Ci siamo evoluti camminando: due libri sulla nostra vita bipede

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Il corpo dell’Antropocene. Come il mondo che abbiamo creato ci sta cambiando, di Vybarr Cregan-Reid

In inglese: Primate Change: How the World We Made is Remaking Us

Come siamo nati, e come ci siamo evoluti in quanto specie umana? Il nostro corpo, è sempre stato così, o si è adattato durante la nostra vita di uomini sulla terra? E come cambierà nel futuro?

Se vi interessano queste domande, dovete assolutamente leggere il libro di Cregan-Reid, professore di Environmental Humanities (sì, è una disciplina che esiste). È un libro che parte dall’evoluzione dei cordati, fino a noi. Ripercorre le nostre migrazioni, le nostre abitudini in quanto Homo Sapiens. E come stiamo cambiando nel corso del tempo.

GIà dal titolo capiamo dove il libro ci vuole portare: il mondo che abbiamo creato ci sta cambiando. In particolar modo il nostro nuovo modo di lavorare, sedentario per la gran parte della giornata e completamente all’interno di edifici chiusi, non è compatibile con il nostro corpo, che si è evoluto invece durante secoli in cui siamo stati cacciatori-raccoglitori.

Se come me fate un lavoro d’ufficio, vi sarete resi conto di quanto siano comuni problemi e dolori, soprattutto alla schiena. Non camminiamo più: non siamo più abituati a percorrere lunghe distanze, e non alterniamo mai l’attività sedentaria con dei momenti di camminata e nei quali stiamo in postura eretta. In più, spendiamo gran parte del nostro tempo in casa e in ufficio. Non era mai successo da quando eravamo comparsi sulla terra.

[P]erhaps we might consider renaming our species? Homo Sapiens Ineptus: human, smart, but not really compatible with the abundance of knowledge, food and comfort in our environment.

Tutto il nostro corpo è influenzato da questo cambiamento: il capitolo che mi è piaciuto di più è quello che parla della mano umana, della sua unicità in tutto il regno animale e dei problemi sempre più frequenti causati da smartphone e pc.

C’è una discrepanza, insomma, tra il modo in cui il nostro corpo dovrebbe essere usato, e il modo in cui invece viviamo. E cosa c’entra il camminare con tutto ciò? Non siamo più abituati né spinti dall’architettura delle nostre città a farlo. Andiamo in palestra un’ora al giorno, convinti che basti, ma in realtà l’attività non è funzionale a ciò che serve al nostro corpo: camminare lunghe distanze.

Perché non lo facciamo più? Perché siamo inseriti in un ambiente lavorativo che non ce lo permette. Ci manca il tempo, le città non hanno i luoghi per farlo e il nostro stile di vita non ci fornisce le circostanze per cambiare. Per far fronte a problemi di salute sempre maggiori dovremmo ripensare radicalmente tutta la nostra economia.

Conoscete forse qualche altro ambito che ne gioverebbe?

Camminare può cambiarci la vita, di Shane O’Mara

In inglese: In Praise of Walking

O’Mara parte da una domanda diversa: cosa ci rende umani? Cosa ci differenzia da tutti gli altri esseri viventi?

Le prime cose che ci vengono in mente sono sicuramente il linguaggio, l’utilizzo degli utensili, la cultura e la creatività. Solo di rado pensiamo alla nostra capacità di stare in posizione eretta e camminare.

Camminare lunghe distanze ha sempre fatto parte della nostra storia in quanto esseri umani: ci ha permesso di uscire dalla Rift Valley e di spostarci dall’Africa nel giro di pochissime generazioni, raggiungendo tutto il mondo; ci ha permesso di sviluppare la nostra intelligenza e un cervello sempre più complesso.

Eppure camminare è tutt’altro che semplice: abbiamo bisogno di equilibrio, dei cinque sensi e di senso dell’orientamento. Abbiamo bisogno, insomma, di mappe cognitive che ci permettano di orientarci grazie all’elaborazione delle informazioni che provengono dal mondo esterno. In più, camminare è un’azione ritmica, che si estende al gruppo tramite coordinazione (pensate a quando camminate fianco a fianco con una vostra amica o con un gruppo di persone).

Camminare viene definito da O’Mara Un balsamo per il corpo e il cervello.

Stando a un recente studio […], la mancanza di esercizio causa addirittura un cambiamento di personalità, e con questo intendo in peggio. In generale, livelli più bassi di attività fisica sono associati a mutamenti in tre dei «Big Five» (i cinque grandi tratti della personalità: apertura mentale, coscienziosità, estroversione, amicalità e stabilità emotiva), e per l’esattezza a una diminuzione dell’apertura mentale, dell’estroversione e dell’amicalità […].

Sembra che camminare possa avere un effetto su forme lievi di depressione e in generale sull’umore. Dal punto di vista di O’Mara, che è un neuroscienziato, gli studi puntano proprio in questo senso: camminare ha effetto sul cervello e, oltre ad aiutare la memoria, è una buona “terapia” anche per disturbi legati ad ansia e nervosismo. Ancora gli studi non hanno fatto luce su quali siano i rapporti tra camminare e salute mentale, ma sembra proprio che puntino verso questa direzione.

Camminare mi dà la libertà di riflettere, di avere un dialogo silenzioso con me stesso riguardo ai problemi da risolvere. Magari si tratta di questioni prosaiche, ma che comunque per me contano.

Gli ultimi tre libri che ho letto sull’argomento camminare citano Thoreau (il primo lo trovate in questo post). Quando le gambe si muovono, i pensieri cominciano a fluire. E non è il solo: numerosi poeti e filosofi avevano già scoperto questa relazione, e usavano il camminare come strumento prima della scrittura e prima della formulazione dei loro pensieri.

Non sappiamo ancora quale sia la correlazione esatta tra creatività e l’azione motoria del camminare. Sappiamo però che lunghe passeggiate permettono alla mente di vagare, di generare qualcosa di nuovo, intenso, originale. Ci permettono di essere più creativi.

Dopo aver letto questi libri mi rendo conto che le mie camminate hanno assunto una luce diversa: ora cammino per riflettere, anche se non ho una meta. Lo prescrivo a me stessa nelle giornate di lavoro, prima di iniziare a scrivere, o anche solo quando sento che il mio corpo lo richiede. Camminare, come ci ha ricordato Gros, è molto più di un semplice passatempo: è una parte fondante del pensiero filosofico. Come ci ha ricordato Vybarr-Redd, dobbiamo impegnarci nel farlo tutti i giorni, in modo che giovi al nostro corpo, evolutosi per percorrere grandi distanze. E infine, come ha sottolineato O’Mara, ci permette di essere più lucidi e creativi, dandoci sempre nuovi stimoli.

ENG

We evolved walking: two books about our bipedal life

Primate Change: How the World We Made is Remaking Us by Vybarr Cregan-Reid

How were we born, and how did we evolve as a human species? Has our body always been like this, or has it adapted during our life as men on earth? And how will it change in the future?

If you are interested in these questions, you should definitely read Cregan-Reid’s book. He is a professor of Environmental Humanities (yes, it is a discipline that exists). It is a book that starts from the evolution of the chordates, up to us. It traces our migrations, our habits as Homo Sapiens. And how we are changing over time.

Starting with the title, we understand where the book wants to take us: the world we have created is changing us. In particular, our new way of working, sedentary for most of the day and completely inside closed buildings, is not compatible with our body, which has evolved during the centuries in which we have been hunter-gatherers.

If you work in an office like me, you will have realized how common health problems and pains are, especially in the back. We no longer walk: we are no longer used to walking long distances, and we never alternate sedentary activity with moments of walking and in which we are in an upright posture. Also, we spend most of our time at home and in the office. It had never happened since we first appeared on earth.

[P]erhaps we might consider renaming our species? Homo Sapiens Ineptus: human, smart, but not compatible with the abundance of knowledge, food, and comfort in our environment.

(translation is mine)

Our whole body is affected by this change: the chapter I liked the most is the one that talks about the human hand, its uniqueness in the whole animal kingdom, and the increasingly frequent problems caused by smartphones and PCs.

There is a discrepancy, in short, between the way our body should be used, and the way we live. And what does walking have to do with all this? We are no longer used to or pushed by the architecture of our cities to do so. We go to the gym an hour a day, convinced that it is enough, but in reality, the activity is not functional to what our body needs: walking long distances.

Why don’t we do it anymore? Because we are placed in a work environment that does not allow it. We lack time, cities don’t have the places to do it, and our lifestyle doesn’t provide us with the circumstances to change. To cope with increasing health problems, we need to radically rethink our entire economy.

Do you know any other topic that would benefit from walking?

In Praise of Walking by Shane O’Mara

O’Mara starts with a different question: what do we think humans are? What differentiates us from all other living beings?
The first things that come to mind are certainly the language, the use of tools, culture, and creativity. We rarely think about our ability to stand and walk.

Walking long distances has always been a part of our history as human beings: it has allowed us to leave the Rift Valley and move from Africa within a few generations, reaching the whole world; it allowed us to develop our intelligence and an increasingly complex brain.

Yet walking is anything but simple: we need balance, all of five senses, and a sense of orientation. In short, we need cognitive maps that allow us to orient ourselves thanks to the processing of information that comes from the outside world. Also, walking is a rhythmic action, which extends to the group through coordination (think about walking side by side with a friend or a group of people).

Walking is defined by O’Mara as a balm for the body and the brain.

According to a recent study […], lack of exercise even causes a personality change, and by that, I mean for the worse. In general, lower levels of physical activity are associated with changes in three of the ‘Big Five’ (the five great personality traits: open-mindedness, conscientiousness, extroversion, friendliness, and emotional stability), and to be exact with a decrease in personality. ‘openness of mind, extroversion and friendliness […].

(translation is mine)

It appears that walking can have an effect on mild depression and mood in general. For O’Mara, who is a neuroscientist, the studies point precisely in this sense: walking affects the brain and, in addition to helping memory, is also a good “therapy” for disorders related to anxiety and anger. Studies have not yet shed light on what the relationships between walking and mental health are, but they seem to point in this direction. It appears that walking can have an effect on mild depression and mood in general. 

Walking gives me the freedom to think, to have a silent dialogue with myself about the problems to be solved. Maybe these are prosaic issues, but they still matter to me.

(translation is mine)

The last three books I’ve read on the subject of walking mention Thoreau (you can find the first book in this post). When the legs move, thoughts begin to flow. And he’s not alone: many poets and philosophers had already discovered this relationship and used walking as a tool before writing and before formulating their thoughts.

We do not yet know what the correlation between creativity and the motor action of walking is. However, we know that long walks allow the mind to wander, to generate something new, intense, original.

After reading these books, I realize that my walks have taken on a different light: now I walk to reflect, even if I have no goal. I prescribe it to myself on workdays, before I start writing, or even just when I feel my body demands it. Walking, as Gros reminded us, is much more than a simple pastime: it is a fundamental part of philosophical thought. As Vybarr-Redd reminded us, we must commit to doing it every day, so that it benefits our body, which has evolved to travel great distances. And finally, as O’Mara pointed out, it allows us to be more lucid and creative, always giving us new stimuli.