riflessione in positivo: anche io ho iniziato con prodotti che trovavo al supermercato, da studentessa senza un soldo. Andavo da DM a comprare Alverde, oppure al supermercato guidata da Carlitona (che al tempo era ancora dolce) nei primi spignatti (solitamente composti da balsamo e zucchero di canna perché sono pigra).

Da lì è stato abbastanza veloce il passaggio verso negozi sfusi più piccoli, anche se per molte cose non ho mai abbandonato il supermercato, soprattutto dal momento in cui il mio pancreas ha deciso di morire definitivamente. A ognuno le sue.

Da un lato dunque mi fa quasi piacere che i supermercati e i grandi marchi si stiano adeguando verso una richiesta che è sempre più crescente, ovvero quella di prodotti solidi, sfusi, naturali. E’ segno del fatto che i prodotti zero waste possono diventare, in futuro, accessibili a tutti.

Non voglio entrare nel merito di materie prime, metodi di produzione, e così via. Voglio fare un discorso il più generico possibile, basato sui valori di sostenibilità che col tempo ho fatto miei.

Cosa non mi piace di queste strategie “quasi” zero waste?

Non mi piace il fatto che si tratta di linee che vengono affiancate a quelle già in essere. In entrambi i casi, leggendo all’interno dei siti o informandomi attraverso blog e social, non ho trovato nessuna indicazione trasparente, né alcuna promessa concreta. Niente lascia presumere che ci sarà una svolta green, niente indica un reale impegno nei confronti dell’ambiente.

E’ greenwashing? Sì, secondo me lo è. Non c’è nulla di male nell’acquistare questo tipo di prodotti, ma dobbiamo essere consapevoli che si tratta di greenwashing della peggior specie: si tinge di verde, abusa di parole come bio, organic, eco, riciclo. Un po’ come il restyling di McDonald. Non fa riferimento all’etica dei lavoratori né ad alcun preciso piano di riduzione dell’impatto ambientale. È performativo.

Non solo ci disinforma su quelle che sono le reali intenzioni di queste aziende (ovvero: money money money), ma ci spinge ancora una volta ad acquistare in modo scorretto, prodotti di cui magari non abbiamo neppure bisogno (ovvero: tanto è green!).

Mi sembra che la volontà sia sempre e solo una, sempre la stessa: il profitto a ogni costo. Il mercato si dirige in una direzione, in questo caso la direzione ambientalista e zero waste, e le multinazionali rispondono lanciando due o tre prodotti da poter vendere a chi, si presume, non comprerebbe sicuramente lo shampoo da loro.

Ricordiamoci inoltre che colossi come L’Oreal hanno il potere di affossare le piccole aziende che sostenibili lo sono veramente: per coloro che già si sanno destreggiare nel mare di informazioni e disinformazioni a tema ambientalista può essere facile capire l’inganno, ma non è così per tutti.

L’unica nota positiva che mi verrebbe da dire è che, trovando i prodotti solidi al supermercato, qualcuno potrebbe incuriosirsi e, in futuro, informarsi abbastanza e finalmente fare un salto verso una vita a basso impatto ambientale. Sono molto scettica però, perché i prodotti bio e le saponette sono già presenti al supermercato da anni: probabilmente non sono i prodotti a far scattare la scintilla nelle coscienze, ma qualcos’altro.

Che cosa? Ne parleremo quando lo scoprirò.

Credo che sia necessario capire dove vogliamo direzionare le nostre scelte. Avete presete il modo di dire, votiamo ogni volta che facciamo la spesa?

I nostri soldi hanno il potere di cambiare le cose. Il modo in cui li spendiamo, ma soprattutto il modo in cui non li spendiamo, influenza il mercato là fuori. Decidere di parlare di piccoli produttori, di aziende veramente sostenibili, che nascono o che svoltano verso un’anima green, è l’unico modo che abbiamo per far sì che la sostenibilità non venga scambiata per puro marketing.
Non è vietato comprare al supermercato, anzi: una buona spesa zero waste può essere fatta anche in grosse catene, come dimostra lo zero waste tirchio della mia partner-in-crime. Dobbiamo solo esserne consapevoli.

Questo significa che non andrò più al supermercato? No. Continuerò ad andarci e a scegliere quello che per me, in quel determinato momento, è il prodotto più sostenibile possibile. Significa che non comprerò più da grandi multinazionali? No. Cercherò di scegliere in base a tante cose tra cui disponibilità economica e tipo di prodotto.

Significa che, quando mi è possibile farlo, voglio votare col mio portafoglio per i valori con i quali ho scelto di vivere la mia vita. E in questo, purtroppo, non ci può essere spazio per quelle aziende che li piegano in nome del mero profitto.

ENG

Zero waste products at the supermarket: greenwashing or not?

If you, like me, live social media inside a zero waste bubble, you cannot have missed the two main news. The first shocking revelation came when Lidl Italy decided to launch the PH BIO Green line: a line of solid products including shower soap, detergents, and shampoos. Last week it was L’Oreal’s turn, which launched Ultra Dolce Solid Shampoo with the Garnier brand.

In both cases, I did not express my opinion right away and I tried not to join the different teams that there were immediately created: on one hand the defenders of what is beautiful, finally, something is moving and on the other those who twisted the nose in front of the large-scale retail that invades the space of the zero waste world.

I want to state this: I also started with products that I found at the supermarket, as a broke student. I used to go to DM to buy Alverde, or to the supermarket to buy products advertised by the Italian Youtuber Carlitadolce.

From there, the transition to smaller bulk stores was quick, although for many things I never left the supermarket, especially since my pancreas decided to die.

I am almost pleased that supermarkets and big brands are adapting to ever-increasing demand, specifically for solid, loose, natural products. It is a sign of the fact that zero waste products can become accessible to everyone in the future.

I don’t want to go into the matter of raw materials, production methods, and so on. I want to make a conversation as generic as possible, based on the values of sustainability that I have made my own over time.

What do I dislike about these “almost” zero waste strategies?

First of all, I don’t like the fact that these are products that are placed side by side with those already existing. In both cases, searching inside the websites or informing me through blogs and social networks, I didn’t find any indications, nor any concrete promises. Nothing suggests that there will be a real change, nothing shows a real commitment to the environment.

Is it greenwashing? Yes, in my opinion, it is. There is nothing wrong with buying this kind of product, but we must be aware that it is greenwashing of the worst kind: it is tinged with green, it abuses words like bio, organic, eco, recycling. A bit like McDonald’s restyling. It does not refer to the ethics of workers or to any specific plan to reduce the environmental impact. It is performative.

Not only does it deceive us about what are the real intentions of these companies (that is: money money money), but it pushes us once again to buy products that we may not even need (that is: it is so green!).

Let us also remember that giants corporations like L’Oreal also have the power to bury small companies that are truly sustainable: for us who already know how to swim through the sea of ​​environmental information and disinformation, it can be easy to understand the deception. This is not the case for everyone.

The only positive note that I would like to say is that by finding them in the supermarket, someone could become curious and, in the future, inquire enough to make the leap towards a life with low environmental impact. I am very skeptical though because organic products and soaps have already been present in supermarkets for years: it is probably not the products that trigger the spark in the conscience, but something else.

What? We’ll talk about it when I find out.

I believe it is necessary to understand where we want to direct our choices. Did you take the saying, do we vote every time we shop?

Our money has the power to change things. The way we spend them, but especially the way we don’t spend them, affects the market out there. Deciding to buy and talk about small producers, truly sustainable companies, which are born or which turn towards a green soul, is the only way we have to ensure that sustainability is not mistaken for pure marketing. 

It is not forbidden to buy at the supermarket: a good zero waste shopping can also be done in large chains, as evidenced by the stingy zero waste of my partner-in-crime. We just need to be aware of it.

Does this mean that I will no longer go to the supermarket? No. I will continue to shop also there and choose what for me, at that particular moment, is the most sustainable product possible. Does this mean that I will no longer buy from large multinationals? No. I’ll try to choose based on many things including my financial availability and type of product.

It means that, when I can, I want to vote with my wallet for the values with which I have chosen to live my life. And in this, unfortunately, there can be no room for those companies that bend them in the name of mere profit.

Voce del verbo? Comprare

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Quando ero piccola mio padre sapeva esattamente quando stavo per chiedergli di comprarmi qualcosa. Facevo una voce diversa, assumevo un tono lezioso, e lui mi prendeva in giro dicendo: voce del verbo? Comprare.

Mi è tornata in mente questa scena perché lo scorso fine settimana sono stata in montagna, vicino a Lecco. Non si tratta purtroppo di alta montagna, ma piuttosto di collina scoscesa, e questo la rende affollata, soprattutto durante il weekend. Famiglie, bambini, coppie, gruppi di amici: insomma, avete presente.

Da brava pettegola, allungavo l’orecchio ogni volta che qualcuno mi passava accanto. Mi piace sentire scorci di discorsi o monologhi, perché poi nella mia testa diventano delle storie vere e proprie. Nico lo sa, e ad un certo punto, mentre salivamo verso la cima, ha detto: “ma perché tutti stanno parlando di comprare cose?”

Era vero. Quasi tutte le persone che avevamo incontrato parlavano di soldi, oppure di comprare oggetti. Una coppia discuteva di comprare casa. Una triade discuteva sul fatto che 3000 euro non fossero poi tanti. Un’altra coppia parlava di matrimonio, e cosa comprare per la cerimonia. Un altro prendeva in giro la sua compagna: cosa fai con quei soldi? Te li porti nella tomba? E spendili!

I soldi, insomma, ci ossessionano. E’ normale: fanno parte della nostra vita e non potremmo andare avanti senza.
Ma quando ne siamo diventati così maniacalmente attaccati, tanto da discuterne anche quando siamo all’aria aperta in mezzo alla natura?

Voce del verbo? Comprare. E’ quello che dobbiamo fare per andare avanti nella vita, no?
Comprare una macchina per andare a lavoro.
Comprare una casa.
Comprare le bomboniere per il matrimonio.
Comprare dei bei vestiti, che ci rappresentano.
Comprare quella borsa, che è così all’ultima moda.
Comprare qualsiasi cosa per i figli, che a loro dobbiamo dare tutto.

Altrimenti?
Altrimenti poi si rimane indietro, mente tutti gli altri vanno avanti. Ma avanti dove?

Qualche anno fa ho comprato la mia prima macchina. Una Seicento di seconda mano. Da laureata in filosofia, mai avrei pensato di potermi permettere una macchina. Ma era una delle tappe che dovevo fare nella mia vita, vero? Chi è che vive senza macchina?

Il problema è che dopo averla comprata mi sono resa conto che io, in fondo, non la volevo. Principalmente per il fatto che è una noia mortale: metti benzina, gonfia le ruote, controllala quando c’è qualcosa che non va. Ma chi me l’ha fatto fare?

Così mentre salivo per quella montagna che piuttosto era una collina un po’ ripida, ripensavo a tutte le tappe che ci vengono imposte come prestabilite. Un bel lavoro. Una bella casa, che poi dove? E se ti vuoi spostare? Un matrimonio. Dei figli. Le scarpe sempre nuove, la borsa sempre firmata. I soldi li devi spendere, che fai, te li porti nella tomba? E poi più ne spendi più ne vuoi. Voce del verbo? Comprare.

Alla fine le cose che compri ti definiscono. E molte persone si fanno catturare dalla spirale delle convenzioni, me compresa. Poi ho realizzato che va bene anche così. Non è quello che compro che mi definisce. E’ decisamente l’opposto: tutto ciò che sono libera di non far entrare nella mia vita, nonostante tutto intorno a me punti in quella direzione.

ENG

The verb “to buy”

When I was little my father knew exactly when I was going to ask him to buy me something. I made a different voice, I assumed a tender tone, and he made fun of me saying: which one is the verb? To buy.

This scene came back to mind because last weekend I was in the mountains, near Lecco. Unfortunately, it is not high mountain, but rather a sheer hill, and this makes it crowded, especially during the weekend. Families, children, couples, groups of friends: you know. A nice sunny Sunday outside.

As a good gossip-girl, I listened every time someone passed me. I like to hear glimpses of conversations or monologues, because then in my head they become real stories. Nico knows this, and at one point, as we climbed to the top, he said: “why is everyone talking about buying things?”

It was true. Most of the people we passed by were talking about money, or about buying things. A couple were discussing buying a house. A triad argued that € 3,000 was not that much. Another couple were talking about marriage, and what to buy for the ceremony. Another made fun of his partner: what do you do with that money? Are you taking them to your grave? Just spend them!

Money, in short, obsess us. It is normal: they are part of our life and we could not go on without them. 

But when did we become so obsessively attached to it, enough to discuss it even when we are outdoors in the midst of nature?

Which one is the verb? To buy. That’s what we have to do to move forward in life, isn’t it? 

Buy a car to go to work. 

Buying a house. 

Buy wedding gifts. 

Buy nice clothes that represent us. 

Buy that bag, which is so trendy. 

Buy anything for the children, which we must give everything to them.

Otherwise? 

Otherwise you fall behind, while all the others go forward. But forward where?

A few years ago I bought my first car. A second-hand Seicento. As a graduate in philosophy, I never thought I could afford a car. But it was one of the stages I had to do in my life, right? Who is it that lives without a car?

The problem is that after buying it, I realized that I, after all, didn’t want it. Mainly because it is a deadly bore: put gas in it, inflate the wheels, check it when something is wrong. Who made me do it?

So while I was climbing up that mountain which was rather a rather abrupt hill, I thought back to all the stages that are imposed on us as predetermined. A nice job. A beautiful house, but where? What if you want to move? A wedding. Of the children. Always new shoes, always designer bags. You have to spend the money, what do you do, take it to your grave? And then the more you spend the more you want. Which one is the verb? To buy.

In the end, the things you buy define you. And many people get caught up in the spiral of convention, including myself. Then I realized that that’s okay too. It is not what I buy that defines me. It is the opposite: everything that I am free not to let into my life, despite everything around me points in th opposite direction.