In fondo, era solo un’automobile

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Forse non è propriamente indicato scrivere su un blog a tema ambientalismo un articolo sulla mia macchina: era una vecchia Seicento del 2000, con la carrozzeria sfasciata, inquinante e ormai datata.

Eppure lo farò, un po’ per sdoganare quella credenza abilista secondo la quale gli attivisti ambientalisti debbano per forza muoversi con la sola forza delle proprie gambe, ma anche e soprattutto perché, come ci hanno insegnato gli Offlaga Disco Pax in una delle loro canzoni più belle, una macchina non è mai solo una macchina, ma è piuttosto una storia, un intreccio di racconti, di odori, di cose politiche che le succedono intorno.

Insomma, la storia della mia macchina si è conclusa ieri quando l’ho venduta. L’ho salutata così, seduta nel sedile passeggero color fuxia un paio d’ore dopo la fine delle mie vacanze. Troppo stanca per guidare, mi sono limitata ad osservare la plastica grigiolina del vano portaoggetti mentre Nicolò sudava nonostante il finestrino a manovella tutto abbassato.

C’è stata una volta che l’ho ritrovata coperta di neve. Non sto scherzando: l’ho riconosciuta solamente perché un centimetro di blu della carrozzeria faceva capolino sul cofano. Per evitare confusione dico subito che, essendo sarda, per me la parola cofano indica il baule posteriore, non quello davanti dove sta il motore. Insomma, dal retro della macchina si vedeva un centimetro blu, inconfondibile, un po’ retrò, e da quel punto ho iniziato a grattare via la neve e il ghiaccio, che formavano mucchietti sui miei stivali invernali.

Non le fanno più le macchine di quel colore: qualcuno si è reso conto che i colori metallizzati sono più belli, e il bianco borghese si è imposto come colore predominante. Macchine così piccole sono state sostituite da grossi SUV, la maggior parte delle persone si sono convinte di aver bisogno di spazio, per fare cosa non si sa.

C’è stata un’altra volta che, col caldo, si è bloccata la cintura dentro la carrozzeria. Dovevo andare a lavoro, ero in ritardo, e ci sono andata senza cintura, sentendomi come una di quelle persone fuorilegge che non la mettono mai e sperando non mi fermasse la polizia. Poi, quando a fine giornata sono andata a riprenderla, la cintura si era sistemata da sola, scorreva come se niente fosse e sono tornata a casa quasi dimenticandomi di ciò che era successo la mattina.

C’è stata una volta che l’ho presa per andare in autostrada, da Milano a Trento, da Trento a Milano. Non è stata l’unica volta che ha fatto i centoventi, a fatica e producendo un rumore di sforzo continuo, prolungato. Per innumerevoli volte ha fatto Milano-Verona, soprattutto post pandemia, ma quella volta che l’abbiamo presa per andare a Trento, dopo che la macchina di Nicolò ci ha lasciato a piedi da un giorno all’altro, di certo è stata la migliore. Correvamo con i finestrini abbassati e i gomiti fuori, gli zaini sui sedili posteriori perché avevo sempre il cofano pieno di cianfrusaglie.

Non per vantarmi, ma la Seicento blu non mi ha mai abbandonato come la macchina di Nicolò. Neanche dopo essere stata tre mesi ferma durante il lockdown. L’ho ritrovata lì, dove l’avevo parcheggiata, e senza neppure un capriccio lei si è accesa. Fischiavano un po’ le ruote, se proprio devo dire la verità, ma hanno smesso quasi subito. Insomma, tutto questo per dirvi che era una di quelle macchine costruite con l’unico scopo di non dare mai un singolo problema.

La mia Seicento blu mi ha portato in giro quando avevo paura di andare in ipoglicemia camminando. Mi ha fatto sudare i pomeriggi d’estate, ma anche le mattine d’inverno in cui dovevo sghiacciare il vetro prima di andare in ufficio. Quando abbassavo il finestrino con la manovella mi sembrava di tornare bambina, nella Panda verdeacqua di mia madre, seduta dietro con mio fratello che si agitava e ci veniva la nausea ad entrambi.
Mi dava sicurezza, guidare la mia Seicento blu. La chiavamavo scatoletta di tonno, non ci ho mai messo gli adesivi che avrei voluto metterci, ma in fondo va bene così. E magari tra dieci anni ne parlerò come mia madre parla della macchina che aveva da ragazza, con lo stesso tono di voce che parla di libertà.

ENG

Just a car

Perhaps it is not appropriate to write an article about my car on an environmental-themed blog: it was an old and damaged Fiat Seicento, polluting and dated.

Yet I will do it because I don’t want to be part of the ableist belief according to which environmental activists must necessarily move with the strength of their legs, but also because a car, like a house, is never just a car, but rather a story, an intertwining of tales, smells, political things that happen around it.

In short, the story of my car ended yesterday when I sold it. I greeted her like that, sitting in the purple passenger seat a couple of hours after my vacation was over. Too tired to drive, I observed the gray plastic of the compartment while Nicolò was sweating despite the window was completely lowered.

There was a time I found it covered in snow. I’m not kidding: I only recognized it because an inch of blue from the body peeped out from the hood. That blue centimeter, unmistakable, a bit retro, said to me that that was my car, and from that inch, I began to rub off the snow and ice, which formed piles on my winter boots.

They no longer make cars of that color: someone has realized that metallic colors are more beautiful, and middle-class white has become the predominant choice. Such small cars have been replaced by big SUVs, most people have become convinced that they need space, we will never know what for. 

There was another time that, in the heat, the belt got stuck. I had to go to work, I was already late, and I went without it, feeling like one of those outlawed people who never wear it and hoping the police wouldn’t stop me. Then, when at the end of the day I went to pick my car up, the belt had fixed itself, it flowed as if nothing had happened and I went home almost forgetting what had happened in the morning.

There was once I took it to go on the motorway, from Milan to Trento, from Trento to Milan. It was not the only time that he did a hundred and twenty km/h, with pain and producing a continuous noise because of the prolonged effort. For countless times my Fiat Seicento did Milan-Verona, especially after lockdown, but that time to Trento, after Nicolò’s car left us on foot, it was certainly the best. We ran in the Autostrada with the windows down and our elbows out, our backpacks in the back seats because my hood was always full of junk.

Not to brag, but my blue Fiat Seicento has never abandoned me like Nicolò’s car. Not even after being stopped for three months during the lockdown. I found it there, exactly where I had parked it, and without even a whim it turned on. The wheels whistled a bit if I have to tell the truth, but they stopped almost immediately. In short, I am saying this just to let you know that my Seicento was one of those cars built with the sole purpose of never giving a single problem.

My blue Fiat Seicento took me around when I was afraid of going into hypoglycemia while walking. It made me sweat on summer afternoons, but also during winter mornings when I had to defrost the glass before going to the office. When I lowered the window with the crank, I felt like I was a child again, in my mother’s green Panda, sitting in the back with my brother who was fidgeting until we both felt nauseous.

I was confident to drive my blue Seicento. I used to call her can of tuna, I never put the stickers I wanted to put on it, but in the end, it’s okay. Maybe ten years from now I’ll talk about it as my mother talks about the car she had as a girl, in the same tone of voice that speaks of freedom.