Fast fashion: ambientalismo, femminismo e privilegio

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Nel 2013 il mondo aprì gli occhi e scoprì cosa si nasconde dietro i vestiti a basso costo indossiamo tutti i giorni. Durante le prime ore del mattino alla periferia di Dacca, capitale del Bangladesh, un edificio commerciale conosciuto come Rana Plaza crollò uccidendo 1129 donne che lavoravano nelle industrie tessili presenti all’interno.

Un crollo preannunciato, che il giorno prima aveva fatto evacuare tutte le altre attività presenti nell’edificio, eccetto quelle che producevano capi di abbigliamento da esportare in Occidente: Benetton, Zara, Stradivarius, Mango, Primark. Tutti brand che conosciamo perfettamente: i produttori terzisti che confezionavano gli abiti per loro decisero di non evacuare e di continuare con la produzione.

Il crollo del Rana Plaza scoperchiò il vaso di pandora: scoprimmo un sistema fatto di sfruttamento, turni massacranti, nessun rispetto per l’ambiente e per le lavoratrici.

Al tempo io compravo mensilmente dai marchi che vi ho citato prima. Non mi occupavo ancora di sostenibilità, ma ricordo perfettamente che, una volta sentita la notizia, la mia prima reazione fu un profondo senso di colpa per quello che era successo. Millecentoventinove persone erano morte solamente per cucire, tingere, confezionare i vestiti che io avevo indosso.

Questa reazione è forse il motivo per cui chi si occupa di sostenibilità cerca di “far aprire gli occhi a più persone possibili”. E’ vero in fondo che il nostro consumismo ci ha spinti fino a qui, è vero che la nostra cultura contemporanea ci ha abituato ad avere tutto, subito e a bassissimo prezzo, anche a discapito della crisi climatica in atto. Ma ci sono dei ma.

Con questo post vorrei riflettere insieme a voi su due cose. La prima: questo sistema di sfruttamento è davvero colpa di noi consumatori? La seconda: puntare il dito contro chi compra fast fashion è giusto?

Colpa e responsabilità

Sto riflettendo molto su questi due concetti, e ancora non c’è nella mia mente una soluzione chiara, però voglio provare ad abbozzare il mio ragionamento applicandolo alla fast fashion. Di chi è la colpa? Di me che consumo e che ho certe abitudini? Di chi produce? O, rigirando la domanda, è mia responsabilità cambiare il mondo? Fin dove posso arrivare?

Inizio col dirvi che non ho tutte le risposte a queste domande, soprattutto per quanto riguarda la colpa e la responsabilità. In questo momento credo che la responsabilità sia soprattutto di un sistema di consumo capitalista e malato, basato unicamente sullo sfruttamento: delle risorse, delle persone, del nostro portafoglio.

Le aziende sicuramente godono di questo sistema: ci hanno abituato a mode sempre più veloci, ciò che compriamo quest’anno non andrà più bene per l’anno successivo, in una corsa infinita di acquisti sempre più frenetici nel tentativo di stare al passo con chi ci sta intorno. E’ un cerchio infinito che torna sempre al punto di partenza.

Privilegio

In questa seconda parte invece vorrei soprattutto soffermarmi sul fatto che l’accessibillità ai capi di abbigliamento sostenibili (che siano essi prodotti eticamente o di seconda mano) è un privilegio, sotto diversi punti di vista.

Qualche giorno fa su Instagram è circolato molto un post che diceva che chi compra fast fashion non può essere femminista. Eppure, oggi, la moda sostenibile non è accessibile a diverse categorie di persone, e purtroppo ha un grosso problema di abilismo, grassofobia e classismo. Cercherò di affrontare questi tre temi separatamente.

Abilismo

Vi ricordate quando abbiamo puntato tutti il dito contro le cannucce? In quel momento, se avessimo potuto, avremmo incenerito tutte quelle presenti sulla faccia della terra. Facendo del male e discriminando, per ignoranza, tantissime persone disabili che grazie al loro utilizzo hanno migliorato la loro qualità della vita.

Che dire dei vestiti? Immaginate quanto sia difficile per una persona disabile trovare dei capi di abbigliamento conformi al suo corpo. Pensate a quanto sia difficile già per una persona abile trovare dei capi di abbigliamento in un mercatino dell’usato o da un produttore sostenibile: spesso le taglie sono sempre le stesse, standard e pensate su un unico modello. Pensate alle infinite esigenze che tante persone possono avere: un’altra idea che mi viene così, sul momento, è quella di avere un microinfusore sempre attaccato a corpo, per esempio.

Grassofobia

Il discorso dell’accessibilità si amplia soprattutto se pensiamo anche alle persone grasse. E’ facile scegliere dove comprare i nostri capi di abbigliamento quando si ha una taglia compresa tra XS e XL; diventa molto più difficile per persone che non rientrano nelle misure che vengono considerate standard (non si sa, poi, rispetto a cosa).

In questi casi è difficile che i nostri parenti abbiano qualcosa della giusta taglia e che vesta bene; non possiamo sicuramente partecipare a uno swap party; per non parlare della “selezione” di capi che è possibile trovare nei negozi di seconda mano. Per le persone grasse, l’alternativa si riduce spesso alla fast fashion.

Classismo

Sapete cosa significa gentrificazione? La Treccani dice: Riqualificazione e rinnovamento di zone o quartieri cittadini, con conseguente aumento del prezzo degli affitti e degli immobili e migrazione degli abitanti originari verso altre zone urbane.

Applichiamo ora questo concetto ai negozi di seconda mano. Cosa succede quando la domanda cresce? Ovviamente i prezzi aumentano. E che dire di coloro per i quali i negozi di seconda mano rappresentano l’unica opzione di acquisto?

Non voglio dire che dovremmo smettere di comprare nei negozi di seconda mano, anzi. Vorrei sottolineare però come lo shopping secondhand non debba diventare una valvola di sfogo, un modo per direzionare le abitudini di consumo poco sane che avevamo in precedenza nelle catene fast fashion. Ben venga acquistare capi già usati in precedenza, ma pensiamo sempre se le cose che stiamo acquistando ci servano veramente.

Che dire invece delle aziende sostenibili? Faccio un piccolo disclaimer: io stessa, quando ho avuto il bisogno e la possibilità di acquistare dei capi di abbigliamento, mi sono rivolta a realtà sostenibili. E nel momento in cui ho iniziato a farlo, ho capito quanto privilegio avessi nel poter fare questa scelta.

I capi di abbigliamento sostenibili sono molto più costosi dei capi della fast fashion. Correttamente: le aziende sostenibili ed etiche infatti non solo puntano sulle materie prime e sulla lavorazione, ma anche e soprattutto sul rispetto dell’ambiente e dei diritti dei lavoratori. Paghe giuste ed eque corrispondono a un prezzo finale maggiore.

Tantissime persone però non possono permettersi acquisti di questo tipo: chi è in grado di farlo, ha un grosso privilegio economico che non è la norma, quanto piuttosto l’eccezione.

Che fare, dunque?

Come vi avevo anticipato, non ho le risposte a tutte queste domande. Prima di tutto però dovremmo smettere di puntare il dito verso chi compra da Zara, e direzionarlo verso l’azienda stessa, l’unica che può attuare dei cambiamenti sostanziali al suo modello produttivo. Poi, dovremmo ripensare al modello che ha permesso questa deriva, proponendone uno alternativo che sia non solo rispettoso dell’ambiente ma anche inclusivo.

Dobbiamo ricordarci che lottare per un mondo sostenibile significa lottare contro un sistema di consumi e ingiustizie, non contro la nostra vicina di casa che non si veste di lino. Non possiamo puntare il dito contro gli altri per ciò che possono o non possono comprare.

Ricordo ancora, tristemente, le battute che circolavano qualche tempo fa sui social, sulle persone che puzzano quando indossano il poliestere. Ho ripensato a me stessa a quando il poliestere era l’unica cosa che potevo permettermi, ho ripensato a quella mia compagna delle medie che veniva vestita sempre nello stesso modo, ogni giorno, tutti i giorni, ho ripensato a tutte le donne in Bangladesh che sono morte sotto il crollo, e chissà cosa indossavano loro, e chissà quanto puzzavano i loro corpi sotto le macerie.

ENG

Fast fashion: environmentalism, feminism and privilege

In 2013 the world opened its eyes and discovered what lies behind the cheap clothes we wear every day. During the early hours of the morning on the outskirts of Dhaka, the capital of Bangladesh, a commercial building known as Rana Plaza collapsed, killing 1,129 women who worked in the textile industries inside.

A predictable collapse. The day before the tragedy, the bottom floor of the building was evacuated, and all the other activities stopped, except for textile production: Benetton, Zara, Stradivarius, Mango, Primark. These are all brands that we know perfectly: the subcontractor producers who made the clothes for them decided not to evacuate and to continue with the production.

The collapse of the Rana Plaza uncovered Pandora’s box: we discovered a system made up of exploitationgrueling shiftsno respect for the environment and for workers.

At the time I was buying monthly from the brands I mentioned earlier. I wasn’t concerned with sustainability yet, but I remember perfectly that, once I heard the news, my first reaction was a deep sense of guilt for what had happened. One hundred twenty-nine people had died just to sew, dye, make the clothes I was wearing.

This reaction is perhaps the reason why those involved in sustainability try to “open the eyes of as many people as possible”. It is true that our consumerism has pushed us this far, it is true that our contemporary culture has accustomed us to having everything, immediately and at a very low price, even at the expense of the climate crisis in progress.

With this article, I would like to reflect with you on two things. The first: is this system of exploitation really the fault of us consumers? The second: is it right to point the finger at those who buy fast fashion?

Guilt and responsibility

I am reflecting a lot on these two concepts, and there is still no clear answer in my mind, but I want to try to outline my reasoning by applying it to fast fashion. Whose fault is it? What do I consume about me and have certain habits? Whose does it produce? Or, turning the question around, is it my responsibility to change the world? How far can I go?

I start by telling you that I don’t have all the answers to these questions, especially with regards to guilt and responsibility. At this moment I believe that the responsibility lies above all with a capitalist and sick consumption system, based solely on exploitation: of resources, of people, of our wallet.

Companies certainly enjoy this system: they have accustomed us to ever-faster fashions, what we buy this year will no longer be good for the next one, in an endless rush of increasingly frenetic purchases in an attempt to keep up with those who are around us. It is an infinite circle that always returns to the starting point.

Privilege

In this second part, however, I would especially like to focus on the fact that access to sustainable clothing (whether ethically produced or second-hand) is a privilege, from various points of view.

A few days ago a post was circulated on Instagram saying that those who buy fast fashion cannot be feminists. Yet, today, sustainable fashion is not accessible to different categories of people, and unfortunately, it has a big problem of ableismfatphobia and classism

Ableism

Do you remember when we all pointed the finger at straws? At that moment, if we could, we would have incinerated all those present on the face of the earth. By doing harm and discriminating, out of ignorance, many disabled people who thanks to their use, have improved their quality of life.

What about clothes? Imagine how difficult it is for a disabled person to find clothing. Think about how difficult it is already for a skilled person to find clothing in a flea market or from a sustainable manufacturer: often the sizes are always the same, standard, and designed on a single model. Think of the infinite needs that many people may have: another idea that comes to me at the moment is that of having an insulin pump always attached to the body, for example.

Fatphobia

The question of accessibility spreads if we also think of fat people. It is easy to choose where to buy our clothing when you have a size between XS and XL; it becomes much more difficult for people who do not fall within the measures that are considered standard.

In these cases it is difficult for our relatives to have something the right size and fit well; we definitely can’t attend a swap party; not to mention the “selection” of items that can be found in second-hand shops. For fat people, the alternative often is only one the fast fashion.

Classism

Do you know what gentrification meansTreccani says Redevelopment and renovation of city areas or neighborhoods, with a consequent increase in the price of rents and real estate and migration of the original inhabitants to other urban areas.

Let’s now apply this concept to second-hand shops. What happens when the demand grows? Prices rise. And what about those for whom second-hand shops are the only purchase option?

I don’t want to say that we should stop buying from second-hand stores, quite the opposite. I would like to underline, however, that secondhand shopping should not become an outlet, a way to direct the unhealthy consumption habits that we previously had in fast-fashion chains. It is welcome to buy previously used items, but we always think of the things we are buying are useful. What about sustainable companies instead? I make a small disclaimer: I, when I had the need and the opportunity to buy clothing, I turned to sustainable realities. And the moment I started doing it, I realized how privileged I was to be able to make this choice.

Sustainable clothing is much more expensive than fast fashion. Correctly: in fact, sustainable and ethical companies not only focus on raw materials and processing but also, and above all on respect for the environment and workers’ rights. Fair and fair wages correspond to a higher final price. However, many people cannot afford purchases of this type: those who can do so have a great economic privilege that is not the norm, but rather the exception.

What then?

As I told you, I don’t have the answers to all these questions. First of all, however, we should stop pointing the finger at those who buy from Zara, and direct our attention towards the companies, the only ones that can make substantial changes to their production model. Then, we should rethink the model that allowed this drift, and we should think about an alternative one that is not only environmentally friendly but also inclusive.

We must remember that fighting for a sustainable world means fighting against a system of consumption and injustices, not against our neighbor who does not dress in linen. We cannot point the finger at others for what they can or cannot buy.

I still sadly remember the jokes that people made some time ago on social media, about other people who stink when they wear polyester. I thought back to myself when polyester was the only thing I could afford, I thought of my middle school mate who was always dressed the same, every day, every day, I thought about all the women in Bangladesh who died under the Rana Plaza, and who knows what they were wearing, and who knows how their bodies stank under the rubble.

Fonti/resources:

– Netflix, documentario The True Cost;
Wikipedia, Crollo del Rana Plaza di Savar;
The Guardian, Rana Plaza, five years on: safety of workers hangs in balance in Bangladesh;
Dress the Change;
Wild Magazine, Second-hand Shopping: Checking Privilege;
Shona Louise, The Plastic Straw Ban & How It Harms Disabled People.

Siamo troppi nel mondo?

Ambientalismo, femminismo e il controllo delle nascite

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We can’t go on like this. We can’t push human population growth under the carpet.

Jane Goodall

The planet can’t cope with overpopulation.

David Attenborough

Per iniziare questo 2021, dobbiamo parlare di uno degli argomenti più controversi e dibattuti nei gruppi ambientalisti: l’idea secondo la quale siamo troppi nel mondo. Attualmente siamo quasi 8 miliardi di persone; le proiezioni dicono che nel 2050 raggiungeremo quasi i 10 miliardi.

La teoria ha avuto inizio molto prima dei movimenti ambientalisti: alla fine del Settecento, l’economista Malthus pubblica (anonimamente) un saggio sul tema, chiamato Essay on the Principle of Population.

Basta leggerne alcuni estratti per capire di cosa si tratta: “To act consistently therefore, we should facilitate, instead of foolishly and vainly endeavoring to impede, the operations of nature in producing this mortality“. È il 1798, nessuno utilizza il concetto di controllo della popolazione per motivi puramente ambientalisti: semplicemente, gli esseri umani si rendono conto per la prima volta che siamo troppi rispetto alle risorse che il pianeta ci offre.

Alla fine degli anni sessanta il biologo Ehrlich pubblica il libro che sancirà la fama di questa teoria: The Population Bomb. Predice carestie e morti, con toni allarmistici da brividi. Ehrlich sostiene che, siccome la sovrappopolazione è una minaccia per il pianeta, è necessario controllare le nascite, anche a costo di utilizzare metodi coercitivi.

Dati questi brevi cenni storici, arriviamo a noi ambientalisti degli anni duemila. L’argomento è spesso dato per scontato, soprattutto perché a parlarne sono stati ambientalisti conosciuti al grande pubblico. Il pianeta non è in grado di sostenere la richiesta di cibo, siamo troppi e le risorse sono troppo poche. Giusto?
Insomma, dobbiamo smettere di fare figli se vogliamo salvare il pianeta.

Peccato che questa affermazione abbia qualche piccolo problema: è un argomento falso, razzista e misogino.

Le Nazioni Unite hanno previsto una crescita della popolazione mondiale fino al 2100, quando sfonderemo la soglia degli 11 miliardi di individui; in seguito, nonostante ci piaccia pensare di essere al di là della natura, faremo esattamente ciò che fanno tutte le altre specie: inizieremo a diventare sempre meno.

I metodi intensivi di agricoltura e allevamento odierni ci permettono di avere molto più cibo a disposizione rispetto anche solo a un secolo fa. Grazie alle tecnologie che abbiamo sviluppato nel corso del tempo abbiamo così tanto cibo da essere in grado addirittura di sprecarne un terzo sul totale lungo tutta la filiera.

Non è vero che non abbiamo abbastanza risorse. Ne abbiamo anche troppe per quello che è il nostro standard di vita e il nostro sistema economico basato sullo sfruttamento. C’è un forte sbilanciamento su quelle che sono le risorse destinate a noi occidentali e quelle dei cosiddetti paesi in via di sviluppo. In media un americano consuma circa 3800 kilocalorie giornaliere; un suo coetaneo in Eritrea ne consuma circa 1590.

Quando diciamo che siamo troppi, facciamo riferimento unicamente al nostro standard di vita. È vero che siamo troppi, ma solo se il modo in cui viviamo attualmente è il nostro unico metro di misura: sommersi da sprechi, sfruttando i paesi in via di sviluppo, togliendo loro la possibilità di autodeterminarsi e di vivere in accordo con le risorse locali.

Dobbiamo anche aggiungere che ci sono grosse differenze anche per quanto riguarda l’impatto ambientale: il 6.5% della popolazione mondiale più ricca è responsabile del 50% delle emissioni totali di anidride carbonica.

Nel 2017 la Cina ha emesso quasi 10 miliardi di tonnellate di anidride carbonica nell’ambiente (per la precisione: 9.838.754.028,00). Nello stesso anno, la Nigeria ne ha emesso 107 milioni tonnellate (107.300.894,40).

Coloro che saranno più colpiti dal cambiamento climatico sono anche coloro che impattano meno sull’ambiente e che spesso vivono, al contrario di noi, seguendo i ritmi e le necessità della natura. Allo stesso tempo saranno i primi a subire i danni della crisi climatica attualmente in atto.

In The Population Bomb, Ehrlich ad un certo punto si lancia in un’invettiva contro la crescita demografica dell’India: per farlo descrive Dehli come una città caotica, una bomba di 3 milioni di persone sul punto di esplodere. Peccato che dimentichi che, nello stesso momento, New York contava 8 milioni di abitanti, più del doppio rispetto alla città indiana. Insomma, il problema non era il numero di abitanti, ma piuttosto che quegli abitanti fossero indiani e non statunitensi.

L’argomento della sovrappopolazione è profondamente razzista perché noi occidentali, nell’esporlo, ci poniamo un gradino sopra rispetto al resto del mondo. Ma la realtà è che noi non siamo l’unico metro di paragone, il nostro stile di vita non è l’unica cosa che conta. Non si tratta di essere irrealistici o utopistici: non è diminuendo la popolazione che salveremo il pianeta, ma solo cambiando radicalmente il sistema in cui viviamo e il modo in cui utilizziamo le risorse.

Forse dovremmo riflettere prima di dare la colpa alle persone singole. La colpa è soprattutto di un sistema in cui è permesso a sole 100 aziende di produrre il 71% delle emissioni globali. Tutte le volte che portiamo avanti argomenti come quello della sovrappopolazione stiamo scaricando la colpa sui singoli, e in particolar modo sulle donne provenienti dai paesi in via di sviluppo.

Perché non può essere una coincidenza che ancora una volta il controllo sia sul corpo delle donne. Questo argomento sembra direttamente figlio di una mentalità patriarcale: anziché cercare una soluzione attraverso educazione, miglioramento delle condizioni lavorative e di vita delle donne, guardiamo oltre, colpevolizzandole. Implicitamente questo argomento pone la responsabilità su quelle donne che, per varie ragioni (culturali, sociali) mettono al mondo un numero di figli che consideriamo di troppo.

Che dire, allora? Se davvero vogliamo combattere la crisi climatica abbiamo la responsabilità di puntare lo sguardo nella direzione giusta, senza colpevolizzare coloro che saranno i primi a soffrirne le conseguenze.

ENG

Are we too many in the world?

Environmentalism, feminism and population control

We can’t go on like this. We can’t push human population growth under the carpet.

Jane Goodall

The planet can’t cope with overpopulation.

David Attenborough

To start this 2021, we need to talk about one of the most controversial and debated topics in environmental groups: the idea that there are too many of us in the world. We are currently nearly 8 billion people; projections say that in 2050 we will almost reach 10 billion.

The theory began long before the environmental movements: at the end of the eighteenth century, the economist Malthus published (anonymously) an essay on the subject, called Essay on the Principle of Population.

“To act consistently, therefore, we should facilitate, instead of foolishly and vainly endeavoring to impede, the operations of nature in producing this mortality”. It is 1798, nobody is thinking of applying the concept of population control for environmental reasons yet: human beings have just realized that we are too many people in the world, compared to the resources that the planet offers us.

At the end of the sixties, the biologist Ehrlich publishes a book that confirms the fame of this theory: The Population Bomb. It predicts famines and deaths, with creepy alarmist tones. Ehrlich argues that because overpopulation is a threat to the planetbirth needs to be controlled, even at the cost of coercive methods.

Given these brief historical notes, let’s talk about us. The planet is unable to sustain the demand for foodwe are too many and the resources are too few. Quite right? In short, we must stop having children if we are to save the planet. Too bad that there is a small problem: this argument it is false, racist, and misogynistic.

Today’s intensive farming and farming methods allow us to have much more food available than even just a century ago. Thanks to the technologies we have developed over time we have so much food that we are even able to waste a third of the total along the entire supply chain.

It is not true that we do not have enough resources. We also have too much for our standard of living and our economic system based on exploitation. There is a strong imbalance on what are the resources destined for us Westerners and those of the so-called developing countries. On average, an American consumes about 3800 kilocalories per day; one of his contemporaries in Eritrea consumes about 1590.

When we say there are too many, we only refer to our standard of living. We are indeed too many, but only if the way we currently live is our standard: submerged in waste while exploiting developing countries, depriving them of the possibility of self-determination and living by their local resources.

We must also add that there are also a big difference in the environmental impact: the richest 6.5% of the world’s population is responsible for 50% of total carbon dioxide emissions.

In 2017, China emitted nearly 10 billion tons of carbon dioxide into the environment (to be precise: 9,838,754,028.00). In the same year, Nigeria released “only” 107 million tons (107,300,894.40).

Those who will be most affected by climate change are also those who have less impact on the environment and who often live, unlike us, following the rhythms and needs of nature. At the same time, they will be the first to suffer the damage of the current climate crisis.

In The Population Bomb, Ehrlich writes against the demographic growth of India. To do it, he describes Dehli as a chaotic city, a bomb of 3 million people about to explode. Too bad he forget that, at the same time, New York had 8 million inhabitants, more than double that of the Indian city.

The argument of overpopulation is profoundly racist because we Westerners, in presenting it, place ourselves a step above the rest of the world. We are the only standard we know, our lifestyle is the only thing that matters. It is not a question of being unrealistic or utopian: it is not by decreasing the population that we will save the planet, but only by radically changing the system we live in and the way we use resources.

Maybe we need to think before we blame individuals. The fault lies above all with a system in which only 100 companies are allowed to produce 71% of global emissions. Whenever we bring forward arguments such as overpopulation, we are simply blaming individuals, and in this case, mostly women from developing countries.

It cannot be a coincidence that once again we are arguing about the body of women. This argument seems to be the direct result of a patriarchal mentality: instead of seeking a solution through education, improvement of the working and living conditions of women, we look beyond, blaming them. This argument implicitly places the responsibility on those women who, for various reasons (cultural, social), bring into the world a number of children that we consider too many.

This argument comes from a colonialist and patriarchal mentality that we should finally leave behind. 

Fonti/Resources:

UN World Population Prospect 2019
Sierra Club Washington State
The Guardian, Just 100 companies responsible for 71% of global emissions, study says
The Guardian, Climate change: the poor will suffer most
Vox, We’ve worried about overpopulation for centuries. And we’ve always been wrong
List of countries by food energy intake
Prospect, The overpopulation myth
Instagram Fridaysforfuture
Instagram Earthbyelena

Natale, 2020

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Diario di bordo, capitolo 12

Se penso a quello che mi rimane di ogni Natale, raramente ricordo i regali. Dell’anno scorso per esempio, ricordo il pranzo a casa di mia nonna con le panareddas, la cena e il mal di testa per le urla continue dei miei cugini, il vino, il microinfusore che suona.

Il tempo si ferma, durante le feste.

Dal 24 Dicembre si dilata, le ore passano in attesa della mezzanotte, dei parenti, delle chiacchiere sulla tombola. Se dovessi spogliare di tutto ciò che è superfluo il Natale, ricercare l’essenza di una festa che per me di religioso non ha niente, mi rimangono pochissime cose, le più importanti: le persone, il tempo passato con loro, la condivisione del momento presente.

Il gusto dei ravioli al pomodoro fatti in casa, del vino rosso, del finocchio “per far scendere” tutto il resto. Ogni anno è sempre uguale e sempre diverso, fatto di queste piccole cose alle quali ci aggrappiamo sempre più stretti.

Per queste feste, anche se non siete credenti come me, vi auguro di avere tutte le piccole cose che desiderate. Vi auguro di poter essere voi stessi e godervi ogni singolo minuto, di perdervi e ritrovarvi, di affogare e riemergere sempre migliori.

Buone feste, buon 2021.

ENG

Christmas, 2020

Life journal, chapter 12

When I think about what I have left of each Christmas, I rarely remember fgifts. From last year, for example, I remember lunch at my grandmother’s house with panareddas, dinner, the headache from the constant screams of my cousins, the wine, the insulin pump playing.

Time stops during the Christmas holidays.

From December 24th time unfolds, the hours pass while we wait for midnight, for the arrival of relatives, for gossip during the bingo. If I had to remove away all the superfluous things from Christmas, to seek the essence of a celebration that for me has nothing religious about it, I have very few things left, the most important: the people, the time spent with them, sharing the moment we’re in.

The taste of Grandma’s homemade tomato ravioli, red wine, fennel “to bring down” everything else. Every year is always the same and always different, made up of these little things to which we cling more and more tightly.

For these holidays, even if you are not a believer like me, I wish you all the little things you want. I wish you to be yourself and enjoy every single minute, to get lost and find yourself, to drown and re-emerge better and better.

Happy holidays, happy 2021.