Piccole rivoluzioni interiori crescono

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Da piccola non mi piacevo. C’è stato un periodo in cui non riuscivo neppure a guardarmi allo specchio, come ogni adolescente che cresce nella nostra cultura e non è uniforme agli standard di bellezza.

Mi piaceva scattarmi foto però. Mio padre mi aveva comprato una Canon compatta di cui andavo fiera e che portavo ovunque, con la quale scattavo qualsiasi tipo di foto. Ho pensato più volte di fare la fotografa. In posti di guerra, magari, o ai confini del mondo. Al tempo però facevo foto più che altro a me stessa: posizionavo la macchina fotografica sul treppiede e, come tutte le sedicenni che si rispettino, scattavo quelli che al tempo nessuno ancora chiamava selfie, da pubblicare su Netlog e Deviantart. Le foto più belle le utilizzavo come foto profilo per MSN.

Quando le guardavo e mi piaceva com’era il mio viso, il mio corpo, c’era sempre una vocina che ripeteva due cose: ma quella non sei veramente tu. Non sei così desiderabile, non sei così bella. Dovresti fare qualcosa per quella pancia.

Quando ho smesso di farmi foto ho smesso anche di credere che del mio corpo mi importasse qualcosa. Questo è stato da un lato una benedizione (non ho mai fatto diete e non mi sono mai posta problemi nonostante fossi small fat), ma anche una maledizione, perché col mio corpo ci ho fatto i conti tardi. Tardissimo. Ammesso che ci sia, un tempo giusto con il quale fare i conti con noi stessi.

Quando è arrivato il diabete avevo 25 anni.
Era la prima volta che riuscivo a vedermi lo sterno, e tutte le persone, famiglia, amici, continuavano a chiedermi come avessi fatto a dimagrire così tanto.
Ma come sei bella, ma come hai fatto?
Che dieta hai seguito?
Stai mangiando meglio, vero?
Io non sapevo neanche cosa rispondere, perché non avevo fatto niente. Nulla era cambiato nella mia vita, se non il fatto che non mi riconoscessi più quando mi spogliavo di fronte allo specchio per entrare in doccia.

Le persone intorno a me mi guardavano in modo diverso. Mi guardavano come se avessi fatto qualcosa di cui andare fiera. Mi guardavano come se adesso sì, potevo sentirmi finalmente realizzata. Mi guardavano come per dirmi che la mia vita fino a quel momento faceva schifo, ma adesso sì che sarebbe arrivato il bello.

Quando è arrivato il diabete per me è stata una liberazione.

Capire che quel corpo per cui non avevo fatto assolutamente niente, e che non sentivo mio, in realtà era il corpo della malattia, qualcosa che andava oltre me stessa.
Capire che avrei dovuto finalmente farci i conti e imparare a conviverci, perché il mio corpo e la mia mente non sono e non saranno mai separati l’uno dall’altro. E perché il corpo non è neanche un obiettivo da raggiungere: ho capito che per me non era così importante come il mondo volesse farmi credere.

Anche adesso mi vedo lo sterno. Siamo io e lui, che ci fissiamo allo specchio. Mi scatto foto frivole. Alla fine, sono sempre io.

ENG

Little growing revolutions

I didn’t like myself when I was a child. There was a time when I couldn’t even look at my face in the mirror, like any teenager who grows up in our culture and it doesn’t conform to beauty standards.

I liked taking pictures of myself though. My father bought me a Canon that I was proud of and that I took everywhere, with which I took all kinds of photos. More than anything else to myself: I placed it on my tripod and, like all self-respecting sixteen-year-olds, I took what no one called selfies at the time, to be published on Netlog and Deviantart. I used them also as profile photos for MSN.

When I looked at them and I liked how my face was, how my body was, but there was always a little voice repeating two things: but that’s not really youYou are not that pleasing, you are not that beautifulYou should do something about that belly

When I stopped taking pictures, I also stopped believing that I cared about my body. This was on the one hand a blessing (I have never been on diets and I never had problems despite being small fat) but also a curse because I had to deal with my body later in life. Too much later, maybe. Assuming there is, the right time to deal with ourselves.

When diabetes came, I was 25. It was the first time I could see my breastbone, and all the people, family, friends, kept asking me how I had managed to lose so much weight. 

How beautiful you are, how did you do it? 

What diet did you follow? 

You’re eating better, right? 

And I didn’t even know what to answer, because I hadn’t done anything. Nothing had changed in my life, except the fact that I no longer recognized myself when I undressed in front of the mirror to get into the shower.

The people around me looked at me differently. They looked at me as if I did something to be proud of. They looked at me as if now yes, I could finally feel fulfilled. They looked at me as if to tell me that my life up until that moment was disgusting, but now the fun would come.

When diabetes came it was a liberation for me. 

Understanding that that body for which I had absolutely nothing, and that I did not feel mine, was actually the body of the disease, something that went beyond myself. To understand that I should finally have come to terms with it and learn to live with it because my body and mind are not and will never be separated from each other. And because the body is not even a goal to be achieved: I understood that it was not as important to me as the world wanted me to believe.

Even now I see the breastbone. It’s me and him, staring in the mirror. I take foolish photos. It’s still me.