Mindful phone

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Adoro il mio telefono. Sarei ipocrita a non ammetterlo: è parte della mia vita e non potrei farne a meno, come pressoché tutte le persone sulla faccia della terra.

Uso il telefono e ne abuso costantamente. A volte mi ritrovo a prenderlo in mano senza motivo, altre volte lo uso come paciere quando mi sento annoiata, triste o voglio pensare ad altro. Mi rendo conto che, senza volerlo, passo molto tempo sui social (principalmente instagram, twitter e reddit) e che a volte scrollo per il puro piacere di scrollare: nonostante non ci siano contenuti interessanti, continuo a leggere tutto ciò che mi capita a tiro.

Se mi aveste chiesto una settimana fa quanto tempo passo al telefono su 24 ore, vi avrei risposto mezz’ora, quaranta minuti. Poi ho scoperto che esiste un’app preinstallata che ti dice quanto tempo passi di fronte allo schermo: la mia media era di 2 ore e 20, più di quattro volte rispetto a quanto pensassi.

2 ore e 20 era la mia media: in realtà arrivavo a giornate in cui avevopicchi di 3-4 ore, e giornate meno intense in cui il tempo scendeva a 1 ora. Sto letteralmente buttando il mio tempo, e non ho la benché minima idea di come questo succeda.

Ho deciso così di cercare di arginare la situazione ponendomi qualche paletto.

  • Ho iniziato a monitorare ogni sera l’app Benessere digitale, nella quale vedo quanto tempo spendo di fronte allo schermo, e come. Ho notato che gran parte del tempo, come sospettavo, era dedicato ai social.
  • Ho preso una decisione drastica e ho disinstallato i social tossici. L’avevo già fatto con facebook, che uso solo e unicamente dal computer. Stavolta l’ho fatto anche con twitter. Già da un po’ di tempo avevo cercato di arginare le schifezze che si leggono su twitter seguendo solo una cerchia ristretta di persone e pagine; mi sono resa conto però che continuava ad arrivarmi addosso, ogni volta che ci entravo, una quantità indescrivibile di fake news e gente incazzata col mondo. Ho preso una decisione drastica, e ho disattivato l’account e rimosso l’applicazione dal telefono.
  • Ho disattivato le notifiche, sia nel telefono, sia nello smartwatch. Tutte le notifiche. Telegram, whatsapp, gmail. Tutte le app che costantemente mi ricordavano cose di cui non mi importava nulla. I primi giorni le ho disattivate tutte dall’orologio, lasciando unicamente le chiamate e gli allarmi per il diabete. Dopo due giorni mi sono resa conto che tanto il telefono con la vibrazione non lo sentivo comunque, e ho disaattivato tutto da lì. Adesso sono io che controllo quando ho messaggi, e non il telefono che richiama costantemente la mia attenzione.
  • Ho iniziato a prestare attenzione a quando prendoil telefono in mano. E mi sono resa conto che spesso per me è un palliativo. Mi sento annoiata, lo prendo in mano. Voglio mettere a tacere qualcosa a cui sto pensando, lo prendo in mano. Sono triste, lo prendo in mano. Sono felice, lo prendo in mano. Ogni volta che sperimento qualche emozione forte, il telefono è sempre nella mia mano destra.

Che cosa ho notato dopo una settimana? Non so nemmeno da dove iniziare.

Parto dalla fine: ho notato che utilizzavo i social soprattutto per contenere i sentimenti negativi, e per amplificare quelli positivi. E’ l’effetto instagram: metto a tacere ciò che non mi piace, condivido tutto quello che invece fa sembrare la mia vita perfetta.

Ho notato che, la maggior parte delle volte, prendevo il telefono in mano senza uno scopo ben preciso. Così, come se fosse un gesto automatico, quasi come caminare o sedermi sul divano. Prendevo in mano il telefono e automaticamente ripetevo lo stesso pattern: leggevo i messaggi, scrollavo i social, condividevo qualcosa, ricontrollavo i messaggi.

Si chiama FOMO, Fear of missing out: sentivo il bisogno di rimanere costantemente aggiornata con qualsiasi cosa la mia rete social stesse facendo in quel momento. E a mia volta, cercavo di condividere ciò che stavo facendo io. Cercavo di rispondere ai messaggi in fretta. Se non sentivo una persona per più di due giorni, rimediavo subito con un messaggio.
Con tutta me stessa, ho deciso di non cadere più in questa logica. Ogni volta che sentivo il bisogno di vedere cosa stessero facendo gli altri, poggiavo il telefono il più lontano possibile.

Dopo qualche giorno, ho notato anche che ciò che condividevo e ciò che scrivevo iniziava ad essere più consapevole, più pensato, più mindful. Non scrivo più solo per il gusto di farlo, ma perché ho qualcosa da dire. Non rispondo più in automatico a un messaggio ma scrivo perché voglio comunicare qualcosa. Non mi passano più venti minuti, persi nei meandri di mille foto, tutte con lo stesso diltro. Apro instagram, scelgo le storie che voglio aprire, scelgo cosa condividere, lo richiudo e vado avanti con la mia giornata.

Ed è passata solo una settimana. Immaginate se riuscissi a continuare così per un mese, per un anno.

Mindful phone

I love my phone. I would be lying not to admit it: my phone is part of my life and I could not do anything without it, like almost all the people on the face of the earth.

I use the phone and abuse it constantly. Sometimes I find myself picking it up for no reason, other times I use it as a peacemaker when I feel bored, sad, or want to think about something else. I realize that, unconsciously, I spend a lot of time on social media (mainly Instagram, Twitter, and Reddit) and that sometimes I scroll for the pure pleasure of scrolling: although there is no interesting content, I continue to read everything that appears to me.

If you would have asked me a week ago how much time I spend on the phone for 24 hours, I would have answered half an hour, forty minutes top. Then I discovered that there is a pre-installed app that tells you how much time you spend in front of the screen: my average was 2 hours and 20, more than four times what I thought.

2 hours and 20 was my average: I got to days when I had 3-4 hour peaks, and less intense days when the time dropped to 1 hour. I am literally wasting my time, and I have no idea how this happens.

So I decided to try to stop the situation by setting myself some stakes. 

  • I started monitoring the Digital Health app every evening, where I see how much time I spend in front of the screen, and how. I noticed that much of the time, as I suspected, was dedicated to social media.
  • I made a drastic decision and uninstalled toxic social media. I had already done it with Facebook, which I use only and exclusively from my computer. This time I also did it with Twitter. For some time I had tried to cut the crap that I read on it, following only a small circle of people and pages; I realized, however, that an indescribable amount of fake news and pissed people kept coming upon me every time I logged in it. I made a drastic decision, and I deactivated the account and removed the application from the phone.
  • turned off notifications, both on the phone and the smartwatch. All of them. Telegram, Whatsapp, Gmail. All the apps constantly reminding me of things I didn’t care about. The first few days I turned them all off from the Fitbit watch, leaving only calls and diabetes alarms. After two days I realized that I couldn’t hear the phone with the vibration anyway, and I deactivated everything from there. Now it’s me who checks when I have messages and not the phone that constantly draws my attention.
  • I started paying attention to when I pick up the phone. And I realized that it is often a palliative for me. I feel bored, I take it. I want to silence something I’m thinking about, I take it. I am sad, I take it. I am happy, I take it. Whenever I experience some strong emotions, the phone is always in my right hand.

What did I notice after a week? I don’t even know where to start.

I start from the end: I noticed that I used social media mainly to contain negative feelings, and to amplify the positive ones. It’s the Instagram effect: I silence what I don’t like, I share everything that makes my life seem perfect.

I noticed that most of the time, I was picking up the phone for no particular purpose. So, as if it were an automatic gesture, almost like walking or sitting on the sofa. I picked up the phone and automatically repeated the same pattern: I read the messages, I scrolled the social networks, I shared something, I checked the messages again, and so on.

It’s called FOMOFear of missing out: I felt the need to be constantly updated with whatever my social friends were doing at that moment. And in turn, I was trying to share what I was doing. I was trying to respond to messages quickly. If I didn’t hear from a person for more than two days, I immediately send her a message. 
With all of myself, I decided not to fall into this logic anymore. Whenever I felt the need to see what others were doing, I put the phone down as far as possible.

After a few days, I also noticed that what I shared and what I wrote was starting to be more aware, more thought, more mindful. I no longer write just for the fun of it, but because I have something to say. I no longer reply automatically to a message but I write because I want to communicate something. Twenty minutes don’t pass me anymore, lost in the maze of a thousand photos, all with the same gold filter. I open Instagram, I choose the stories I want to open, I choose what to share, I close it and go on with my day.

And it’s only been a week. Imagine if you could go on like this for a month, for a year.

Ambiente e femminismo: Cool Dudes

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Martedì, pausa pranzo. Come al solito mi ritaglio mezz’ora per leggere, prima di tornare a lavoro. Sto leggendo di nuovo Naomi Klein, Una rivoluzione ci salverà. L’ho iniziato ieri sera, giusto prima di andare a dormire, per farmi venire gli incubi e passare la notte a pensare a cosa sarà tra dieci, vent’anni.

Dopo circa una cinquantina di pagine Naomi Klein cattura la mia attenzione citando un articolo dal titolo: Cool dudes: The denial of climate change among conservative white males in the United States.
“Cool”, tradotto in italiano, significa sia “figo” che “fresco”: e già dal sottotitolo potete capire di cosa si tratta, ovvero di un articolo scritto dai sociologi McCright e Dunlap nel quale sostengono che, negli Stati Uniti, i maschi bianchi conservatori che godono di un reddito superiore alla media sono più inclini a credere che il cambiamento climatico non esista.

Scaricare l’articolo è facile. Lo leggo, tutto d’un fiato, prima di proseguire con la lettura ancora più difficile del libro della Klein, che chissà quanti altri di questi articoli citerà.

Lo studio si basa sull’assegnare dei punteggi a variabili come credere o meno al cambiamento climatico, le sue tempistiche e le sue cause; la credenza sulle opinioni della comunità scientifica e le preoccupazioni personali sulle tematiche ambientaliste. Accanto a questo, i sociologi hanno misurato le opinioni politiche, assegnando un punteggio a seconda delle visioni liberali o conservatrici.

I risultati, chissà come mai, non mi sorprendono.

More generally, conservative white males are likely to favor protection of the current industrial capitalist order which has historically served them well. […] Given the expansive challenge that climate change poses to the industrial capitalist economic system, it makes sense that conservative white males’ strong system justifying attitudes—triggered by the anti-climate science claims of the conservative movement — may drive them toward climate change denial.

In generale, è probabile che i maschi bianchi conservatori favoriscano la protezione dell’attuale ordine capitalista che storicamente ha giovato loro. […] Data l’enorme sfida che il cambiamento climatico pone al sistema economico capitalista industriale, ha senso che il forte sistema conservatore dei maschi bianchi che giustifica gli atteggiamenti – innescati dalle affermazioni scientifiche anti-climatiche del movimento conservatore – possa spingerli verso il rifiuto del cambiamento climatico.

Cool dudes, traduzione mia

Dallo studio emerge prima di tutto che i maschi bianchi conservatori hanno la tendenza a credere nelle proprie opinioni, molto più rispetto ad altri gruppi, anche quando queste non rispecchiano la realtà.

La loro percezione sul cambiamento climatico è alterata sia dal fatto che scardinare questa convinzione significa mettere in dubbio tutto il loro mondo, sia dal fatto che sono poco inclini a mettere in discussione le proprie convinzioni. Immersi in un gruppo omogeneo di altri maschi bianchi conservatori, rafforzano le loro credenze e le considerano verità assoluta.

I maschi bianchi conservatori ricoprono infatti la maggioranza delle posizioni di potere nella nostra società e nella nostra economia. Per questo, di fronte alla critica sul loro ruolo, l’atteggiamento naturale è quello di scetticismo radicale, anche nei confronti degli allarmi lanciati dalla comunità scientifica.

The positive correlation between selfreported understanding of global warming and climate change denial among conservative white males is compelling evidence that climate change denial is a form of identity-protective cognition, reflecting a system-justifying tendency.

La correlazione positiva tra la comprensione auto-dichiarata del riscaldamento globale e la negazione del cambiamento climatico tra i maschi bianchi conservatori è una prova convincente che la negazione del cambiamento climatico è una forma di protezione cognitiva dell’identità, che riflette una tendenza a giustificare il sistema.

Cool dudes, traduzione mia

Mettiamo insieme i pezzi del puzzle. Continuiamo a chiederci perché il movimento ambientalista online sia guidato in gran parte da donne. Continuiamo a chiederci come mai i potenti non fanno nulla, e qualsiasi negoziato puntualmente va in fumo e non viene rispettato. Continuiamo ad arrabbiarci quando uomini bianchi adulti ridono di Greta Thunberg. Continuiamo a postare foto di alluvioni e incendi, stupiti di quante volte stiano succedendo.

E sappiamo benissimo qual è il motivo di tutto questo.

Il motivo va al di là delle tematiche puramente ambientali: per salvare il mondo dalla catastrofe climatica è necessario scardinare tutti valori che lo guidano in questo momento. E’ necessario cambiarle, quelle persone. E’ necessario ripensare la nostra società e combattere contro la cultura patriarcale, è necessario ripensare il nostro rapporto con l’ambiente, è necessario ripensare al nostro sistema economico, perché chiaramente il capitalismo non può più funzionare. E’ necessario, insomma, che quei maschi bianchi conservatori siano sempre meno, e che nei ruoli decisionali subentrino personalità differenti, per genere, orientamento sessuale, etnia e più in generale visione del mondo.

E’ necessario che l’ambientalismo abbracci tutte le altre lotte sociali. E’ necessario che altre persone prendano in mano la situazione, persone che non siano maschi bianchi conservatori. In modo che quei cool dudes smettano di essere cool e di prendere decisioni per tutti, agevolando solamente loro stessi a discapito del resto del mondo.

ENG

Environment and Feminism: Cool Dudes

Tuesday, I’m on lunch break. As usual, I take half an hour to read before returning to work. I’m reading Naomi Klein again, This Changes Everything: Capitalism vs. the Climate I started reading it last night, right before going to sleep, I read a couple of pages just to give myself nightmares and spend the night thinking about what it will be in ten, twenty years.

After about fifty pages Naomi Klein catches my attention by quoting an article called Cool dudes: The denial of climate change among conservative white males in the United States
Starting from the subtitle you can understand what it’s about: an article written by sociologists McCright and Dunlap in which they argue that, in the United States, white male conservatives with above-average incomes are more inclined to believe that climate change does not exist.

You can read the article easily. I read it fast, I don’t want to miss anything about it. I want to read it before continuing with the even more difficult reading of Klein’s book, which who knows how many others of these articles she will quote.

The study is based on assigning different scores based on variables such as believing or not in climate change, its timing and its causes; beliefs in the opinions of the scientific community, and personal concerns on environmental issues. Besides this, the two sociologists have measured political opinions, assigning a score according to liberal or conservative views.

The results, obviously, did not surprise me.

More generally, conservative white males are likely to favor protection of the current industrial capitalist order which has historically served them well. […] Given the expansive challenge that climate change poses to the industrial capitalist economic system, it makes sense that conservative white males’ strong system justifying attitudes—triggered by the anti-climate science claims of the conservative movement — may drive them toward climate change denial.

First of all, this study shows that white male conservatives have a tendency to believe their opinions, much more than other groups, even when these do not reflect reality. 

Their perception of climate change is altered both by the fact that to undermine this belief means to question their whole world, but also by the fact that they are unwilling to question their own beliefs. Immersed in a homogeneous group of other conservative white males, they reinforce their beliefs and consider them the absolute truth.

In fact, conservative white males hold the majority of positions of power in our society and our economy. For this reason, faced with the criticism of their role, the natural attitude is that of radical skepticism, even towards the alarms raised by the scientific community.

The positive correlation between selfreported understanding of global warming and climate change denial among conservative white males is compelling evidence that climate change denial is a form of identity-protective cognition, reflecting a system-justifying tendency.

Let’s put the pieces of the puzzle together. We keep wondering why the online environmental movement is largely led by women. We continue to ask ourselves why the powerful men do nothing, and why any negotiation ends up in smoke and it’s not respected. We keep getting angry when grown white men laugh at Greta Thunberg. We continue to post photos of floods and fires, amazed at how many times they are happening.

And we know very well what the reason for all this is.

The reason is very simple and goes beyond merely environmental issues: to save the world from climate catastrophe it is necessary to unhinge all the values that guide it at this moment. It is necessary to change those people. It is necessary to rethink our society and fight against the patriarchal culture, it is necessary to rethink our relationship with the environment, it is necessary to rethink our economic system, because clearly capitalism can no longer work. In short, it is necessary for those white male conservatives to be fewer and fewer, and for different actors to take over the decision-making roles. Different by gender, sexual orientation, ethnicity, and more generally, by their vision of the world.

Environmentalism needs to embrace all other social fights. Other people need to take this matters into their own hands, people other than white male conservatives. So that those cool dudes will stop being cool and they will stop making decisions for everyone, because they are only facilitating themselves at the expense of the rest of the world.

Minimalismo e zero waste sono compatibili?

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Ho sentito spesso rispondere no a questa domanda. Ho visto tante persone parlare di come il minimalismo aumenti il consumo di usa e getta, e come lo zero waste spinga invece all’accumulo di barattoli, borracce, oggetti sostenibili.

Il minimalismo è molto personale, al contrario dello zero waste che è più sociale. Minimalista può essere colui che possiede pochissimi oggetti, colui che vive in maniera frugale o colui che decide di eliminare il superfluo dalla sua vita. E qui si apre un mondo: cos’è il superfluo?

Superfluo, direbbe Marie Kondo, è ciò che non ci rende felici, o come direbbe lei, doesn’t spark joy. Superfluo è ciò che possiamo tranquillamente lasciare andare, ciò che può uscire dalla nostra vita perché non ne abbiamo bisogno. Può essere un oggetto, un’attività, una persona, qualsiasi cosa della nostra vita.

Ma perché questo dovrebbe essere incompatibile con la volontà di vivere a basso impatto ambientale? Sempre più spesso capita di leggere testimonianze di persone che intraprendono, parallelamente, l’uno e l’altro percorso. E perché no? Consumare meno, in fondo, è il minimo comune denominatore dei due movimenti.

Tramite il minimalismo, possiamo ridurre tutto ciò che ci porta via tempo e risorse preziose nella nostra vita. Tutto ciò che teniamo con noi perché vogliamo conservarne il ricordo, senza pensare che il ricordo è nella nostra mente e da nessun’altra parte.

Tramite lo zero waste, possiamo ridurre tutto ciò che porta via risorse preziose al mondo che ci circonda. Tutto ciò che rimarrà nei nosti mari, tutto ciò che avvelena il suolo, tutto ciò di cui veramente non abbiamo bisogno perché le alternative ci sono, e devono diventare accessibili per tutti.

Entrambi possono coesistere nella stessa persona che cerca di eliminare tutto il superfluo e allo stesso tempo di produrre meno impatto ambientale possibile. Per essere zero waster non è necessario avere un certo numero di borracce, portapranzo e posate in bambù: è possibile avere solo quelle che ci servono, e non c’è un numero esatto. Minimalismo non significa vivere in una casa spoglia, ma tenere nella nostra vita solo ciò di cui abbiamo necessità. E’ possibile farlo anche senza consumare prodotti usa e getta e, se ci pensate bene, anche comprando nei negozi sfusi e sostenibili.

Minimalismo e zero waste sono compatibili. Procedono in parallelo nelle vite di tanti, che di giorno in giorno, come pellegrini senza meta, si spogliano e si decompongono e si mettono in discussione, pezzo dopo dopo, alla ricerca di una vita più semplice e che valga veramente la pena vivere.

ENG

Are minimalism and zero waste compatible?

I have often heard no as an answer to this question. I have seen many people talking about how minimalism increases the consumption of disposables, and how zero waste instead pushes the accumulation of jars, water bottles, sustainable objects.

Minimalism is very personal, as opposed to zero waste which is more social. A minimalist can be the one who has very few objects, the one who lives frugally, or the one who decides to eliminate the superfluous from his life. And here a world opens up: what is superfluous?

Superfluous, Marie Kondo would say, is what doesn’t spark joy. Superfluous is what we can safely let go of, what can come out of our life because we don’t need it. It can be an object, an activity, a person, anything in our life.

But why should this be contradictory with the desire to live with a low environmental impact? More and more often it happens to read testimonies of people who undertake, in parallel, one and the other path. Why not? After all, consuming less is the common denominator of the two movements.

Both can coexist in the same person who tries to eliminate all the superfluous and at the same time to produce as little environmental impact as possible. To be a zero waster it is not necessary to have a certain number of bottles, lunch boxes, and bamboo cutlery: it is possible to have only the ones we need, and there is not an exact number. Minimalism does not mean living in a bare house but keeping only what we need in our life. It is possible to do this even without consuming disposable products and, if you think about it, even buying in bulk and sustainable stores.

Minimalism and zero waste are compatible. They proceed in parallel in the lives of so many, who from day to day, like wandering pilgrims, undress and decompose and question themselves, piece by piece, in search of a simpler life that is truly worth living.