Un racconto dell’Alentejo

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La cosa più abbondante sulla terra è il paesaggio.

José Saramago

C’è una cosa che salta al’occhio non appena mi allontano da Lisbona su un pullman carico di altri italiani, il cuscino da viaggio stretto sul collo e il tavolino del sedile abbassato nel goffo tentativo di scrivere per le prossime tre ore: l’improvvisa essenzialità dei luoghi.

Credetemi, non è solo un modo di dire. Ad ogni curva, che l’autista affronta con sfacciataggine,  il paesaggio si riduce sempre di più ai minimi termini. Gli edifici si fanno radi, lasciano spazio a distese dorate e paesini che solo a prima vista sembrano abbandonati. In realtà, è solo un pomeriggio caldo di Aprile, e questo pullman è solo un assaggio della vita che in estate esploderà sulla costa.

Porto Covo

A Porto Covo l’autista si ferma di fronte a un bar, uno di quelli con i cartelloni dei gelati esposti fuori e le sedie di plastica ingiallite dal sole. Ci guardano, le due signore sedute all’ombra, come se nei mesi precedenti si fossero in qualche modo disabituate alla presenza di persone con zaini, cappellini e scarpe da trekking. Porto Covo è l’inizio del Trilho dos Pescadores, ovvero il Sentiero dei Pescatori, la sezione della Rota Vicentina che percorre tutto l’Alentejo e l’Algarve, da nord a sud.

Il Signor Luis, proprietario dell’appartamento nel quale staremo stanotte, ci parla in tedesco. Ha letto sulla nostra prenotazione che viviamo in Germania, e nonostante acquisisce fin da subito l’informazione che in realtà siamo italiani, continua per la sua strada, mischiando tedesco e portoghese e ponendo particolare enfasi nei vari ingressi, nelle varie porte e cancelletti, perfettamente scavalcabili o apribili senza in realtà l’uso di nessuna chiave.

Si respira l’oceano, ed è un odore che ho imparato a riconoscere. E’ diverso dal mare, soprattutto dal mio mare. Più fondo, più scuro. Anche il rumore è diverso: il vento non ha un’unica voce, è come un coro che sbatte sugli scogli, riempiendomi le orecchie e facendo scivolare i piedi lungo la sabbia finissima dell’unica spiaggetta non raggiunta dall’acqua. Quando il sole scende resta solo un faro a delineare la costa, insieme a enormi navi che sembrano fluttuare nel vuoto. Le casette del centro, imbiancate a calce e contornate di blu, sono invece ancora perfettamente visibili.

Vila Nova de Milfontes

Venti chilometri. Otto chili. Rispettivamente la distanza che dovremo percorrere a piedi e il peso dello zaino sulle mie spalle.

Il primo pescatore che incontriamo, non ci degna neppure di uno sguardo. Fra quattro giorni scoprirò che sarà anche l’unico pescatore che vedremo nonostante il nome del sentiero, e forse avrei dovuto imprimere meglio il momento nella mia memoria. Lo ricordo di spalle, con la nuca rovinata dal sole, raggrinzita come carta straccia, mentre maneggia delle reti quadrate, trappole per catturare chissà quale animale.

Attraversiamo una spiaggia lunghissima, ricalcando le orme di quelli che si sono svegliati prima di noi e che hanno deviato, prima verso il mare, poi verso gli scogli, poi ancora verso un’insenatura dalla quale è possibile fotografare Pessegueiro e i suoi resti romani, un’isoletta che a volte ci sembra così vicina da poterci arrivare a nuoto, altre volte sembra lontanissima. C’è un cartello che la indica, e dice che la spiaggia si chiama Praia da Ihla, e l’isola si chiama Pessegueiro, e mentalmente segno di cercare tutto su Google non appena avrò una connessione stabile, non appena finiremo di camminare per la giornata.

Almograve

Ad Almograve non solo non c’è una connessione stabile, ma non c’è nulla di certo, nulla di definito. L’ostello nel quale alloggiamo è proprio all’inizio della città, come se si fossero affrettati a costruirlo. Il punto è che non c’è nient’altro: nell’unico bar aperto si affollano i camminatori che con noi hanno percorso il tratto di sabbia che separa questo posto da Vila Nova de Milfontes. Sono in cerca di una birra, sono in cerca di una pastel, sono in cerca di un posto dove mangiare in un paesino la cui scelta è limitata a un solo ristorante.

Quando entriamo la proprietaria ci stende le tovagliette di carta di fronte, poggiandole sul legno che ricopre il tavolo. Ci saranno si e no altri cinque posti a sedere. Potrebbero diventare dieci, ma fuori fa troppo freddo, è arrivato buio troppo presto, e il vento inizia a farsi sentire con i suoi ululati e l’umidità salata del mare.

E’ sempre lei, la proprietaria, che ci parla in un inglese perfetto e consiglia ai miei amici cosa mangiare. Io ho già scelto, un piatto vegano che mima un piatto di frutti di mare, ma in realtà è fatto coi funghi, con le patate e con così tanto aglio che perfino io mi trovo ad ammettere che forse hanno un po’ esagerato. Si fa perdonare però, la proprietaria di questo posto in mezzo alla regione più povera del Portogallo, quando mi consiglia una fetta di torta alle carote e cioccolato decorata con glassa al limone.

Intorno a questo posto dove non passa nessuno e i bagni pubblici sono ancora aperti e funzionanti, inizia a ruotare tutto il resto del mondo.

Zambujeira do Mar

La differenza tra Zambujeira e Almograve mi devasta, a tal punto che quando cerco di avere un’immagine definita di questa penultima tappa, la mia memoria mi inganna, e non riesco a ricordarmi con esattezza tutte le vie, i panorami e gli scorci. Perlomeno, non come ricordo tutte le tappe precedenti.

Forse perché Zambujeira do Mar, al contrario di tutti gli altri paesini, si è piegata ai turisti e ai camminatori di passaggio, fino a modificare le sue sembianze originali. Lo so, ne sono sicura: me lo dicono i tendoni fuori dai bar, tutti uguali, le insegne dei ristoranti, tutte uguali, gli arredamenti esterni, tutti uguali. La chiesetta che si affaccia sull’oceano e che non riesce ad essere bella come tutti gli altri edifici atei che abbiamo incontrato fino ad ora. Sembra essere lì per le foto, unicamente per quello.

Il ristorante che scegliamo ha un aspetto quasi anonimo, ma le mie paure vengono confermate dai camerieri troppo attenti, che continuano a passarci accanto e a chiederci se stiamo gradendo ogni singolo boccone, ogni singolo sorso di vino. Col mio cappellino sporco di sabbia e crema solare, cerco di sorridere ma non ci riesco: vorrei riprendere a camminare subito, senza fermarmi neppure per un secondo, in questo posto che sembra una distorsione surreale di se stesso.

Odeceixe

Dal piano superiore del letto a castello, sento tutta la stanchezza accumulata negli ultimi ottanta chilometri. Quindici, venti al giorno, ogni giorno. Le giornate scandite dai passi, dai pranzi improvvisati in cerca di ombra e fresco, dagli scarponi affondati sulla sabbia, dal profumo della crema solare sul viso e sulle braccia. C’è stato un momento, durante quest’ultima tappa, in cui ho pensato: forse dovremmo continuare.

Forse dovremmo continuare fino alla fine, perché in fondo fare solo quattro giorni?

E’ il naturale proseguimento di ogni viaggio: ne diventi dipendente, e se non fosse per gli aerei già prenotati, per il lavoro che ci aspetta, forse i nostri viaggi si estenderebbero per settimane, mesi. E forse sono in grado di farlo, in qualche modo: proseguono anche quando ce li portiamo a casa, e si accumulano uno dopo l’altro, stratificandosi.

Sono diventata dipendente dalla tizia che, stonata, cantava in ostello. Sono diventata dipendente dalla fatica fisica, dalla tigelada e dai portoghesi che capiscono l’italiano meglio dell’inglese. Dal cappellino che vola via, trascinato dal vento, dallo zaino sempre sporco, dagli occhi pieni di sole. Dalle facce che abbiamo visto e rivisto durante il sentiero. Sono diventata dipendente dal bianco dei muri, dagli scogli che spuntano dal mare, dai piccoli segnali lasciati dai camminatori che ci hanno preceduto.

ENG

A Tale from Alentejo

The day before is what we bring to the day we’re actually living through, life is a matter of carrying along all those days-before just as someone might carry stones, and when we can no longer cope with the load, the work is done.

José Saramago

One thing catches my eye as soon as we drive away from Lisbon on a bus loaded with other Italians, the travel pillow tight around the neck and the seat table lowered in an awkward attempt to write for the next three hours: the sudden essentiality of places.

Believe me, it’s not just a way of saying. At each bend, which the driver tackles with boldness, the landscape is increasingly reduced to its bare minimum. The buildings become sparse, giving way to golden stretches and villages that only at first glance seem abandoned. In reality, it’s just a hot afternoon in April, and this drive is just a taste of the life that will explode on the coast in the summer.

Porto Covo

When we reach Porto Covo the driver stops in front of a bar, one of those bars with the ice cream billboard outside and the plastic chairs yellowed by the sun. They look at us, the two ladies sitting in the shade, as if in the previous months they forgot about the presence of people with backpacks, hats, and hiking shoes. Porto Covo is the beginning of the Trilho dos Pescadores, or the Fishermen’s Trail, the section of the Rota Vicentina that runs throughout the Alentejo and the Algarve, from north to south.

Mr. Luis, the owner of the apartment in which we are staying, speaks to us in German. He read on our booking that we live in Germany, and despite immediately acquiring the information that we are Italians, he simply doesn’t care. He speaks mixing German and Portuguese, placing particular emphasis in the various entrances of the house, in the various doors and gates, unaware that we could perfectly climb over them or open them without actually using any key.

You can breathe the ocean here, and it’s a smell I’ve started to recognize. It is different from the sea, especially from my sea. It’s deeper, it’s darker. The noise is also different: the wind does not have a single voice, it is like a choir beating on the rocks, filling my ears and sliding my feet along the fine sand of the only beach not reached by the water. When the sun goes down, only a lighthouse remains to outline the coast, together with huge ships that seem to float in the void. Only the houses in the city center, whitewashed and outlined in blue, are still perfectly visible.

Vila Nova de Milfontes

Twenty kilometers. Eight kilograms. Respectively the distance we will travel on foot and the weight of the backpack on my shoulders.

The first fisherman we meet does not even deserve a glance to us. In four days I will discover that he will be the only fisherman we will see despite the name of the trail, and perhaps I should have imprinted the moment better in my memory. I remember him from behind, with the sun-damaged nape of his neck wrinkled like waste paper, while he wields square nets, traps to catch who knows which animal.

We cross a very long beach, following the footsteps of those who woke up before us and who deviated, first towards the sea, then towards the rocks, then again towards a bay from which it is possible to photograph the Pessegueiro island and its Roman remains. An island that at times seems so close to us that we can swim there, at other times it seems very far away. There is a sign pointing to it, and it says that the beach is called Praia da Ihla, and the island is called Pessegueiro, and I try to remind myself to Google everything as soon as I have a stable connection, as soon as we finish walking around the day.

Almograve

In Almograve not only is there no stable connection, but there is nothing certain, nothing definite. The hostel we are staying in is right at the beginning of the city, as if they had rushed to build it. There is nothing else: in the only open bar we meet the backpackers who, before or after us, have walked the stretch of sand that separates this place from Vila Nova de Milfontes. I’m looking for a beer, I’m looking for a pastel , I’m looking for a place to eat in a small town whose choice is limited to one restaurant.

When we enter the only restaurant of the city, the owner spreads some paper placemats in front of us, placing them on the wood that covers the table. There will be five more seats in all the room. It could be ten, but it’s too cold outside, it’s dark too soon, and the wind is starting to make itself heard with its howls and the salty humidity of the sea.

It is always her, the owner, who speaks perfect English to us and recommends to my friends what to eat. I’ve already chosen, a vegan dish that mimics a seafood dish, but is actually made with mushrooms, potatoes and so much garlic that even I find myself admitting that maybe they’ve gone too far. However, it’s easy to forgive the owner of this place in the middle of the poorest region of Portugal, especially when she recommends a slice of carrot and chocolate cake decorated with lemon icing.

Around this place, where no one passes and the public toilets are still open and functioning, the rest of the world begins to revolve.

Zambujeira do Mar

The difference between Zambujeira and Almograve devastates me, to the point that when I try to have a definite image of this city, my memory deceives me, and I can’t remember exactly all the streets, the views, and the glances of it. At least, not as I remember all the previous villages and cities, with their own characteristics, with their own personality.

Perhaps because Zambujeira do Mar, unlike all the other villages, has bowed to tourists and passing hikers, to the point of altering its original appearance. I know, I’m sure: the awnings outside the bars are screaming this, they are all the same, the restaurant signs, they all the same, the outdoor furnishings, all the same. The church that overlooks the ocean fails to be as beautiful as all the other atheist buildings we have encountered so far. It seems to be there for the photos, only for that.

The restaurant we choose has an almost anonymous aspect, but my fears are confirmed by the overly attentive waiters, who continue to pass us by and ask us if we are enjoying every single bite, every single sip of wine. With my hat dirty with sand and sunscreen, I try to smile but I can’t: I would like to start walking again, without stopping even for a second, in this place that seems like a surreal distortion of itself.

Odeceixe

From the top floor of the bunk bed, I feel all the fatigue accumulated in the last eighty kilometers. Fifteen, twenty a day, every day. The days were marked by footsteps, improvised lunches in search of shade and coolness, boots sunk on the sand, the scent of sunscreen on the face and arms. There was a moment, during this last stretch, when I thought: maybe we should continue.

Maybe we should continue to the end. 

It is the natural continuation of every journey: you become addicted to it, and if it were not for the planes already booked, for the work that awaits us, perhaps our travels would extend for weeks, months. And maybe they can do it, in some way: they continue even when we take them home, and they accumulate one after the other, stratifying.

I became addicted to the girl who, out of tune, sang in the hostel and I hated her. I became addicted to physical fatigue, to the tigelada and Portuguese people who understand Italian better than English. From the hat that flies away, carried away by the wind, from the always dirty backpack, from the eyes full of sun. From the faces we have seen and reviewed on the trail. I became addicted to the white of the walls, the rocks that emerge from the sea, the small signs left by the walkers who preceded us.