Il movimento zero waste è abilista

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La mia esperirenza prima e dopo la malattia cronica

Quando ho iniziato a vivere in modo “sostenibile” ero una studentessa universitaria e non avevo nessuna malattia cronica. Passavo i pomeriggi a cercare su internet le soluzioni più ecologiche, cercavo di prevedere quanti e quali rifiuti avrei potuto produrre. Ridurre il mio impatto ambientale significava essere perfetta. In fondo, in ballo c’è la salvaguardia del pianeta, e per gran parte della mia vita non avevo fatto nulla.

Comprare qualcosa imballato nella plastica mi faceva sentire ipocrita, così come dimenticarmi la borraccia. Piuttosto, non bevevo: se non avevo la mia borraccia, tanto valeva morire di sete. Tralasciamo il mio stato d’animo tutte quelle volte in cui ho dimenticato di dire che non volevo la cannuccia nello spritz.

Quanto sforzo può mai volerci per fare una spesa sfusa? E per usare una coppetta al posto degli assorbenti? Avevo tantissimo tempo libero, e mi immedesimavo in tutti gli articoli, soprattutto statunitensi, che leggevo online. Ero giovane, e quando si è giovani si è radicali in modo ingenuo, superficiale.

Uno dei leitmotiv più gettonati riguardante le eccezioni è sempre stato, anche agli inizi del movimento zero waste online, quello dei farmaci. Se hai bisogno di farmaci, purtroppo, non si può fare nulla. Basta dividere il blister dalla scatolina, e si risolve tutto col riciclo. Non ti preoccupare. Per così poco?

Ma l ə zero waster della prima ora, quellə durə e purə che trascinavano ovunque zaini pieni di barattoli di vetro, ammettevano eccezioni solo in pochissimi casi. Il blister di plastica era il metro di paragone del bravə zero waster: può essere messo dentro una waste jar (il barattolo che molti zero waster utilizzano per tenere traccia dei rifiuti) e soprattutto è un rifiuto una tantum: finito il blister, poteva essere dimenticato insieme alle etichette e agli scontrini.

Poi è arrivato il diabete tipo 1

Tutta la narrazione che ruotava intorno allə zero waster perfettə mi è crollata addosso quando mi è stato diagnosticato il diabete di tipo 1. Gran parte delle mie giornate erano organizzate in modo da avere il minor impatto ambientale possibile. Lo zero waste mi faceva stare bene, e per stare bene dovevo dare il massimo, sempre e comunque.

Poi improvvisamente ho iniziato a fare i controlli glicemici. Sapete come si controlla la glicemia? Con un pungidito: una aghetto a scatto che punge la pelle e fa uscire una gocciolina di sangue capillare; questa gocciolina viene poggiata in una striscetta reattiva inserita in un glucometro, e in pochi secondi restituisce un valore.

Insieme ai controlli, prima dei pasti, un’iniezione di insulina. Questa è più facile: è quasi come un’iniezione normale, solo che si usa una penna nella quale viene infilato un aghetto piccino, sempre imballato nei suoi due tappini di plastica. L’ultima iniezione, quella dell’insulina lenta, prima di andare a dormire.

I controlli della glicemia. Ogni giorno per sei volte al giorno. Sei striscette, un pungidito per ogni giornata. Una settimana, quarantadue striscette, sette pungidito.
Le iniezioni di insulina. Quattro iniezioni al giorno. Ventotto iniezioni alla settimana. Cinquantasei tappini di plastica non riciclabili.
Le scatoline di carta. I bugiardini. Il film di plastica ovunque. Le salviettine disinfettanti. L’applicatore del sensore che non è possibile differenziare.

Conservavo i tappini dentro un bidoncino di plastica, nascosti sotto il lavandino. All’inizio era come se non esistessero, non potevano essere i miei rifiuti. Crescevano, si accumulavano. Possibile che nessunə mi avesse mai detto che per vivere una vita a basso impatto ambientale dovevo essere necessariamente abile?

Quando ne ho parlato su instagram, molte persone mi hanno detto: ma non c’è scritto da nessuna parte. È vero, non c’era scritto da nessuna parte: ma proprio per il fatto che non fosse menzionata e raccontata da nessuno, la mia vita era impossibile.

Un problema di abilismo

Ci sono voluti anni prima che mi rendessi conto che la community zero waste online ha un grosso problema di abilismo.

Pensateci: quante volte abbiamo messo like a un post contro le cannucce, senza neanche pensare che quei diavoli di plastica siano, per alcune persone, l’unico modo per bere in maniera indipendente? Quante volte abbiamo schifato gli assorbenti usa e getta senza pensare che forse, per alcune persone, non ci sono alternative?

Quante volte invece abbiamo pensato che tutto è relativo, e che la plastica non può essere sempre il male assoluto?
Io, prima del diabete, non ci pensavo mai.

Per me la plastica era il male, perché la mia prospettiva era limitata e il mio obiettivo era arrivare ad essere perfettamente in linea con i miei valori. Volevo essere quella che non sarebbe mai arrivata allo zero ma quasi. Quel “quasi” era tutto. Dopo il diabete, ho capito che nella mia vita non mi sarei mai più neppure avvicinata allo zero dello zero waste: la plastica rientrava a far parte prepotentemente delle mie giornate, e stavolta non potevo sfuggirle.

Rappresentazione e inclusività

Raccontare un’unica storia, come direbbe Chimamanda Ngozi Adichie, è pericoloso. Eppure per molto tempo il movimento ambientalista zero waste l’ha fatto.

Si è dimenticato di tutti coloro che non potevano fare a meno della plastica, di tutti coloro che per un motivo o per l’altro non avrebbero mai potuto racchiudere tutti i loro rifiuti in una mason jar. Si è dimenticato di raccontare che non esiste un solo modo di essere ambientalisti, ma che ognuno di noi può esserlo nonostante i compromessi che la vita richiede ogni giorno.

La mia malattia, durante questi anni, mi ha insegnato questo: che nonostante tutto mai nessuno potrà dirmi cosa non essere. Per me sarebbe stato molto più facile dimenticarmi tutto e vivere la mia vita come se l’ambientalismo non fosse mai successo. Sarebbe stato anche molto facile credere di non potercela fare piuttosto che farlo e basta: nessuno mi rappresentava quando ho iniziato a scrivere e raccontare la mia vita zero waste con una malattia cronica.

C’era chi diceva “sono ambientalista nonostante faccia ancora la spesa al supermerato”. C’era chi diceva “sono ambientalista anche se prendo la macchina ogni giorno”. Ma vi assicuro, non c’era nessuno che diceva ad alta voce e senza vergognarsi: sono ambientalista nonosante una malattia che mi costringe a produrre CHILI di rifiuti di plastica non riciclabile per il resto della mia vita.

Non è facile uscire allo scoperto quando non c’è nessuno simile a noi. Quando ho iniziato a scrivere di diabete, era come se l’argomento fosse sempre separato dal mio impegno per l’ambiente. O scrivevo dell’uno, o scrivevo dell’altro. I post si alternavano, come se fossero due argomenti distinti, che non avessero nulla a che fare l’uno con l’altro.

Poi mi sono resa conto che dalla diagnosi il mio impegno è cambiato. Non è più ingenuo e incentrato solo su me stessa. Il diabete mi ha dato modo di andare oltre, di percepire ciò che dico e faccio come parte di qualcosa di più grande; di tradurlo, in un certo senso, in azioni più concrete e che vanno oltre la mia persona. Mi ha aiutato a capire che le scelte personali sono una goccia nell’oceano.

Da quel momento ho avuto modo di parlare con tante persone che hanno avuto i miei stessi dubbi. Un giorno una ragazza mi ha scritto: come posso salvare l’ambiente se la mia malattia mi costringe a tutto questo?

Il movimento zero waste è abilista? Sì. In molti casi lo è, e non ce ne rendiamo conto perché abbiamo il privilegio di coltivare il nostro orticello senza pensare a ciò che sta fuori. Io per prima ci ho messo mesi per accettare che tutto ciò che avevo fatto fino a quel momento era abilista e proveniva da una posizione di profondo privilegio.

Quella domanda mi ha ricordato tutte le volte che ho fatto questa domanda a me stessa. Mi sono ricordata tutte le volte che ho risposto che no, non potevo. Che non avrei mai più riempito una mason jar. Che non avrei più buttato il sacchetto dell’indifferenziata una volta ogni sei mesi. Che non avrei mai più potuto parlare di come vivere una vita a basso impatto ambientale. Che puttosto sarebbe stato meglio non fare nulla. O forse no.

ENG

The zero waste movement is ableist

My experience before and after my chronic illness diagnosis

When I started living a “sustainable” life I was a university student and I didn’t have any chronic illnesses. I spent the afternoons searching the internet for the most ecological solutions, trying to predict how much and what kind of waste I would have produced. Reducing my environmental impact meant being perfect. After all, saving the planet was the most important thing and for most of my life, I had done nothing.

Buying something packed in plastic made me feel dishonest, as did forgetting my reusable water bottle. Rather, I didn’t drink: if I didn’t have my water bottle, I might as well die of thirst. Let’s leave out my mood all those times when I forgot to say that I didn’t want the straw in my drink.

How much effort can it ever take to go shopping in bulk? And what about using a cup instead of sanitary pads? I had a lot of free time, and I empathized with all the articles, especially written by US influencers, that I read online. I was young, and when you are young you are radical in a naive, superficial way.

One of the most popular leitmotifs regarding exceptions has always been, even at the beginning of the zero-waste online movement, medicines. If you need medication, unfortunately, nothing can be done. Just divide the blister from the box, and everything is solved with recycling. Don’t worry. For something so small?

But the first zero wasters, the hard and pure activists who dragged backpacks full of glass jars everywhere, allowed exceptions only in very few cases. The plastic blister was the standard for the good zero wasters: it can be placed inside a waste jar and above all, it’s a one-time-thing: the blister is finished, it could be forgotten with the labels and receipts.

Then type 1 diabetes arrived

The whole narrative that revolved around the perfect environmentalist collapsed on me when I was diagnosed with type 1 diabetes. Most of my days were organized in such a way as to have the least possible environmental impact. Zero waste made me feel good, and to feel good I had to give my best, always and in any situation.

Then suddenly I started doing blood glucose checks. Do you know how to control blood sugar? With a lancing device: a snap needle that pricks the skin and releases a droplet of capillary blood; this droplet is placed in a reactive strip inserted in a glucometer, and in a few seconds it returns a value.

Together with the checks, before meals, an injection of insulin. This is easier: it is almost like a normal injection, only you use a pen in which a tiny needle is inserted, always packed in its two plastic caps. The last injection, that of slow insulin, before going to sleep.

Blood glucose checks. Every day six times a day. Six strips, a lancing device for every day. One week, forty-two strips, seven lancing devices. 
The insulin injections. Four injections a day. Twenty-eight injections per week. Fifty-six non-recyclable plastic caps. 
The paper boxes. The leaflets. Plastic film everywhere. The disinfectant wipes. The sensor applicator which cannot be differentiated.

I kept them in a plastic bin, hidden under the sink. At first, it was as if they didn’t exist, they couldn’t be my waste. They grew, they accumulated. Was it possible that no one had ever told me that to live a life with a low environmental impact I had to be abled?
When I talked about it on Instagram, many people told me: but it is not written anywhere that you cannot keep up with your life. True, it wasn’t written anywhere: but precisely because it wasn’t mentioned and told by anyone, my life felt impossible.

An ableism problem

It took me years before I realized that the online zero waste community has a big ableism problem.

Think about it: how many times have we liked a post against straws, without even thinking that those plastic devils are, for some people, the only way to drink autonomously? How many times have we disgusted disposable pads without thinking that maybe, for some people, there are no alternatives?

How many times, on the other hand, have we thought that everything is relative, and that plastic cannot always be absolute evil? 
I can say that, before diabetes, I never thought about it.

For me, plastic was bad, because my perspective was limited and my goal was to be perfectly in line with my values. I wanted to be the one who would never reach zero but almost be there. That “almost” was everything. After diabetes, I realized that in my life I would never even get close to that: plastic was a major part of my days, and this time I could not escape it.

Representation and inclusivity

Telling a single story, as Chimamanda Ngozi Adichie would say, is dangerous. Yet for a long time, the zero-waste environmental movement has done so.

He has forgotten all those who could not do without plastic, all those who for one reason or another could never enclose all their waste in a mason jar. He forgot to mention that there is not just one way to be environmentalists, but that each of us can be, despite the compromises that life requires every day.

My illness, during these years, has taught me this: that despite everything, nobody will ever be able to tell me what I could be. It would have been so much easier for me to forget everything and live my life as if environmentalism never happened. It would also have been very easy to believe that I couldn’t do it rather than just do it: no one represented me when I started writing and telling my zero waste life with a chronic illness.

Some said, “I am an environmentalist even though I still shop at the supermarket”. Some said, “I’m an environmentalist even if I take the car every day”. But I assure you, no one was saying out loud and without being ashamed: I am an environmentalist despite a disease that forces me to produce A HUGE AMOUNT of non-recyclable plastic waste for the rest of my life.

It is not easy to come out when there is no one like us. When I started writing about diabetes, it was as if the topic was always separate from my commitment to the environment. Either I wrote about one, or I wrote about the other. The posts shifted as if they were two distinct topics, which had nothing to do with each other.

Then I realized that my commitment has changed since the diagnosis. It is no longer naive and focused only on myself. Diabetes has allowed me to go further, to perceive what I say and do as part of something bigger; to translate it, in a certain sense, into more concrete actions that go beyond my person. It helped me understand that personal choices are a drop in the ocean.

Since that moment I have had the opportunity to speak with many people who have had the same doubts as mine. One day a girl wrote to me: how can I save the environment if my illness forces me to do all this?

Is the zero waste movement abilist? Yes. In many cases it is, and we do not realize it because we have the privilege of cultivating our own garden without thinking about what is outside the fence. For me, it took me months to accept that everything I had done up to that point was an enabler and came from a position of profound privilege.

That question reminded me of all the times I’ve asked myself the same thing. I remembered all the times I said no, I couldn’t. That I would never fill just one mason jar again. That I would never have thrown away the trash once every couple of months. That I would never again be able to talk about how to live a life with a low environmental impact. That it was better to do nothing than anything like this. Or maybe not.

Ho guardato Seaspiracy su Netflix: ne vale la pena?

Spoiler alert: in questo post racconto gran parte del documentario Seaspiracy. Se non ami gli spoiler, per favore non proseguire nella lettura.
Spoiler alert: in this post I talk about the Seaspiracy documentary. If you don’t like spoilers of any kind, please stop reading now.

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Prima di guardare Seaspiracy su Netflix ho aspettato 24 ore dall’uscita.

Non sono una grande fan di quelli che vengono presentati come “documentari controversi” o “che ti faranno aprire gli occhi sulla realtà”, e per questo ogni volta che leggevo qualcuno che parlava di Seaspiracy la mia voglia di accendere la tv svaniva sempre di più. Finché non ho deciso di costringermi prima che fosse troppo tardi.

Prima di iniziare, un paio di premesse. Sono vegetariana da circa 15 anni. Non mangio né carne né pesce, e mi approccio a questo documentario con gli occhi di una persona che ha già smesso di consumare prodotti animali (e gran parte dei derivati) principalmente per motivi etici e ambientali.

Seconda premessa: faccio molta fatica a guardare documentari, video, fotografie, o anche solo proteste in strada che mi ricordano i macelli. Quando ho visto per la prima volta il video della Grindadráp che ogni anno si tiene nelle isole Faroe, le immagini del sangue mi hanno tormentato per giorni. Le evito, dico la verità. Se vedo gruppi che protestano mostrando video di macelli in strada, come gran parte delle persone, cambio strada.

Questo per dire che non ho nessuna pretesa di essere oggettiva nella mia analisi.

Il titolo del documentario, Seaspiracy, è chiaramente ispirato a un altro documentario che è diventato nel corso degli anni un punto di riferimento per la community veg: Cowspiracy, incentrato sugli allevamenti intensivi.
Gli intenti sono gli stessi: Seaspiracy vuole documentare i danni che la pesca intensiva sta avendo sui nostri oceani e sulla terra in generale. Kip Andersen, attivista statunitense, è l’occhio dietro la videocamera di entrambi i documentari.

Partiamo dalle basi: Seaspiracy, come Cowspiracy, è un documenario americano. E ai nostri occhi europei, si vede: dalle musiche da film d’azione ai i toni cospirazionisti, sembra che negli Stati Uniti non possano fare un documentario informativo senza servirsi di questi trucchi cinematografici.

Seaspiracy inizia un po’ come ci aspetteremmo da qualsiasi documentario di questo tipo. Kip ripercorre la sua infanzia di appassionato ambientalista e fan di David Attembourough, parla del suo amore per le orche e i parchi a tema, e ci dà qualche informazione sugli oceani. Il punto di partenza dell’inchiesta sono gli animali, soprattutto balene e delfini, che stanno morendo nelle coste con lo stomaco pieno di plastica.

Devo dire la verità, ho continuato a guardare il documentario con più piacere e a incuriosirmi nel momento in cui ho capito che direzione stava prendendo. Mi aspettavo la solita ramanzina sulle abitudini che dobbiamo cambiare, specialmente per quanto riguarda il consumo di plastica, e invece, dopo soli cinque minuti, un’ammissione di colpa.

Ci stiamo concentrando troppo su quello che possiamo fare in quanto singoli, ovvero eliminare cannucce, comprare sfuso… quando in realtà il problema è un altro: la maggior parte della plastica negli oceani è rappresentata da reti e attrezzature da pesca.
Qualcuno che si rende conto che la responsabilità non può essere solo dei singoli? Sogno o son desta? Quasi non riesco a crederci. Ma forse sono io che ho scarsa fiducia nei documentari Netflix destinati al grande pubblico.

La parte più interessante, e quella che forse è la meno conosciuta, è quella che riguarda le certificazioni e come vengono emesse. Di fatto, i produttori di prodotti ittici che espongono certificazioni come pesca sostenibile o dolphin safe fanno soldi proprio grazie all’industria ittica che li paga per avere la certificazione. Non c’è modo, come ammette il direttore di Dolphin Safe durante il documentario, di controllare come effettivamente venga effettuata la pesca, ma ci si affida unicamente alla parola dei capitani delle navi peschereccio.

Il problema principale, oltre che la pesca intensiva, è quello che viene chiamato by-catch, ovvero l’uccisione collaterale di delfini, tartarughe e altri animali che finiscono nelle reti da pesca. Di fatto, molti dei prodotti che espongono etichette di sostenibilità, non danno nessuna garanzia al consumatore, perché non c’è nessuno che controlli l’attività dei pescherecci in mezzo al mare.

E per quanto riguarda l’allevamento? Una delle parti più disgustose del documentario sono i filmati degli allevamenti di salmoni in Scozia. Animali che nuotano in acque sporche e sui loro stessi escrementi, formando dei banchi costretti a girare su se stessi in orrende gabbie quadrate, e che per via del sovraffollamento sono attaccati da batteri e parassiti (esattamente come qualsiasi altro allevamento intensivo). La loro carne è così orrida deve essere colorata artificialmente prima di essere confezionata e rivenduta.

Infine, un altro problema che viene sottolineato durante il documentario è il fatto che la pesca intensiva sta rendendo difficile la vita dei piccoli pescatori in paesi come la Liberia, le cui coste sono stracolme di pescherecci commerciali che non lasciano nulla ai piccoli pescatori la cui vita dipende letteralmente dalla pesca.

La pesca intensiva, in Liberia così come nel resto del mondo, è una minaccia per le popolazioni native ma anche per il resto del mondo: se continuiamo a questi ritmi insostenibili, con l’acidificazione degli oceani e la scomparsa di interi ettari di foreste di alghe, il riscaldamento globale non farà che peggiorare ulteriormente. Le alghe infatti svolgono un ruolo fondamentale nel sequestrare carbonio impedendo il suo rilascio nell’atmosfera.

Cosa porto a casa da questo documentario?

La conclusione è semplice quanto precisa: dovremmo smettere di mangiare, ma guarda un po’, anche il pesce. Personalmente non ho mai capito chi fa una differenza netta tra animali terrestri e animali marini: si tratta pur sempre di animali, in entrambi i casi senzienti, in entrambi i casi che soffrono a causa del nostro consumo. Ricordiamoci che i mari ospitano esseri che raggiungono livelli di intelligenza che non riusciamo neppure a immaginare: i cefalopodi, per esempio.

Per me quindi questa è stata una conclusione abbastanza scontata. Ripeto, per me. Persona che inorridisce anche al solo pensiero di mettere in cattività un polpo.

L’aspetto positivo è che la responsabilità dei singoli, in questo caso l’invito a non mangiare pesce né altri animali, viene collocato in qualche modo in un contesto più ampio, con la speranza che diventi una spinta per legislazioni più stringenti e per un cambio di rotta nel commercio di prodotti ittici. O meglio, questo è quello che ci ho voluto leggere io, perché come al solito niente di tutto questo viene detto esplicitamente.

L’aspetto negativo, che per me è insopportabile alla lunga, è il tono che viene usato durante tutto il documentario. Troppo cospirazionista, troppo statunitense, ogni volta che veniva pronunciata la frase follow the money sentivo l’ovaia destra rivoltarsi.

Un documentario da vedere? Nì. Tante piccole pennellate che però non riescono a completare il quadro in modo approfondito. Se non avete nient’altro da fare, può dare spunti di riflessione interessanti. Ma per quanto mi riguarda non è stato né esaustivo, né approfondito.

ENG

I watched Seaspiracy on Netflix: is it worth it?

Before watching Seaspiracy on Netflix I waited 24 hours after release.

I’m not a big fan of what is presented as a “controversial documentary” or something “that will make you open your eyes to reality”, and for this reason every time I read someone who talked about Seaspiracy my desire to turn on the TV faded more and more. Until I decided to force myself before it was too late.

Before starting, a couple of premises. I have been a vegetarian for about 15 years. I don’t eat meat or fish, and I approach this documentary through the eyes of a person who has already stopped consuming animal products (and most of their derivatives) mainly for ethical and environmental reasons.

Second premise: I have a hard time watching documentaries, videos, photographs, or even just street protests that remind me of slaughterhouses. When I first saw the video of the Faroe Grindadráp, the images of blood haunted me for days. I avoid them if I must tell the truth. If I see groups protesting showing videos of slaughterhouses on the street, like most people, I change the street.

For these reasons, I have no claim to be objective in my analysis.

The title of the documentary, Seaspiracy, is clearly inspired by another documentary that has become a reference point for the veg community over the years: Cowspiracy, which focuses on intensive farming.
The intentions are the same: Seaspiracy wants to document the damage that intensive fishing is having on our oceans and the earth in general. Kip Andersen, a US activist, is the eye behind the camera in both documentaries.

Let’s start with the basics: Seaspiracy, like Cowspiracy, is an American documentary. And in our European eyes, you can tell: from action-movie-music to conspiratorial overtones, it seems that in the US they can’t make an informative documentary without using these cinematic tricks.

Seaspiracy starts as we would expect from any documentary of this type. Kip traces his childhood as an avid conservationist and David Attenborough fan, and he talks about his love for whales and theme parks, giving us some insight and information about the oceans. The starting point of the investigation is the animals, especially whales and dolphins, which are dying on the coasts with their stomachs full of plastic.

I have to tell you the truth, I continued to watch the documentary with more pleasure and to get curious when I realized what direction it was taking. I was expecting the usual lecture about the habits we need to change, especially regarding plastic consumption, and instead, after just five minutes, an admission of guilt.

We are focusing too much on what we can do as individuals, which is to eliminate straws, buy in bulk… when in reality the problem is different: most of the plastic in the oceans is represented by fishing nets and gear.
Someone who realizes that responsibility cannot lie with individuals alone? Am I dreaming? I almost can’t believe it. But maybe I’m the one who has little faith in Netflix documentaries aimed at the general public.

The most interesting part, and the one that is perhaps the least known, is that which concerns the certifications and how they are issued. In fact, the producers of fish products that exhibit certifications such as sustainable fishing or dolphin-safe make money thanks to the fishing industry that pays them for certification. There is no way, as the director of Dolphin Safe admits during the documentary, to check how fishing is carried out, but we rely solely on the word of the captains of the fishing vessels.

The main problem, in addition to intensive fishing, is what is called by-catch, or the collateral killing of dolphins, turtles, and other animals that end up in fishing nets. Many of the products that display sustainability labels do not give any guarantee to the consumer, because there is no one who controls the activity of fishing boats in the middle of the sea.

What about farming? One of the most disgusting parts of the documentary is the footage of salmon farms in Scotland. Animals that swim in dirty waters and on their excrement, swimming around and forced to turn on themselves in hideous square cages, and which due to overcrowding are attacked by bacteria and parasites (just like any other intensive farming). Their meat is so nasty it has to be artificially colored before it is packaged and resold.

Finally, another problem that is highlighted during the documentary is the fact that intensive fishing is making life difficult for small-scale fishermen in countries like Liberia, whose coasts are jam-packed with commercial fishing boats that leave nothing to small fishermen whose lives. it depends on fishing.

Intensive fishing, in Liberia as well as in the rest of the world, is a threat to native populations but also to the rest of the world: if we continue at these unsustainable rates, with the acidification of the oceans and the disappearance of entire hectares of forests of algae, global warming will only get worse. Let’s remember that algae play a fundamental role in sequestering carbon by preventing its release into the atmosphere.

What do I take from this documentary?

The conclusion is as simple as it is precise: we should stop eating, but look, fish too. Personally, I have never understood who makes a clear difference between terrestrial and marine animals: they are still animals, in both cases sentient, in both cases suffering from our consumption. Let us remember that the seas are home to beings that reach levels of intelligence that we cannot even imagine: cephalopods, for example.

For me, therefore, this was a fairly predictable conclusion. I repeat, for me. A person who is horrified even at the thought of putting an octopus in captivity.

The positive aspect is that the responsibility of individuals, in this case, the invitation not to eat fish or other animals, is somehow placed in a broader context, with the hope that it will become a push for more stringent legislation and a change of course in the trade of fish products. Or rather, this is what I wanted to read in Seaspiracy, because as usual none of this is explicitly said.

The downside, which for me is unbearable in the long run, is the tone that is used throughout the documentary. Too conspiratorial, too American, every time the phrase follow the money was uttered, I felt my right ovary revolt.

A documentary to see? Maybe. If you have nothing else to do, it can provide interesting food for thought. But as far as I’m concerned it was neither exhaustive nor thorough.

Un trasloco zero waste

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Sto traslocando. È arrivato il momento di lasciare Milano, dopo quasi due anni passati tra lockdown, quarantene, canzoni ai balconi, pizze fatte in casa e passeggiate al parco. Nonostante il momento non sia ideale, è arrivato e non posso più rimandarlo, e quindi eccomi qui: circondata da tutto ciò che possiedo, a scrivere del mio trasloco internazionale zero waste.

Per chi non mi segue su Instagram, piccolo update: mi trasferisco in Germania!

Iniziamo subito col dire che non parlerò del nastro carta compostabile. Lo so, siete tuttə qui per questo. E non posso che essere d’accordo: esteticamente è molto bello. Lo so, avrei potuto fare delle foto con quel filtro dorato e luminoso che tanto ci piace. Ma utilizzarlo al posto del normale nastro da pacchi significava ordinarlo da internet e mandare in fumo tutti i miei tentativi di traslocare con il minimo impatto possibile sull’ambiente.

Vivere una vita zero waste è facile finché si è in casa. Diventa invece una sfida in questi momenti, quando improvvisamente mi ritrovo a racchiudere tutto ciò che mi appartiene dentro scatole di cartone. Sopra le quali, inevitabilmente, dimenticherò di scrivere cosa c’è dentro. Alcune cose saranno facili da ritrovare, altre si perderanno nel caos: per fortuna, una volta arrivata mi aspettano 5 giorni di quarantena che saranno totalmente dedicati a sistemare tutti i miei averi.

Fatte queste premesse, vi racconto un po’ come mi sono organizzata per affrontare il trasloco.

Scatoloni

Il mio segreto per gli scatoloni è accumulare. Lo so, da wannabe minimalista non dovrei usare questo termine, però accumulare scatoloni è l’unico modo per fare un trasloco a basso impatto ambientale. Non appena abbiamo deciso di trasferirci, io e Nico abbiamo iniziato a conservare in un lato della casa tutte le scatole degli ordini e dei pacchetti ricevuti, compresi gli imballaggi. Nel caso dei pacchi che ricevo con i dispositivi per il diabete, gli imballaggi abbondano, dunque non è stato poi così difficile.

Accumulare scatoloni e imballaggi già usati permette di risparmiare tempo e denaro. È vero che le scatole possono essere tranquillamente riciclate, ma niente ci impedisce di usarle e sfruttarle al massimo fino alla fine della loro vita.

Se non ricevete tanti pacchi o non avete la possibilità di avere un ripostiglio in casa dedicato all’accumulo, una buona alternativa è… il supermercato. Ogni giorno infatti al supermercato vengono utilizzate e buttate via centinaia di scatole. Potete chiedere ai dipendenti se ve ne lasciano da parte qualcuna, solitamente vi chiederanno di tornare prima che mandino tutta la carta al compattatore. Oppure potete dare un’occhiata anche in ufficio: avete presente le scatole delle risme di carta? Sono perfette per libri e documenti, perché sono piccole e non diventano così pesanti da essere impossibili da trasportare.

Infine, tirando fuori il mio spirito di sopravvivenza ho realizzato che tutti i contenitori che ho in casa possono essere utilizzati per trasportare qualcosa: cestini, scatoline, sacchetti di stoffa, zaini, borse. Ho fatto diventare gli asciugamani e le tovaglie dei riempitivi; entrambi infatti sono perfetti per sostituire la plastica da imballaggio, soprattutto per i piatti, le ciotole o i barattoli di vetro che si potrebbero facilmente rompere.

Rifiuti e oggetti

Quale momento migliore per fare un audit dei propri rifiuti? Vi assicuro, durante il trasloco se ne producono tanti. Nel mio caso, ridurre è il mantra che guida la pratica ascetica del traslocare: se non sto buttando cose che non mi servono, non lo sto facendo per bene.

I rifiuti più ovvi e più facili sono gli imballaggi: fortunatamente sono anche quelli più riciclabili, perché composti quasi unicamente da carta e cartone oppure da plastica. L’unica accortezza è quella di togliere il nastro da pacchi dal cartone, e gettarlo separatamente nella raccolta indifferenziata una volta arrivati a destinazione.

Per quanto riguarda tutto il resto, durante queste settimane in cui casa mia sta assumendo sempre più il profilo di Manhattan e dei suoi grattacieli, mi sono resa conto che è più facile, quando ogni oggetto mi passa tra le mani, ripensarlo.
Mi serve veramente? Perché lo sto tenendo anche se è rotto? È più facile pensare a come quell’oggetto sia arrivato a me. È stato spedito fino a casa mia? L’ho comprato al supermercato? Com’è stato imballato? Lo ricomprerò una volta arrivata a destinazione? Tutte queste domande mi aiutano a scegliere cosa acquistare in futuro. Questo vale anche per il cibo. In un momento di caos come il trasloco è facile pensare alle alternative, a cosa avrei potuto fare meglio e a cosa invece è stato inevitabile.

In ogni caso, traslocare è il momento migliore per rifiutare, una benedizione per ogni minimalista. Pensate a tutto ciò di cui non abbiamo bisogno. Se durante la vita di tutti i giorni è facile non aprire il cassetto degli orrori nel quale accumuliamo le penne che abbiamo rubato in ufficio nel 2011, durante il trasloco dobbiamo farlo necessariamente. Tirare fuori tutti i calzini, anche quelli spaiati. Togliere lo strato di polvere dai soprammobili nella libreria. Contare quanti cavi abbiamo accumulato.

E finalmente, lasciar andare tutto quello che è superfluo.

In realtà ci vuole un po’ di polso e un po’ di allenamento: la giustificazione del «potrebbe servirmi, un giorno» è sempre dietro l’angolo. L’ideale però è cercare di essere più cinici e crudeli possibile, e rispondere a noi stessi che no, se non abbiamo usato quel cavetto dal 1998 è molto improbabile che possa servirci dopodomani.

Tutti però abbiamo un tallone d’Achille: il mio è la libreria. Ho selezionato qualche libro che voglio regalare, ma per il resto rimane la parte più ingombrante in termini di spazio e volumi. I libri per me sono sempre stati un’ancora di salvezza, e ciclicamente riprendo in mano molti dei titoli che ho comprato negli anni. Per qualcuno potrà sembrare un controsenso, per me va bene così: ho imparato che non devo essere perfetta, e che posso essere minimalista in tanti ambiti della mmia vita senza dover rinunciare a ciò che mi arricchisce.

Ricordate sempre che gli oggetti che non vi servono più possono essere utili a qualcun altro: potete donarli ad amici e parenti, associazioni o in beneficenza. Ovviamente parliamo di oggetti perfettamente funzionanti e non rotti: tutto ciò che invece è arrivato a fine vita può essere differenziato oppure, nel caso di elettrodomestici e ingombranti, conferito in base alle indicazioni del comune.

Durante un trasloco si impara sempre e solo una cosa: abbiamo molto più di ciò che ci serve. Siamo degli animali che tendono ad accumulare, dai vestiti agli oggetti, fino al cibo in dispensa. Questa è una tendenza culturale difficile da combattere ed è difficile cambiare da un giorno all’altro. Mai come di fronte alla nostra vita inscatolata abbiamo la possibilità di ripensare i nostri consumi e tutte le cose che introduciamo nella nostra vita.

Trasportare le scatole è un lavoraccio, fisico e mentale. Diventa quindi necessario a volte essere capaci di lasciare andare tutte le cose che non utilizziamo e che non ci serviranno più in futuro: non solo quelle che si accumulano nelle scatole, ma in generale tutte quelle che si accumulano nella nostra vita.

ENG

A zero waste move

I’m moving. The time has come for me to leave Milan, after almost two years of lockdowns, quarantines, singing from the balconies, homemade pizzas, and walks in the park. Although the moment is not perfect, it has arrived and I can no longer delay it, so here I am: surrounded by everything I own, writing about my zero waste international move.

For those who don’t follow me on Instagram, quick update: I’m moving to Germany!

Let’s start by saying that I’m not going to talk about compostable paper tape. I know, that’s why you’re all here. And I can only agree: aesthetically compostable paper tape is very beautiful. I know, I could have taken pictures with that golden and bright filter that we like so much. But buying it instead of the normal tape meant ordering it online and smashing all my attempts to move with the least possible impact on the environment.

Living a zero waste life is easy as long as you are at home. Instead, it becomes a challenge in these moments, when suddenly I find myself enclosing everything that belongs to me in cardboard boxes. Over which, inevitably, I’ll forget to write what’s inside. Some things will be easy to find, others will get lost in the chaos: fortunately, once I arrive, I have to quarantine for 5 days, which will be totally dedicated to sorting out all my belongings.

So, moving on, I’ll tell you a little about how I organized myself to deal with the move.

Boxes

My secret with boxes is to accumulate them. I know, as a wannabe minimalist I shouldn’t use this term, but accumulating boxes is the only way to make a move with a low environmental impact. As soon as we decided to move, Nico and I started storing all the boxes of orders and packages received, including packaging, on one side of the house. In the case of the packages I receive with diabetes devices, packaging overflows, so it wasn’t all that difficult.

Accumulating used boxes and packaging saves time and money. It is true that the boxes can be safely recycled, but nothing prevents us from using them and making the most of them until the end of their life.

If you do not receive many packages or you do not have the possibility to have a storage room in the house dedicated to accumulation, a good alternative is… the supermarket. In fact, every day in the supermarket hundreds of boxes are used and thrown right away. You can ask the employees if they leave any for you, they will usually ask you to come back before they send all the paper to the compactor. Or you can also take a look in your office: you know the boxes of reams of paper? They are perfect for books and documents because they are small and do not get so heavy that they are impossible to carry.

Finally, thanks to my survival spirit, I realized that all the containers I have at home can be used to carry something: baskets, boxes, fabric bags, backpacks, bags. I turned the towels and tablecloths into fillers; both are in fact perfect for replacing packaging plastic, especially for plates, bowls, or glass jars that could easily break.

Waste and stuff

What an amazing opportunity to audit your waste! I assure you, a lot of waste is produced during the house moving. In my case, reducing is the mantra that guides the ascetic practice of moving: if I’m not throwing away things I don’t need, I’m not doing it right.

The most obvious and easiest waste is made of packaging: luckily it is also the most recyclable one because it consists almost entirely of paper and cardboard or plastic. The only precaution is to remove the packet tape from the cardboard and throw it separately in the waste collection once you arrive at your destination.

As for everything else, during these weeks in which my house is taking on more and more the profile of Manhattan and its skyscrapers, I have realized that it is easier, when every object passes through my hands, to rethink it
Do I really need it? Why am I holding it even though it’s broken? It’s easier to think about how that object got to me. Was it shipped to my house? Did I buy it at the supermarket? How was it packed? Will I buy it back once I arrive at my destination?
This also applies to food. In a moment of chaos like moving, it’s easy to think about alternatives, what I could have done better and what was inevitable.

In any case, moving is the best time to refuse, a blessing for any minimalist. Think of everything we don’t need. If during everyday life it is easy not to open the horror-drawer in which we accumulate the pens that we stole from our office in 2011, during the move we must necessarily do it. Take out all socks, even the unmatched ones. Remove the layer of dust from the kitsch stuff in the library. Count how many leads we have accumulated.

And finally, letting go of the unnecessary.

In reality, it takes a bit of a pulse and a bit of training: the justification of “I might need it someday ” is always around the corner. The ideal, however, is to try to be as cynical and cruel as possible, and to answer ourselves that no, if we have not used that cable since 1998 it is very unlikely that it will be of any use the day after tomorrow.

But we all have an Achilles heel: mine is the library. I have selected some books that I want to give away, but otherwise, the most cumbersome part remains in terms of space and volumes. Books have always been a salvation for me, and I cycle back into many of the titles I’ve bought over the years. For some it may seem counterintuitive to have a huge library, for me it’s okay: I learned that I don’t have to be perfect and that I can be minimalist in many areas of my life without having to give up what improves me.

Always keep in mind that items you no longer need can be useful to someone else: you can donate them to friends and relatives, associations, or charities. Obviously, we are talking about perfectly functional and not broken objects: everything that has reached the end of its life can be differentiated or, in the case of bulky appliances, conferred according to the indications of the municipality.

During a move, you only ever learn one thing: we have much more than what we need. We are animals that tend to accumulate, from clothes to objects, to food in the pantry. This is a difficult cultural trend to fight and it is difficult to change overnight. Only in the face of our boxed life during a move, we have the opportunity to rethink our consumption and all the things we introduce into our life.

Transporting the boxes is hard work, both physical and mental. It, therefore, becomes necessary at times to be able to let go of all the things that we do not use and that we will no longer need in the future: not only those that accumulate in the boxes but in general all those that accumulate in our life.