Io e Lisbona, da sole, sotto il sole di Luglio

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Dormo per tutto il volo di tre ore che mi separa da Lisbona, svegliandomi ogni tanto per gli schiamazzi Ryanair. Quando arrivo mi dimentico di cambiare l’orario; ho con me solo uno zaino, ormai viaggio leggera senza neanche sapere di farlo, mi porto dietro quello che mi serve, ci tengo a non sembrare una turista ma una viaggiatrice.

Quando dicono che sono una turista mi offendo. Mi piace di più viaggiatrice non solo per il modo in cui suona la parola, ma anche perché racchiude la mia voglia di vivere in tutti i posti in cui mi trovo. Non mi bastano i musei, non mi bastano le piazze, non mi bastano i dolci consigliati nelle guide; scavo e cerco qualcosa che nessuno mi ha ancora raccontato, cerco di fare quello che farebbe una persona che vive qui, mi nascondo e mi confondo. Se non fosse per la lingua, la maledetta lingua. Eu não falo português, ripeto a ogni occasione disponibile.

Il tassista mi porta all’albergo urlando Non ce n’è di covid!, il tormentone è arrivato anche qui, non so come sia potuto succedere, ma lui se la ride, e mentre guida col gomito fuori mi indica i Pingo Doce, dicendo che è l’unico supermercato del quale mi devo fidare, poi indica un bar, good pasteis dice, punta l’indice mentre ci passiamo accanto veloci. Al semaforo mi chiede com’è la situazione in Italia, se ancora tanta gente muore per il Covid o se adesso stiamo meglio. Dice proprio così, are you well now? Yes we are, rispondo, senza troppa convinzione.

Ci sono venuta da sola, a Lisbona. Non ci ho pensato due volte, quando Nicolò si è messo in testa di fare la Translagorai e figuratevi se io posso durare più di 48 ore in montagna, Vado in Portogallo, ho detto, e nel giro di mezz’ora ho prenotato. Quando sono venuta qui nel 2016 era quasi impossibile trovare un albergo con bagno in camera; stavolta è stato facile, in fondo il tassista l’ha detto, many people don’t come, scrolla le spalle perché tutti sanno a cosa si sta riferendo.

Giorno 1: la porticina rossa

Non ho un programma, cosa molto strana per me. Mi fermo in un bar e prendo caffè e pasteis, energia necessaria per camminare fino al Castelo de São Jorge, google maps in mano e un Alpro al cioccolato nell’altra, avevo dimenticato della glicemia, maledetto diabete che si mette di traverso ogni volta che sto cercando di fare qualcosa di lontanamente avventuroso.

È un po’ come me lo ricordavo, il Castelo, con le case diroccate accanto e qualche negozietto per turisti. Ci hanno appiccicato intorno delle foto, ci hanno fatto dei murales, qualcuno ha il coraggio di passeggiare nonostante il caldo. Sudo, al Pingo Doce ho comprato un panino coi semi, lo mangio sbriciolando ovunque in attesa che qualcuno mi dica Non si mangia camminando!, in quel caso avrei la mia frase pronta, confortevole, non mi puoi sgridare se non capisco quello che dici.

Stacco il microinfusore e lo metto in borsa, cosa che non faccio mai ma che volete che vi dica? Sarà l’aria portoghese che mi ispira, saranno i miradouro o forse il profumo delle vetrine di pasteis. Google Maps mi porta fino a una porticina rossa, e l’attraverso e mi trovo davanti il castello. Mi ricordo qui. Mi ricordo di aver fatto esattamente questa fila, sotto il sole. Mi siedo sulla panchina di cemento di fronte alla biglietteria; un bambino gioca, dimentico definitivamente del microinfusore, la glicemia sale inesorabilmente prima che riesca a rendermene conto.

Quando torno giù, una signora sta vendendo in strada i suoi centrini fatti con l’uncinetto. Mi dice qualcosa in portoghese, rispondo eu não falo português, mi guarda come per dire sta turista demente, tornatene da dove sei venuta, vorrei spiegarle che ha ragione ma continuo a camminare con le mani in tasca e il sapore zuccherato sul palato.

Giorno 2: una pazzia sotto il sole di Luglio

Sai che c’è? Vado a piedi fino a Belem.

Che non fosse una buona idea l’avevo capito subito. Infatti ho allungato il percorso e sono arrivata fino alla stazione della metropolitana di Alameda, faccio un biglietto che non si sa mai, dico a me stessa proprio così, scendo e faccio tre biglietti, uno per oggi, uno per domani e uno per quando dovrò tornare in aeroporto. Insomma, la mia scarsa fiducia è il motivo per cui il mio punto di partenza è Alameda e non l’albergo.

Inizio a camminare con l’aria fresca del mattino, mi fermo a comprare l’ennesima pasteis con caffè, ripromettendomi che nel pomeriggio proverò qualcos’altro, e che cosa? Non so ancora. Come lo spiego al diabetologo che ho mangiato dolci anziché consumare pasti veri e propri? Quando arrivo alla LxFactory il vento è ancora fresco; non c’è nessuno, mi siedo di fronte al bagno, entro nel negozio di sardine inscatolate, guardo i negozietti e i murales, scatto foto, è bello il mondo quando sembra uno scenario post-apocalittico a causa di una pandemia.

Quando arrivo al Mosteiro dos Jerónimos dopo ore di camminata sotto il sole non posso crederci che un edificio religioso sia in grado di farmi commuovere. Lo guardo nel suo bianco splendore e mi ricordo di aver fatto la fila per entrare anche lì, in un ammasso di gente che sbraitava e spingeva. Ci passo di fronte, scatto due foto, proseguo, saluto il Padrão dos Descobrimentos, il monumento alle scoperte, adesso mi sembra più il monumento all’oppressione, ma non voglio essere pesante, non qui, non oggi e non durante questo viaggio.

La torre di Belém è chiusa, i ragazzini ci gironzolano intorno con i monopattini, scatto una foto, due foto, tre foto, un selfie, sono arrivata. Mi siedo in una panchina e mangio una barretta Cliff. Caramello salato. Sapore dolce di chi è riuscita a camminare per ore, sotto il sole, in un Mercoledì di Luglio portoghese.

Giorno 3: l’odore del mare

Ho già detto che non ho programmato niente? Il terzo giorno però ho un appuntamento col diabetologo. Da quando è scoppiato il Covid, le visite si fanno al pc, quindi perché no? Non sono io la prima a dire che il diabete deve interferire nella mia vita il meno possibile?

Le dieci e trenta ora italiana sono le nove e trenta portoghesi. Aspetto, mezz’ora. Il sole inizia a scaldare, mi stanco, scatto due foto allo specchio, esco. La rifaremo in un altro momento la visita, in un momento in cui non c’è il mondo che mi aspetta là fuori.

Inizio a camminare ma in realtà non so cosa fare, non so dove andare. C’è il Cemitério do Alto de São João, nel 2016 me lo sono perso, con le sue tombe familiari che sembrano tante casette di marmo, alcune bare sono a vista, altre porte hanno delle tende bianche, come a nascondere la vergogna del legno. Scendo verso il Chiado, vago senza sosta, senza pensare a nulla. Sento l’odore del mare, mi sembra di essere qui da mesi. Per pranzo ho mangiato una tigelada, una sorta di budino dagli ingredienti misteriosi, molto zuccherata, si è spappolata nella scatola mentre camminavo, per frotuna quello che ho comprato per cena è rimasto intero, un travesseiro de chocolate, letteralmente un cuscino di cioccolato, una sfoglia che si ripiega su se stessa a forma di nuvola.

Di ritorno verso l’albergo i monopattini mi sfrecciano accanto. Faccio un’altra piccola deviazione, c’è un miradouro che non ho mai visto. Vorrei mettermici in mezzo, ammirare la vista, ma due ragazze hanno messo un cavalletto e stanno girando un TikTok, come faccio a sapere che non si tratta di un semplice balletto fine a se stesso? Lo so perché provano e riprovano sempre gli stessi dieci secondi, mentre Lisbona le osserva alle spalle con sguardo giudicante, le guarda e pensa Smettetela, ma solo per un attimo veloce. Poi le accoglie facendo da sfondo per i loro corpi che si muvono a ritmo.Quando scendo, trovo una bancarella che vende il pão de Deus, ne compro uno da riportare a casa, giusto per prolungare la felicità di questi tre giorni di costante viaggiare.

ENG

Lisbon and I, alone, under the July sun

I sleep throughout the three-hour flight that divides me from Lisbon, waking up every now and then to Ryanair’s noises. When I arrive I forget to change the time on my watch; I have only a backpack with me, I travel light without even knowing I do it, I carry what I need with me, I want not to look like a tourist but a traveler.

When they say I am a tourist I am truly offended. I like the word traveler more not only for the way it sounds, but also because it contains my desire to live in all the places I visit. Museums are not enough for me, squares are not enough for me, sweets recommended in guides are not enough; I dig and look for something that no one has told me yet, I try to do what a person who lives here would do, I hide and get confused. If it weren’t for the language, the cursed language, Eu não falo português, I repeat at every available opportunity.

The taxi driver takes me to the hotel screaming Non ce n’è Covid!, an italian meme that also arrived here, I don’t know how it could have happened, but he laughs, and while driving with his elbow out, he points to the Pingo Doce, saying that it is the only supermarket I need. Then he points to a bar, good pasteis says, his finger raised as we swiftly pass by. Stopped at the traffic lights he asks me what the situation is like in Italy, if so many people are still dying from Covid or if we are better now. That’s right, he says are you well now? Yes we are, I reply, without confidence.

I came alone in Lisbon. I didn’t think twice, when Nicolò got it into his head to hike the Translagorai and picture that world where I can last more than 48 hours hiking, I’m going to Portugal then, I said, and within half an hour I booked. When I came here in 2016 it was almost impossible to find a hotel with a bathroom in the room; this time it was easy, mostly because, as the taxi driver said, many people don’t come, and he shrugs because everyone knows what he is referring to.

Day 1: the little red door

I don’t have a schedule, which is very strange for me. I stop in a bar and have coffee and pasteis, energy needed to walk to the Castelo de São Jorge, Google Maps in one hand and a chocolate Alpro in the other, I had forgotten about my blood sugar, damn diabetes that gets in the way every time i am looking to do something remotely adventurous.

It is a bit like I remembered it, the Castelo, with the decaying houses next to it and a few shops for tourists. They have attached photos in the streets around, they have painted murals, someone like is me is walking despite the heat. I sweat, at Pingo Doce I bought bread with seeds, I eat it crumbling everywhere waiting for someone to tell me You can’t eat while walking!, in that case I would have my sentence ready, comfortable, you can not scold me if I do not understand what you are saying.

I unplug my pump and I put it in my bag, which I never do, but what do you want me to tell you? I just want it to stop beeping. It will be the Portuguese air that inspires me, it will be the miradouros or perhaps the perfume of the pasteis shop windows. Google Maps takes me to a small red door, and through it and I find myself in front of the castle. I remember here. I remember standing in exactly this row, under the sun. I sit on the concrete bench in front of the ticket office; a child is playing, I forget about the insulin pump for good, the blood sugar rises inexorably before I realise it.

When I go back down towards the hotel, a lady is selling her crochet doilies on the street. She says something to me in Portuguese, I answer Eu não falo português , she looks at me as if to say here is a demented tourist, go back where you came from, I would like to explain to her that she is right but I keep walking with my hands in my pockets and the sweet taste on my palate.

Day 2: madness under the July sun

You know what? I will walk to Belem.

I immediately knew that it was not a good idea. In fact, at first, I go to the Alameda metro station, I will buy a ticket, you never know, I tell myself just like that, I get off and make three tickets, one for today, one for tomorrow and one for when I will have to return to the airport. In short, my lack of confidence is the reason why my starting point is Alameda and not the hotel.

I start walking with the fresh morning air, I stop to buy another pasteis with coffee, promising myself that in the afternoon I will try something else, but what? I do not know yet. How will I explain to my endocrinologist that I had sweets instead of eating actual meals? When I arrive at the LxFactory the wind is still fresh; there is no one, I sit in front of the bathroom, I enter the canned sardine shop, I look at the shops and murals, take photos, the world is beautiful when it looks like a post-apocalyptic scenario after a pandemic.

When I arrive at the Mosteiro dos Jerónimos after hours of walking in the sun I cannot believe that a religious building can make me cry. I look at it in its white splendor and I remember having queued to enter there too, in a crowd of people who were yelling and pushing. I pass in front of it, take two photos, continue, greet the Padrão dos Descobrimentos, the monument to the discoveries, now it seems to me more like the monument to oppression, but I don’t want to be difficult, not here, not today and not during this trip.

The Belém tower is closed, the kids are strolling around it with their scooters, I take a photo, two photos, three photos, a selfie, I’ve made it. I sit on a bench and eat a Cliff bar. Salted caramel. Sweet taste for a person who managed to walk for hours, under the sun, on a Portuguese Wednesday in July.

Day 3: the smell of the sea

Did I mention that I haven’t planned anything? On the third day, however, I have an appointment with my endocrinologist. Since Covid broke out, we see each other via web, so why not? Am I not always saying that diabetes should interfere with my life as little as possible?

Ten thirty Italian time is nine thirty in Portuguese time. I wait, half an hour. The sun starts to heat up, I get tired, I take two pictures in the mirror, I go out. We will do the appointment again at another time, when the world is not waiting for me out there.

I start walking but I don’t know what to do, I don’t know where to go. There is the Cemitério do Alto de São João, in 2016 I missed it, with its family tombs that look like little marble houses, some coffins are exposed, other doors have white curtains, as if to hide the shame of wood. I go down towards Chiado, wandering without stopping, without thinking about anything. I can smell the sea, I feel like I’ve been here for months. For lunch I eat a tigelada, a sort of pudding with mysterious ingredients, very sweet, it crushed in the box as I walked, but what I bought for dinner remained whole, a travesseiro de chocolate, literally a chocolate pillow, a pastry that folds in on itself in the shape of a cloud. 

On my way back to the hotel, the scooters speed past me. I take another small detour, a miradouro that I have never seen. I would like to get in the middle of it, admire the view, but two girls have put up an easel and are shooting a TikTok, how do I know this is not just a simple choreography? I know this because they always try and try again the same ten seconds, while Lisbon looks at them from behind with a judgmental gaze, looks at them and thinks Stop it, but only for a quick moment. Then he welcomes them as a backdrop for their bodies that move to the rhythm. When I get off, I find a stall selling pão de Deus, I buy one to take home, just to continue the happiness of these days of endless travelling.