Consumo etico e attivismo

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Il tramonto del consumatore etico: questo è il titolo di un articolo che ho letto un paio di giorni fa, scritto da Elizabeth Cline, autrice di libri e articoli sul fast fashion e sul consumo etico.

Riassumerlo in poche righe è difficile, potete trovarlo in inglese qui. Ci sono diversi punti sui quali ho continuato a riflettere nei giorni successivi.

La parte iniziale è un lungo mea culpa in cui l’autrice ammette, dopo anni di consumo etico, di non aver di fatto mai cambiato nulla intorno a lei.

Mi ha fatto riflettere: cosa facciamo noi, di concreto, per cambiare il mondo intorno a noi? Ciò che compriamo, in particolar modo, si riflette in un cambiamento effettivo nel mondo?

La risposta dell’articolo è no. Confondiamo i nostri acquisti etici con cambiamento sociale: aspettiamo che il mercato risponda ai nostri problemi e possa essere direzionato dai nostri singoli acquisti. L’idea che il mercato risolva tutto appartiene a una politica conservatrice, di destra. Ma è davvero così? Spesso pensiamo che quest’azione possa essere utile, mentre tutto ciò che dovremmo fare è dirigere il nostro sguardo verso azioni collettive, verso i nostri governi.

When companies endanger us or the environment, it’s their fault, not ours as shoppers.

from The twilight of the Ethical cosumer

E qui mi si è accesa una lampadina. Quante volte ci diamo la colpa se compriamo da Amazon? O se, presi dalla fretta, entriamo nel primo negozio che capita per comprare un vestito, senza guardare la provenienza?

Ma è davvero colpa nostra?

O è colpa del modo in cui funziona la nostra società, soggetta a regole di capitalismo sfrenato nel quale le aziende multinazionali possono dettare legge.
Ci aspettiamo che i nostri acquisti cambino magicamente la società intorno a noi. Ma quanto è realistico pensare che succeda?

Lo stesso giorno, mio fratello mi ha mandato un meme:

La mia prima reazione, ovviamente, è stata quella di ridere. Ma a denti stretti. Trovate delle immagini molto migliori su internet se volete vedere quanto grandi siano i gruppi che vengono citati nell’immagine. Ma possiamo davvero sfuggire loro? Non so voi, ma questo significherebbe, per molte famiglie ancora legate a certi tipi di acquisto, passare le ore al supermercato nel selezionare prodotti, evitarne degli altri. Sempre ammesso che il loro portafoglio permetta di farlo.

Possiamo vivere la nostra vita cercando di evitare qualsiasi marchio non etico, oppure dovremmo direzionare i nostri sforzi in un modo diverso? Elizabeth Cline ne è sicura: esiste un modo diverso nel quale possiamo spendere le nostre energie, ed è quello dell’attivismo. Possiamo rivolgere lo sguardo verso chi dovrebbe regolamentare lo strapotere di queste aziende, e pretendere un cambiamento.

Dobbiamo smetterla di pensare che i nostri acquisti hanno un giudizio di valore. Dobbiamo smettere di pensare di essere persone migliori solamente perché abbiamo la possibilità di fare acquisti etici. O meglio, dobbiamo smettere di pensare che chi non riesce a cambiare sia peggiore di noi.

Non sto dicendo che sia qualcosa che pensiamo “ad alta voce”: spesso però si riflette nelle nostre parole, nei nostri discorsi.

Se andassimo avanti con questo ragionamento potremmo pensare alle fasce più deboli, coloro che non hanno la possibilità economica di acquistare o di mettersi alla ricerca di aziende sostenibili, come meno etiche. Meno brave di noi. Che si impegnano meno. Che non hanno voglia. Che trovano sempre scuse. Non possiamo permetterci di associare un giudizio di valore a coloro che, per mille motivi, non possono seguire uno stile di vita etico. Noi siamo privilegiati.

Siamo quelli che possono godere della natura a due passi da casa, siamo quelli che hanno potuto scegliere di smettere di comprare in un certo modo, di smettere di vivere in un certo modo. Pensare che automaticamente sia una scelta che tutti possono fare sarebbe egoista e riduttivo.

Vivere una vita sostenibile dovrebbe significare lottare per coloro che non possono farlo. Lottare perché i prodotti etici siano accessibili, lottare per limitare lo strapotere di alcuni gruppi. Con gli acquisti, che sono solo un primo passo. Non possiamo limitarci a questo.

Resources:

The Twilight of Ethical Consumerism by Elizabeth L. Cline

ENG

Ethical consumerism and activism

The twilight of the ethical consumer: this is the title of an article I read a couple of days ago, written by Elizabeth Cline, author of books and articles on fast fashion and ethical consumption like Overdressed.

Summarizing it in a few lines is difficult, you can find it in English here. There are several topics on which I continued to reflect in the following days.

The first part is a long mea culpa in which the author admits, after years of ethical consumption, that she has never actually changed anything around her.

It made me think: what do we do, concretely, to change the world around us? Is it true that we buy reflects an actual change in the world? 

The answer to the article is noWe confuse our ethical purchases with social change: we wait for the market to respond to our problems and can be directed by our individual purchases. The idea that the market solves everything belongs to a conservative, right-wing politics. But is it really so? We often think that this action can be useful, while all we should do is direct our attention towards collective action, towards our governments.

When companies endanger us or the environment, it’s their fault, not ours as shoppers.

from The twilight of the Ethical cosumer

And here a light bulb went on. How often do we blame ourselves for buying from Amazon? Or if, in a hurry, we enter the first store that happens to buy a dress, without looking at the origin? 

But is it really our fault? 

Or is it the way our society works, subject to the rules of unrestrained capitalism in which multinational companies can lay down the law? We expect our purchases to magically change the society around us. But how realistic is it to think that this happens? 

On the same day, my brother sent me a meme:

My first reaction, of course, was to laugh. But not for so long. You can find much better images on the internet if you want to see how large the multinational companies mentioned in the meme. But can we escape them? I don’t know about you, but this would mean, for many families still tied to certain types of purchases, spending hours at the supermarket selecting products, avoiding others. Always assuming their wallet allows you to do so.

Can we live our lives trying to avoid any unethical brands, or should we direct our efforts differently? Elizabeth Cline is sure: there is a different way in which we can spend our energies, and that is activism. We can turn our attention to those who should regulate the excessive power of these companies, and demand a change.

We haveto stop thinking that our purchases have a moral value. We need to stop thinking that we are better people just because we have the opportunity to shop ethically. Or rather, we must stop thinking that those who cannot change are worse than us.

I’m not saying it’s something we think “aloud”: it reflects in our words, in our conversations.

If we go ahead with this way of thinking we could also say that more vulnerable groups, who do not have the economic possibility to buy or to look for sustainable companies, as less ethical than us. Less good than us. People who try less. People who don’t feel like it. Who always find excuses. We cannot afford to associate a moral value to those who, for a thousand reasons, cannot follow an ethical lifestyle. We are privileged.

We are the ones who can enjoy nature close to home, we are the ones who have been able to choose to stop buying some things, to stop living in a certain way. To think that automatically it is a choice that everyone can make would be selfish and reductive.

Living a sustainable life should mean fighting for those who can’t. Fighting for ethical products to be accessible, fighting to limit the excessive power of some groups. With purchases, which are only a first step. We cannot limit ourselves to this.