Il sapore delle cose

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Il Lunedì è il mio giorno in cucina. Un rituale. Lavoro fino alle cinque, prendo il pomeriggio e le ore successive per decidere cosa mangiare e preparare qualcosa per i giorni successivi della settimana.

Cucinare mi rilassa, mi permette di prendermi cura di me stessa grazie al cibo, sapendo cosa mangio e soddisfacendo i miei bisogni, non solo biologici. Spesso infatti, complice anche l’associazione tra cibo e diabete, ho dimenticato che mangiare non è solo nutrire il corpo, ma anche la mente. Pensate a quando mangiate la stessa ricetta che vostra madre vi ha cucinato da bambini, oppure quando assaggiate un dolce che vi riporta indietro nel passato, magari in mezzo ai vostri amici.

Il sapore delle cose, in particolar modo, sarà sempre molto più forte di qualsiasi immagine o suono. Della prima volta che mi sono tagliata con un foglio di giornale ricordo ancora che stavo mangiando un pezzo di formaggio nel divano di casa di mia nonna. Della scuola elementare ricordo il mio compagno che affondava la testa nello zaino per morsicare il panino al salame, e allora anch’io prendevo una briciola di nascosto, facendola durare il più possibile sul palato. Casa in Sardegna ha il sapore di tiramisù fatto da mia mamma e di panino con la ricotta, se penso al mare la mia mente inizia a sentire il sapore del pane al pomodoro. Proust ha sempre avuto ragione: una semplice madeleine è in grado di rievocare ricordi lontani.

In realtà viviamo con la costante paura del cibo. Qualcuno dice che non dobbiamo mangiare carboidrati, che sarebbe meglio evitare i grassi, che dobbiamo assumere vitamine, comprare le proteine in polvere, come se l’atto di mangiare fosse solamente finalizzato a sopravvivere. Ho avuto la fortuna di crescere in una famiglia dove fare una dieta non è mai stata un’opzione, ma soprattutto dove il cibo non ha nessuna connotazione negativa.

Sono fortunata. Forse anche per questo mi piace molto stare ai fornelli, improvvisare, non sempre con risultati ottimi. Se fosse per me il forno sarebbe sempre acceso e ogni giorno sarebbe una scusa per mangiare insieme a qualcuno. Mi piace quando le persone assaggiano ciò che ho preparato, mi piace quando qualcuno sorride mentre mangiamo insieme. Ho un’intera galleria di impasti lievitati che mi mettono il buonumore, ogni tanto mando a mia madre foto di cosa ho cucinato e lei risponde con una foto tutta storta della tavola apparecchiata a ottocento chilometri di distanza.

Il segreto è tutto nel Lunedì.

Il Lunedì mi arriva la cassetta di frutta e verdura. Rimango a guardarla, poi sistemo gli ingredienti toccando i sacchetti e cercando di indovinare cosa c’è dentro. Le arance sono le più facili, perché si sente il profumo al di là della carta. Frutta e verdura mi rendono molto più felice di qualsiasi altro ingrediente. Mi piace lavare le foglie quando ancora hanno la terra, addentare le mele quando sono croccanti e pizzicare i mandarini per far uscire i semi come se ogni giorno fosse il cenone di Natale. Mangiare i fichi mi ricorda quando, tornando dal mare insieme a mia cugina, ne abbiamo tirato giù dagli alberi così tanti da farci venire il mal di pancia e le mani bitorzolute di resina.

Il lunedì metto a cuocere i legumi, tolgo la schiuma man mano che si forma nell’acqua bollente. L’impasto che lievita nella macchina del pane, il profumo diverso a seconda della farina e del lievito, l’assaggio per vedere se è giusto di sale – e non lo è quasi mai. Si alza leggero, l’impasto del pane, mentre intorno preparo tutto il resto, tutto ciò che serve per accompagnarlo.

Con il cibo già pronto non ho la stessa connessione. Questo non significa che io non mangi altro o che non mangi cibi industriali, tutt’altro. Significa che devo riconoscere che non mi danno ciò che mi dà quello che cucino io. Sono estranei, sono lontani, muti.

C’è qualcosa di misterioso nelle cose fatte, e col tempo ho imparato a capire che tutto sta nei gesti. Nell’affondare le mani nella farina, nel riscoprire il singolo sapore ancora prima di unirlo ad altri. Il Lunedì è quel momento in cui mi prendo del tempo per dare spazio all’attesa della preparazione, all’aspettativa. La cucina è prima di tutto un luogo di invenzione, di creatività, dove non c’è bisogno di parole: l’essenziale è nel palato, in gola, nello stomaco. I piatti parlano così, tramite i ricordi vecchi e i nuovi che devono ancora essere creati.

Il Lunedì è il momento in cui ricordo che il cibo non è un dovere, non è un nemico, non è pura e semplice sopravvivenza. Si mangia per sopravvivere, non solo biologicamente ma anche e soprattutto mentalmente. Si mangia per accumulare nuove idee, per condividere emozioni, per scoprire, ogni volta, qualcosa di nuovo.

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The taste of things

Monday is my cooking day. A ritual. I grab all the ingredients and I decide what I’ll eat during the week. Then I start to cook.

Cooking relaxes me, allows me to take care of myself with food, to know what I eat, and what satisfies my needs. Not just biological needs, but also spiritual ones. Often, also because of diabetes, I forgot that eating is not only nourishing the body, but also the mind. Think about when you eat the same recipe your mother cooked for you as a child, or when you taste a dessert that takes you back to the past, perhaps among your friends.

The taste of things will always be much stronger than any image or sound in our minds. Like the first time I cut myself with a sheet of paper: I still remember that I was eating a piece of cheese on my grandmother’s sofa. From elementary school, I remember that I had one schoolmate who buried his head in his backpack to bite his salami sandwich, and right after I was also taking a small crumb in secret from mine, making it last as long as possible on the mouth. My home in Sardinia tastes like my mother’s tiramisu and ricotta bread. Whenever I think about the sea my mind begins to taste tomato bread. Proust has always been right: a simple madeleine can recall distant memories.

We actually live in constant fear of food. We are told that we must not eat carbohydrates, that it would be better to avoid fats, that we must take vitamins, buy protein powders as if the act of eating was only aimed at surviving. I was lucky enough to grow up in a family where dieting has never been an option, but above all where food has no negative connotations.

I’m lucky. Perhaps this is also why I really like being in the kitchen, improvising, not always with excellent results. If it were up to me the oven would always be on and every day would be an excuse to eat with someone. I like when people taste what I have served, I like when someone smiles while we eat together. I have a whole gallery of doughs that put me in a good mood, every now and then I send my mother photos of what I made and she responds with a completely crooked photo of the table set – eight hundred kilometers away.

My secret is Monday. 

On Monday I get a box of fruit and vegetables. I stare at it, then arrange the ingredients by touching the bags and trying to guess what’s inside. Oranges are the easiest because you can smell the scent beyond the paper. Fruits and vegetables make me much happier than any other ingredient. I like to wash the leaves when they still have dirt, bite into the apples when they are crunchy and pinch the mandarins to release the seeds as if every day were Christmas dinner. Eating figs remind me of when, returning from the sea with my cousin, we pulled so many from the trees that we had a stomach ache and hands lumpy with resin.

On Monday I start cooking the beans, remove the foam as it forms in the boiling water. The dough that rises in the bread machine, the different scent depending on the flour and the yeast, the moment I taste it to see if the salt is right – and it rarely is. The bread dough rises lightly, while I prepare everything else, all that is needed to complete it.

I don’t have the same connection with ready-made food. This doesn’t mean that I don’t eat anything else or that I don’t eat industrial foods, far from it. It means that I have to recognize that they don’t give me what they give me what I cook. It’s a stranger, distant, dull.

There is something mysterious in things done, and over time I have learned to understand that everything happens within gestures. In sinking your hands in flour, in rediscovering the single flavor even before combining it with others. Monday is that moment in which I take time to give space to the expectation of preparation, to the expectation. My kitchen is, first of all, a place of invention, creativity, where there is no need for words: the essential is in the palate, in the throat, in the stomach. Dishes speak like this, through old and new memories that have yet to be created.

Monday is the moment when I remember that food is not a duty, it is not an enemy, it is not pure and simple survival. We eat to survive, not only biologically but also and above all mentally. We eat to accumulate new ideas, to share emotions, to discover something new every time.