La cosa più bella del Natale

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La cosa più bella del Natale è il momento in cui si scartano i regali. Non tanto per gli oggetti in sé: per l’atmosfera surreale, per i bambini che trattengono il respiro, per gli adulti che rimangono sommersi, per un attimo, in strati di carta e fiocchi arricciati.

Ho un ricordo particolare in mente: c’è stato un anno, quando eravamo bambini, in cui abbiamo aspettato babbo natale a casa dei miei zii – io, mio fratello e mia cugina con le ginocchia in terra, nei vestitini di velluto e nelle calze velate orribili. Odio le calze velate, adesso come da bambina: inizio a sudare e a sentire prurito ovunque, ma soprattutto nelle ginocchia. Mi piacciono invece i vestiti, che metto volentieri con le gambe scoperte.

Ricordo che quella sera tremavo quando mio zio vestito di rosso entrò per darci i regali. Non ricordo neppure cosa ricevetti, nonostante fossi una bambina estremamente attaccata agli oggetti. Ricordo mio fratello che giocava nel tappeto, l’odore di caffè, il pandoro ancora aperto in tavola. Ricordo il giorno dopo, il secondo round di regali, con un vestito diverso e le calze velate altrettanto fastidiose.

Ancora oggi, quando penso alla mezzanotte, quando vado in macchina a prendere le buste piene di regali per i miei parenti, mi sento ancora lì, paralizzata dallo spavento, mentre mio zio mi urla mikey mouse! dal portone d’ingresso. Mio fratello anziché giocare è impaziente di andarsene. Il pandoro aperto è sempre lì sul tavolo, qualcuno ci ha messo lo zucchero nonostante io tenti di oppormi con tutte le mie forze: non potete non darmi ragione, il giorno dopo, se ci mettete lo zucchero, farà schifo e sarà immangiabile.

Ho creduto per tantissimo tempo che la mia felicità fosse in quelle buste. Negli strati di carta, nel biglietto scelto con cura per ciascuno dei miei parenti. Non fraintendetemi: in parte, lo era. Come quella volta in cui mio padre mi ha regalato il primo stereo, e insisteva per aprirlo di fronte a tutti quando io volevo solo conservarmi il momento per quando sarei rimasta sola.

Questo è stato un anno pazzesco. Un anno in cui sono stata lontana da tutti, un anno in cui tutti i regali li ho inviati a distanza – e probabilmente sarà così anche per Natale. Un anno in cui ripenso a tutte quelle volte in cui abbiamo costruito e distrutto quel maledetto fortino dei play mobil.

Sarebbe bello, per questo Natale, riuscire ad avere tutto ciò che desidero: in primis quella sensazione, la voce di mio zio che urla mikey mouse, le panareddas in versione vegetariana che sono sempre le prime a finire, mia mamma che si addormenta sul divano e si mette a piangere sui regali, mio fratello che mi calcia sugli stinchi sotto il tavolo quando si inizia a parlare di politica, Nico che cerca in tutti i modi di evitare il terzo giro di ravioli al sugo, perché ancora dopo anni non ha capito che con mia nonna devi mangiare e basta.

Oggi fioccava neve a Milano. Tutti correvano, scontenti del fango. Se mi concentro, sento il prurito delle calze velate sulle ginocchia.

ENG

The most beautiful thing about Christmas

The best thing about Christmas is when gifts are unpacked. Not just for the objects themselves, but for the surreal atmosphere, for the children who hold the breath, for the adults who disappear, for a moment, in layers of paper and curled bows. 

I have a particular memory in mind: there was a year, when we were children. We were waiting for Santa Claus at my uncles’ house – me, my brother, and my cousin with our knees on the ground, in velvet dresses and in hideous stockings. I hate sheer stockings, now and also when I was a child: I start to sweat and feel itchy everywhere, but especially in my knees. I like dresses instead that I like to wear with bare legs. 

I remember that evening. I was trembling when my uncle came in, dressed in red, to give us the presents. I don’t even remember what I received, even though I was an extremely-attached-to-objects child. I remember my brother playing on the carpet, the smell of coffee, the pandoro still open on the table. I remember the next day, the second round of gifts, with a different dress and stockings just as annoying as the evening before. 

Even today, when I think of Christmas midnight, when I go by my car to get my bags full of gifts for my relatives, I still feel there, paralyzed with fear, while my uncle yells at me mikey mouse! from the front door. Instead of playing on the carpet, my brother is impatient to leave. The open pandoro is always there on the table, and someone has put sugar in it even though I try to talk them out with all my strength: you have to agree with me. The next day, if you put sugar in it, it will suck and it will be horrible to eat. 

I have believed for a long time that my happiness was in those envelopes. In the layers of paper, in the card carefully chosen for each of my relatives. Don’t get me wrong: in part, it was. Like the time my dad gave me my first stereo and insisted on opening it in front of everyone when I just wanted to save the moment for when I was alone. 

This has been a crazy year. A year in which I was away from everyone, a year in which I sent all the gifts at a distance – and it will probably be like this for Christmas too. A year in which I think back to all those times we built and destroyed that damned Play Mobil fort. 

It would be nice, for this Christmas, to be able to have everything I want: first of all that feeling, my uncle’s voice screaming mikey mouse, the vegetarian panareddas everyone’s complains about, but they are the first to finish, my mom who falls asleep on the sofa and starts crying over the presents, my brother kicking me on the shins under the table when you start talking about politics, Nico trying in every way to avoid the third round of ravioli with sauce, because years later he still didn’t understand that with my grandmother you just have to eat. 

Today is snowing in Milan. Everyone ran on the streets, unhappy with the mud. If I focus enough, I can feel the itch of the stockings on my knees.