David Graeber, i miei primi due lavori nel lontano 2018, gente che salta sui treni e un libro che arriva al momento giusto

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I primi due lavori che ho avuto sono stati lavori di merda. Ripenso poche volte a quel periodo, come tutte le cose che è meglio dimenticare e che seppellisco nel fondo della mia testa, sperando non riemergano mai più. Quando ho trovato il mio primo lavoro ero appena tornata dalla Germania, mi ero laureata in Filosofia e la vita mi aspettava dopo tutte le esperienze accumulate durante due semestri nei quali scoprivo di essere una persona totalmente diversa da quello che avevo immaginato fino a quel momento.

Insomma, sono tornata in Italia come tante persone che tornano in Italia. Insieme al buon cibo e al meteo più mite della grigia Turingia mi aspettava il mio primo lavoro di merda. Che era piuttosto un tirocinio di merda.

Dovete sapere che il Veneto è famoso sostanzialmente per tre cose: la nebbia, Venezia e le aziende di merda che pensano di essere l’eccellenza italiana. Io sono finita in una di queste, uno di quei postacci in cui mi pagavano poco con la scusa del “dovrai pure imparare a far qualcosa”.

E ci ho creduto, eccome se ci ho creduto.

Ma che cosa stavo imparando? Di quel periodo ricordo che fissavo il computer in attesa che ci fosse qualcosa da fare – perché l’azienda non aveva veramente bisogno di stagist*, e quindi solitamente rimanevo a fissare il vuoto o cercavo di riempire otto ore con compiti che potevano essere fatti in 30 minuti. Il momento migliore di tutta la giornata era la pausa di 15 minuti (cronometrati col telefono) nei quali con le altre stagiste ci lamentavamo del nostro lavoro di merda. Quando c’era qualcosa da fare era sempre un compito ingrato – fare dei colloqui per posizioni che non sarebbero mai state coperte.

Una volta ho passato settimane a cercare un commerciale per un’azienda che produceva mutande conto terzi. E non parlo di mutande sensate, mutande belle da vedere o mutande funzionali. No: parlo di quelle mutande sproporzionate che quando te le vendono sono già vecchie e slabbrate. A quanto pare erano la loro specialità. Mutande brutte conto terzi di materiali scadenti. Inutile dire che dopo settimane di telefonate a commerciali che non avevano la minima intenzione di rappresentare aziende di merda, ho semplicemente ripreso a scrollare facebook e fissare lo schermo quando qualcuno mi passava accanto.

Non so esattamente cosa ho imparato durante quei sei mesi. Anche perché ad un certo punto sono finita in coma e ho rischiato di morire, e quindi capite bene che le mie priorità sono decisamente cambiate.

Quella che mi sembrava una vita degna di essere vissuta improvvisamente è diventata un: ma che cazzo sto facendo?

E sapete qual è stato il colmo in tutto ciò? Che la mia capa allora non mi chiamò per sapere come stavo, ma piuttosto per sapere quanto ci sarebbe voluto prima del mio ritorno, perché altrimenti ci sarebbe stato da interrompere il tirocinio. Lavoro di merda con persone di merda.

Il mio secondo lavoro non è andato molto meglio. Avevo bisogno di guadagnare e in fretta, e ho accettato un compromesso che al tempo mi sembrava un’ottima idea – mi dava un po’ di stabilità e in più mi dava modo di continuare a fare altro una volta timbrato il cartellino d’uscita. Ancora oggi non so come ho fatto a sopravvivere quei sei mesi in quell’agenzia per il lavoro.

Sapete cos’è un’agenzia per il lavoro, vero? No? Ve lo spiego io: è un posto magico al quale le aziende si rivolgono quando devono cercare lavoratori e non hanno tempo e voglia di farlo da sole. Lavoratori temporanei, non temporanei, tutto fa brodo. Insomma, un limbo nel quale approdano aziende di merda e lavoratori che non sanno cosa aspetta loro una volta entrati in quelle cornici fatte di anime assolutamente non penitenti.

Qui non solo non c’era nulla da fare – era una di quelle agenzie per il lavoro note per essere inutili, le più inutili tra tutte le agenzie per il lavoro inutili. No. Era anche una di quelle agenzie che ci tenevano a farti sentire parte di una famiglia. E non c’è niente di peggio di un’azienda che cerca di vendersi come una famiglia pur di avere in cambio un minimo di fiducia dai suoi dipendenti sottopagati che non vedono l’ora di trovare un altro lavoro e di lasciarli senza neppure dare preavviso.

Pensate che una volta mi hanno fatto andare in agenzia per una settimana… nonostante fosse chiusa. Perché col mio contratto da tirocinante non avevo diritto a ferie. Quindi andavo là, mi chiudevo dentro e facevo finta di sistemare scartoffie. In realtà leggevo per otto ore di fila e scrivevo sul mio primo blog. Bello eh? Non proprio. Mi sentivo frustrata e finivo a pensare a quante ore della mia vita stessi buttando in cambio di nulla.

Quel periodo mi ha lasciato tante belle cose: un DCA galoppante, attacchi di panico, la sensazione di aver sprecato sei mesi di vita per poi essere lasciata a casa non appena avrebbero dovuto, per legge, farmi un contratto come si deve.

Era il 2018, e nello stesso anno David Graeber, attivista di Occupy, antropologo anarchico, ha pubblicato Bullshit Jobs: The Rise of Pointless Work and What We Can Do About It.

Se solo l’avessi letto durante quelle ore passate a fare presenza in quell’agenzia di merda.

Bullshit Jobs parla dei miei primi due lavori, ma probabilmente anche di tanti altri lavori che voi avete fatto o forse state ancora facendo in questo momento. Parla di quei lavori che non hanno alcun senso di esistere, ma anche di quei lavori che hanno impatto negativo nella società (Pronto? Chi parla? Ah il settore finanziario?). Lavori inutili, lavori dannosi, lavori che possono essere svolti nella metà del tempo ma che vengono dilatati in otto ore perché si è sempre fatto così e cambiare sarebbe troppo difficile. .

Che ci crediate o no, in quel momento io sapevo che quei due lavori erano due lavori di merda. Sapevo che non avevano un senso. E sapevo che servivano alle due aziende solo a mostrare di avere un numero di stagisti e un numero di manodopera adatta al loro status di aziende in crescita. Mentre leggevo David Graeber parlare del mio passato sorridevo e allo stesso tempo sentivo una fitta allo stomaco.

Sono passati tre anni. Ho letto questo libro mentre andavo a lavoro in metro – un lavoro non di merda, un lavoro che mi piace. Mentre terminavo queste pagine ripensavo a me stessa e a quanto sia stato difficile distaccarmi da quei primi due lavori di merda, in un contesto dove tutti mi continuavano a ricordare che mi sarei dovuta accontentare, che avrei dovuto accettare la realtà così com’è, che non c’erano altre alternative e che in fondo tutti intorno a me facevano esattamente la stessa cosa.

Ad un certo punto, Graeber scrive che ogni giorno ci svegliamo e creiamo il mondo che vogliamo.
Per un sacco di tempo non ho creduto fosse possibile, perché vedevo il mondo intorno a me come un monolite. In realtà – e questo insegnamento va ben oltre la logica del lavoro – attraverso le scelte che facciamo ogni giorno creiamo il mondo nel quale viviamo.

La realtà però è che spesso ci è impossibile cambiare lavoro. Spesso ci è impossibile anche solo parlare dei problemi col nostro capo. Spesso non possiamo neppure lamentarci con i nostri colleghi. La realtà è che la trasparenza in molti luoghi di lavoro è una chimera e i valori sono solo belle parole. Guardate un po’ però cosa sta succedendo dopo il Covid: persone che si rendono conto di poter cambiare. Persone che lottano per lavorare da casa. Aziende costrette a diventare flessibili pur di non rimanere indietro. Subreddit come r/antiwork che diventano virali. Amazon e altre aziende costrette a pubblicizzare ogni 3 secondi quanto sia bello lavorare con loro in vista del Natale.

Ultimamente continuo a guardare su youtube video di persone che si nascondono sui treni merci e viaggiano illegalmente da un paese all’altro. Alcuni di loro lo fanno per lavoro: hanno il loro reddito derivante dagli iscritti, pubblicano video e merchandising collegato. Sono l’antitesi del lavoro di ufficio: nessuna sicurezza, nessuna stabilità, rischiano costantemente la vita. Cosa li spinge a farlo? Sono assuefatti dall’adrenalina, dal rischio? O semplicemente non sono riusciti a inserirsi in una società che chiedeva loro di adattarsi a fare qualcosa che non sarebbero mai riusciti a fare per più di due giorni di fila? Voglio dire, alcuni di loro probabilmente avranno anche un lavoro normale: eppure tornano sempre lì, su quei treni, alla ricerca di una libertà infantile e banale.

Guardo questi video e penso che probabilmente i lavori di merda non scompariranno mai. Forse ci vorranno decenni prima di arrivare alla soluzione proposta da Graeber, ovvero il reddito di base universale. Forse è impensabile che le aziende italiane (e non solo) riescano a fare a meno dei vari managerini intermedi messi lì con l’unico scopo di controllare chi effettivamente svolge il lavoro. Forse arriverà un periodo illuminato nel quale molti saranno in grado di lavorare in modo flessibile seguendo il loro sogno, che sia viaggiare su un treno merci o in prima classe Lufthansa.

Prima o poi.

ENG

David Graeber, my first two jobs in 2018, freight surfers and a book at the right time

My first two jobs I got were shitty jobs. I think back to that period of my life a few times: it’s one of those things that it’s best to forget and that I bury in the back of my head, hoping they will never emerge again. When I started my first job I had just returned from Germany, I had graduated in Philosophy and life was waiting for me after all the experiences gathered during two semesters in which I discovered that I was a totally different person from what I had imagined up to that moment.

In short, I returned to Italy like many people who return to Italy. Along with good food and milder weather than in the gray Thuringen, my first shitty job was waiting for me. It was an internship. And quite a shitty one.
You should know that the region where I moved, Veneto, is essentially famous for three things: the fog, Venice, and the shitty companies that think they are Italian excellence. I ended up in one of these, a horrible place where they paid me little with the excuse of “you must also learn to do something”.

And of course I believed them.

What was I learning, you may ask? From that time I remember staring at the computer waiting for something to be done – because the company didn’t really need interns, and so I usually just stared at the emptiness of my desk or tried to fill eight hours with tasks that could be done in 1 hour and 30 minutes. The best moment of the whole day was the 15-minute break (timed with the phone) in which we complained to the other interns about our shit job. When there was something to do it was always a shitty task – mostly interviewing for positions that would never get filled.

I once spent weeks looking for a salesperson for a company that made panties. And I’m not talking about sexy lingerie, good-looking panties, or functional underpants. No: I’m talking about those disproportionate panties that when they sell them to you are already old and frayed. Apparently, those were their specialty. Ugly panties made out of poor materials. Needless to say, after weeks of phone calls to salespeople who didn’t have the slightest intention of representing shitty companies, I just resumed scrolling Facebook and staring at the screen when someone passed behind me.

I don’t know exactly what I learned during those six months. At some point, I ended up in a coma and risked dying, and therefore you understand that my priorities definitely changed.

What seemed like a life worth living suddenly became a: what the fuck am I doing?

And do you know what was the peak of all this? While I was in the hospital my boss then did not call me to find out how I was, but rather to find out how long it would take before my return, because otherwise, the internship would have to be interrupted. Shitty work with shitty people.

My second job didn’t go much better. I needed to make money fast, and I agreed to a compromise that seemed like a great idea at the time – it gave me some stability and also allowed me to continue doing other things once clocking out Even today I don’t know how I managed to survive those six months in that employment agency.

You know what an Italian employment agency does, right? No? I’ll explain it to you: it is a magical place where companies turn to when they have to look for workers and do not have the time and desire to do it on their own. Temporary workers, permanent workers, everything is the same soup. It’s a limbo in which shitty companies and workers arrive who do not know what awaits them once they enter in that hell.

Not only was there nothing to be done here – it was one of those employment agencies known to be useless, the most useless of all useless employment agencies. No. It was also one of those agencies that wanted to make you feel part of a family. And there is nothing worse than a company trying to sell itself as a family in exchange for a fraction of trust from its underpaid employees who can’t wait to find another job and leave them without even giving notice.

Do you think that once they made me go to the agency for a week… even though it was closed? Because with my internship contract I was not entitled to paid vacation. So I would go over there, lock myself in and pretend I was sorting out paperwork. I was actually reading for eight hours straight and writing on my first blog. Nice huh? Not really. I felt frustrated and ended up thinking about how many hours of my life I was throwing away for nothing.

That time left me with many beautiful things: a wonderful eating disorder, panic attacks, the feeling of having wasted six months of life only to be fired as soon as they were supposed to get me a proper contract by law.

It was 2018, and in the same year David Graeber, Occupy activist, anarchist anthropologist, published Bullshit Jobs: The Rise of Pointless Work and What We Can Do About It.

If only I had read it during those hours of being in that shitty agency. 

Bullshit Jobs talks about my first two jobs, but probably also about many other jobs you have done or maybe are still doing right now. He talks about those jobs that have no sense of existing, but also about those jobs that harm society (Hello? Who’s this? Ah the financial industry?). Useless jobs, harmful jobs, jobs that can be done in half the time but that are expanded in eight hours because it has always been done this way and changing would be too difficult.

Believe it or not, at the time I knew those two jobs were two shitty jobs. The shittiest. I knew they didn’t make sense. And I knew they only needed the two companies to show that they had interns and manpower suited to their status as a growing company. As I read David Graeber talking about my past, I smiled and at the same time felt a pang in my stomach.

It’s been three years. I read this book on my way to work on the subway – not a shit job, a job that I truly enjoy. As I finished these pages I thought about myself and how difficult it was to detach myself from those first two shitty jobs, in a context where everyone kept reminding me that I should have been satisfied, that I should have accepted reality as it is, that I would not there were other alternatives and that basically, everyone around me was doing exactly the same thing.

At some point, Graeber writes that every day we wake up and create the world we wantFor a long time, I didn’t believe it was possible, because I saw the world around me as a monolith. In reality – and this teaching goes far beyond the logic of work – through the choices we make every day we create the world in which we live.

The truth, however, is that it is often impossible for us to change jobs. It is often impossible for us to even talk about problems with our boss. Often we can’t even complain to our colleagues. The reality is that transparency in many workplaces is a pipe dream and values ​​are just fine words. But take a look at what is happening after Covid: people who realize they can change. People who struggle to work from home. Companies are forced to become flexible in order not to be left behind. Subreddits like r/antiwork go viral. Amazon and other companies are forced to advertise every 3 seconds how great it is to work with them ahead of Christmas.

Lately, I keep watching on youtube videos of people hiding on freight trains and traveling illegally from one country to another. Some of them do it for work: they have their subscriber income, post videos, and related merchandise. They are the antithesis of office work: no security, no stability, they constantly risk their lives. What drives them to do it? Are they addicted to adrenaline, to risk? Or did they simply fail to fit into a society that required them to adapt to doing something they would never be able to do for more than two days in a row? I mean, some of them will probably also have normal jobs: yet they always return there, on those trains, in search of childish and banal freedom.

I watch those videos and think shit jobs will probably never go away. Perhaps it will take decades before we arrive at the solution proposed by Graeber, the universal basic income. Perhaps it is unthinkable that Italian companies (and not only them) will be able to do without the various intermediate managers placed there with the sole purpose of controlling who actually does the work. Perhaps there will come an enlightened period in which many will be able to work flexibly following their dream, whether it is traveling on a freight train or in Lufthansa first class.

Sooner or later.

Resources:

Bullshit Jobs on Strike! Magazine
David Graeber interview: ‘So many people spend their working lives doing jobs they think are unnecessary’, The Guardian
My favourite train hopping video