La pornografia del dolore di Hanya Yanagihara

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Il momento in cui inizia la mia giornata è quando mi siedo ad aspettare sul divano, e inizio a leggere.

È uno dei momenti che preferisco. Le persone qui in Germania sono già sveglie da un pezzo, il parco è già pieno di persone che corrono nonostante le mattine inizino ad essere fredde; apro le tende e guardo le bici che sfrecciano fuori dalla finestra. Prendo il libro, aspetto che si scaldi la teiera e mi immergo in qualche pagina.

Il momento più bello della giornata.

A meno che quelle pagine non siano un libro insopportabile. Mi capitano raramente, ma mi capitano ancora: quei libri brutti, ma così brutti, che l’unica cosa che vorrei fare è tornare a dormire e risvegliarmi il giorno dopo.

Proprio in questi giorni mi è tornato alla mente uno dei libri più brutti che io abbia mai letto, ovvero A Little Life (in italiano: Una vita come tante, edito da Sellerio) di Hanya Yanagihara.

Ho deciso di parlarne qui perché la trama ha a che fare con degli argomenti che mi stanno molto a cuore; se non avete ancora letto il libro e avete intenzione di farlo in futuro, smettete di leggere da questo momento in poi perché ci saranno degli spoiler.

Se continuate con la lettura, sappiate che parliamo di temi delicati. Vi lascio il trigger warning su quali saranno gli argomenti trattati (è utile saperlo, secondo me, anche prima di leggere il libro).

TW: stupro, pedofilia, violenza psicologica, violenza fisica, suicidio, abilismo.

Perché Una vita come tante è così brutto?

Il problema principale del libro è la storia che viene raccontata teoricamente dovrebbe essere la storia di quattro amici che navigano la vita, le loro professioni e le difficoltà che possono incontrare dei giovani uomini relativamente privilegiati. In pratica invece il protagonista è uno di loro, di nome Jude, disabile e depresso con comportamenti autolesionistici. Intorno a lui ruotano le vicende del libro, e piano piano veniamo a scoprire la sua vita passata fatta di pedofilia, stupri, sfruttamento e prostituzione, violenza psicologica e fisica. Tutti questi eventi sono alternati a descrizioni dettagliate di tentativi di suicidio e autolesionismo raccontate nei minimi dettagli.

Il racconto è crudo, difficile da digerire, e non adatto a coloro che potrebbero subirne l’influenza. Io stessa mi sono resa conto che appena prendevo il Kindle in mano per leggerlo, il mio umore cambiava. Durante tutta la lettura, inconsapevolmente, mi stava triggerando comportamenti scorretti e pensieri tremendi.

Non c’è nient’altro da dire sulla trama se non che si tratta di un’accozzaglia di eventi negativi che succedono al protagonista. E questo è solo uno dei problemi principali.

Perché Hanya Yanagihara ha deciso di raccontare questa storia?

Quando ho frequentato la scuola di scrittura creativa ci dicevano sempre: perché vuoi raccontare questa storia? Vorrei chiederlo a Hanya Yanagihara, perché io francamente non ho capito quale fosse il suo scopo, il punto centrale che dovrebbe sostenere questo libro.

Il problema è il modo in cui viene raccontata la disabilità e la malattia mentale. Io non so (e non mi interessa sapere) se Hanya Yanagihara sia disabile o abbia una storia di malattie mentali. So però che il modo che lei utilizza per raccontare la storia di Jude sia pura e semplice pornografia del dolore.

Tutto il racconto è strutturato in modo da suscitare una reazione forte in chi sta leggendo, reazione che però non è mai feconda e oscilla dalla compassione al dispiacere fino al pensiero che, forse, sarebbe meglio se Jude riuscisse davvero a suicidarsi.

Non c’è un messaggio di fondo né rimane niente dopo la lettura. Il libro rimane lì, come se avessi sfogliato una rivista dal parrucchiere, leggendo solamente i titoli e lasciandomi trasportare da vicende che si accumulano fino a sfiorare il ridicolo.

Se l’avete letto, provate a pensare agli avvenimenti che succedono. Provate a elencarli nella vostra mente, uno ad uno.

Sembra che tutto succeda a Jude.

Non uno, non due, non tre, ma innumerevoli stupri, violenze interminabili. Non c’è niente di positivo nella sua vita, niente va per il verso giusto. Questo non è un problema, anzi: è realistico, è specchio di tante vite. Ma c’è un limite al dolore che si può infliggere a una persona, e come ha scritto un utente su Reddit questo libro non dovrebbe chiamarsi A Little Life, ma piuttosto A Little Much.

Abilismo e Vittimismo

La disabilità di Jude è raccontata con un sottofondo abilista e costantemente orientato al vittimismo. Non solo in quello che gli succede, ma anche e soprattutto nel modo in cui viene raccontato. I personaggi che ruotano intorno a lui sembrano delle figurine bidimensionali, lui rimane intrappolato in un eterno presente dal quale non riesce a uscire.

Anche questo poteva sicuramente essere realistico, se non fosse per il modo in cui la situazione viene descritta. Hanya Yanagihara persevera nel rendere Jude la vittima perfetta, un personaggio che subisce qualsiasi cosa passivamente, vittima della sua disabilità, vittima della vita, vittima degli altri, vittima al solo scopo di essere letta come vittima.

E cosa è portato a pensare chi legge?

«Io non riuscirei mai a sopravvivere.
«Poverinə, ma come fa?
«Che tristezza, sei proprio di ispirazione.

Pornografia del dolore

Si tratta di puro e semplice porno ispirazionale. Jude è un disabile al quale succede di tutto, e chi legge ad un certo punto arriva a sentirsi superiore, confortato dall’essere sano o comunque lontano da tutte queste tragedie. È il meccanismo che le persone disabili vivono ogni giorno sulla propria pelle.

In questo romanzo il tutto è aggravato dal fatto che il dolore che l’autrice si diverte (perché non ci sono altre spiegazioni) a infliggere ai suoi personaggi è che si tratta di un dolore fine a se stesso. Non ci sono cambiamenti, non ci sono evoluzioni, non c’è crescita. I personaggi sono delle marchette che stanno lì, in attesa della prossima idea che Hanya Yanagihara decide di mettere su carta.

I libri che mi piacciono di solito sono quelli che in qualche modo parlano anche di me, oppure che mi fanno scoprire qualcosa di me stessa che ancora non sapevo.

Questo libro non dice nulla. Né di me, né del mondo, né di nessuna persona reale.

Non so se sia questo il motivo per cui ho odiato così tanto Una vita come tante; sono sicura però di non avere bisogno di libri così, auto referenziali e che fanno scalpore unicamente perché portano all’eccesso dei meccanismi tossici presenti nella nostra società anziché filtrarli in maniera critica.

ENG

An awful book: A Little Life by Hanya Yanagihara

My day begins is when I sit down on the sofa waiting for my tea and I start reading.

It’s one of my favorite moments. The people here in Germany have been awake for a while, the park is already full of people running around despite the fact that the mornings are starting to get cold; I open the curtains and watch the bikes running outside my window. I take the book, wait for the teapot to warm up, and dive into a few pages.

The best time of the day, as I said. 

Unless those pages are an unbearable book. It rarely happens to me, but sometimes I am unlucky: those times when I pick without noticing an ugly book, so ugly that the only thing I want to do is go back to sleep and wake up the next day.

Lately, I thought about one of the most unpleasant books I have ever read: A Little Life by Hanya Yanagihara.

I decided to talk about it here because the story is about topics that are important to me; if you haven’t read the book yet and plan to do so in the future, stop reading from now on as there will be spoilers.

If you continue reading, know that we are talking about delicate subjects. I leave you the trigger warning on what the material will be (it is useful to know, in my opinion, even before reading the book).

TW: rape, pedophilia, psychological violence, physical violence, suicide, ableism.

Why is A Little Life so bad?

The main problem with the book is the story that is theoretically told should be about four men who navigate life, their professions, and the difficulties that relatively privileged young men in the Western world may encounter. However, it’s all about the main character, Jude, disabled and depressed with self-harming behaviors. The story of A Little Life revolves around him, and slowly we discover his past life: he was raped, exploited and sex trafficked, with a lot of psychological and physical violence. All of these events shift with detailed descriptions of suicide attempts and self-harm described in great detail.

The story is raw, difficult to digest, and unsuitable for those who might be influenced by it. I realized that as soon as I picked up the Kindle to read it, my mood changed. Throughout the reading, he was unknowingly triggering misbehavior and terrible thoughts on me.

There is nothing else to say about the plot except that it is a mess of negative events that happen to Jude. And this is only one of the problems.

Why did Hanya Yanagihara decided to tell us this story?

When I went to creative writing school the teachers always told us: why do you want to tell this story? I would like to ask that to Hanya Yanagihara, because I honestly do not understand what her purpose is and why she decided to talk about Jude’s story.

The problem is how disability and mental illness are portrayed. I don’t know (and I don’t care) if Hanya Yanagihara is disabled or if she has a history of mental illness. But I know that the way she uses to tell Jude’s story is pure and simple pornography of pain.

The whole story is structured in such a way as to provoke a strong reaction in the reader, a reaction that is never fruitful and oscillates from compassion to sorrow to the thought that, perhaps, it would be better if Jude really managed to commit suicide.

There is no background message nor is there anything left after reading. The book remains there as if I had leafed through a magazine at the hairdresser’s, reading only the titles and letting myself be carried away by events that accumulate to the point of bordering on ridicule.

Everything seems to happen to Jude. Every single bad thing in the world. 

Not one, not two, not three, but countless rapes, unending violence. There is nothing positive in his life, nothing ever gets better. This is not the problem, on the contrary: it is realistic, it is the mirror of many lives. But there is a limit to how much pain you can inflict on a person, and as one Reddit user wrote this book shouldn’t be called A Little Life, but rather A Little Much.

Ableism and victimization

Jude’s disability is portrayed with an enabling background constantly oriented towards victimhood. Not only in what happens to him but also in the way it is written. The characters that revolve around him look like two-dimensional puppets, he remains trapped in an eternal present from which he cannot escape.

This too could certainly have been realistic, and the problem is the way in which the situation is described. The only thing that Hanya Yanagihara is convinced of seems to be making Jude the perfect victim, a character who suffers whatever happens passively, a victim of his disability, a victim of life, a victim for the sole purpose of being viewed as a victim.

And what is the reader directed to think?

«I would never be able to survive. 
«Poor thing, but how does he do it? 
«How sad, you are truly inspirational.

Pornograpy of pain

This is pure and simple inspirational porn. Jude is a disabled person and literally, every bad thing happens to him. the reader at some point starts to feel superior, comforted by being healthy or otherwise far from all those tragedies. It is the mechanism that disabled people experience every day.

In this novel, everything is aggravated by the fact that the pain that the author enjoys (because there are no other explanations) to inflict on her characters is pain without anything else. There are no changes, there are no evolutions, there is no growth. The characters are hustlers who are there, waiting for the next idea that Hanya Yanagihara decides to put on paper.

The books that I like are usually the ones that in some way also talk about me, or that make me discover something about myself that I did not yet know. 

This book says nothing. Nothing about me, nothing about the world, nothing about human kind.

I don’t know if this is the reason why I hated A Little Life so much; I am sure, however, that I do not need books like this. I don’t need self-referential plots that make me feel something just because they are written with toxic mechanisms already present in our society. I would rather read something that makes me grow, something that resemble the pain that disabled people face every single day.