Fast fashion: ambientalismo, femminismo e privilegio

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Nel 2013 il mondo aprì gli occhi e scoprì cosa si nasconde dietro i vestiti a basso costo indossiamo tutti i giorni. Durante le prime ore del mattino alla periferia di Dacca, capitale del Bangladesh, un edificio commerciale conosciuto come Rana Plaza crollò uccidendo 1129 donne che lavoravano nelle industrie tessili presenti all’interno.

Un crollo preannunciato, che il giorno prima aveva fatto evacuare tutte le altre attività presenti nell’edificio, eccetto quelle che producevano capi di abbigliamento da esportare in Occidente: Benetton, Zara, Stradivarius, Mango, Primark. Tutti brand che conosciamo perfettamente: i produttori terzisti che confezionavano gli abiti per loro decisero di non evacuare e di continuare con la produzione.

Il crollo del Rana Plaza scoperchiò il vaso di pandora: scoprimmo un sistema fatto di sfruttamento, turni massacranti, nessun rispetto per l’ambiente e per le lavoratrici.

Al tempo io compravo mensilmente dai marchi che vi ho citato prima. Non mi occupavo ancora di sostenibilità, ma ricordo perfettamente che, una volta sentita la notizia, la mia prima reazione fu un profondo senso di colpa per quello che era successo. Millecentoventinove persone erano morte solamente per cucire, tingere, confezionare i vestiti che io avevo indosso.

Questa reazione è forse il motivo per cui chi si occupa di sostenibilità cerca di “far aprire gli occhi a più persone possibili”. E’ vero in fondo che il nostro consumismo ci ha spinti fino a qui, è vero che la nostra cultura contemporanea ci ha abituato ad avere tutto, subito e a bassissimo prezzo, anche a discapito della crisi climatica in atto. Ma ci sono dei ma.

Con questo post vorrei riflettere insieme a voi su due cose. La prima: questo sistema di sfruttamento è davvero colpa di noi consumatori? La seconda: puntare il dito contro chi compra fast fashion è giusto?

Colpa e responsabilità

Sto riflettendo molto su questi due concetti, e ancora non c’è nella mia mente una soluzione chiara, però voglio provare ad abbozzare il mio ragionamento applicandolo alla fast fashion. Di chi è la colpa? Di me che consumo e che ho certe abitudini? Di chi produce? O, rigirando la domanda, è mia responsabilità cambiare il mondo? Fin dove posso arrivare?

Inizio col dirvi che non ho tutte le risposte a queste domande, soprattutto per quanto riguarda la colpa e la responsabilità. In questo momento credo che la responsabilità sia soprattutto di un sistema di consumo capitalista e malato, basato unicamente sullo sfruttamento: delle risorse, delle persone, del nostro portafoglio.

Le aziende sicuramente godono di questo sistema: ci hanno abituato a mode sempre più veloci, ciò che compriamo quest’anno non andrà più bene per l’anno successivo, in una corsa infinita di acquisti sempre più frenetici nel tentativo di stare al passo con chi ci sta intorno. E’ un cerchio infinito che torna sempre al punto di partenza.

Privilegio

In questa seconda parte invece vorrei soprattutto soffermarmi sul fatto che l’accessibillità ai capi di abbigliamento sostenibili (che siano essi prodotti eticamente o di seconda mano) è un privilegio, sotto diversi punti di vista.

Qualche giorno fa su Instagram è circolato molto un post che diceva che chi compra fast fashion non può essere femminista. Eppure, oggi, la moda sostenibile non è accessibile a diverse categorie di persone, e purtroppo ha un grosso problema di abilismo, grassofobia e classismo. Cercherò di affrontare questi tre temi separatamente.

Abilismo

Vi ricordate quando abbiamo puntato tutti il dito contro le cannucce? In quel momento, se avessimo potuto, avremmo incenerito tutte quelle presenti sulla faccia della terra. Facendo del male e discriminando, per ignoranza, tantissime persone disabili che grazie al loro utilizzo hanno migliorato la loro qualità della vita.

Che dire dei vestiti? Immaginate quanto sia difficile per una persona disabile trovare dei capi di abbigliamento conformi al suo corpo. Pensate a quanto sia difficile già per una persona abile trovare dei capi di abbigliamento in un mercatino dell’usato o da un produttore sostenibile: spesso le taglie sono sempre le stesse, standard e pensate su un unico modello. Pensate alle infinite esigenze che tante persone possono avere: un’altra idea che mi viene così, sul momento, è quella di avere un microinfusore sempre attaccato a corpo, per esempio.

Grassofobia

Il discorso dell’accessibilità si amplia soprattutto se pensiamo anche alle persone grasse. E’ facile scegliere dove comprare i nostri capi di abbigliamento quando si ha una taglia compresa tra XS e XL; diventa molto più difficile per persone che non rientrano nelle misure che vengono considerate standard (non si sa, poi, rispetto a cosa).

In questi casi è difficile che i nostri parenti abbiano qualcosa della giusta taglia e che vesta bene; non possiamo sicuramente partecipare a uno swap party; per non parlare della “selezione” di capi che è possibile trovare nei negozi di seconda mano. Per le persone grasse, l’alternativa si riduce spesso alla fast fashion.

Classismo

Sapete cosa significa gentrificazione? La Treccani dice: Riqualificazione e rinnovamento di zone o quartieri cittadini, con conseguente aumento del prezzo degli affitti e degli immobili e migrazione degli abitanti originari verso altre zone urbane.

Applichiamo ora questo concetto ai negozi di seconda mano. Cosa succede quando la domanda cresce? Ovviamente i prezzi aumentano. E che dire di coloro per i quali i negozi di seconda mano rappresentano l’unica opzione di acquisto?

Non voglio dire che dovremmo smettere di comprare nei negozi di seconda mano, anzi. Vorrei sottolineare però come lo shopping secondhand non debba diventare una valvola di sfogo, un modo per direzionare le abitudini di consumo poco sane che avevamo in precedenza nelle catene fast fashion. Ben venga acquistare capi già usati in precedenza, ma pensiamo sempre se le cose che stiamo acquistando ci servano veramente.

Che dire invece delle aziende sostenibili? Faccio un piccolo disclaimer: io stessa, quando ho avuto il bisogno e la possibilità di acquistare dei capi di abbigliamento, mi sono rivolta a realtà sostenibili. E nel momento in cui ho iniziato a farlo, ho capito quanto privilegio avessi nel poter fare questa scelta.

I capi di abbigliamento sostenibili sono molto più costosi dei capi della fast fashion. Correttamente: le aziende sostenibili ed etiche infatti non solo puntano sulle materie prime e sulla lavorazione, ma anche e soprattutto sul rispetto dell’ambiente e dei diritti dei lavoratori. Paghe giuste ed eque corrispondono a un prezzo finale maggiore.

Tantissime persone però non possono permettersi acquisti di questo tipo: chi è in grado di farlo, ha un grosso privilegio economico che non è la norma, quanto piuttosto l’eccezione.

Che fare, dunque?

Come vi avevo anticipato, non ho le risposte a tutte queste domande. Prima di tutto però dovremmo smettere di puntare il dito verso chi compra da Zara, e direzionarlo verso l’azienda stessa, l’unica che può attuare dei cambiamenti sostanziali al suo modello produttivo. Poi, dovremmo ripensare al modello che ha permesso questa deriva, proponendone uno alternativo che sia non solo rispettoso dell’ambiente ma anche inclusivo.

Dobbiamo ricordarci che lottare per un mondo sostenibile significa lottare contro un sistema di consumi e ingiustizie, non contro la nostra vicina di casa che non si veste di lino. Non possiamo puntare il dito contro gli altri per ciò che possono o non possono comprare.

Ricordo ancora, tristemente, le battute che circolavano qualche tempo fa sui social, sulle persone che puzzano quando indossano il poliestere. Ho ripensato a me stessa a quando il poliestere era l’unica cosa che potevo permettermi, ho ripensato a quella mia compagna delle medie che veniva vestita sempre nello stesso modo, ogni giorno, tutti i giorni, ho ripensato a tutte le donne in Bangladesh che sono morte sotto il crollo, e chissà cosa indossavano loro, e chissà quanto puzzavano i loro corpi sotto le macerie.

ENG

Fast fashion: environmentalism, feminism and privilege

In 2013 the world opened its eyes and discovered what lies behind the cheap clothes we wear every day. During the early hours of the morning on the outskirts of Dhaka, the capital of Bangladesh, a commercial building known as Rana Plaza collapsed, killing 1,129 women who worked in the textile industries inside.

A predictable collapse. The day before the tragedy, the bottom floor of the building was evacuated, and all the other activities stopped, except for textile production: Benetton, Zara, Stradivarius, Mango, Primark. These are all brands that we know perfectly: the subcontractor producers who made the clothes for them decided not to evacuate and to continue with the production.

The collapse of the Rana Plaza uncovered Pandora’s box: we discovered a system made up of exploitationgrueling shiftsno respect for the environment and for workers.

At the time I was buying monthly from the brands I mentioned earlier. I wasn’t concerned with sustainability yet, but I remember perfectly that, once I heard the news, my first reaction was a deep sense of guilt for what had happened. One hundred twenty-nine people had died just to sew, dye, make the clothes I was wearing.

This reaction is perhaps the reason why those involved in sustainability try to “open the eyes of as many people as possible”. It is true that our consumerism has pushed us this far, it is true that our contemporary culture has accustomed us to having everything, immediately and at a very low price, even at the expense of the climate crisis in progress.

With this article, I would like to reflect with you on two things. The first: is this system of exploitation really the fault of us consumers? The second: is it right to point the finger at those who buy fast fashion?

Guilt and responsibility

I am reflecting a lot on these two concepts, and there is still no clear answer in my mind, but I want to try to outline my reasoning by applying it to fast fashion. Whose fault is it? What do I consume about me and have certain habits? Whose does it produce? Or, turning the question around, is it my responsibility to change the world? How far can I go?

I start by telling you that I don’t have all the answers to these questions, especially with regards to guilt and responsibility. At this moment I believe that the responsibility lies above all with a capitalist and sick consumption system, based solely on exploitation: of resources, of people, of our wallet.

Companies certainly enjoy this system: they have accustomed us to ever-faster fashions, what we buy this year will no longer be good for the next one, in an endless rush of increasingly frenetic purchases in an attempt to keep up with those who are around us. It is an infinite circle that always returns to the starting point.

Privilege

In this second part, however, I would especially like to focus on the fact that access to sustainable clothing (whether ethically produced or second-hand) is a privilege, from various points of view.

A few days ago a post was circulated on Instagram saying that those who buy fast fashion cannot be feminists. Yet, today, sustainable fashion is not accessible to different categories of people, and unfortunately, it has a big problem of ableismfatphobia and classism

Ableism

Do you remember when we all pointed the finger at straws? At that moment, if we could, we would have incinerated all those present on the face of the earth. By doing harm and discriminating, out of ignorance, many disabled people who thanks to their use, have improved their quality of life.

What about clothes? Imagine how difficult it is for a disabled person to find clothing. Think about how difficult it is already for a skilled person to find clothing in a flea market or from a sustainable manufacturer: often the sizes are always the same, standard, and designed on a single model. Think of the infinite needs that many people may have: another idea that comes to me at the moment is that of having an insulin pump always attached to the body, for example.

Fatphobia

The question of accessibility spreads if we also think of fat people. It is easy to choose where to buy our clothing when you have a size between XS and XL; it becomes much more difficult for people who do not fall within the measures that are considered standard.

In these cases it is difficult for our relatives to have something the right size and fit well; we definitely can’t attend a swap party; not to mention the “selection” of items that can be found in second-hand shops. For fat people, the alternative often is only one the fast fashion.

Classism

Do you know what gentrification meansTreccani says Redevelopment and renovation of city areas or neighborhoods, with a consequent increase in the price of rents and real estate and migration of the original inhabitants to other urban areas.

Let’s now apply this concept to second-hand shops. What happens when the demand grows? Prices rise. And what about those for whom second-hand shops are the only purchase option?

I don’t want to say that we should stop buying from second-hand stores, quite the opposite. I would like to underline, however, that secondhand shopping should not become an outlet, a way to direct the unhealthy consumption habits that we previously had in fast-fashion chains. It is welcome to buy previously used items, but we always think of the things we are buying are useful. What about sustainable companies instead? I make a small disclaimer: I, when I had the need and the opportunity to buy clothing, I turned to sustainable realities. And the moment I started doing it, I realized how privileged I was to be able to make this choice.

Sustainable clothing is much more expensive than fast fashion. Correctly: in fact, sustainable and ethical companies not only focus on raw materials and processing but also, and above all on respect for the environment and workers’ rights. Fair and fair wages correspond to a higher final price. However, many people cannot afford purchases of this type: those who can do so have a great economic privilege that is not the norm, but rather the exception.

What then?

As I told you, I don’t have the answers to all these questions. First of all, however, we should stop pointing the finger at those who buy from Zara, and direct our attention towards the companies, the only ones that can make substantial changes to their production model. Then, we should rethink the model that allowed this drift, and we should think about an alternative one that is not only environmentally friendly but also inclusive.

We must remember that fighting for a sustainable world means fighting against a system of consumption and injustices, not against our neighbor who does not dress in linen. We cannot point the finger at others for what they can or cannot buy.

I still sadly remember the jokes that people made some time ago on social media, about other people who stink when they wear polyester. I thought back to myself when polyester was the only thing I could afford, I thought of my middle school mate who was always dressed the same, every day, every day, I thought about all the women in Bangladesh who died under the Rana Plaza, and who knows what they were wearing, and who knows how their bodies stank under the rubble.

Fonti/resources:

– Netflix, documentario The True Cost;
Wikipedia, Crollo del Rana Plaza di Savar;
The Guardian, Rana Plaza, five years on: safety of workers hangs in balance in Bangladesh;
Dress the Change;
Wild Magazine, Second-hand Shopping: Checking Privilege;
Shona Louise, The Plastic Straw Ban & How It Harms Disabled People.