Zero waste: come lo spiego ai miei suoceri?

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Diario di bordo, capitolo 10

Siamo a tavola, sto cercando di combattere con uno gnocco di patate ripieno un po’ troppo grande, riflettendo su quanto effetto avrà sulla mia glicemia. I miei suoceri abitano in provincia di Venezia, zona che si contraddistingue per i fossi e per la smisurata quantità di bestemmie pronunciate al minuto.

Non parlo mai con loro di cosa faccio online o in generale di zero waste, perché non solo non c’è mai stato il bisogno, ma neanche i presupposti. Parlare di social solitamente significa cadere in una serie di luoghi comuni che spesso si concludono con frasi di circostanza, si stava meglio quando si stava peggio, ai miei tempi signoramia di queste cose non c’era per niente bisogno.

Mentre lotto contro lo gnocco però, mia suocera dice: “Mi hanno detto del tuo sito”.

Lo dice mentre mastico lo gnocco gommoso, e solo in quel momento mi rendo conto di non averne mai parlato. Mi stupisco. E’ possibile che non ho mai esternato una cosa così importante per me?

Vorrei rispondere qualcosa, anche perché di solito quando qualcuno mi dà l’accordo, parto in quarta e non mi fermo più, neanche stessi parlando di filosofia contemporanea. Ma adesso, nella mia testa, compare un’unica domanda: e ora, come spiego loro cos’è lo zero waste?

La cosa più difficile di essere zero waste, ecologisti e in generale attivisti in qualsiasi campo è spiegarlo agli altri. Cercare di far capire loro cosa fai, perché lo fai. Certo, i miei suoceri non sono esattamente all’oscuro di tutto. Hanno visto le saponette in bagno, sanno che solitamente non voglio buste di plastica, e più volte mi hanno visto trasportare cose con buste di stoffa e canovacci legati in stile furoshiki. Sanno che mi sono laureata in filosofia, anche se non capiscono bene che cosa si intenda. Sanno che mi porto dietro tanti libri. Non sanno però che ogni volta che mi offrono il caffè in cialda di plastica non so come rifiutarlo, e non lo faccio mai per scortesia; non sanno che solitamente evito qualsiasi cosa che sia imballata in materiali monouso inquinanti, e che va benissimo l’acqua di rubinetto.

E non so come dirglielo.

La cosa più difficile di essere zero waste […] è spiegarlo agli altri.

Non so come dirglielo perché mi rendo conto che per loro risulterebbe difficilissimo pensare a una vita diversa da quella che vivono loro stessi e tutte le persone che li circondano.

L’ambientalismo, quando si traduce in scelte di vita “radicali” (e con radicali intendo piuttosto diverse dal solito), non è altro che una critica a un sistema che viene accettato e condiviso da tutti. Non voler far parte di quel sistema, agli occhi di chi ci è immerso, ti fa sembrare come minimo strano. Con tutta una serie di conseguenze: sei automaticamente schierato politicamente e stai criticando il sistema economico sul quale si basa l’unico tipo di benessere concepito nella nostra cultura.

Ma perché lo fai?

Ma ormai è così, cosa ci vuoi fare?

Ma l’alternativa esattamente quale sarebbe?

Non so come dirglielo perché il mio stile di vita non è altro che una critica quotidiana a un sistema che la loro generazione ha portato avanti e assodato per anni.

Al di là dei miei suoceri, parlare di zero waste con persone che non sanno neppure cosa sia è difficile non solo perché bisogna spiegare concettualmente di cosa si tratta; ma anche e soprattutto perché, nel spiegarlo, critichiamo indirettamente uno stile di vita che non prende per nulla in considerazione l’impatto ambientale. Una volta che il sacchetto finisce nel cassonetto, semplicemente non è più un problema mio, ma di qualcun altro.

Parlare di zero waste con persone che hanno vissuto una vita in cui era normale vedere carte e gomme da masticare gettate a terra (vi ricordate i ruggenti anni novanta?) e in cui la sola raccolta differenziata è percepita come un peso, una noia, è difficile perché significa spiegare loro che il modello che hanno in mente è profondamente sbagliato, e ci sta portando a distruggere il pianeta.

Sorrido. Per stavolta non dico niente, però intanto mia suocera mi aggiunge su instagram. Forse, la prossima volta, sarà più facile.

ENG

Zero waste: how do I explain it to my in-laws?

Life journal, chapter 10

We are having lunch, I am trying to fight with a stuffed potato dumpling that is too big, thinking about how much it will spike my blood sugar later. My in-laws live in the province of Venice, an area that stands out for its ditches and the immeasurable amount of curses pronounced per minute.

I never talk to them about what I do online or about zero waste in general, because not only was there never the need, but not even the conditions. Talking about social media usually means falling into a series of clichés that often end with sentences of circumstance, it was better when it was worsein my time there was no need for this kind of thing. 

While fighting the dumpling, however, my mother-in-law says: “Somebody told me about your site.”

She says it while I’m chewing the gummy dumpling, and only then do I realize I have never talked about it. I’m surprised. Is it possible that I have never expressed something so important to me?

I would like to answer something, anything, also because usually when someone gives me the start, I start talking and I’m not able to stop for the next couple of hours. But now, in my head, a single question appears: and now, how do I explain to them what zero waste is?

The hardest thing about being a zero waster or an ecologists or an activist in any field is explaining it to other people. Try to make them understand what you do, why you do it. Of course, my in-laws aren’t exactly clueless about everything. They’ve seen soap bars in the bathroom, they know I don’t usually want plastic bags, and several times they’ve seen me carrying things with cloth bags and tea towels tied in furoshiki style. They know I have a degree in philosophy, even if they don’t quite understand what is meant. They know that I carry a lot of books with me. They don’t know, however, that every time they offer me coffee in plastic pods, I don’t know how to refuse it, and I never do it; they don’t know that I usually avoid anything that is packed in polluting disposable materials, and that tap water is fine.

And I don’t know how to tell them any of this.

The hardest thing about being zero waste […] is explaining it to others.

I don’t know how to tell them because I realize that it would be very difficult for them to think about a life different than the one they live themselves and all the people around them.

Environmentalism, when translated into “radical” life choices (and by radicals I mean different from usual), is nothing more than a criticism of a system that is accepted and shared by all. Not wanting to be part of that system, in the eyes of those who are deep dived in it, makes you seem at least strange. With a whole series of consequences: you are automatically politically aligned (of course you are) and you are criticizing the economic system on which the only type of well-being conceived in our culture is based.

But why do you do it?

But that’s our life, you cannot change something like that. 

But what exactly would the alternative be?

I don’t know how to tell them because my lifestyle is nothing more than a daily critique of a system that their generation has carried on and established for years.

Beyond my in-laws, talking about zero waste with people who don’t even know what it is, it’s difficult not only because you have to conceptually explain it; but also and above all because, in explaining it, we indirectly criticize a lifestyle that does not consider the environmental impact at all. Once the bag ends up in the dumpster, it’s simply no longer my problem, but someone else’s.

Talking about zero waste with people who have lived a life in which it was normal to see papers and chewing gum thrown on the ground (do you remember the roaring 90s?) and in which recycling is perceived as a burden, a bore, it’s difficult because it means explaining to them that the model they have in mind is deeply wrong, and is leading us to destroy the planet.

I smile. For this time I don’t say anything, but in the meantime, my mother-in-law adds me on Instagram. Maybe next time it will be easier.