Ghiaccio, acqua, cose che i nostri figli non vedranno

Click here for English version

Sono dovuta andare a ricercarle, quelle foto scattate nel 2019. Pochi giorni prima del nostro arrivo gli islandesi avevano celebrato il funerale del ghiacciaio Okjokull e tutti i giornali europei riportavano la notizia. Una targa commemorativa recita: Ok è il primo luogo in Islanda a perdere lo status di ghiacciaio. Nei prossimi duecento anni tutti i ghiacciai saranno destinati a fare la stessa fine. Questa targa serve a ricordarci che sappiamo cosa stiamo facendo e cosa dovremmo fare. Solo voi saprete se l’abbiamo fatto.

Ho riletto la notizia mentre ci dirigevamo verso il Nord dell’isola, con l’allerta meteo e il vento che sferzava sulla quattro per quattro noleggiata. I pochi turisti che erano con noi in aereoporto hanno iniziato dal percorso inverso, quello che percorre il ring in senso antiorario; ma io sono venuta in Islanda per allontanarmi da tutto, per vedere cosa c’è al di là delle foto che girano su internet, e con questa idea in testa ho programmato il giro in senso inverso. Prima a Nord, prima dove non c’è apparentemente nulla da vedere.

Anche ad Agosto l’Islanda è una terra di ghiaccio. Basta uscire da Reykjavik per trovare distese di muschio apparentemente morte, nuvole basse e pioggia sferzante. Ma definirla così è riduttivo: è una terra di distese inifinite, di cambiamenti improvvisi, di solitudine. Ti ritrovi a guidare senza incontrare nessuno, nell’unica strada asfaltata che gira intorno a tutta l’isola. Ogni tanto, in mezzo alla pioggia, spunta una casa inaspettata, dove non dovrebbe esserci, dove non avrebbe alcun senso vivere.

Prima di scrivere questo post ho riguardato le foto scattate durante quel viaggio.Sto leggendo Il tempo e l’acqua, di Andri Snær Magnason. Per questo sto ripensando all’Islanda, nonostante dica sempre che il viaggio non è poi stato niente di che. Mi sono vergognata un po’ di vedermi sorridente e in posa di fronte al nulla assoluto, di fronte ai chilometri di vuoto.

Di fronte al fatto che stavo viaggiando in uno dei luoghi che subiranno pesantemente le conseguenze del cambiamento climatico.

E’ quasi impossibile descrivere a parole quella sensazione di immensità, di paura. L’improvvisa realizzazione di essere un nulla limitato nel tempo, con il privilegio di poter vivere in un mondo che ci sopravviverà. In pochi luoghi si può avere un’esperienza così: mettere in prospettiva molte cose di me stessa e del mondo esterno, che poi alla fine un po’ coincidono.

Nel 2019 non c’era ancora il Covid a stravolgere le nostre vite, e tutte queste cose rientravano in un concetto diverso di normalità. La jeep a 80km/h per paura delle multe, i sacchi a pelo sulla tenda, il freddo costante, le docce comuni e la puzza di zolfo, lo skyr comprato al Bonus. Chiudo gli occhi mentre leggo, lo sento ancora.

“Magari tra dieci anni ci torniamo, però non in tenda”.

Dovrei annunciare al mondo che un miliardo di vite umane sono a rischio? E a che titolo parli, mi chiederebbero?
Mi è apparsa in sogno Auðhumla, la mucca universale. Parlo a suo nome.

Il tempo e l’acqua

Dieci anni in cui probabilmente cambierà tutto se non saremo in grado di cambiare niente. Acidificazione degli oceani, innalzamento del livello del mare, perdita dei ghiacciai e aumento della temperatura media: sappiamo esattamente a cosa stiamo andando incontro. Esattamente come dice la targa commemorativa a Ok.

Eppure nulla sembra muoversi. Esattamente come a Dimmu Borgir, chilometri di roccia vulcanica inerte. Esattamente come Geysir, che non è altro che una pozza di acqua bollente – forse proprio a causa delle persone che avevano il brutto vizio di gettarci dentro i sassi.

Io ho quattro figli che hanno appena cominciato a cercare la loro strada nella vita. Cosa devo dirgli? Come spiegargli quello che sta succedendo? Mi è insopportabile demotivarli, strappargli la fiducia nel futuro. […] Provo una fitta allo stomaco quando mi chiedono: “Ci avete distrutto il pianeta?”

Il tempo e l’acqua

Ripenso all’Islanda, due anni fa. Ripenso a quando ci tornerò. Ripenso a quanto sarà diverso il ghiacciaio Vatnajökull: magari non me ne renderò neppure conto. Ripenso al fragile equilibrio di una calotta glaciale che si sta riscaldando sempre di più, penso all’acqua che si scioglie, penso al freddo che non è più freddo, penso a un gigante che ci ha messo secoli per stratificarsi, e ora lentamente rimpicciolisce. Ripenso a quanto sia facile camminare in mezzo al mondo e far finta di non vedere.

ENG

Ice, water, things that our children won’t see

I have a lot of pictures taken in Iceland, in 2019. A few days before my arrival, the Icelanders had celebrated the funeral of the Okjokull glacier. All the European newspapers were reporting the news. A commemorative plaque reads: Ok is the first glacier in Iceland to lose its status as a glacier. In the next 200 years all our glaciers are expected to follow the same path. This monument is to acknowledge that we know what is happening and what needs to be done. Only you know if we did it.

I read the news again as me and Nico headed towards the north of the island, with a red weather alert and the wind whipping the rented car. The few tourists who were with us at the airport are now headed in the opposite direction, the one that runs counterclockwise around the ring; but I came to Iceland to get away, to see what’s beyond the photos that run on the internet, and with this idea in mind I planned the tour in reverse. First in the North, first where there is apparently nothing to see.

Even in August Iceland is a land of ice. Just outside Reykjavik, you can find expanses of seemingly dead moss, low clouds, and lashing rain. But defining it like this is an understatement: it is a land of infinite stretches, of sudden changes, of loneliness. You find yourself driving without meeting anyone, on the only paved road that goes around the whole island. Every now and then, in the middle of the rain, an unexpected house comes up, where it shouldn’t be, where it wouldn’t make any sense to live.

Before writing this post I looked again at the photos taken during that trip. I’m reading On time and Water, by Andri Snær Magnason. This is why I am rethinking Iceland, although I always say that the journey there was nothing special. I am a little ashamed to see myself smiling and posing in front of absolute nothingness, in front of the kilometers of emptiness.
Faced with the fact that I was traveling to one of the places that will suffer heavily from the consequences of climate change.

It is almost impossible to describe in words the feeling of immensity and fear. The sudden realization of being a time-limited nothing, with the privilege of being able to live in a world that will survive us. Only in few places in the world you can have an experience like this: this means putting into perspective many things about myself and the outside world, which eventually coincide a little.

In 2019 there was not yet Covid to bother our perfect lives, and all these things were part of a different concept of normality. The jeep at 80km/h, the sleeping bags on the tent, the constant cold, the communal showers and the smell of sulfur, the skyr bought at the Bonus. I close my eyes as I read, I still feel it.

“Maybe we’ll go back there in ten years, but not in the tent”.

Should I announce to the world that one billion human lives are at risk? And what are you talking about, they would ask me?
She appeared to me in a dream Auðhumla, the universal cow. I speak for you.

On time and water. My translation

Ten years in which everything will probably change if we are unable to change anything. Ocean acidification, sea-level rise, glacier loss, and average temperature rise – we know exactly what we’re getting into. Exactly as the commemorative plaque says in Ok.
Yet nothing seems to move.

Just like in Dimmu Borgir, kilometers of inert volcanic rock. Exactly like Geysir, which is nothing more than a pool of boiling water – perhaps precisely because of the people who had the bad habit of throwing stones in it.

I have four children who are just starting to find their way in life. What should I tell them? How to explain to them what is happening? It is unbearable for me to demotivate them, to turn their faith in the future. […] I feel a pain in my stomach when they ask me: “Have you destroyed our planet?”

On time and water. My translation

I think about Iceland, I obsess about it. I wonder when I will return. I think how different the Vatnajökull glacier will be: maybe I won’t even recognize it. I think about the fragile balance of an ice sheet that is warming more and more, I think of melting water, I think of the cold that is no longer cold, I think of a giant that took centuries to stratify, and now slowly shrinks. I think back to how easy it is to walk in the middle of the world and pretend not to see.