Il movimento zero waste è abilista

Click here for English version

La mia esperirenza prima e dopo la malattia cronica

Quando ho iniziato a vivere in modo “sostenibile” ero una studentessa universitaria e non avevo nessuna malattia cronica. Passavo i pomeriggi a cercare su internet le soluzioni più ecologiche, cercavo di prevedere quanti e quali rifiuti avrei potuto produrre. Ridurre il mio impatto ambientale significava essere perfetta. In fondo, in ballo c’è la salvaguardia del pianeta, e per gran parte della mia vita non avevo fatto nulla.

Comprare qualcosa imballato nella plastica mi faceva sentire ipocrita, così come dimenticarmi la borraccia. Piuttosto, non bevevo: se non avevo la mia borraccia, tanto valeva morire di sete. Tralasciamo il mio stato d’animo tutte quelle volte in cui ho dimenticato di dire che non volevo la cannuccia nello spritz.

Quanto sforzo può mai volerci per fare una spesa sfusa? E per usare una coppetta al posto degli assorbenti? Avevo tantissimo tempo libero, e mi immedesimavo in tutti gli articoli, soprattutto statunitensi, che leggevo online. Ero giovane, e quando si è giovani si è radicali in modo ingenuo, superficiale.

Uno dei leitmotiv più gettonati riguardante le eccezioni è sempre stato, anche agli inizi del movimento zero waste online, quello dei farmaci. Se hai bisogno di farmaci, purtroppo, non si può fare nulla. Basta dividere il blister dalla scatolina, e si risolve tutto col riciclo. Non ti preoccupare. Per così poco?

Ma l ə zero waster della prima ora, quellə durə e purə che trascinavano ovunque zaini pieni di barattoli di vetro, ammettevano eccezioni solo in pochissimi casi. Il blister di plastica era il metro di paragone del bravə zero waster: può essere messo dentro una waste jar (il barattolo che molti zero waster utilizzano per tenere traccia dei rifiuti) e soprattutto è un rifiuto una tantum: finito il blister, poteva essere dimenticato insieme alle etichette e agli scontrini.

Poi è arrivato il diabete tipo 1

Tutta la narrazione che ruotava intorno allə zero waster perfettə mi è crollata addosso quando mi è stato diagnosticato il diabete di tipo 1. Gran parte delle mie giornate erano organizzate in modo da avere il minor impatto ambientale possibile. Lo zero waste mi faceva stare bene, e per stare bene dovevo dare il massimo, sempre e comunque.

Poi improvvisamente ho iniziato a fare i controlli glicemici. Sapete come si controlla la glicemia? Con un pungidito: una aghetto a scatto che punge la pelle e fa uscire una gocciolina di sangue capillare; questa gocciolina viene poggiata in una striscetta reattiva inserita in un glucometro, e in pochi secondi restituisce un valore.

Insieme ai controlli, prima dei pasti, un’iniezione di insulina. Questa è più facile: è quasi come un’iniezione normale, solo che si usa una penna nella quale viene infilato un aghetto piccino, sempre imballato nei suoi due tappini di plastica. L’ultima iniezione, quella dell’insulina lenta, prima di andare a dormire.

I controlli della glicemia. Ogni giorno per sei volte al giorno. Sei striscette, un pungidito per ogni giornata. Una settimana, quarantadue striscette, sette pungidito.
Le iniezioni di insulina. Quattro iniezioni al giorno. Ventotto iniezioni alla settimana. Cinquantasei tappini di plastica non riciclabili.
Le scatoline di carta. I bugiardini. Il film di plastica ovunque. Le salviettine disinfettanti. L’applicatore del sensore che non è possibile differenziare.

Conservavo i tappini dentro un bidoncino di plastica, nascosti sotto il lavandino. All’inizio era come se non esistessero, non potevano essere i miei rifiuti. Crescevano, si accumulavano. Possibile che nessunə mi avesse mai detto che per vivere una vita a basso impatto ambientale dovevo essere necessariamente abile?

Quando ne ho parlato su instagram, molte persone mi hanno detto: ma non c’è scritto da nessuna parte. È vero, non c’era scritto da nessuna parte: ma proprio per il fatto che non fosse menzionata e raccontata da nessuno, la mia vita era impossibile.

Un problema di abilismo

Ci sono voluti anni prima che mi rendessi conto che la community zero waste online ha un grosso problema di abilismo.

Pensateci: quante volte abbiamo messo like a un post contro le cannucce, senza neanche pensare che quei diavoli di plastica siano, per alcune persone, l’unico modo per bere in maniera indipendente? Quante volte abbiamo schifato gli assorbenti usa e getta senza pensare che forse, per alcune persone, non ci sono alternative?

Quante volte invece abbiamo pensato che tutto è relativo, e che la plastica non può essere sempre il male assoluto?
Io, prima del diabete, non ci pensavo mai.

Per me la plastica era il male, perché la mia prospettiva era limitata e il mio obiettivo era arrivare ad essere perfettamente in linea con i miei valori. Volevo essere quella che non sarebbe mai arrivata allo zero ma quasi. Quel “quasi” era tutto. Dopo il diabete, ho capito che nella mia vita non mi sarei mai più neppure avvicinata allo zero dello zero waste: la plastica rientrava a far parte prepotentemente delle mie giornate, e stavolta non potevo sfuggirle.

Rappresentazione e inclusività

Raccontare un’unica storia, come direbbe Chimamanda Ngozi Adichie, è pericoloso. Eppure per molto tempo il movimento ambientalista zero waste l’ha fatto.

Si è dimenticato di tutti coloro che non potevano fare a meno della plastica, di tutti coloro che per un motivo o per l’altro non avrebbero mai potuto racchiudere tutti i loro rifiuti in una mason jar. Si è dimenticato di raccontare che non esiste un solo modo di essere ambientalisti, ma che ognuno di noi può esserlo nonostante i compromessi che la vita richiede ogni giorno.

La mia malattia, durante questi anni, mi ha insegnato questo: che nonostante tutto mai nessuno potrà dirmi cosa non essere. Per me sarebbe stato molto più facile dimenticarmi tutto e vivere la mia vita come se l’ambientalismo non fosse mai successo. Sarebbe stato anche molto facile credere di non potercela fare piuttosto che farlo e basta: nessuno mi rappresentava quando ho iniziato a scrivere e raccontare la mia vita zero waste con una malattia cronica.

C’era chi diceva “sono ambientalista nonostante faccia ancora la spesa al supermerato”. C’era chi diceva “sono ambientalista anche se prendo la macchina ogni giorno”. Ma vi assicuro, non c’era nessuno che diceva ad alta voce e senza vergognarsi: sono ambientalista nonosante una malattia che mi costringe a produrre CHILI di rifiuti di plastica non riciclabile per il resto della mia vita.

Non è facile uscire allo scoperto quando non c’è nessuno simile a noi. Quando ho iniziato a scrivere di diabete, era come se l’argomento fosse sempre separato dal mio impegno per l’ambiente. O scrivevo dell’uno, o scrivevo dell’altro. I post si alternavano, come se fossero due argomenti distinti, che non avessero nulla a che fare l’uno con l’altro.

Poi mi sono resa conto che dalla diagnosi il mio impegno è cambiato. Non è più ingenuo e incentrato solo su me stessa. Il diabete mi ha dato modo di andare oltre, di percepire ciò che dico e faccio come parte di qualcosa di più grande; di tradurlo, in un certo senso, in azioni più concrete e che vanno oltre la mia persona. Mi ha aiutato a capire che le scelte personali sono una goccia nell’oceano.

Da quel momento ho avuto modo di parlare con tante persone che hanno avuto i miei stessi dubbi. Un giorno una ragazza mi ha scritto: come posso salvare l’ambiente se la mia malattia mi costringe a tutto questo?

Il movimento zero waste è abilista? Sì. In molti casi lo è, e non ce ne rendiamo conto perché abbiamo il privilegio di coltivare il nostro orticello senza pensare a ciò che sta fuori. Io per prima ci ho messo mesi per accettare che tutto ciò che avevo fatto fino a quel momento era abilista e proveniva da una posizione di profondo privilegio.

Quella domanda mi ha ricordato tutte le volte che ho fatto questa domanda a me stessa. Mi sono ricordata tutte le volte che ho risposto che no, non potevo. Che non avrei mai più riempito una mason jar. Che non avrei più buttato il sacchetto dell’indifferenziata una volta ogni sei mesi. Che non avrei mai più potuto parlare di come vivere una vita a basso impatto ambientale. Che puttosto sarebbe stato meglio non fare nulla. O forse no.

ENG

The zero waste movement is ableist

My experience before and after my chronic illness diagnosis

When I started living a “sustainable” life I was a university student and I didn’t have any chronic illnesses. I spent the afternoons searching the internet for the most ecological solutions, trying to predict how much and what kind of waste I would have produced. Reducing my environmental impact meant being perfect. After all, saving the planet was the most important thing and for most of my life, I had done nothing.

Buying something packed in plastic made me feel dishonest, as did forgetting my reusable water bottle. Rather, I didn’t drink: if I didn’t have my water bottle, I might as well die of thirst. Let’s leave out my mood all those times when I forgot to say that I didn’t want the straw in my drink.

How much effort can it ever take to go shopping in bulk? And what about using a cup instead of sanitary pads? I had a lot of free time, and I empathized with all the articles, especially written by US influencers, that I read online. I was young, and when you are young you are radical in a naive, superficial way.

One of the most popular leitmotifs regarding exceptions has always been, even at the beginning of the zero-waste online movement, medicines. If you need medication, unfortunately, nothing can be done. Just divide the blister from the box, and everything is solved with recycling. Don’t worry. For something so small?

But the first zero wasters, the hard and pure activists who dragged backpacks full of glass jars everywhere, allowed exceptions only in very few cases. The plastic blister was the standard for the good zero wasters: it can be placed inside a waste jar and above all, it’s a one-time-thing: the blister is finished, it could be forgotten with the labels and receipts.

Then type 1 diabetes arrived

The whole narrative that revolved around the perfect environmentalist collapsed on me when I was diagnosed with type 1 diabetes. Most of my days were organized in such a way as to have the least possible environmental impact. Zero waste made me feel good, and to feel good I had to give my best, always and in any situation.

Then suddenly I started doing blood glucose checks. Do you know how to control blood sugar? With a lancing device: a snap needle that pricks the skin and releases a droplet of capillary blood; this droplet is placed in a reactive strip inserted in a glucometer, and in a few seconds it returns a value.

Together with the checks, before meals, an injection of insulin. This is easier: it is almost like a normal injection, only you use a pen in which a tiny needle is inserted, always packed in its two plastic caps. The last injection, that of slow insulin, before going to sleep.

Blood glucose checks. Every day six times a day. Six strips, a lancing device for every day. One week, forty-two strips, seven lancing devices. 
The insulin injections. Four injections a day. Twenty-eight injections per week. Fifty-six non-recyclable plastic caps. 
The paper boxes. The leaflets. Plastic film everywhere. The disinfectant wipes. The sensor applicator which cannot be differentiated.

I kept them in a plastic bin, hidden under the sink. At first, it was as if they didn’t exist, they couldn’t be my waste. They grew, they accumulated. Was it possible that no one had ever told me that to live a life with a low environmental impact I had to be abled?
When I talked about it on Instagram, many people told me: but it is not written anywhere that you cannot keep up with your life. True, it wasn’t written anywhere: but precisely because it wasn’t mentioned and told by anyone, my life felt impossible.

An ableism problem

It took me years before I realized that the online zero waste community has a big ableism problem.

Think about it: how many times have we liked a post against straws, without even thinking that those plastic devils are, for some people, the only way to drink autonomously? How many times have we disgusted disposable pads without thinking that maybe, for some people, there are no alternatives?

How many times, on the other hand, have we thought that everything is relative, and that plastic cannot always be absolute evil? 
I can say that, before diabetes, I never thought about it.

For me, plastic was bad, because my perspective was limited and my goal was to be perfectly in line with my values. I wanted to be the one who would never reach zero but almost be there. That “almost” was everything. After diabetes, I realized that in my life I would never even get close to that: plastic was a major part of my days, and this time I could not escape it.

Representation and inclusivity

Telling a single story, as Chimamanda Ngozi Adichie would say, is dangerous. Yet for a long time, the zero-waste environmental movement has done so.

He has forgotten all those who could not do without plastic, all those who for one reason or another could never enclose all their waste in a mason jar. He forgot to mention that there is not just one way to be environmentalists, but that each of us can be, despite the compromises that life requires every day.

My illness, during these years, has taught me this: that despite everything, nobody will ever be able to tell me what I could be. It would have been so much easier for me to forget everything and live my life as if environmentalism never happened. It would also have been very easy to believe that I couldn’t do it rather than just do it: no one represented me when I started writing and telling my zero waste life with a chronic illness.

Some said, “I am an environmentalist even though I still shop at the supermarket”. Some said, “I’m an environmentalist even if I take the car every day”. But I assure you, no one was saying out loud and without being ashamed: I am an environmentalist despite a disease that forces me to produce A HUGE AMOUNT of non-recyclable plastic waste for the rest of my life.

It is not easy to come out when there is no one like us. When I started writing about diabetes, it was as if the topic was always separate from my commitment to the environment. Either I wrote about one, or I wrote about the other. The posts shifted as if they were two distinct topics, which had nothing to do with each other.

Then I realized that my commitment has changed since the diagnosis. It is no longer naive and focused only on myself. Diabetes has allowed me to go further, to perceive what I say and do as part of something bigger; to translate it, in a certain sense, into more concrete actions that go beyond my person. It helped me understand that personal choices are a drop in the ocean.

Since that moment I have had the opportunity to speak with many people who have had the same doubts as mine. One day a girl wrote to me: how can I save the environment if my illness forces me to do all this?

Is the zero waste movement abilist? Yes. In many cases it is, and we do not realize it because we have the privilege of cultivating our own garden without thinking about what is outside the fence. For me, it took me months to accept that everything I had done up to that point was an enabler and came from a position of profound privilege.

That question reminded me of all the times I’ve asked myself the same thing. I remembered all the times I said no, I couldn’t. That I would never fill just one mason jar again. That I would never have thrown away the trash once every couple of months. That I would never again be able to talk about how to live a life with a low environmental impact. That it was better to do nothing than anything like this. Or maybe not.

Sono stata ospite in uno dei miei podcast preferiti

C’è una prima volta per tutto, ma alcune prime volte sono meglio di altre: qualche settimana fa ho registrato per la prima volta un podcast, ospite di Anne Laure, ovvero The Imperfect Green Girl.
Con Anne ci siamo conosciute esattamente un anno fa: zero waster francese trapiantata a Milano, con lei ho avuto la fortuna di scambiare idee, aperitivi e di condividere il mio percorso durante gli scorsi mesi.

Quando mi ha chiesto di partecipare a The Imperfect Green Girl per parlare di privilegio e di zero waste oltre lo zero waste, sapevo già che sarebbe stato stimolante, ma anche difficile. Prima di tutto perché ho sempre preferito le parole scritte a quelle parlate, ma soprattutto perché parlare di privilegio a persone privilegiate da persona privilegiata… è sicuramente una sfida.

Penso possiate sentirlo nei primi minuti della puntata: come quando incontro qualcuno per la prima volta mi trema la voce, ho paura di dire qualcosa di sbagliato, di non essere all’altezza. E tanto di cappello alla padrona di casa, che invece riesce a mettermi perfettamente a mio agio. Dopo qualche minuto dimentico che stiamo registrando, inizio a parlare a ruota libera, dimenticando la scaletta, quello che avevo programmato e che ci eravamo preparate.

Partiamo dalla fine: la puntata potete ascoltarla qui. È vero, dura 50 minuti, ma non fatevi spaventare: i podcast di Anne scorrono piacevoli come un torrente estivo e allo stesso tempo fanno riflettere su tantissime tematiche legate al mondo zero waste.

Insieme abbiamo cercato di dare una panoramica su cosa si intende per privilegio, facendo degli esempi concreti su cosa significa avere a disposizione tempo, soldi e vivere in un luogo in cui l’accesso a prodotti sostenibili è semplice e alla portata di tutti.

Ho cercato di rievocare dei cortocircuiti con i quali ho sempre avuto a che fare fin da piccola: uno fra tanti l’aver convissuto per anni con una bomba pronta a esplodere da un momento all’altro. Il bacino dei fanghi rossi di Portovesme e la produzione di alluminio proprio lì, accanto al mare, quando ancora tutto il mondo intorno è ignaro di quello che potrebbe succedere. E se da un latola mia testa da ambientalista diciottenne naïf, durante la crisi che ha portato l’azienda a trasferire tutta la produzione, asseriva che devono chiudere perché l’ambiente è più importante di qualsiasi altra cosa, dall’altro lato della barricata c’erano famiglie che lottavano per manternere aperto, perché tra morire oggi di stenti e morire domani con la pancia piena, la soluzione può essere sempre e solo una.

Perché nella realtà niente è facile ed esistono solo mezze misure.

Durante la puntata Anne mi ha chiesto la mia definizione di intersezionalità: ho usato l’immagine del prisma per cercare di fare luce sul fatto che tutte le lotte sono collegate tra loro: quella ambientalista, quella sociale, quella femminista, quella queer, quella delle persone disabili. In passato mi sono trovata a dover fare i conti sul fatto che i temi trattati su questo blog fossero parziali. Ho imparato a mettermi in discussione, ho imparato ad ascoltare anche persone con le quali non sono d’accordo.

Concludiamo il podcast con un argomento di cui dovremmo discutere per ore: l’azione individuale contro l’azione collettiva. Una critica che rivolgo sempre prima di tutto a me stessa, e che spero possa far riflettere anche a voi. Sono più rilassata, riesco addirittura a sorridere mentre mi rendo conto di aver dimenticato più della metà delle cose che volevo dire.

P.s.: ad un certo punto della puntata parlo di piante di cachi con le liane… mi sto riferendo ai kiwi. Un giorno, passeggiando con Nico, ci siamo persi nella campagna veronese, ed è stato in quel momento che, a 27 anni suonati, ho scoperto che i kiwi crescono in questo modo strambo. A volte, per vedere la realtà delle cose, bisogna proprio sbatterci contro.

Alcuni link utili:
Kimberle Crenshaw, Demarginalizing the Intersection Between Race and Sex, 1989;
L’incidente di Ajka, in Ungheria, al quale faccio riferimento a metà puntata;
Articolo sulla fast fashion: Fast fashion: ambientalismo, femminismo e privilegio;
Articolo sul mito della sovrappopolazione: Siamo troppi nel mondo?

Fast fashion: ambientalismo, femminismo e privilegio

Click here for English version

Nel 2013 il mondo aprì gli occhi e scoprì cosa si nasconde dietro i vestiti a basso costo indossiamo tutti i giorni. Durante le prime ore del mattino alla periferia di Dacca, capitale del Bangladesh, un edificio commerciale conosciuto come Rana Plaza crollò uccidendo 1129 donne che lavoravano nelle industrie tessili presenti all’interno.

Un crollo preannunciato, che il giorno prima aveva fatto evacuare tutte le altre attività presenti nell’edificio, eccetto quelle che producevano capi di abbigliamento da esportare in Occidente: Benetton, Zara, Stradivarius, Mango, Primark. Tutti brand che conosciamo perfettamente: i produttori terzisti che confezionavano gli abiti per loro decisero di non evacuare e di continuare con la produzione.

Il crollo del Rana Plaza scoperchiò il vaso di pandora: scoprimmo un sistema fatto di sfruttamento, turni massacranti, nessun rispetto per l’ambiente e per le lavoratrici.

Al tempo io compravo mensilmente dai marchi che vi ho citato prima. Non mi occupavo ancora di sostenibilità, ma ricordo perfettamente che, una volta sentita la notizia, la mia prima reazione fu un profondo senso di colpa per quello che era successo. Millecentoventinove persone erano morte solamente per cucire, tingere, confezionare i vestiti che io avevo indosso.

Questa reazione è forse il motivo per cui chi si occupa di sostenibilità cerca di “far aprire gli occhi a più persone possibili”. E’ vero in fondo che il nostro consumismo ci ha spinti fino a qui, è vero che la nostra cultura contemporanea ci ha abituato ad avere tutto, subito e a bassissimo prezzo, anche a discapito della crisi climatica in atto. Ma ci sono dei ma.

Con questo post vorrei riflettere insieme a voi su due cose. La prima: questo sistema di sfruttamento è davvero colpa di noi consumatori? La seconda: puntare il dito contro chi compra fast fashion è giusto?

Colpa e responsabilità

Sto riflettendo molto su questi due concetti, e ancora non c’è nella mia mente una soluzione chiara, però voglio provare ad abbozzare il mio ragionamento applicandolo alla fast fashion. Di chi è la colpa? Di me che consumo e che ho certe abitudini? Di chi produce? O, rigirando la domanda, è mia responsabilità cambiare il mondo? Fin dove posso arrivare?

Inizio col dirvi che non ho tutte le risposte a queste domande, soprattutto per quanto riguarda la colpa e la responsabilità. In questo momento credo che la responsabilità sia soprattutto di un sistema di consumo capitalista e malato, basato unicamente sullo sfruttamento: delle risorse, delle persone, del nostro portafoglio.

Le aziende sicuramente godono di questo sistema: ci hanno abituato a mode sempre più veloci, ciò che compriamo quest’anno non andrà più bene per l’anno successivo, in una corsa infinita di acquisti sempre più frenetici nel tentativo di stare al passo con chi ci sta intorno. E’ un cerchio infinito che torna sempre al punto di partenza.

Privilegio

In questa seconda parte invece vorrei soprattutto soffermarmi sul fatto che l’accessibillità ai capi di abbigliamento sostenibili (che siano essi prodotti eticamente o di seconda mano) è un privilegio, sotto diversi punti di vista.

Qualche giorno fa su Instagram è circolato molto un post che diceva che chi compra fast fashion non può essere femminista. Eppure, oggi, la moda sostenibile non è accessibile a diverse categorie di persone, e purtroppo ha un grosso problema di abilismo, grassofobia e classismo. Cercherò di affrontare questi tre temi separatamente.

Abilismo

Vi ricordate quando abbiamo puntato tutti il dito contro le cannucce? In quel momento, se avessimo potuto, avremmo incenerito tutte quelle presenti sulla faccia della terra. Facendo del male e discriminando, per ignoranza, tantissime persone disabili che grazie al loro utilizzo hanno migliorato la loro qualità della vita.

Che dire dei vestiti? Immaginate quanto sia difficile per una persona disabile trovare dei capi di abbigliamento conformi al suo corpo. Pensate a quanto sia difficile già per una persona abile trovare dei capi di abbigliamento in un mercatino dell’usato o da un produttore sostenibile: spesso le taglie sono sempre le stesse, standard e pensate su un unico modello. Pensate alle infinite esigenze che tante persone possono avere: un’altra idea che mi viene così, sul momento, è quella di avere un microinfusore sempre attaccato a corpo, per esempio.

Grassofobia

Il discorso dell’accessibilità si amplia soprattutto se pensiamo anche alle persone grasse. E’ facile scegliere dove comprare i nostri capi di abbigliamento quando si ha una taglia compresa tra XS e XL; diventa molto più difficile per persone che non rientrano nelle misure che vengono considerate standard (non si sa, poi, rispetto a cosa).

In questi casi è difficile che i nostri parenti abbiano qualcosa della giusta taglia e che vesta bene; non possiamo sicuramente partecipare a uno swap party; per non parlare della “selezione” di capi che è possibile trovare nei negozi di seconda mano. Per le persone grasse, l’alternativa si riduce spesso alla fast fashion.

Classismo

Sapete cosa significa gentrificazione? La Treccani dice: Riqualificazione e rinnovamento di zone o quartieri cittadini, con conseguente aumento del prezzo degli affitti e degli immobili e migrazione degli abitanti originari verso altre zone urbane.

Applichiamo ora questo concetto ai negozi di seconda mano. Cosa succede quando la domanda cresce? Ovviamente i prezzi aumentano. E che dire di coloro per i quali i negozi di seconda mano rappresentano l’unica opzione di acquisto?

Non voglio dire che dovremmo smettere di comprare nei negozi di seconda mano, anzi. Vorrei sottolineare però come lo shopping secondhand non debba diventare una valvola di sfogo, un modo per direzionare le abitudini di consumo poco sane che avevamo in precedenza nelle catene fast fashion. Ben venga acquistare capi già usati in precedenza, ma pensiamo sempre se le cose che stiamo acquistando ci servano veramente.

Che dire invece delle aziende sostenibili? Faccio un piccolo disclaimer: io stessa, quando ho avuto il bisogno e la possibilità di acquistare dei capi di abbigliamento, mi sono rivolta a realtà sostenibili. E nel momento in cui ho iniziato a farlo, ho capito quanto privilegio avessi nel poter fare questa scelta.

I capi di abbigliamento sostenibili sono molto più costosi dei capi della fast fashion. Correttamente: le aziende sostenibili ed etiche infatti non solo puntano sulle materie prime e sulla lavorazione, ma anche e soprattutto sul rispetto dell’ambiente e dei diritti dei lavoratori. Paghe giuste ed eque corrispondono a un prezzo finale maggiore.

Tantissime persone però non possono permettersi acquisti di questo tipo: chi è in grado di farlo, ha un grosso privilegio economico che non è la norma, quanto piuttosto l’eccezione.

Che fare, dunque?

Come vi avevo anticipato, non ho le risposte a tutte queste domande. Prima di tutto però dovremmo smettere di puntare il dito verso chi compra da Zara, e direzionarlo verso l’azienda stessa, l’unica che può attuare dei cambiamenti sostanziali al suo modello produttivo. Poi, dovremmo ripensare al modello che ha permesso questa deriva, proponendone uno alternativo che sia non solo rispettoso dell’ambiente ma anche inclusivo.

Dobbiamo ricordarci che lottare per un mondo sostenibile significa lottare contro un sistema di consumi e ingiustizie, non contro la nostra vicina di casa che non si veste di lino. Non possiamo puntare il dito contro gli altri per ciò che possono o non possono comprare.

Ricordo ancora, tristemente, le battute che circolavano qualche tempo fa sui social, sulle persone che puzzano quando indossano il poliestere. Ho ripensato a me stessa a quando il poliestere era l’unica cosa che potevo permettermi, ho ripensato a quella mia compagna delle medie che veniva vestita sempre nello stesso modo, ogni giorno, tutti i giorni, ho ripensato a tutte le donne in Bangladesh che sono morte sotto il crollo, e chissà cosa indossavano loro, e chissà quanto puzzavano i loro corpi sotto le macerie.

ENG

Fast fashion: environmentalism, feminism and privilege

In 2013 the world opened its eyes and discovered what lies behind the cheap clothes we wear every day. During the early hours of the morning on the outskirts of Dhaka, the capital of Bangladesh, a commercial building known as Rana Plaza collapsed, killing 1,129 women who worked in the textile industries inside.

A predictable collapse. The day before the tragedy, the bottom floor of the building was evacuated, and all the other activities stopped, except for textile production: Benetton, Zara, Stradivarius, Mango, Primark. These are all brands that we know perfectly: the subcontractor producers who made the clothes for them decided not to evacuate and to continue with the production.

The collapse of the Rana Plaza uncovered Pandora’s box: we discovered a system made up of exploitationgrueling shiftsno respect for the environment and for workers.

At the time I was buying monthly from the brands I mentioned earlier. I wasn’t concerned with sustainability yet, but I remember perfectly that, once I heard the news, my first reaction was a deep sense of guilt for what had happened. One hundred twenty-nine people had died just to sew, dye, make the clothes I was wearing.

This reaction is perhaps the reason why those involved in sustainability try to “open the eyes of as many people as possible”. It is true that our consumerism has pushed us this far, it is true that our contemporary culture has accustomed us to having everything, immediately and at a very low price, even at the expense of the climate crisis in progress.

With this article, I would like to reflect with you on two things. The first: is this system of exploitation really the fault of us consumers? The second: is it right to point the finger at those who buy fast fashion?

Guilt and responsibility

I am reflecting a lot on these two concepts, and there is still no clear answer in my mind, but I want to try to outline my reasoning by applying it to fast fashion. Whose fault is it? What do I consume about me and have certain habits? Whose does it produce? Or, turning the question around, is it my responsibility to change the world? How far can I go?

I start by telling you that I don’t have all the answers to these questions, especially with regards to guilt and responsibility. At this moment I believe that the responsibility lies above all with a capitalist and sick consumption system, based solely on exploitation: of resources, of people, of our wallet.

Companies certainly enjoy this system: they have accustomed us to ever-faster fashions, what we buy this year will no longer be good for the next one, in an endless rush of increasingly frenetic purchases in an attempt to keep up with those who are around us. It is an infinite circle that always returns to the starting point.

Privilege

In this second part, however, I would especially like to focus on the fact that access to sustainable clothing (whether ethically produced or second-hand) is a privilege, from various points of view.

A few days ago a post was circulated on Instagram saying that those who buy fast fashion cannot be feminists. Yet, today, sustainable fashion is not accessible to different categories of people, and unfortunately, it has a big problem of ableismfatphobia and classism

Ableism

Do you remember when we all pointed the finger at straws? At that moment, if we could, we would have incinerated all those present on the face of the earth. By doing harm and discriminating, out of ignorance, many disabled people who thanks to their use, have improved their quality of life.

What about clothes? Imagine how difficult it is for a disabled person to find clothing. Think about how difficult it is already for a skilled person to find clothing in a flea market or from a sustainable manufacturer: often the sizes are always the same, standard, and designed on a single model. Think of the infinite needs that many people may have: another idea that comes to me at the moment is that of having an insulin pump always attached to the body, for example.

Fatphobia

The question of accessibility spreads if we also think of fat people. It is easy to choose where to buy our clothing when you have a size between XS and XL; it becomes much more difficult for people who do not fall within the measures that are considered standard.

In these cases it is difficult for our relatives to have something the right size and fit well; we definitely can’t attend a swap party; not to mention the “selection” of items that can be found in second-hand shops. For fat people, the alternative often is only one the fast fashion.

Classism

Do you know what gentrification meansTreccani says Redevelopment and renovation of city areas or neighborhoods, with a consequent increase in the price of rents and real estate and migration of the original inhabitants to other urban areas.

Let’s now apply this concept to second-hand shops. What happens when the demand grows? Prices rise. And what about those for whom second-hand shops are the only purchase option?

I don’t want to say that we should stop buying from second-hand stores, quite the opposite. I would like to underline, however, that secondhand shopping should not become an outlet, a way to direct the unhealthy consumption habits that we previously had in fast-fashion chains. It is welcome to buy previously used items, but we always think of the things we are buying are useful. What about sustainable companies instead? I make a small disclaimer: I, when I had the need and the opportunity to buy clothing, I turned to sustainable realities. And the moment I started doing it, I realized how privileged I was to be able to make this choice.

Sustainable clothing is much more expensive than fast fashion. Correctly: in fact, sustainable and ethical companies not only focus on raw materials and processing but also, and above all on respect for the environment and workers’ rights. Fair and fair wages correspond to a higher final price. However, many people cannot afford purchases of this type: those who can do so have a great economic privilege that is not the norm, but rather the exception.

What then?

As I told you, I don’t have the answers to all these questions. First of all, however, we should stop pointing the finger at those who buy from Zara, and direct our attention towards the companies, the only ones that can make substantial changes to their production model. Then, we should rethink the model that allowed this drift, and we should think about an alternative one that is not only environmentally friendly but also inclusive.

We must remember that fighting for a sustainable world means fighting against a system of consumption and injustices, not against our neighbor who does not dress in linen. We cannot point the finger at others for what they can or cannot buy.

I still sadly remember the jokes that people made some time ago on social media, about other people who stink when they wear polyester. I thought back to myself when polyester was the only thing I could afford, I thought of my middle school mate who was always dressed the same, every day, every day, I thought about all the women in Bangladesh who died under the Rana Plaza, and who knows what they were wearing, and who knows how their bodies stank under the rubble.

Fonti/resources:

– Netflix, documentario The True Cost;
Wikipedia, Crollo del Rana Plaza di Savar;
The Guardian, Rana Plaza, five years on: safety of workers hangs in balance in Bangladesh;
Dress the Change;
Wild Magazine, Second-hand Shopping: Checking Privilege;
Shona Louise, The Plastic Straw Ban & How It Harms Disabled People.