Odio gli uomini: cosa mi è piaciuto e cosa non mi è piaciuto del libro di Pauline Harmange

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A questo punto lo conoscete tutti, dato che ero rimasta solo io a non averlo letto. Si chiama Odio gli uomini, è scritto dalla francese Pauline Harmange, in Italia è edito da Garzanti.

Su IBS.it ha una votazione di 2 stelle su 5. Le recensioni sono poche, ce n’è una che dice che si tratta di un libro fin troppo pacato, Davide che parla di razzismo (?) al contrario, un altro tizio che si chiede signoramia in che tempo viviamo.

È diventato – rabbrividisco mentre lo scrivo, ma non mi viene un’altra espressione perché sono le dieci di sera e ho quasi trent’anni – un caso letterario.

Pauline Harmange questo libro l’ha scritto un po’ per caso, per una piccola casa editrice francese, e non si aspettava tutto questo clamore. Chi l’avrebbe mai detto che un titolo così avrebbe scatenato miliardi di commenti di uomini cis-etero-bianchi-natidallapartegiustadelmondo che non si sono presi neppure la briga di leggerlo?

(Per inciso, il francese è molto più elegante: Moi les hommes, je les déteste.)

Inizio con elencare cos’è questo libro, per evitare equivoci. È un libro molto breve. Nove capitoli per circa un centinaio di pagine. Una lettura semplice e scorrevole, che io ho fatto al parco durante questo bellissimo Feiertag a Monaco di Baviera. E il mio ragazzo, giustamente, mi ha chiesto quattro volte se ero proprio sicura sicura sicura di volermi portare quel libro e non, per esempio, uno degli altri quindici che ho comprato ultimamente.

Odio gli uomini è un libro sulla misandria, definita dall’autrice come «sentimento negativo nei confronti del genere maschile nel complesso». A partire da questo sentimento e dalle sue esperienze personali, Harmange cerca di abbracciare la complessità e di spiegare come questo sentimento alimenti il suo attivismo.

E io adoro chi riesce a manetenere le contraddizioni che compongono la nostra vita. Non è mai tutto così semplice, non è mai tutto bianco o nero, neppure con un titolo così.

Pauline Harmange infatti è una donna sposata con un uomo.

[…] per quanto ami il mio partner e non pensi nemmeno per un attimo a separarmi da lui, continuo a concepire e rivendicare la mia ostilità verso gli uomini. E a mettere anche lui nel calderone. Si può fare, perché la vita non è una cosa semplice e la mia esperienza è al tempo stesso individuale e generale.

Non so se vi è mai capitato di vivere in questa contraddizione. Se come me siete delle donne eterosessuali, che decostruiscono e ragionano sui preconcetti e sulla cultura che ci portiamo sulle spalle (è quello che cerco di fare; non sempre ci riesco), credo sia normale trovarsi di fronte alla consapevolezza che saremo sempre innamorate del nostro oppressore.

Anche in relazioni in cui i partner si supportano a vicenda, ad un certo punto è necessario renderci conto che i nostri compagni, mariti e fidanzati in qualche modo rappresentano quello contro cui stiamo combattendo quando parliamo di femminismo. Rappresentano il patriarcato perché ne hanno beneficiato, anche solo passivamente. Rappresentano il patriarcato perché se facessero il nostro lavoro prenderebbero uno stipendio molto più alto del nostro. Rappresentano il patriarcato perché non hanno il nostro carico mentale nelle faccende di casa e nella gestione dei figli.

Rappresentano il patriarcato anche se non se ne rendono conto o se credono di non farlo.

E noi continuiamo ad amarli e a condividere la nostra vita con loro, senza che queste due cose si escludano a vicenda.

Cosa mi è piaciuto del libro

Come anche nella vita reale, la parte più bella del libro è quella dedicata alla sorellanza. Leggendolo ho rivisto me stessa da giovane in molte delle cose raccontate, come per esempio il non voler essere come le altre ragazze quando andavo a scuola, il fidarmi a pelle più degli uomini che delle donne… insomma, avete capito. Quelle cose di cui vergognarsi quando compi 18 anni.

Sin da bambine cresciamo con queste convinzioni, e poi è difficilissimo uscirne: ci vuole un lungo lavoro su noi stesse e su ciò che abbiamo sempre dato per scontato.

Sicuramente il punto forte del libro è quello di riuscire a mantenere le contraddizioni. È possibile essere una donna eterosessuale e mettere in discussione le dinamiche della nostra relazione, anche quando siamo innamorate del nostro compagno e viviamo una relazione appagante e positiva. È possibile provare sentimenti di rabbia nei confronti di un sistema che è ingiusto e allo stesso tempo non riuscire a sfuggire a certe dinamiche di potere nella vita di tutti i giorni.

Queste cose possono coesistere e di fatto lo fanno: sono parte della nostra vita quotidiana, di ciò che sperimentiamo tutti i giorni in un sistema oppressivo verso le donne come quello in cui siamo immerse.

Cosa non mi è piaciuto del libro

Non è un libro di approfondimento. Anzi, tutto il contrario: è un libro piuttosto breve. Un libello quasi. I dati riportati sono pochi ma precisi, le esperienze personali appena abbozzate. Forse non pretende neppure di fare un’analisi accurata dei rapporti di potere tra uomini e donne, ma mi ha lasciato un po’ l’amaro in bocca leggere alcuni paragrafi che poi si bloccavano lì, lasciando l’onere della riflessione alla lettrice. O forse era proprio questo il punto e me lo sono perso?

L’argomento con il quale mi trovo meno d’accordo è la parte in cui parla degli uomini che si dichiarano femmisti.

È vero che in alcuni casi si tratta di facciata, un mero atto performativo e banale. È vero che spesso si tratta solo di essere minimamente decenti (e per questo si beccano pure complimenti). È anche vero che non abbiamo bisogno che loro lo facciano al posto nostro perché siamo perfettamente in grado di lottare per noi stesse.

Ma perché non dovrebbero? Riformulo meglio: se un uomo che si dichiara femminista è disposto a lavorare su se stesso, sul suo privilegio, sul decostruire la cultura in cui è cresciuto, perché non dargli il beneficio del dubbio?

Attenzione, non parlo di complimentarci né di erigere gli uomini a paladini del femminismo. Parlo semplicemente di creare un ambiente in cui il femminismo può diventare contagioso.

E chissà, magari uno di questi uomini, alla prossima riunione a base di birra, rutti e calcio, avrà gli strumenti per criticare atteggiamenti che per primo non ha mai messo in discussione.

ENG

I Hate Men: what I liked and what I didn’t like about Pauline Harmange’s book

At this point, everyone knew it, since I was the only one who hadn’t read it. It is called I Hate Men, written by the French Pauline Harmange.

On the Italian website IBS.it, I Hate Men has a rating of 2 stars out of 5. The reviews are few, there is one that says that it is a book too smooth, there’s Davide talking about reverse racism (?) and another guy who wonders what time we live in (I swear if you can read Italian, go and read them).

The book has become – I shudder as I write it, but I cannot find another phrase because it’s ten pm and I’m almost thirty – a literary case.

Pauline Harmange wrote this book by chance, for a small French publishing house, and she didn’t expect all this excitement. Who would have thought that such a title would have sparked billions of comments from cis-straight-white-bornontherightsideoftheworld males who didn’t even bother to read it?

(The French title is much more elegant: Moi les hommes, je les déteste).

I start this review by listing what this book is, to avoid misunderstandings. It is a very short book. Nine chapters for approximately a hundred pages. A simple and fluent reading, which I read in the park during this beautiful Feiertag in Munich. And my boyfriend, correctly, asked me four times if I was really really sure I wanted to bring that book and not, for example, one of the other fifteen I’ve bought lately.

I hate men is a book on misandry, defined by the author as “negative sentiment towards the male gender as a whole”. Based on this sentiment and her personal experiences, Harmange tries to embrace complexity and to explain how this sentiment fuels her activism.

And I love those who manage to keep the contradictions that make up our life. It’s never all that simple, it’s never all black or white, not even with a title like that.

In fact, Pauline Harmange is a woman married to a man.

[…] As much as I love my partner and don’t even think for a moment about separating myself from him, I continue to conceive and claim my hostility towards men. And to put him in the cauldron too. It can be done because life is not a simple thing and my experience is both individual and general.

my translation from the italian

I don’t know if you’ve ever lived in this contradiction. If like me, you are a heterosexual woman, who deconstruct and think about the preconceptions and culture we carry on our shoulders (that’s what I try to do; I don’t always succeed), I think it’s normal to be faced with the awareness that we will always be in love with our oppressor.

Even in relationships where partners support each other, at some point, it is necessary to realize that they somehow represent what we are fighting against when it comes to feminism. They represent patriarchy because they have benefited from it, even if only passively. They represent patriarchy because if they did our job they would get a much higher salary than ours. They represent patriarchy because they don’t have our mental load in housework and childcare.

They represent patriarchy even if they don’t realize it or believe they don’t. 

And we continue to love them and share our lives with them, without these two things being mutually exclusive.

What I liked

As in real life, the best part of the book is the one dedicated to the sisterhood. Reading it, I saw myself as a young woman in many of the things described, such as not wanting to be like other girls when I went to school, trusting men more than women… you know. The things that make you feel uncomfortable when you turn 18.

Since childhood, we girls grow up with these beliefs, and then it is very difficult to get rid of them: it takes a long time to work on ourselves and on what we have always taken for granted.

Surely the strong point of the book is to be able to keep the contradictions. It is possible to be a straight woman and question the dynamics of our relationship, even when we are in love with our partner and have a fulfilling and positive relationship. It is possible to have feelings of anger towards a system that is unfair and at the same time not be able to escape certain power dynamics in everyday life.

These things can coexist and in fact, they do: they are part of our daily life, of what we experience every day in a system oppressive towards women like the one in which we are immersed.

What I didn’t like

It is not a deep book. Quite the contrary: it is a rather short book and almost superficial sometimes. Like a very short pamphlet. The data reported are few but precise, the personal experiences barely sketched out. Perhaps it does not even want to make an accurate analysis of the power relations between men and women, but it left me a little bitter to read some paragraphs that then stopped there, leaving the burden of reflection to the reader. Or maybe that was just the point and I missed it?

I don’t agree at all with the part where Harmange talks about men who declare themselves feminists.

It is true that in some cases it is a mere facade, performative and banal act. Often it is indeed just a matter of being minimally decent (and for this, males also get compliments). It is also true that we don’t need them to do it for us because we are perfectly capable of fighting for ourselves.

But why shouldn’t they? I’ll rephrase: if a man who claims to be a feminist is willing to work on himself, on his privilege, on deconstructing the culture he grew up in, why not give him the benefit of the doubt?
Notice, I’m not talking about complimenting him or setting him up as champions of feminism. I am simply talking about creating an environment in which feminism can become contagious.
And who knows, maybe this man, at the next meeting based on beer, burps, and football or soccer or whatever they call it, will have the tools to criticize attitudes that he never questioned before.