Due libri di Frédéric Gros

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Andare a piedi. Filosofia del camminare

Qualche mese fa ho regalato Andare a Piedi. Filosofia del camminare a Nico. Lui prende molto sul serio il camminare. Gli piace la fatica, gli piace la montagna, gli piace sudare e raggiungere la meta. Camminare, per lui, è molto più che mettere un piede di fronte all’altro.

Peccato che con le letture non vada veloce come sulle Dolomiti. Per questo mi ha stupito quando in una settimana ha terminato questo libro di Frédéric Gros, filosofo e camminatore.
I diversi filosofi raccontati tramite le loro passeggiate sono intervallati da riflessioni sulla marcia. Marciare con lentezza, a contatto con la natura, seguendo la lezione di Henry David Thoreau. Camminare con foga, da un luogo all’altro, con rabbia, alla ricerca di qualcosa che non troveremo mai, proprio come Arthur Rimbaud. Danzare con ritmi dionisiaci, facendo coincidere marcia e pensiero, fino alla follia estrema, così come ha fatto Friedrich Nietzsche.

Camminare non è banale. Accende la fantasia, ci costringe a stare col flusso dei nostri pensieri, con i passi che creano e ricreano storie, scene che procedono l’una dopo l’altra nella nostra mente. Non è uno sport, non è una competizione, non ci sono gare.Camminare diventa un luogo dove possiamo stare con noi stessi, dove possiamo discorrere o lasciare che il silenzio prenda tutto lo spazio della nostra testa.

Si accorse subito che era un uomo che procedeva a grande velocità. I suoi compagni di strada le disseroche era un Lung-gom-pa, e che non si doveva assolutamente parlargli né interrompere la sua marcia, perché era in condizione estatica e svegliarlo avrebbe potuto ucciderlo. Lo videro passare, impassibile, gli occhi aperti, senza correre, ma innalzandosi a ogni passo, come una stoffa leggera sollevata dal vento.

Andare a piedi

Disobbedire

Subito dopo ho comprato Disobbedire, un libro più filosofico, nel senso vero e proprio del termine. “Il problema non è la disobbedienza, ma l’obbedienza”: da qui parte la riflessione su cosa significa obbedire, cosa significa ribellarsi, e perché ora più che mai è necessario capire quanto sia importante la disobbedienza.

Gros chiama in causa i grandi filosofi e filosofe come Kant e Arendt per approfondire le tematiche legate al tema, fino a ricollegarsi all’obiezione in Thoreau e alla Repubblica di Platone.

Guardiamoci intorno: tante cose non vanno. Prendiamo il nostro settore specifico: il nostro rapporto con la natura, così come è oggi, non va.

Perché dunque non disobbediamo? Perché pochissime persone cercano di cambiare le cose?
Perché si percepisce il costo della disobbedienza come insostenibile, soprattutto in una società come la nostra, basata sui giudizi di altri.

Il capitalismo di massa produce comportamenti standard sommergendo gli individui di una cultura zuccherosa, uniformando le modalità di consumo, normalizzando i desideri. Ciascuno si sente veramente se stesso, riuscito, integrato, democratico, nel momento in cui possiede e può esibire ciò che è commercialmente costituito come oggetto del desiderio di tutti […]

Disobbedire

Nella disobbedienza è insita la responsabilità. Ma la responsabilità non è una faccenda di gruppo. “Il soggetto della responsabilità sono io in quanto non sono gli altri”: la responsabilità è soggettiva, è il rifiuto di essere uno tra tanti. La responsabilità è nel momento presente, nella mia decisione di agire piuttosto che non farlo. Sono io responsabile di ciò che mi accade, qui e ora.

Disobbedisco perché sono responsabile della mia esistenza. Perché le mie scelte mi fanno essere chi sono nel momento presente. Scelgo la libertà di andare oltre e di “non essere una sempllice onda nel mare”. Obbedisco a me stesso. Disobbedisco per ricercare la verità.

ENG

Two books by Frédéric Gros

A Philosophy of Walking

A few months ago I gifted Nico this book: A Philosophy of Walking. He takes walking very seriously. He likes to walk, he likes making a lot of effort, he likes the mountains, he likes to sweat and reach his goal. For him, walking is much more than putting one foot in front of the other.

Too bad that with the readings he doesn’t go as fast as in the Dolomites. This is why I was amazed when in a week he finished this book by Frédéric Gros, philosopher, and walker. 

Here, Gros tell amazing stories about philosophers who walked for all their life. Walking slowly, in contact with nature, following the lesson of Henry David Thoreau. Walking with enthusiasm, from place to place, in anger, in search of something he will never find, just like Arthur Rimbaud. Dancing with Dionysian rhythms, making march and thought to coincide, to the point of extreme madness, as did Friedrich Nietzsche.

Walking is not easy. It lights the imagination, it forces us to stay with the flow of our thoughts, with the steps that create and recreate stories, scenes that proceed one after the other in our mind. It is not a sport, it is not a competition, there are no rules. Walking becomes a place where we can be with ourselves, where we can talk or let silence take up all the space of our heads.

He immediately realized that it was a man who was moving at great speed. His traveling companions told him that he was a Lung-gom-pa, and that you absolutely shouldn’t talk to him or interrupt his march, because he was in an ecstatic condition and waking him up could have killed him. They saw him pass, impassive, eyes open, without running, but rising with each step, like a light cloth lifted by the wind.

(my translation from the italian version)

Disobey: a Philosophy of Resistance

Soon after, I bought Disobey!, a more philosophical book in the proper sense of the term. “The problem is not disobedience, but obedience”: hence the reflection on what it means to obey, what it means to rebel, and why now more than ever it is necessary to understand how important disobedience is.

Gros calls into question great milestones such as Kant and Arendt to deepen the issues related to the theme, to the point of reconnecting to the objection in Thoreau and Plato’s Republic.

Let’s look around: many things are wrong. Let’s take my specific area of expertise: our relationship with nature, as it is today, is not right.
So why don’t we disobey? Why are so few people trying to change things?
Because the cost of disobedience is perceived as unsustainable, especially in a society like ours, based on the judgments of others.

Mass capitalism produces standard behaviors by submerging individuals in a sugarcoated culture, by standardizing the ways of consumption, by normalizing desires. Each one truly feels, successful, integrated, democratic at the moment in which he possesses and can exhibit what is commercially constituted as the object of everyone’s desire […].

(my translation from the italian version)

Responsibility is inherent in disobedience. But responsibility is not a group affair. “The subject of responsibility is me as I am not the others”: responsibility is subjective, it is the refusal to be just one among many. The responsibility is in the present moment, in my decision to act rather than not. I am responsible for what happens to me, here and now.

I disobey because I am responsible for my existence. Because my choices make me who I am in the present moment. I choose the freedom to go further and “not be a simple wave in the sea”. I obey myself. I disobey to seek the truth.