Fast fashion: ambientalismo, femminismo e privilegio

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Nel 2013 il mondo aprì gli occhi e scoprì cosa si nasconde dietro i vestiti a basso costo indossiamo tutti i giorni. Durante le prime ore del mattino alla periferia di Dacca, capitale del Bangladesh, un edificio commerciale conosciuto come Rana Plaza crollò uccidendo 1129 donne che lavoravano nelle industrie tessili presenti all’interno.

Un crollo preannunciato, che il giorno prima aveva fatto evacuare tutte le altre attività presenti nell’edificio, eccetto quelle che producevano capi di abbigliamento da esportare in Occidente: Benetton, Zara, Stradivarius, Mango, Primark. Tutti brand che conosciamo perfettamente: i produttori terzisti che confezionavano gli abiti per loro decisero di non evacuare e di continuare con la produzione.

Il crollo del Rana Plaza scoperchiò il vaso di pandora: scoprimmo un sistema fatto di sfruttamento, turni massacranti, nessun rispetto per l’ambiente e per le lavoratrici.

Al tempo io compravo mensilmente dai marchi che vi ho citato prima. Non mi occupavo ancora di sostenibilità, ma ricordo perfettamente che, una volta sentita la notizia, la mia prima reazione fu un profondo senso di colpa per quello che era successo. Millecentoventinove persone erano morte solamente per cucire, tingere, confezionare i vestiti che io avevo indosso.

Questa reazione è forse il motivo per cui chi si occupa di sostenibilità cerca di “far aprire gli occhi a più persone possibili”. E’ vero in fondo che il nostro consumismo ci ha spinti fino a qui, è vero che la nostra cultura contemporanea ci ha abituato ad avere tutto, subito e a bassissimo prezzo, anche a discapito della crisi climatica in atto. Ma ci sono dei ma.

Con questo post vorrei riflettere insieme a voi su due cose. La prima: questo sistema di sfruttamento è davvero colpa di noi consumatori? La seconda: puntare il dito contro chi compra fast fashion è giusto?

Colpa e responsabilità

Sto riflettendo molto su questi due concetti, e ancora non c’è nella mia mente una soluzione chiara, però voglio provare ad abbozzare il mio ragionamento applicandolo alla fast fashion. Di chi è la colpa? Di me che consumo e che ho certe abitudini? Di chi produce? O, rigirando la domanda, è mia responsabilità cambiare il mondo? Fin dove posso arrivare?

Inizio col dirvi che non ho tutte le risposte a queste domande, soprattutto per quanto riguarda la colpa e la responsabilità. In questo momento credo che la responsabilità sia soprattutto di un sistema di consumo capitalista e malato, basato unicamente sullo sfruttamento: delle risorse, delle persone, del nostro portafoglio.

Le aziende sicuramente godono di questo sistema: ci hanno abituato a mode sempre più veloci, ciò che compriamo quest’anno non andrà più bene per l’anno successivo, in una corsa infinita di acquisti sempre più frenetici nel tentativo di stare al passo con chi ci sta intorno. E’ un cerchio infinito che torna sempre al punto di partenza.

Privilegio

In questa seconda parte invece vorrei soprattutto soffermarmi sul fatto che l’accessibillità ai capi di abbigliamento sostenibili (che siano essi prodotti eticamente o di seconda mano) è un privilegio, sotto diversi punti di vista.

Qualche giorno fa su Instagram è circolato molto un post che diceva che chi compra fast fashion non può essere femminista. Eppure, oggi, la moda sostenibile non è accessibile a diverse categorie di persone, e purtroppo ha un grosso problema di abilismo, grassofobia e classismo. Cercherò di affrontare questi tre temi separatamente.

Abilismo

Vi ricordate quando abbiamo puntato tutti il dito contro le cannucce? In quel momento, se avessimo potuto, avremmo incenerito tutte quelle presenti sulla faccia della terra. Facendo del male e discriminando, per ignoranza, tantissime persone disabili che grazie al loro utilizzo hanno migliorato la loro qualità della vita.

Che dire dei vestiti? Immaginate quanto sia difficile per una persona disabile trovare dei capi di abbigliamento conformi al suo corpo. Pensate a quanto sia difficile già per una persona abile trovare dei capi di abbigliamento in un mercatino dell’usato o da un produttore sostenibile: spesso le taglie sono sempre le stesse, standard e pensate su un unico modello. Pensate alle infinite esigenze che tante persone possono avere: un’altra idea che mi viene così, sul momento, è quella di avere un microinfusore sempre attaccato a corpo, per esempio.

Grassofobia

Il discorso dell’accessibilità si amplia soprattutto se pensiamo anche alle persone grasse. E’ facile scegliere dove comprare i nostri capi di abbigliamento quando si ha una taglia compresa tra XS e XL; diventa molto più difficile per persone che non rientrano nelle misure che vengono considerate standard (non si sa, poi, rispetto a cosa).

In questi casi è difficile che i nostri parenti abbiano qualcosa della giusta taglia e che vesta bene; non possiamo sicuramente partecipare a uno swap party; per non parlare della “selezione” di capi che è possibile trovare nei negozi di seconda mano. Per le persone grasse, l’alternativa si riduce spesso alla fast fashion.

Classismo

Sapete cosa significa gentrificazione? La Treccani dice: Riqualificazione e rinnovamento di zone o quartieri cittadini, con conseguente aumento del prezzo degli affitti e degli immobili e migrazione degli abitanti originari verso altre zone urbane.

Applichiamo ora questo concetto ai negozi di seconda mano. Cosa succede quando la domanda cresce? Ovviamente i prezzi aumentano. E che dire di coloro per i quali i negozi di seconda mano rappresentano l’unica opzione di acquisto?

Non voglio dire che dovremmo smettere di comprare nei negozi di seconda mano, anzi. Vorrei sottolineare però come lo shopping secondhand non debba diventare una valvola di sfogo, un modo per direzionare le abitudini di consumo poco sane che avevamo in precedenza nelle catene fast fashion. Ben venga acquistare capi già usati in precedenza, ma pensiamo sempre se le cose che stiamo acquistando ci servano veramente.

Che dire invece delle aziende sostenibili? Faccio un piccolo disclaimer: io stessa, quando ho avuto il bisogno e la possibilità di acquistare dei capi di abbigliamento, mi sono rivolta a realtà sostenibili. E nel momento in cui ho iniziato a farlo, ho capito quanto privilegio avessi nel poter fare questa scelta.

I capi di abbigliamento sostenibili sono molto più costosi dei capi della fast fashion. Correttamente: le aziende sostenibili ed etiche infatti non solo puntano sulle materie prime e sulla lavorazione, ma anche e soprattutto sul rispetto dell’ambiente e dei diritti dei lavoratori. Paghe giuste ed eque corrispondono a un prezzo finale maggiore.

Tantissime persone però non possono permettersi acquisti di questo tipo: chi è in grado di farlo, ha un grosso privilegio economico che non è la norma, quanto piuttosto l’eccezione.

Che fare, dunque?

Come vi avevo anticipato, non ho le risposte a tutte queste domande. Prima di tutto però dovremmo smettere di puntare il dito verso chi compra da Zara, e direzionarlo verso l’azienda stessa, l’unica che può attuare dei cambiamenti sostanziali al suo modello produttivo. Poi, dovremmo ripensare al modello che ha permesso questa deriva, proponendone uno alternativo che sia non solo rispettoso dell’ambiente ma anche inclusivo.

Dobbiamo ricordarci che lottare per un mondo sostenibile significa lottare contro un sistema di consumi e ingiustizie, non contro la nostra vicina di casa che non si veste di lino. Non possiamo puntare il dito contro gli altri per ciò che possono o non possono comprare.

Ricordo ancora, tristemente, le battute che circolavano qualche tempo fa sui social, sulle persone che puzzano quando indossano il poliestere. Ho ripensato a me stessa a quando il poliestere era l’unica cosa che potevo permettermi, ho ripensato a quella mia compagna delle medie che veniva vestita sempre nello stesso modo, ogni giorno, tutti i giorni, ho ripensato a tutte le donne in Bangladesh che sono morte sotto il crollo, e chissà cosa indossavano loro, e chissà quanto puzzavano i loro corpi sotto le macerie.

ENG

Fast fashion: environmentalism, feminism and privilege

In 2013 the world opened its eyes and discovered what lies behind the cheap clothes we wear every day. During the early hours of the morning on the outskirts of Dhaka, the capital of Bangladesh, a commercial building known as Rana Plaza collapsed, killing 1,129 women who worked in the textile industries inside.

A predictable collapse. The day before the tragedy, the bottom floor of the building was evacuated, and all the other activities stopped, except for textile production: Benetton, Zara, Stradivarius, Mango, Primark. These are all brands that we know perfectly: the subcontractor producers who made the clothes for them decided not to evacuate and to continue with the production.

The collapse of the Rana Plaza uncovered Pandora’s box: we discovered a system made up of exploitationgrueling shiftsno respect for the environment and for workers.

At the time I was buying monthly from the brands I mentioned earlier. I wasn’t concerned with sustainability yet, but I remember perfectly that, once I heard the news, my first reaction was a deep sense of guilt for what had happened. One hundred twenty-nine people had died just to sew, dye, make the clothes I was wearing.

This reaction is perhaps the reason why those involved in sustainability try to “open the eyes of as many people as possible”. It is true that our consumerism has pushed us this far, it is true that our contemporary culture has accustomed us to having everything, immediately and at a very low price, even at the expense of the climate crisis in progress.

With this article, I would like to reflect with you on two things. The first: is this system of exploitation really the fault of us consumers? The second: is it right to point the finger at those who buy fast fashion?

Guilt and responsibility

I am reflecting a lot on these two concepts, and there is still no clear answer in my mind, but I want to try to outline my reasoning by applying it to fast fashion. Whose fault is it? What do I consume about me and have certain habits? Whose does it produce? Or, turning the question around, is it my responsibility to change the world? How far can I go?

I start by telling you that I don’t have all the answers to these questions, especially with regards to guilt and responsibility. At this moment I believe that the responsibility lies above all with a capitalist and sick consumption system, based solely on exploitation: of resources, of people, of our wallet.

Companies certainly enjoy this system: they have accustomed us to ever-faster fashions, what we buy this year will no longer be good for the next one, in an endless rush of increasingly frenetic purchases in an attempt to keep up with those who are around us. It is an infinite circle that always returns to the starting point.

Privilege

In this second part, however, I would especially like to focus on the fact that access to sustainable clothing (whether ethically produced or second-hand) is a privilege, from various points of view.

A few days ago a post was circulated on Instagram saying that those who buy fast fashion cannot be feminists. Yet, today, sustainable fashion is not accessible to different categories of people, and unfortunately, it has a big problem of ableismfatphobia and classism

Ableism

Do you remember when we all pointed the finger at straws? At that moment, if we could, we would have incinerated all those present on the face of the earth. By doing harm and discriminating, out of ignorance, many disabled people who thanks to their use, have improved their quality of life.

What about clothes? Imagine how difficult it is for a disabled person to find clothing. Think about how difficult it is already for a skilled person to find clothing in a flea market or from a sustainable manufacturer: often the sizes are always the same, standard, and designed on a single model. Think of the infinite needs that many people may have: another idea that comes to me at the moment is that of having an insulin pump always attached to the body, for example.

Fatphobia

The question of accessibility spreads if we also think of fat people. It is easy to choose where to buy our clothing when you have a size between XS and XL; it becomes much more difficult for people who do not fall within the measures that are considered standard.

In these cases it is difficult for our relatives to have something the right size and fit well; we definitely can’t attend a swap party; not to mention the “selection” of items that can be found in second-hand shops. For fat people, the alternative often is only one the fast fashion.

Classism

Do you know what gentrification meansTreccani says Redevelopment and renovation of city areas or neighborhoods, with a consequent increase in the price of rents and real estate and migration of the original inhabitants to other urban areas.

Let’s now apply this concept to second-hand shops. What happens when the demand grows? Prices rise. And what about those for whom second-hand shops are the only purchase option?

I don’t want to say that we should stop buying from second-hand stores, quite the opposite. I would like to underline, however, that secondhand shopping should not become an outlet, a way to direct the unhealthy consumption habits that we previously had in fast-fashion chains. It is welcome to buy previously used items, but we always think of the things we are buying are useful. What about sustainable companies instead? I make a small disclaimer: I, when I had the need and the opportunity to buy clothing, I turned to sustainable realities. And the moment I started doing it, I realized how privileged I was to be able to make this choice.

Sustainable clothing is much more expensive than fast fashion. Correctly: in fact, sustainable and ethical companies not only focus on raw materials and processing but also, and above all on respect for the environment and workers’ rights. Fair and fair wages correspond to a higher final price. However, many people cannot afford purchases of this type: those who can do so have a great economic privilege that is not the norm, but rather the exception.

What then?

As I told you, I don’t have the answers to all these questions. First of all, however, we should stop pointing the finger at those who buy from Zara, and direct our attention towards the companies, the only ones that can make substantial changes to their production model. Then, we should rethink the model that allowed this drift, and we should think about an alternative one that is not only environmentally friendly but also inclusive.

We must remember that fighting for a sustainable world means fighting against a system of consumption and injustices, not against our neighbor who does not dress in linen. We cannot point the finger at others for what they can or cannot buy.

I still sadly remember the jokes that people made some time ago on social media, about other people who stink when they wear polyester. I thought back to myself when polyester was the only thing I could afford, I thought of my middle school mate who was always dressed the same, every day, every day, I thought about all the women in Bangladesh who died under the Rana Plaza, and who knows what they were wearing, and who knows how their bodies stank under the rubble.

Fonti/resources:

– Netflix, documentario The True Cost;
Wikipedia, Crollo del Rana Plaza di Savar;
The Guardian, Rana Plaza, five years on: safety of workers hangs in balance in Bangladesh;
Dress the Change;
Wild Magazine, Second-hand Shopping: Checking Privilege;
Shona Louise, The Plastic Straw Ban & How It Harms Disabled People.

Dove sono gli uomini?

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Questa domanda ci sta frullando nella mente da troppo tempo. Se pensiamo agli uomini che parlano di sostenibilità su instagram ce ne vengono in mentre quattro. Cinque, se proprio ci sforziamo.

Ciao, siamo Michela @ibringmyownbottle e Michela @sustainable_olivia, e ci ossessionano i quesiti irrisolvibili. Come questi: dove sono gli uomini? Perché non si interessano all’ambiente? Perché siamo qui a parlarne?

Per molte di noi lo zero waste è iniziato proprio così: i sacchetti per la spesa, i prodotti sfusi, i detersivi alla spina. Poi i cosmetici, i trucchi, altri elementi universalmente considerati da donne, ma resta la sfera domestica l’elemento che più spinge le persone a cambiare e cercare di vivere in maniera più sostenibile. Eppure, siamo nell’era della presunta parità dei sessi, i lavori in casa sono equamente suddivisi. O no?

Abbiamo mille risposte per la testa, ma nessuna sembra essere quella definitiva. Così abbiamo pensato di fare un piccolo sondaggio su Instagram, sul nostro pool di follower composto principalmente da donne zero wasters (ma non solo).

Perché su instragram sono solo le donne a parlare di zero waste e sostenibilità?

@Zeonyeol
Forse perché ci hanno sempre insegnato a prenderci cura della casa e della cucina, e quindi ci sembra naturale far partire il cambiamento dall’universo che più sentiamo nostro: per alcuni il cibo, per altri la pulizia e l’ordine, i vestiti e la cura della persona. […] Un po’ magari è la vanità di mostrare quello che si fa, ma credo che non ci sia niente di male nel cercare una community che mi accolga. Forse anche perché lo zerowaste è accettazione dell’imperfezione e le persone che fanno parte della sua rete sono gentili e solidali.

@Lorenzo.Costa1
Non lo so…. Ci ho pensato più volte, mi sono chiesto il perché più volte. Non ho una risposta.
C’è una classe sociale da cui vengono le persone coinvolte nel movimento no waste sui social media? […] Forse su certi punti il no waste si è molto focalizzato su moda e cura della persona, e tendenzialmente sono questioni che seguono più donne.

Consiglio di lettura: Re-enchanting the world by Silvia Federici

@footprints_of_adventures
Me lo sono sempre chiesta, vedevo solo donne giovani su youtube, inglesi o americane, canadesi… c’era una mancanza di italiane e di maschi. Forse parlare di cura del pianeta è qualcosa di visto come poco “mascolino”. Sui social ci sono più donne, ma i ricercatori a livello accademico sono per la maggior parte uomini. Anch’io non capisco questa disparità… Forse perché la scienza è stata tradizionalmente un campo riservato agli uomini, non è considerato “strano” per un uomo dedicarsi alla ricerca ambientale. Anzi, scommetto che essere scienziati o ricercatori è qualcosa che valorizza l’uomo nella società, in un certo senso. Tuttavia, se si tratta di qualcosa di più divulgativo sui social non so perché si vedono quasi solo donne.

@Greenercurls
I personally feel that we implement it at home, and after they follow. But it’s for sure an eye opener. Had not realized. I think there’s also more women who are vegan. Maybe guys are still too “machos” for such changes?

@bein_begreen (from The imperfect green girl podcast)
Io avevo letto un articolo che affermava che il tema della sostenibilità è legato all’ambiente che ci circonda. Dal punto di vista ancestrale, questo veniva curato prettamente da donne mentre i maschi erano fuori a cacciare. […] Chi ci rimane in casa? Magari adesso no, ma fino a dieci anni fa… le donne. Le donne sono molto più sensibili, non solo all’ambiente, ma anche alle cose che ci circondano. Sono le “guardiane” dei figli: vuoi o non vuoi, gli uomini curano meno i figli. La sopravvivenza della specie è associata alle donne.
Perché non gliene frega niente ai maschi? Io credo che loro abbiano una mente più cartesiana, concreta, materiale.

@green.4.good
Perché parlare di borracce, cannucce, shampoo solido viene visto come un argomento femminile. Se però guardi chi parla di transizioni energetiche sono sopratutto ragazzi. Come se ci fossero argomenti maschili e femminili anche nella sostenibilità.

@Angelicafazzari
Mmh credo perché la donna è ancora molto legata all’idea di cura della casa rispetto ad un uomo. Agli uomini generalmente non gli viene insegnato a tenere cura della casa (prendo come esempio la mia famiglia) quindi da questo punto di vista sono più ignoranti e poco interessati a come loro possono migliorare.

@sustainaxenia
There is more marketing for women: clothes, makeup, cooking. Toxic masculinity view being eco-friendly as feminine, aka not good for bros.


Dunque, sembra che la risposta non possa essere solo una. Quindi prendete quella tazza di tè in mano, o del vino se ci state leggendo in orario da aperitivo. Dobbiamo parlare.

Da un lato, sembra che ci sia una spinta di marketing indirizzata verso le donne. Consumano di più, ricercano prodotti più specifici, si prendono cura di loro stesse. Questo potrebbe essere uno dei motivi per cui, sui social network, vediamo solo donne parlare di zero waste.

Scaviamo un po’ più a fondo, però. “Ci hanno sempre insegnato a prenderci cura della casa e della cucina”. Di conseguenza, ci sembra di fare un passo naturale, quasi scontato, nel lottare per prenderci cura della terra.
Forse uno dei punti salienti è questo: vediamo l’ambiente, la natura, la terra, come la nostra casa. Cosa si fa con una casa? Si abbellisce, si arricchisce. Si sfrutta? Si devasta? Non credo. Non se vogliamo essere percepiti come persone civili.

Ma siamo sicuri che gli uomini siano totalmente assenti da questo discorso? O forse.. sono assenti dai social? Ecco qui che forse iniziamo a svelare una minuscola parte dell’arcano. Non è che forse gli uomini si occupano di argomenti “seri”, “politici”, al di fuori dei social? Non è che forse pensiamo un po’ tutti che condividere sui social piccoli passi verso una vita a basso impatto amientale sia, in fondo, una questione frivola?

Alcuni studi mostrano come gli uomini abbiano paura di venire percepiti come meno mascolini, anche solo per il semplice fatto di portare con sé una busta di stoffa. L’azienda Mintel ha coniato il termine eco-gender gap proprio per indicare questa differenza. Se nel Regno unito il 71% delle donne ha dichiarato di essere interessata alla sostenibilità, solo il 56% degli uomini ha detto altrettanto.

Non è che forse questi argomenti vengono percepiti come difficili da affrontare per gli uomini, che sono abituati a doversi mostrare sempre sicuri di sé, sempre al di sopra di queste questioni “terra terra”?

Dobbiamo inoltre ragionare su un’altra associazione: quella tra misoginia e negazionismo, soprattutto in tema di crisi climatica. Come evidenziato dallo studio Cool Dudes, i maschi bianchi conservatori che godono di un reddito superiore alla media sono più inclini a credere che il cambiamento climatico non esista. Questo accade per una serie di fattori: le persone appartenenti a questo gruppo infatti sono meno inclini a mettere in discussione le loro opinioni. In più sono uomini circondati da persone che godono degli stessi privilegi e che, nella maggior parte dei casi, tendono a salvaguardarli a discapito di tutto.

Le donne sono culturalmente più abituate a credere che sia un loro dovere passare le giornate in cucina, dietro lavori non pagati e dietro a rituali di bellezza per essere socialmente accettate. Siamo abituate a puntare alla perfezione.

Mi sto rendendo conto che questa parte si conclude con più domande che risposte. Come piace o a noi: sempre in divenire, in movimento.

Bastava chiedere!

Non abbiamo la pretesa (né la presunzione) di analizzare l’intero movimento femminista. Però, forse un fumetto può venire in nostro soccorso: “Bastava Chiedere!” di Emma è un libro che raccoglie 10 storie di femminismo quotidiano in cui tutte prima o poi ci riconosciamo.

Non in tutte le scenette forse, ma purtroppo nessuna è immune al patriarcato. Il senso del volume è nel titolo: Bastava chiedere è una frase fin troppo comune nell’universo maschile: “Bastava chiedere, ti avrei aiutata”.

Magari non vi è mai capitato di sentirvelo dire in prima persona, ma potete dire lo stesso delle vostre madri, amiche, zie, colleghe? Bastava chiedere, come se dividersi i compiti in una casa in cui si vive in due fosse un favore che l’uomo fa alla donna.

Le femministe questo lo chiamano carico mentale, ed Emma lo spiega bene nella prima storia.

Lasciando da parte i libri, prendiamo uno spunto di vita quotidiano molto banale: vi è mai capitato che qualcuno vi chiedesse se il vostro compagno vi aiuta in casa? O che qualcuno lo elogiasse per essersi ricordato di passare a comprare i pannolini/il latte/la carta igienica? A noi sì.

Mia nonna osanna sempre il mio compagno per aiutarmi in casa. Mia suocera è così fiera di avere un figlio che aiuta. Mia madre non lo dice ad alta voce perché conosce i miei ideali, ma credo che alle volte lo pensi anche lei.

In qualsiasi caso, il fatto che i nostri ragazzi si occupino della casa tanto quanto noi non è dato per scontato: è anzi un qualcosa per cui gratificarli.

Cosa c’entra questo con lo zero waste? Forse niente, ma magari tutto: perché agli uomini non importa quanto inquinino i pannolini? Perché non si chiedono mai se esistano delle alternative alle spugne per i piatti? Perché il negozio alla spina vicino casa lo abbiamo scovato noi?

Molti direbbero perché la donna è naturalmente più sensibile a queste tematiche (si sa, la donna è buona, premurosa, attiva, propositiva, la donna è mamma e per questo tanto sensibile). Altri invece sono pronti a sostenere che gli uomini si interessano eccome, ma non ne parlano sui social: in fondo sono un mondo più futile, leggero, da donna. Non sarebbe comunque una risposta adeguata, ma quel che temo è che il motivo sia un altro, sempre lo stesso: l’ingiusta suddivisione delle mansioni domestiche. Possiamo fingere che non sia più così (può non esserlo per noi, ma come sempre è bene allargare i propri orizzonti e prendere in considerazione anche dimensioni diverse dalla nostra) ma, che lo vogliamo o meno, siamo nati tutti in questa società: una società “in cui abbiamo visto le nostre madri farsi carico dell’intera gestione della casa, mentre i nostri padri si limitavano a eseguire le loro istruzioni”. Del resto, Bastava chiedere, no? 


Ringraziamo tutti quelli che ci hanno risposto alle domande sui social, e tutti quelli che ci hanno dato l’ok per condividere il loro pensiero qui sul nostro articolo.


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Where are men?

This question has been hovering around in our minds for too long. If we think of men who talk about sustainability on Instagram, four of them come to our minds. Five, if we really try.

Hi, we are Michela @ibringmyownbottle and Michela @sustainable_olivia, and we are obsessed with unsolvable questions. Like these: where are men? Why aren’t they interested in the environment? Why are we here talking about it?

For many of us, zero waste started just like this: shopping bags, loose products, detergents on tap. Then cosmetics, make-up, other elements that are universally considered by women: the domestic sphere remains the element that most drives people to change and try to live more sustainably. Yet, we are in the era of gender equality, housework is equally divided. Or not?

We have a thousand answers in mind, but none seem to be the definitive one. So we decided to do a small survey on Instagram, on our follower pool composed mainly of zero wasters women (but not only).

Why on Instagram there are only women talking about zero waste and sustainability?

@Zeonyeol
Perhaps because they have always taught us to take care of the house and the kitchen, and therefore it seems natural to us to start the change from the universe that we most feel ours: for some food, for others cleanliness and order, clothes and personal care. […] Maybe it’s a little vanity to show what you are doing, but I think there is nothing wrong with looking for a community that welcomes me. Perhaps also because zero waste is acceptance of imperfection and the people who are part of its network are kind and supportive.

@Lorenzo.Costa1 
I don’t know. I thought about it and wondered why several times. I don’t have an answer. Is there a social class from which the people involved in the no-waste movement on social media come from? […] Perhaps the zero waste movement has been very focused on fashion and personal care, and those tend to be issues that follow more women. Reading tip: Re-enchanting the world by Silvia Federici

@footprints_of_adventures
I’ve always wondered, I only saw young women on youtube, British or American, Canadian… there was a lack of Italian people and males in general. Perhaps speaking of caring for the planet is something seen as not being “masculine”. There are more women on social media, but academic researchers are mostly men. I also do not understand this disparity… Perhaps because science has traditionally been a field reserved for men, it is not considered “strange” for a man to devote himself to environmental research. Indeed, I bet that being a scientist or researcher is something that values man in society, in a certain sense. However, if it is something more popular on social media, I don’t know why you see almost only women.

@Greenercurls
I personally feel that we implement it at home, and after they follow. But it’s for sure an eye opener. Had not realized. I think there’s also more women who are vegan. Maybe guys are still too “machos” for such changes?

@bein_begreen (from The imperfect green girl podcast)
I had read an article that stated that the issue of sustainability is linked to the environment that surrounds us. From an ancestral point of view, this was treated purely by women while the males were out hunting. […] Who stays in the house? Maybe not now, but until ten years ago… women. Women are much more sensitive, not only to the environment but also to the things that surround us. They are the “guardians” of the children: you want it or you don’t want it, men care less for their children. The survival of the species is associated with women. Why don’t males give a damn? I think they have a more Cartesian, concrete, material mind.

@green.4.good
Because talking about water bottles, straws, solid shampoo is seen as a female topic. But if you look at those who talk about energy transitions, they are mostly guys. As if there were male and female arguments also in sustainability.

@Angelicafazzari
Hmm, I think because women are still very attached to the idea of caring for the home than a man. Men are generally not taught to take care of the house so from this point of view, they are more ignorant and little interested in how they can improve.

@sustainaxenia
There is more marketing for women: clothes, makeup, cooking. Toxic masculinity view being eco-friendly as feminine, aka not good for bros.

Therefore, it seems that the answer cannot be just one. So grab that cup of tea in hand, or some wine if you are reading to me during dinner time. We need to talk. 

On one hand, there seems to be a marketing strategy aimed at women. They consume more, they look for more specific products, they take care of themselves. This could be one of the reasons why, on social networks, we only see women talking about zero waste. 

Let’s dig a little deeper, though. “They have always taught us to take care of the house and the kitchen”. Consequently, we seem to be taking a natural, almost obvious step in struggling to care for the earth. Perhaps one of the remarkable points is this: we see the environment, nature, the earth, as our home. What do you do with your house? You improve it. Do you devastate it? I don’t think so. Not if you want to be perceived as civilized.

Are we sure that men are totally absent and outside this topic? Or maybe … are they out of social networks? Here is where perhaps we begin to reveal a tiny part of the mystery. Isn’t it that perhaps men deal with “serious”, “political” topics, outside of social media? Isn’t it that perhaps we all think a little bit that sharing small steps towards a life with a low environmental impact on social media is, after all, a frivolous question?

Some studies show that men are afraid of being perceived as less masculine, if only for the simple fact of carrying a cloth bag with them. The Mintel company coined the term eco-gender gap precisely to indicate this difference. While 71% of women in the UK said they were interested in sustainability, only 56% of men said the same.

Maybe these topics are perceived as difficult to deal with for men, who are used to having to always show self-assurance, always above these “down to earth” issues.

We also need to think about another connection: that between misogyny and negationism, especially in terms of the climate crisis. As evidenced by the Cool Dudes studyconservative white males who enjoy above-average incomes are more inclined to believe that climate change does not exist. This happens because of many factors: people belonging to this group are less inclined to question their opinions and are surrounded by people who enjoy the same privileges and who, in most cases, tend to safeguard them at the expense of everything. 

In addition, women are culturally more used to believe that it is their duty to spend their days in the kitchen, behind unpaid jobs and beauty rituals to be socially accepted. We are used to aiming for perfection. 

We realise that this part ends with more questions than answers. As we like it: always in progress, changing. 

Why didn’t you ask me?

We have no claim (nor presumption) to analyze the entire feminist movement. However, perhaps a comic book can come to our rescue: “The Mental Load: A Feminist Comic” by Emma is a book that collects 10 stories of everyday feminism in which we all recognize ourselves sooner or later. 

Not in all the skits perhaps, but unfortunately, none are immune to patriarchy. The meaning of the volume is in the title: Just asking is an all too common phrase in the male universe: “Just ask, I would have helped you“. 

You may never have heard of it yourself, but can you say the same about your mothers, friends, aunts, colleagues? It was enough to ask as if dividing the tasks in a house where two people live is a favor that a man does to a woman. 

Feminists call this mental load, and Emma explains it well in the first story.

Leaving aside the books, let’s take a look at our everyday life: has it ever happened that someone asked you if your partner helps you at home? Or that someone praised him for remembering to drop by for diapers/milk/toilet paper? It happened to us.

My grandmother always cheers my partner to help me around the house. My mother-in-law is so proud to have a child who helps. My mother doesn’t say it out loud because she knows my ideals, but I think sometimes she thinks that too.

In any case, the fact that our boyfriends look after the house as much as we do is not taken for granted: it is indeed something to congratulate.

What does this have to do with zero waste? Maybe nothing, but maybe everything: why don’t men care how much diapers pollute? Why do they never wonder if there are alternatives to dish sponges? Why did we find that draft shop near the house and not them?

Many would say why women are naturally more sensitive to these issues (you know, the woman is good, caring, active, proactive, the woman is a mother and therefore so sensitive). Others, on the other hand, are ready to argue that men are interested all right, but they don’t talk about it on social networks: after all, they are a more futile, light, woman’s world. However, it would not be an adequate answer, but what I fear is that the reason is another, always the same: the unfair division of household duties. We can pretend that this is no longer the case (it may not be for us, but as always it is good to broaden our horizons and also take into consideration dimensions other than ours) but, whether we want it or not, we are all born in this society: a society “In which we saw our mothers take charge of the entire housekeeping, while our fathers just followed their instructions”. After all, they should have asked, right?



Resources

The eco gender gap: why is saving the planet seen as women’s work?
The eco gender gap: 71% of women try to live more ethically, compared to 59% of men
A green fatwā? Climate change as a threat to the masculinity of industrial modernity
Cool dudes: The denial of climate change among conservative white males in the United States
Revisiting “The Second Shift” 27 Years Later
The complicated gender politics of going zero waste
You should have asked by Emma

AWORLD: l’app per la sostenibilità in collaborazione con le Nazioni Unite

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C’è una sola app che, dopo Immuni, dovete scaricare quest’anno: AWorld, l’app mobile di Act Now, la campagna delle Nazioni Unite contro il cambiamento climatico.

Le Nazioni Unite hanno elaborato un piano in 17 punti, i Sustainable Development Goals, che inculudono azioni per contrastare non solo il cambiamento climatico ma anche le disuguaglianze sociali, la povertà e le ingiustizie. Da qui la campagna Act Now, alla quale possiamo prendere parte tutti con le nostre azioni individuali.

L’app AWorld è perfetta sia per coloro che hanno già intrapreso un percorso verso la sostenibilità, sia per chi ancora sta muovendo i primi passi. Basata sulle azioni individuali, mostra con semplicità come ciascuno di noi può prendersi cura del pianeta, semplicemente modificando o introducendo nella sua vita qualche piccola abitudine.

L’app è molto semplice e intuitiva, accessibile a tutti. Attraverso il profilo personale è possibile monitorare le varie attività e il nostro impatto ambientale individuale: le azioni svolte, l’anidride carbonica risparmiata, i litri d’acqua risparmiati, l’elettricità risparmiata e le buone azioni compiute.

Quotidianamente è possibile aggiungere delle “abitudini”, nuove o già consolidate: attività semplici come riutilizza la tua tazza di caffè oppure mangia un pasto vegetariano.

Accanto alle azioni individuali ci sono le sfide: in questo momento è attiva “Risparmiamo insieme 80.000 Kg di CO2”, con 1480 partecipanti: per contribuire alla sfida basterà salvare quotidianamente una o più azioni, in modo da contribuire all’abbassamento delle emissioni. Ogni 20kg di CO2 risparmiata, l’azienda partner Capgemini si impegna a piantare 5 alberi. Se completiamo la sfida entro il 12 Gennaio del 2021, pianteranno ben 20.000 alberi!

La parte più interessante dell’app sono però i percorsi. Ciascun percorso è composto da più episodi e permette di approfondire un tema specifico tramite brevi testi e meravigliose immagini. Completando gli episodi è possibile guadagnare dei punti e salire di livello, conquistando dei badge e rendendo la nostra vita sempr epiù sostenibile.

Credo che app di questo tipo, intuitive, facili e fruibili da tutti, possano essere davvero in grado di farci fare qualche passo verso una vita più sostenibile.

Cosa aspettate? Dovete assolutamente provarla.

Ringrazio Laura per avermela consigliata 💚

ENG

AWorld: the UN sustainability app

There is only one app that, after your COVID19 tracking app, you need to download this year: AWorld, the mobile app of Act Now, the United Nations campaign against climate change.

The United Nations has developed a 17-point plan, the Sustainable Development Goals, which include actions to combat not only climate change but also social inequalities, poverty, and injustice. Thanks to the Act Now campaign, we can all take part in our individual actions.

The AWorld app is perfect both for those who have already embraced a path towards sustainability and for those who are still taking their first steps. Based on individual actions, it simply shows how each of us can take care of the planet, simply by modifying or introducing some small habits into his life.

The app is very simple and intuitive, accessible to everyone. Through your personal profile, it is possible to monitor the various activities and our individual environmental impact: the actions carried out, the carbon dioxide saved, the liters of water saved, the electricity saved, and the good actions carried out.

Every day it is possible to add new or established “habits”: simple activities such as reusing your cup of coffee or eating a vegetarian meal.

Besides the individual actions, there are also challenges: at the moment I took part in “Let’s save 80,000 kg of CO2”, with 1480 participants: to contribute to the challenge, it will be enough to save one or more actions every day, to contribute to lowering emissions. For every 20kg of CO2 saved, the partner company Capgemini is committed to planting 5 trees. If we complete the challenge by January 12, 2021, 20,000 trees will be planted!

However, the most interesting parts of the app are educational journeys. Each path consists of several episodes and allows you to explore a specific theme through short texts and wonderful images. By completing each episode it is possible to earn points and level up, conquering badges and making our life more and more sustainable.

I believe that this kind of app, intuitive, easy, and accessible by everyone, can help us take some steps towards a more sustainable life.

What are you waiting for? You must try it.

Thanks Laura for recommending it to me.