Un weekend a Vienna, Austria

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Diario di bordo, capitolo 20

C’è una e una sola cosa, anzi, una sola persona che voglio vedere a Vienna in tre giorni: Egon Schiele. Da quando al liceo l’ho conosciuto per la prima volta sui libri di scuola, ha iniziato a ossessionarmi così come mi hanno ossessionato in tanti: Franz Kafka, Thomas Mann, Claude Monet. Una di quelle ossessioni che difficilmente passano con l’aumentare degli anni. Piuttosto si intensificano, diventano parte di noi, del nostro modo di essere e di vedere il mondo.

Quando ero al liceo l’Austria dei libri di scuola era un paese lontanissimo. Da Carbonia in realtà tutto è lontanissimo: anche solo per andare a Cagliari c’è bisogno di organizzarsi, controllare gli orari dei treni che comunque non passano mai all’ora giusta, qualsiasi spostamento un abisso incolmabile. Il libro di storia dell’arte era pesantissimo, e a malapena ci stava nello zaino. Ci avevo messo sopra una copertina di plastica fatta in casa, perché tutte quelle pretagliate erano troppo piccole. Mi sentivo in colpa per non averlo trovato di seconda mano, e quando lo sfogliavo cercavo di immaginare i luoghi dove i quadri erano conservati. Non so perché erano sempre i quadri e mai le sculture o l’architettura; c’è qualcosa che mi attira nei colori, nelle composizioni, nelle semplici pennellate. Qualcosa che non sono mai riuscita a fare – tutto il talento artistico in questo senso è andato a mio fratello – ma che ho sempre apprezzato come si apprezza qualcosa di sacro, spirituale.

I musei nella realtà non coincidono mai con l’immagine che mi sono fatta nella mia testa prima di visitarli. Spesso hanno le pareti di colore diverso, spesso sono più affollati del previsto – la cosa bella di immaginare delle mostre è che si è sempre soli, in mezzo a corridoi vastissimi.
La stessa cosa vale per i quadri. Non corrispondono mai a ciò che mi ero immaginata. Quadretti piccolissimi che immaginavo enormi, cornici che cambiavano completamente l’immagine rappresentata al loro interno.

Chissà perché non avevo mai deciso di venire a Vienna prima. Forse è proprio perché è stata una delle mete sulle quali ho fantasticato più spesso, che mi sono trovata ad essere reticente quando ho avuto la possibilità di visitarla. Ci penso mentre gironzolo per le stanze del Leopold all’ultimo piano, col libretto in mano. Che giro strano: si inizia dall’ultimo piano poi si scende, piccola sosta allo shop, poi nel piano -1, dove c’è una mostra di fotografia su Wittgenstein. Inaspettata. Non la capisco, forse perché ho esaurito le mie energie mentali.

Il Leopold Museum nella mia testa ha il sapore della Sacher che ho mangiato per colazione – vegana, crudista, in barba a tutti i puristi anti sperimentazione. I puristi che alla fine poi sono gli stessi che neppure riescono ad apprezzare l’arte non figurativa. Il sapore alla fine si mescola con le pennellate, con l’odore dei profumi troppo forti delle persone che camminano in tutte le direzioni, fregandosene di quella indicata dalle piccole frecce nei muri. Vienna per questo weekend è come se si fosse fatta bella – coi pacchetti di wafer rosa e il sole troppo luminoso che scalda il quartiere dei musei. Alcuni prendono il sole sulle panchine Enzo, dicono che cambino colore con le stagioni.

Mi siedo anche io al sole, il cielo senza neppure una nuvola. Il sapore di cioccolato è svanito,non riesco più a mettere a fuoco il dettaglio di un autoritratto. Chissà se le panchine cambieranno davvero; queste rosse sembrano fatte apposta per rimanere qui per sempre.

ENG

A weekend in Vienna, Austria

Life journal, chapter 20

There is one and only one thing, only one person that I want to see in Vienna: Egon Schiele. Since I first met him in school books in high school, he started to obsess me just as many others have: Franz Kafka, Thomas Mann, and Claude Monet. Nothing special. One of those obsessions that hardly pass with the increase of the years. Rather they intensify, they become part of us, of our way of being and of seeing the world.

When I was in high school, Austria in the school books was a very distant country. In reality, everything is very far from Carbonia, Sardegna: even just to go to Cagliari you need to organize yourself, check the timetables of the trains that never pass at the right time, any movement an unbridgeable depth. The art history book was very heavy and barely fit in my Eastpak. I had put a homemade plastic cover on it because all the pre-cut ones were too small. I felt guilty for not having found it second-hand, and when I looked through it I tried to imagine the places where the paintings were kept. I don’t know why it was always paintings and never sculptures or architecture; there is something that attracts me in the colors, in the compositions, in the simple brushstrokes.

In reality, museums never coincide with the image I made in my head before visiting them. They often have different colored walls, they are often more crowded than expected – the nice thing about imagining exhibitions is that you are always alone, in the middle of vast corridors.
The same is true for paintings. They never match what I imagined. Very small squares that I imagined as enormous, frames that completely changed the image represented inside them.

Who knows why I had never chosen to come to Vienna before. Perhaps it is precisely because it was one of the destinations I have imagined most often that I found myself reluctant when I could visit it. I think about it as I wander around Leopold’s rooms on the top floor, brochure in hand. What a strange tour: you start from the top floor then go down, a short stop at the shop, then on the -1 floor, where there is a photography exhibition on Wittgenstein. The philosopher. Unexpected. I don’t understand it, perhaps because I have exhausted all my mental energies.

The Leopold Museum in my head tastes like the Sacher I ate for breakfast – vegan, raw food, despite all anti-experimentation purists. The same purists who in the end are the same ones who do not even manage to appreciate non-figurative art. The flavor at the end mixes with the brushstrokes, with the smell of too strong perfumes of people walking in all directions, not caring about the one indicated by the small arrows on the walls. Vienna for this weekend is as if it has made itself beautiful – with packets of pink wafers and the too bright sun that warms the museum district. Some sunbathe on the Enzo benches, they say they change color with the seasons.

I sit in the sun too, the sky without even a cloud. The chocolate flavor has vanished, I can no longer focus on the detail of a self-portrait in my memory. Who knows if the benches will really change; these reds seem to be made to stay here forever.