Il meraviglioso viaggio dalla Germania all’Italia visto dal finestrino del treno

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Non ho mai ascoltato De Andrè. Il motivo principale è dovuto al fatto che mio padre lo ascoltava (e cantava) troppo, e durante l’adolescenza ho sempre sentito il bisogno di staccarmi, strappare, tenere le distanze. Poi mio padre è morto e De Andrè è diventato una di quelle cose che si devono chiudere nei cassetti per sopravvivere, e che col tempo sai che smetteranno di far male ma non puoi mai dire quando succederà.

Prima o poi.

In treno una ragazza si siede nei sedili accanto, oltre il corridoio. È la prima volta che faccio questo viaggio da Monaco a Milano, e come tutte le prime volte non ho addosso quella sicurezza dovuta al fatto che posso anticipare il paesaggio che mi aspetta e le fermate una dopo l’altra. Suo figlio inizia a giocare per il corridoio, a nessuno importa, così come a nessuno sembra importare del ritardo che stiamo accumulando.

Eccetto me.

Dopo ore passate a cercare su Google le stazioni dell’Austria per capire dove mi trovo, decido di dormire. Il bambino è sceso, il biglietto me l’hanno controllato, non credo che a nessuno importi se mi allungo sullo zaino e russo un po’. Metto le cuffiette sulle orecchie e, per cambiare, decido di sentire la playlist Macchina del Tempo.

Avete presente Spotify no? Non ci azzecca mai nei consigli dell’algoritmo. Ogni tanto mi consiglia Dua Lipa, ogni tanto invece ci prende.

E succede che parte Bocca di Rosa e che la riconosca subito. Come andare in bicicletta. Sono troppo pigra per mandare avanti, e il telefono sembra lontanissimo. Ne invento tante di scuse per non mandarla avanti anche stavolta.

Allora l’ascolto. L’ascolto mentre il treno procede lentissimo in mezzo alle montagne. Quando curva verso sinistra, cioè la maggior parte delle volte, vedo la locomotiva che traina tutti i vagoni. Lentissima in mezzo alle montagne, sembra un cancro che non ha nulla a che fare con i sassi e i cespugli e gli alberi intorno.

Poi Bocca di rosa ha finito di suonare ed è iniziato qualcos’altro che non ricordo.

Quando arriviamo al Brennero mi sembra di essere in treno da giorni – accanto a me adesso c’è una signora in ansia che si gratta la testa, nonostante le abbiano detto che l’autocertificazione non serve, basta avere il tampone negativo. Cammina lungo il corridoio, parla al telefono, ha paura che il tampone non basti. Dall’altra parte del telefono c’è qualcuno che la rassicura ma lei non vuole sentire ragioni, continua ad alzarsi e a chiedersi come mai siamo ancora fermi.

Prima o poi ripartiamo.

Rimetto Bocca di Rosa, stavolta la vado a cercare. E quando mi sveglio a Bolzano la rimetto, e poi la rimetto altre due volte. Un po’ per recuperare il tempo perso, un po’ perché per la maggior parte delle cose che facciamo non servono poi così tanti motivi.

ENG

The wonderful journey from Germany to Italy seen from the train

Life journal, chapter 17

I’ve never really listened to De Andrè. The main reason is because my father listened to him (and sang) too much, and during my adolescence, I always felt the need to break away, split, keep my distance. Then my father died and De Andrè slowly became one of those things that have to be closed in drawers so I can survive, and that over time you know they will stop hurting but you can never say when.

Sooner or later.

On the train, a woman sits in the seat across the aisle. It is the first time that I do this trip from Munich to Milan, and like all the first times I do not have that certainty when I can anticipate the landscape that enfolds in front of me, or the stops one after the other. Her son starts playing in the hall, no one cares, just as no one seems to care about the delay we are accumulating.

Except me.

After hours of online searching for stations in Austria just to try to figure out where I am, I decide to sleep. The child has gone, an old man checked my ticket, I don’t think anyone cares if I stretch out on my backpack and snore a bit. I put the headphones on my ears and, for a change, I decide to listen to Spotify’s Time Machine playlist.

You know Spotify, right? It never gets the algorithm’s recommendations right. Every now and then it plays Dua Lipa, but sometimes it knows what it’s doing.

And it happens that Bocca di Rosa starts to play. And that I recognize the song immediately. Like riding a bicycle. I’m too lazy to skip it, and the phone seems a long way off. I invent so many excuses this time so I won’t be able to skip it.

Then I listen to it. I listen to it while the train moves very slowly in the middle of the mountains. When it turns to the left, that is, most of the time, I see the locomotive pulling all the wagons. Very slow in the middle of the mountains, it looks like cancer that has nothing to do with the stones and bushes and trees around it.

Then Bocca di Rosa finished playing and something else started, I don’t even remember what.
When we arrive at Brenner I feel like I’ve been on the train for days – next to me, an anxious lady is scratching her head and almost crying, despite being told that one paper is not needed to cross the border, you just need to have a negative swab. She walks down the hall, talks on the phone, afraid that the swab will not be enough. On the other side of the phone, there is someone who reassures her but she doesn’t want to hear anything, she keeps getting up and wondering why we stopped moving.

Sooner or later we leave again.

I’ll put Bocca di Rosa back, this time I am the one who searches the song. And when I wake up in Bozen I put it back, and then I put it back two more times. Partly to make up for all the time lost, partly because most of the things we do, don’t need that many reasons to be done.