Walking around Milano

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Sono venuta a vivere a Milano nel luglio 2019.

Questo significa che, prima della pandemia, ho avuto circa sei mesi per conoscerla. È una città strana, Milano, e sei mesi non sono abbastanza. Quando ho iniziato ad apprezzarla mi è diventata proibita, piccola quanto il balcone da cui ascoltavo la gente cantare. Ero appena tornata da Parigi, ancora la faccia libera dalla mascherina, è questione di qualche settimana. Dicevano. Dicevo.

Sotto casa mia passa il tram, quello verde. Sferraglia e scampanella ogni volta che deve fermarsi per colpa di qualche macchina parcheggiata sulle rotaie. Dalla finestra vedo il tettuccio, la parte che di solito nessuno vede: anche a distanza di mesi mi fermo a osservarla, le foglie secche incastrate nelle insenature e nei marchingegni.

Per sei mesi, una volta alla settimana, sono salita su quel tram alle sei della mattina. Direzione Verona. Mi piaceva camminare al buio verso la pensilina; scendere verso la metro linea gialla, le scale mobili in stazione, l’odore di burro dell’unico bar aperto.

Non era previsto andare via così presto.

Qualcosa però è cambiato dopo la pandemia. Se penso ai ricordi che probabilmente porterò con me, saranno tutti relativi a quello che c’è stato prima. L’aperitivo in Garibaldi. Le tavolate in pizzeria. Le cene improvvisate. Le passeggiate a Isola. Le serate ai Navigli in bici d’estate. Le volte in cui siamo usciti a piedi, senza preoccuparci dell’orario, che tanto c’è sempre un Enjoy da qualche parte.

La prima volta che sono uscita dopo il primo lockdown è stato per andare in bici a Parco Nord. Avevo una mascherina più grande della mia faccia, mi è sembrato strano uscire senza il cappotto e la sciarpa pesante. Come se avessi saltato una stagione. Come se tutto il mondo fuori fosse andato avanti senza che le persone abbiano potuto seguirlo.

Da quando improvvisamente mi sono resa conto che il mio tempo qui sta finendo, ogni giorno cammino alla ricerca di qualcosa che ancora non ho visto. Scatto qualche foto. Cerco di ricordarmi quando ho camminato per l’ultima volta in una via, quando ho guidato in una strada, a volte tra i semafori tutti uguali alcuni sono più familiari di altri.

Un passo dopo l’altro si scrivono le storie, mi hanno detto una volta. Un passo dopo l’altro cerco di imprimere nella mia memoria questi diciotto mesi folli, in cui per la prima volta ho pensato che forse, davvero, da qualche parte del mondo mi sarei potuta fermare.

ENG

Walking around Milano

I came to live in Milan in July 2019. 

This means that, before the pandemic, I had about six months to get to know this city. It’s a strange city, Milan, and six months is not enough. When I started to like it, it became forbidden to me, as small as my balcony from which I listened to people singing. I had just returned from Paris, my face still free from the mask, it’s a matter of a few weeks. They said. I said.

The green tram passes under my house. It clatters and rings every time it has to stop because of some car parked on the rails. From the window, I see its roof, the part that usually nobody sees: even after months I stop to observe it, the dry leaves stuck in the inlets and the contraptions.

For six months, once a week, I got on that tram at six in the morning. To Verona. I liked walking towards the tram stop in the dark; get off towards the yellow metro line, the escalators at the station, the smell of butter croissants coming from the only open bar.

I wasn’t expecting to leave so soon. 

But something changed after the pandemic. If I think about the memories that I will probably carry with me, they will all be related to what was there before. Drinking red wine in Garibaldi. The long tables in the pizzeria. The improvised dinners. The walks in Isola. Evenings at the Navigli by bike in summer. All those times we leave our car home, without worrying about the time, because there is always a rental somewhere.

The first time I went out after the first lockdown was to cycle to Parco Nord. I had a mask bigger than my face, it seemed strange to me to go out without the coat and the heavy scarf. As if I had skipped a season. As if the whole outside world had moved on without people being able to follow it.

Ever since I suddenly realized that my time here is running out, every day I walk in search of something I haven’t seen yet. I take some pictures. I try to remember when I last walked in a street, when I drove in a street, sometimes between traffic lights, all the same, some are more familiar than others.

Stories are written step by step, somebody told me once. Step by step I try to imprint in my memory these eighteen crazy months, in which for the first time I thought that maybe, really, I could have stopped somewhere in the world.