Siamo troppi nel mondo?

Ambientalismo, femminismo e il controllo delle nascite

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We can’t go on like this. We can’t push human population growth under the carpet.

Jane Goodall

The planet can’t cope with overpopulation.

David Attenborough

Per iniziare questo 2021, dobbiamo parlare di uno degli argomenti più controversi e dibattuti nei gruppi ambientalisti: l’idea secondo la quale siamo troppi nel mondo. Attualmente siamo quasi 8 miliardi di persone; le proiezioni dicono che nel 2050 raggiungeremo quasi i 10 miliardi.

La teoria ha avuto inizio molto prima dei movimenti ambientalisti: alla fine del Settecento, l’economista Malthus pubblica (anonimamente) un saggio sul tema, chiamato Essay on the Principle of Population.

Basta leggerne alcuni estratti per capire di cosa si tratta: “To act consistently therefore, we should facilitate, instead of foolishly and vainly endeavoring to impede, the operations of nature in producing this mortality“. È il 1798, nessuno utilizza il concetto di controllo della popolazione per motivi puramente ambientalisti: semplicemente, gli esseri umani si rendono conto per la prima volta che siamo troppi rispetto alle risorse che il pianeta ci offre.

Alla fine degli anni sessanta il biologo Ehrlich pubblica il libro che sancirà la fama di questa teoria: The Population Bomb. Predice carestie e morti, con toni allarmistici da brividi. Ehrlich sostiene che, siccome la sovrappopolazione è una minaccia per il pianeta, è necessario controllare le nascite, anche a costo di utilizzare metodi coercitivi.

Dati questi brevi cenni storici, arriviamo a noi ambientalisti degli anni duemila. L’argomento è spesso dato per scontato, soprattutto perché a parlarne sono stati ambientalisti conosciuti al grande pubblico. Il pianeta non è in grado di sostenere la richiesta di cibo, siamo troppi e le risorse sono troppo poche. Giusto?
Insomma, dobbiamo smettere di fare figli se vogliamo salvare il pianeta.

Peccato che questa affermazione abbia qualche piccolo problema: è un argomento falso, razzista e misogino.

Le Nazioni Unite hanno previsto una crescita della popolazione mondiale fino al 2100, quando sfonderemo la soglia degli 11 miliardi di individui; in seguito, nonostante ci piaccia pensare di essere al di là della natura, faremo esattamente ciò che fanno tutte le altre specie: inizieremo a diventare sempre meno.

I metodi intensivi di agricoltura e allevamento odierni ci permettono di avere molto più cibo a disposizione rispetto anche solo a un secolo fa. Grazie alle tecnologie che abbiamo sviluppato nel corso del tempo abbiamo così tanto cibo da essere in grado addirittura di sprecarne un terzo sul totale lungo tutta la filiera.

Non è vero che non abbiamo abbastanza risorse. Ne abbiamo anche troppe per quello che è il nostro standard di vita e il nostro sistema economico basato sullo sfruttamento. C’è un forte sbilanciamento su quelle che sono le risorse destinate a noi occidentali e quelle dei cosiddetti paesi in via di sviluppo. In media un americano consuma circa 3800 kilocalorie giornaliere; un suo coetaneo in Eritrea ne consuma circa 1590.

Quando diciamo che siamo troppi, facciamo riferimento unicamente al nostro standard di vita. È vero che siamo troppi, ma solo se il modo in cui viviamo attualmente è il nostro unico metro di misura: sommersi da sprechi, sfruttando i paesi in via di sviluppo, togliendo loro la possibilità di autodeterminarsi e di vivere in accordo con le risorse locali.

Dobbiamo anche aggiungere che ci sono grosse differenze anche per quanto riguarda l’impatto ambientale: il 6.5% della popolazione mondiale più ricca è responsabile del 50% delle emissioni totali di anidride carbonica.

Nel 2017 la Cina ha emesso quasi 10 miliardi di tonnellate di anidride carbonica nell’ambiente (per la precisione: 9.838.754.028,00). Nello stesso anno, la Nigeria ne ha emesso 107 milioni tonnellate (107.300.894,40).

Coloro che saranno più colpiti dal cambiamento climatico sono anche coloro che impattano meno sull’ambiente e che spesso vivono, al contrario di noi, seguendo i ritmi e le necessità della natura. Allo stesso tempo saranno i primi a subire i danni della crisi climatica attualmente in atto.

In The Population Bomb, Ehrlich ad un certo punto si lancia in un’invettiva contro la crescita demografica dell’India: per farlo descrive Dehli come una città caotica, una bomba di 3 milioni di persone sul punto di esplodere. Peccato che dimentichi che, nello stesso momento, New York contava 8 milioni di abitanti, più del doppio rispetto alla città indiana. Insomma, il problema non era il numero di abitanti, ma piuttosto che quegli abitanti fossero indiani e non statunitensi.

L’argomento della sovrappopolazione è profondamente razzista perché noi occidentali, nell’esporlo, ci poniamo un gradino sopra rispetto al resto del mondo. Ma la realtà è che noi non siamo l’unico metro di paragone, il nostro stile di vita non è l’unica cosa che conta. Non si tratta di essere irrealistici o utopistici: non è diminuendo la popolazione che salveremo il pianeta, ma solo cambiando radicalmente il sistema in cui viviamo e il modo in cui utilizziamo le risorse.

Forse dovremmo riflettere prima di dare la colpa alle persone singole. La colpa è soprattutto di un sistema in cui è permesso a sole 100 aziende di produrre il 71% delle emissioni globali. Tutte le volte che portiamo avanti argomenti come quello della sovrappopolazione stiamo scaricando la colpa sui singoli, e in particolar modo sulle donne provenienti dai paesi in via di sviluppo.

Perché non può essere una coincidenza che ancora una volta il controllo sia sul corpo delle donne. Questo argomento sembra direttamente figlio di una mentalità patriarcale: anziché cercare una soluzione attraverso educazione, miglioramento delle condizioni lavorative e di vita delle donne, guardiamo oltre, colpevolizzandole. Implicitamente questo argomento pone la responsabilità su quelle donne che, per varie ragioni (culturali, sociali) mettono al mondo un numero di figli che consideriamo di troppo.

Che dire, allora? Se davvero vogliamo combattere la crisi climatica abbiamo la responsabilità di puntare lo sguardo nella direzione giusta, senza colpevolizzare coloro che saranno i primi a soffrirne le conseguenze.

ENG

Are we too many in the world?

Environmentalism, feminism and population control

We can’t go on like this. We can’t push human population growth under the carpet.

Jane Goodall

The planet can’t cope with overpopulation.

David Attenborough

To start this 2021, we need to talk about one of the most controversial and debated topics in environmental groups: the idea that there are too many of us in the world. We are currently nearly 8 billion people; projections say that in 2050 we will almost reach 10 billion.

The theory began long before the environmental movements: at the end of the eighteenth century, the economist Malthus published (anonymously) an essay on the subject, called Essay on the Principle of Population.

“To act consistently, therefore, we should facilitate, instead of foolishly and vainly endeavoring to impede, the operations of nature in producing this mortality”. It is 1798, nobody is thinking of applying the concept of population control for environmental reasons yet: human beings have just realized that we are too many people in the world, compared to the resources that the planet offers us.

At the end of the sixties, the biologist Ehrlich publishes a book that confirms the fame of this theory: The Population Bomb. It predicts famines and deaths, with creepy alarmist tones. Ehrlich argues that because overpopulation is a threat to the planetbirth needs to be controlled, even at the cost of coercive methods.

Given these brief historical notes, let’s talk about us. The planet is unable to sustain the demand for foodwe are too many and the resources are too few. Quite right? In short, we must stop having children if we are to save the planet. Too bad that there is a small problem: this argument it is false, racist, and misogynistic.

Today’s intensive farming and farming methods allow us to have much more food available than even just a century ago. Thanks to the technologies we have developed over time we have so much food that we are even able to waste a third of the total along the entire supply chain.

It is not true that we do not have enough resources. We also have too much for our standard of living and our economic system based on exploitation. There is a strong imbalance on what are the resources destined for us Westerners and those of the so-called developing countries. On average, an American consumes about 3800 kilocalories per day; one of his contemporaries in Eritrea consumes about 1590.

When we say there are too many, we only refer to our standard of living. We are indeed too many, but only if the way we currently live is our standard: submerged in waste while exploiting developing countries, depriving them of the possibility of self-determination and living by their local resources.

We must also add that there are also a big difference in the environmental impact: the richest 6.5% of the world’s population is responsible for 50% of total carbon dioxide emissions.

In 2017, China emitted nearly 10 billion tons of carbon dioxide into the environment (to be precise: 9,838,754,028.00). In the same year, Nigeria released “only” 107 million tons (107,300,894.40).

Those who will be most affected by climate change are also those who have less impact on the environment and who often live, unlike us, following the rhythms and needs of nature. At the same time, they will be the first to suffer the damage of the current climate crisis.

In The Population Bomb, Ehrlich writes against the demographic growth of India. To do it, he describes Dehli as a chaotic city, a bomb of 3 million people about to explode. Too bad he forget that, at the same time, New York had 8 million inhabitants, more than double that of the Indian city.

The argument of overpopulation is profoundly racist because we Westerners, in presenting it, place ourselves a step above the rest of the world. We are the only standard we know, our lifestyle is the only thing that matters. It is not a question of being unrealistic or utopian: it is not by decreasing the population that we will save the planet, but only by radically changing the system we live in and the way we use resources.

Maybe we need to think before we blame individuals. The fault lies above all with a system in which only 100 companies are allowed to produce 71% of global emissions. Whenever we bring forward arguments such as overpopulation, we are simply blaming individuals, and in this case, mostly women from developing countries.

It cannot be a coincidence that once again we are arguing about the body of women. This argument seems to be the direct result of a patriarchal mentality: instead of seeking a solution through education, improvement of the working and living conditions of women, we look beyond, blaming them. This argument implicitly places the responsibility on those women who, for various reasons (cultural, social), bring into the world a number of children that we consider too many.

This argument comes from a colonialist and patriarchal mentality that we should finally leave behind. 

Fonti/Resources:

UN World Population Prospect 2019
Sierra Club Washington State
The Guardian, Just 100 companies responsible for 71% of global emissions, study says
The Guardian, Climate change: the poor will suffer most
Vox, We’ve worried about overpopulation for centuries. And we’ve always been wrong
List of countries by food energy intake
Prospect, The overpopulation myth
Instagram Fridaysforfuture
Instagram Earthbyelena