Ho guardato Seaspiracy su Netflix: ne vale la pena?

Spoiler alert: in questo post racconto gran parte del documentario Seaspiracy. Se non ami gli spoiler, per favore non proseguire nella lettura.
Spoiler alert: in this post I talk about the Seaspiracy documentary. If you don’t like spoilers of any kind, please stop reading now.

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Prima di guardare Seaspiracy su Netflix ho aspettato 24 ore dall’uscita.

Non sono una grande fan di quelli che vengono presentati come “documentari controversi” o “che ti faranno aprire gli occhi sulla realtà”, e per questo ogni volta che leggevo qualcuno che parlava di Seaspiracy la mia voglia di accendere la tv svaniva sempre di più. Finché non ho deciso di costringermi prima che fosse troppo tardi.

Prima di iniziare, un paio di premesse. Sono vegetariana da circa 15 anni. Non mangio né carne né pesce, e mi approccio a questo documentario con gli occhi di una persona che ha già smesso di consumare prodotti animali (e gran parte dei derivati) principalmente per motivi etici e ambientali.

Seconda premessa: faccio molta fatica a guardare documentari, video, fotografie, o anche solo proteste in strada che mi ricordano i macelli. Quando ho visto per la prima volta il video della Grindadráp che ogni anno si tiene nelle isole Faroe, le immagini del sangue mi hanno tormentato per giorni. Le evito, dico la verità. Se vedo gruppi che protestano mostrando video di macelli in strada, come gran parte delle persone, cambio strada.

Questo per dire che non ho nessuna pretesa di essere oggettiva nella mia analisi.

Il titolo del documentario, Seaspiracy, è chiaramente ispirato a un altro documentario che è diventato nel corso degli anni un punto di riferimento per la community veg: Cowspiracy, incentrato sugli allevamenti intensivi.
Gli intenti sono gli stessi: Seaspiracy vuole documentare i danni che la pesca intensiva sta avendo sui nostri oceani e sulla terra in generale. Kip Andersen, attivista statunitense, è l’occhio dietro la videocamera di entrambi i documentari.

Partiamo dalle basi: Seaspiracy, come Cowspiracy, è un documenario americano. E ai nostri occhi europei, si vede: dalle musiche da film d’azione ai i toni cospirazionisti, sembra che negli Stati Uniti non possano fare un documentario informativo senza servirsi di questi trucchi cinematografici.

Seaspiracy inizia un po’ come ci aspetteremmo da qualsiasi documentario di questo tipo. Kip ripercorre la sua infanzia di appassionato ambientalista e fan di David Attembourough, parla del suo amore per le orche e i parchi a tema, e ci dà qualche informazione sugli oceani. Il punto di partenza dell’inchiesta sono gli animali, soprattutto balene e delfini, che stanno morendo nelle coste con lo stomaco pieno di plastica.

Devo dire la verità, ho continuato a guardare il documentario con più piacere e a incuriosirmi nel momento in cui ho capito che direzione stava prendendo. Mi aspettavo la solita ramanzina sulle abitudini che dobbiamo cambiare, specialmente per quanto riguarda il consumo di plastica, e invece, dopo soli cinque minuti, un’ammissione di colpa.

Ci stiamo concentrando troppo su quello che possiamo fare in quanto singoli, ovvero eliminare cannucce, comprare sfuso… quando in realtà il problema è un altro: la maggior parte della plastica negli oceani è rappresentata da reti e attrezzature da pesca.
Qualcuno che si rende conto che la responsabilità non può essere solo dei singoli? Sogno o son desta? Quasi non riesco a crederci. Ma forse sono io che ho scarsa fiducia nei documentari Netflix destinati al grande pubblico.

La parte più interessante, e quella che forse è la meno conosciuta, è quella che riguarda le certificazioni e come vengono emesse. Di fatto, i produttori di prodotti ittici che espongono certificazioni come pesca sostenibile o dolphin safe fanno soldi proprio grazie all’industria ittica che li paga per avere la certificazione. Non c’è modo, come ammette il direttore di Dolphin Safe durante il documentario, di controllare come effettivamente venga effettuata la pesca, ma ci si affida unicamente alla parola dei capitani delle navi peschereccio.

Il problema principale, oltre che la pesca intensiva, è quello che viene chiamato by-catch, ovvero l’uccisione collaterale di delfini, tartarughe e altri animali che finiscono nelle reti da pesca. Di fatto, molti dei prodotti che espongono etichette di sostenibilità, non danno nessuna garanzia al consumatore, perché non c’è nessuno che controlli l’attività dei pescherecci in mezzo al mare.

E per quanto riguarda l’allevamento? Una delle parti più disgustose del documentario sono i filmati degli allevamenti di salmoni in Scozia. Animali che nuotano in acque sporche e sui loro stessi escrementi, formando dei banchi costretti a girare su se stessi in orrende gabbie quadrate, e che per via del sovraffollamento sono attaccati da batteri e parassiti (esattamente come qualsiasi altro allevamento intensivo). La loro carne è così orrida deve essere colorata artificialmente prima di essere confezionata e rivenduta.

Infine, un altro problema che viene sottolineato durante il documentario è il fatto che la pesca intensiva sta rendendo difficile la vita dei piccoli pescatori in paesi come la Liberia, le cui coste sono stracolme di pescherecci commerciali che non lasciano nulla ai piccoli pescatori la cui vita dipende letteralmente dalla pesca.

La pesca intensiva, in Liberia così come nel resto del mondo, è una minaccia per le popolazioni native ma anche per il resto del mondo: se continuiamo a questi ritmi insostenibili, con l’acidificazione degli oceani e la scomparsa di interi ettari di foreste di alghe, il riscaldamento globale non farà che peggiorare ulteriormente. Le alghe infatti svolgono un ruolo fondamentale nel sequestrare carbonio impedendo il suo rilascio nell’atmosfera.

Cosa porto a casa da questo documentario?

La conclusione è semplice quanto precisa: dovremmo smettere di mangiare, ma guarda un po’, anche il pesce. Personalmente non ho mai capito chi fa una differenza netta tra animali terrestri e animali marini: si tratta pur sempre di animali, in entrambi i casi senzienti, in entrambi i casi che soffrono a causa del nostro consumo. Ricordiamoci che i mari ospitano esseri che raggiungono livelli di intelligenza che non riusciamo neppure a immaginare: i cefalopodi, per esempio.

Per me quindi questa è stata una conclusione abbastanza scontata. Ripeto, per me. Persona che inorridisce anche al solo pensiero di mettere in cattività un polpo.

L’aspetto positivo è che la responsabilità dei singoli, in questo caso l’invito a non mangiare pesce né altri animali, viene collocato in qualche modo in un contesto più ampio, con la speranza che diventi una spinta per legislazioni più stringenti e per un cambio di rotta nel commercio di prodotti ittici. O meglio, questo è quello che ci ho voluto leggere io, perché come al solito niente di tutto questo viene detto esplicitamente.

L’aspetto negativo, che per me è insopportabile alla lunga, è il tono che viene usato durante tutto il documentario. Troppo cospirazionista, troppo statunitense, ogni volta che veniva pronunciata la frase follow the money sentivo l’ovaia destra rivoltarsi.

Un documentario da vedere? Nì. Tante piccole pennellate che però non riescono a completare il quadro in modo approfondito. Se non avete nient’altro da fare, può dare spunti di riflessione interessanti. Ma per quanto mi riguarda non è stato né esaustivo, né approfondito.

ENG

I watched Seaspiracy on Netflix: is it worth it?

Before watching Seaspiracy on Netflix I waited 24 hours after release.

I’m not a big fan of what is presented as a “controversial documentary” or something “that will make you open your eyes to reality”, and for this reason every time I read someone who talked about Seaspiracy my desire to turn on the TV faded more and more. Until I decided to force myself before it was too late.

Before starting, a couple of premises. I have been a vegetarian for about 15 years. I don’t eat meat or fish, and I approach this documentary through the eyes of a person who has already stopped consuming animal products (and most of their derivatives) mainly for ethical and environmental reasons.

Second premise: I have a hard time watching documentaries, videos, photographs, or even just street protests that remind me of slaughterhouses. When I first saw the video of the Faroe Grindadráp, the images of blood haunted me for days. I avoid them if I must tell the truth. If I see groups protesting showing videos of slaughterhouses on the street, like most people, I change the street.

For these reasons, I have no claim to be objective in my analysis.

The title of the documentary, Seaspiracy, is clearly inspired by another documentary that has become a reference point for the veg community over the years: Cowspiracy, which focuses on intensive farming.
The intentions are the same: Seaspiracy wants to document the damage that intensive fishing is having on our oceans and the earth in general. Kip Andersen, a US activist, is the eye behind the camera in both documentaries.

Let’s start with the basics: Seaspiracy, like Cowspiracy, is an American documentary. And in our European eyes, you can tell: from action-movie-music to conspiratorial overtones, it seems that in the US they can’t make an informative documentary without using these cinematic tricks.

Seaspiracy starts as we would expect from any documentary of this type. Kip traces his childhood as an avid conservationist and David Attenborough fan, and he talks about his love for whales and theme parks, giving us some insight and information about the oceans. The starting point of the investigation is the animals, especially whales and dolphins, which are dying on the coasts with their stomachs full of plastic.

I have to tell you the truth, I continued to watch the documentary with more pleasure and to get curious when I realized what direction it was taking. I was expecting the usual lecture about the habits we need to change, especially regarding plastic consumption, and instead, after just five minutes, an admission of guilt.

We are focusing too much on what we can do as individuals, which is to eliminate straws, buy in bulk… when in reality the problem is different: most of the plastic in the oceans is represented by fishing nets and gear.
Someone who realizes that responsibility cannot lie with individuals alone? Am I dreaming? I almost can’t believe it. But maybe I’m the one who has little faith in Netflix documentaries aimed at the general public.

The most interesting part, and the one that is perhaps the least known, is that which concerns the certifications and how they are issued. In fact, the producers of fish products that exhibit certifications such as sustainable fishing or dolphin-safe make money thanks to the fishing industry that pays them for certification. There is no way, as the director of Dolphin Safe admits during the documentary, to check how fishing is carried out, but we rely solely on the word of the captains of the fishing vessels.

The main problem, in addition to intensive fishing, is what is called by-catch, or the collateral killing of dolphins, turtles, and other animals that end up in fishing nets. Many of the products that display sustainability labels do not give any guarantee to the consumer, because there is no one who controls the activity of fishing boats in the middle of the sea.

What about farming? One of the most disgusting parts of the documentary is the footage of salmon farms in Scotland. Animals that swim in dirty waters and on their excrement, swimming around and forced to turn on themselves in hideous square cages, and which due to overcrowding are attacked by bacteria and parasites (just like any other intensive farming). Their meat is so nasty it has to be artificially colored before it is packaged and resold.

Finally, another problem that is highlighted during the documentary is the fact that intensive fishing is making life difficult for small-scale fishermen in countries like Liberia, whose coasts are jam-packed with commercial fishing boats that leave nothing to small fishermen whose lives. it depends on fishing.

Intensive fishing, in Liberia as well as in the rest of the world, is a threat to native populations but also to the rest of the world: if we continue at these unsustainable rates, with the acidification of the oceans and the disappearance of entire hectares of forests of algae, global warming will only get worse. Let’s remember that algae play a fundamental role in sequestering carbon by preventing its release into the atmosphere.

What do I take from this documentary?

The conclusion is as simple as it is precise: we should stop eating, but look, fish too. Personally, I have never understood who makes a clear difference between terrestrial and marine animals: they are still animals, in both cases sentient, in both cases suffering from our consumption. Let us remember that the seas are home to beings that reach levels of intelligence that we cannot even imagine: cephalopods, for example.

For me, therefore, this was a fairly predictable conclusion. I repeat, for me. A person who is horrified even at the thought of putting an octopus in captivity.

The positive aspect is that the responsibility of individuals, in this case, the invitation not to eat fish or other animals, is somehow placed in a broader context, with the hope that it will become a push for more stringent legislation and a change of course in the trade of fish products. Or rather, this is what I wanted to read in Seaspiracy, because as usual none of this is explicitly said.

The downside, which for me is unbearable in the long run, is the tone that is used throughout the documentary. Too conspiratorial, too American, every time the phrase follow the money was uttered, I felt my right ovary revolt.

A documentary to see? Maybe. If you have nothing else to do, it can provide interesting food for thought. But as far as I’m concerned it was neither exhaustive nor thorough.