Il corpo traditore

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Un filo comune che tiene insieme tutti gli slogan mainstream di empowerment femminile, spesso correlati da foto di corpi conformi, abili e bianchi, è la parola accettazione.

Accettazione di sé, dei propri difetti, accettare di non essere un mero standard, accettare le smagliature, la pancia, i piedi storti, le rughe d’espressione. I movimenti mainstream di empowerment femminile, che spesso si svuotano di significato e perdono di vista il senso della lotta originaria, adorano questo tipo di narrazione: dovremmo schioccare le dita, lavorare su noi stessə e accettarci così come siamo.

Detto questo, ammetto di non aver messo a fuoco subito quale fosse il problema; semplicemente perché stava lì nascosto, sotto le frasi che osannavano la validità di tutti i corpi.

Il corpo da accettare. Il corpo da osannare, il corpo come un tempio.

Il corpo che ci permette di vivere, mangiare, scopare, fare tutto ciò che facciamo delle nostre giornate.

Il corpo che dovremmo amare in ogni caso, senza se e senza ma.

Il corpo che dovremmo guardare allo specchio e che dovrebbe farci provare gratitudine.

Ci sono molti motivi per i quali questa narrazione è tossica; per prima cosa, nella maggior parte dei casi otteniamo l’effetto opposto: ci fa sentire fuori posto quando invece, nel pensare a noi stessə, dopo anni di cultura della perfezione legata alla nostra immagine, ci sentiamo tutto fuorché gratə.

Ma c’è un ulteriore problema.

Il corpo di una persona disabile vive su un ulteriore livello, che è un livello di contraddizione.

È infatti vero che il mio corpo mi permette di fare tutto questo, ma nel mio caso è anche vero che, ad un certo punto della mia vita, il mio corpo ha smesso di funzionare come avrebbe dovuto.

Così, non c’è modo più semplice per spiegarlo.

Così come non c’è niente che possa spiegarmi perché sia successo, non c’è niente che io possa fare per cambiare le cose.

Il corpo che vedo allo specchio è dunque un corpo che ha bisogno di una cannula sotto la pelle, un sensore che vomita numeri di cinque minuti in cinque minuti, il beep ripetuto che ti sveglia durane la notte, i lividi sul braccio, una macchinetta che pompa insulina.

Senza queste cose il mio corpo morirebbe nel giro di una manciata di giorni.

Io vedo un corpo che mi tradisce ogni volta che, durante la giornata, sono costretta a fermarmi perché sono una merda a fare i calcoli, perché gli ormoni non collaborano, o semplicemente perché il solito equilibrio si rompe senza ulteriori ragioni.

Il corpo che dovrei amare senza se e senza ma.

È così per me ed è così per tante altre persone con disabilità visibili e invisibili, per le quali a volte è molto più facile percepire il corpo non come un alleato ma come un nemico.

Spesso ho sentito su me stessa questa contraddizione, ma ho avuto paura di parlarne a voce alta, di articolare il mio malessere, perché cosa avrebbero pensato gli altri? In un mondo dove non puoi fare altro che apprezzarti, non c’è spazio per amare il tuo corpo e odiarlo nello stesso momento.

E poi, quando lo dici a voce alta, c’è sempre qualcuno che ti sorride.

Che bravə che sei, tu che riesci a vivere con tutto questo peso sulle spalle.

Io non ce la farei mai.

Frasi che ci siamo sentitə ripetere più volte, frasi che forse abbiamo pronunciato in prima persona. Pornografia del dolore, frasi che vorrebbero farci credere che dobbiamo essere coraggiosə come se avessimo un’alternativa.

Io per prima, dopo la diagnosi di diabete, ho aderito a quella narrazione di accettazione positiva che ora trovo pericolosa; non mi sentivo malata nonostante le iniezioni, nonostante i dolori, proprio perché per me era difficile accettare il fatto che il patto tacito che avevo stipulato col mio corpo fin dalla nascita era venuto meno.

Volevo essere d’ispirazione perché non conoscevo una narrazione diversa della disabilità; allo stesso tempo volevo passare inosservata, e far credere agli altri che in fondo vivere in un corpo come il mio non fosse poi questo grande dramma.

Mi dispiacevano gli sguardi della gente.

Mi sentivo in colpa.

Mi sentivo un peso anche quando si trattava di semplici conoscenti, anche quando pensavo non mi importasse niente di come si sentissero e di cosa pensassero.

Le contraddizioni che vivo ogni giorno su me stessa mi fanno riflettere su quanto spesso dimentichiamo che la vita non è fatta di verità, né di scelte che possiamo fare a discapito di tutto il resto. Quanto spesso mi è capitato di pensare di avere qualcosa fuori posto, quanto spesso mi sono sentita diversa per non essere in grado di adattarmi alle narrazioni prestabilite.

Siamo abituatə a pensare che l’unica via sia quella di imparare a guardare il nostro riflesso e accettarci così come siamo.

Dimenticando che per alcunə di noi, non c’è alternativa se non vivere al centro, dove gli opposti fioriscono.

ENG

The deserting body

A common thread that holds all female mainstream empowerment slogans together – often correlated by photos of conforming, skilled, and white bodies – is the word acceptance.

Acceptance of ourselves, of our defects, accepting not to be a mere standard, accepting stretch marks, belly, crooked feet, expression lines. I’m talking about mainstream women’s empowerment movements, which often become meaningless, and lose sight of the original fight, adore this kind of storytelling: we should snap our fingers, work on ourselves and accept ourselves as we are.

I didn’t immediately focus on what the problem was; simply because it was hidden there, under the phrases that praised the validity of all bodies.

The body to accept. The body to be praised, the body like a temple.

The body that allows us to live, eat, fuck, do everything we do with our days.

The body we should love anyway, no ifs, ands, or buts about it.

The body that we should look at and that should make us feel gratitude.

There are many reasons why this narrative is problematic; first of all, in most cases, all we get is the opposite effect: it makes us feel out of place when instead, in thinking about ourselves, after years of culture of perfection linked to our image, we feel anything but gratitude.

But there is a further problem.

The body of a disabled person lives on another level, which is a level of contradiction.

It is indeed true that my body allows me to do all the things I’ve said, but it is also true that, at some point in my life, my body stopped working as it should.

There is no simpler way to explain it: it just stopped doing its job.

Just as there is nothing that can explain to me why it happened, there is nothing I can do to change things.

The body I see in the mirror is a body that needs a cannula under the skin, a sensor that screams numbers every five minutes, the repeated beep that wakes me up during the night, the bruises on the arm, a machine that pumps insulin inside me.

Without these things, I will just die.

When I look at the mirror I see a body that betrays me every time I have to stop during the day because I’m shit doing maths, because of the hormones impossible to control, or simply because the usual balance is broken for no further reason.

The body I should love with no ifs or buts.

It is like that for me and it is like that for many other people with visible and invisible disabilities, for whom it is sometimes much easier to perceive the body not as an ally but as an enemy.

I have often felt this contradiction in myself, but I was afraid to talk about it aloud, to articulate my pain, because what would others think? In a world where you can’t help but appreciate yourself, there is no room to love your body and hate it at the same time.

And then, when you say it out loud, there is always someone who smiles at you.

What a good thing you are, you who manage to live with all this weight on your shoulders.

I would never make it.

Phrases that we have heard repeated several times, sentences that perhaps we have spoken in the past. Pornography of pain, slogans that would have us believe that we must be brave as if we had an alternative.

After being diagnosed with diabetes I was saying those things too. I felt I had to join that narrative of positive acceptance which I now find dangerous; I did not feel sick despite the injections, despite the pains, precisely because it was difficult for me to accept the fact that the tacit pact I had entered into with my body since birth had failed.

I wanted to be inspirational because I didn’t know a different narrative of disability. At the same time, I wanted to disappear, and make other people believe that, after all, living in a body like mine was not so bad.

I was sorry for people’s gaze.

I felt guilty.

I felt a burden even when it came to strangers, even when I thought I didn’t care at all about how they felt and what they thought.

The contradictions I experience about myself every day make me reflect on how often we forget that life is not made up of truth, nor of choices that we can make at the expense of everything else. How often have I felt that I have something out of place, how often have I felt different for not being able to adapt to pre-established narratives.

We are used to thinking that the only way is to learn to look at our reflection and accept ourselves as we are.

But we are forgetting that, for many of us, there is no alternative but to live in the middle, where the opposites thrive.