Zero waste e privilegio

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Questo post è stato scritto a quattro mani con Michela di Sustainableolivia. Trovate una versione dello stesso, qui.

Zero waste, oggi, significa privilegio. Fare attivismo tramite instagram, dalla nostra cucina, dove abbiamo per lungo tempo riempito le nostre trash jars, significa privilegio. E in questo privilegio ci siamo dimenticati che zero waste e lotta al cambiamento climatico non possono prescindere dalla giustizia ambientale, in tutto il mondo.

Il movimento zero waste, così come lo conosciamo, è nato relativamente da poco. Chiuse nelle nostre cucine abbiamo iniziato a ridurre la plastica, a riempire le nostre borracce, a cercare di sensibilizzare le persone tramite le nostre pagine instagram. E l’abbiamo fatto convinte di essere delle pioniere, avanti anni luce rispetto a tutto il resto del mondo. Neanche una parola sul razzismo ambientale; non era nel nostro radar, e tutte le nostre attenzioni erano concentrate unicamente sulla nostra piccola casa.

Ma quanto è vera questa narrazione che abbiamo fatto nostra? Prima di noi, in tutto il mondo, le persone hanno vissuto a impatto zero, senza che questo venisse etichettato come zero waste. Non serve andare troppo lontano: pensate alle vostre nonne, ma anche all’infanzia di vostra madre. In più, un movimento che oggi è principalmente composto da donne bianche, in realtà è nato e cresciuto in comunità BIPOC (utilizzo sempre questo termine per indicare persone nere, nativi e persone di colore, come dall’inglese “Black, Indigenous, and People of Color”) che hanno sempre combattuto in prima linea contro le ingiustizie climatiche.

Ma quindi, tutto ciò che sappiamo sul movimento zero waste, è sbagliato?

Un movimento nuovo

In realtà, il consumismo “usa e getta” così come lo conosciamo è nato da poco. Per gran parte della sua storia l’uomo ha vissuto in modo “zero waste”, pur senza saperlo. La plastica è stata “inventata” solo alla fine dell’Ottocento [fonte Corepla] ma solo dopo gli anni Trenta del Novecento ha iniziato la sua ascesa come materiale popolare, entrando nelle case di tutti. E prima? Se chiedete alle vostre nonne, probabilmente ricorderanno un periodo in cui la plastica era un miraggio, e gli oggetti di plastica erano di gran lunga inferiori rispetto a quelli che abbiamo oggi in casa.

I problemi principali del movimento zero waste sono dovuti al fatto che ha fallito nel riconoscere il focus principale. Mentre cercavamo con tutte noi stesse di eliminare cannucce, contenitori e oggetti di plastica, molte altre persone lottavano contro le ingiustizie climatiche in ogni parte del mondo.

Un movimento BIPOC

Le comunità BIPOC sono sempre state in prima linea contro l’ingiustizia ambientale. Molto prima di noi bianchi. Anzi, possiamo sostenere con una certa sicurezza che il movimento zero waste ha attinto a piene mani da pratiche e lotte tradizionalmente BIPOC, rendendole gradevoli e spacciandole come nuove e all’avanguardia.

Il termine in inglese è whitewashing. In italiano diremmo sbiancamento, termine che suona un po’ strano ma che ci aiuta a capire cosa è successo agli albori del movimento zero waste: c’è stata una vera e propria appropriazione di contenuti, modi di vivere e lottare che erano propri delle comunità BIPOC. Ma non solo: questi sono stati resi più appetibili, spogliati di quelle lotte che potevano risultare scomode a più persone, e il focus è stato spostato dalla comunità al singolo. Un vero e proprio rebranding, con un nuovo nome ed estetica perfetta per i social. La famosa lotta contro le cannucce.

Un paio di esempi di queste lotte? Il primo è stato sicuramente dalle popolazioni native che in America hanno lottato per decenni contro lo sfruttamento del suolo o il passaggio di oleodotti come il Dakota Access Pipeline in terre da loro considerate sacre. Un altro esempio, documentato nel libro A Terrible Thing to Waste scritto da Harriet A. Washington, è quello di Flint, in MIchigan, dove la popolazione è costretta da anni a fare i conti con l’acqua avelenata che scorre nelle tubature delle loro case. [A Flint la popolazione è composta da circa il 54% di persone nere. Fonte: US Census].

La lotta contro la tecnologia

Una delle derive che ha preso il movimento zero waste whitewashed è sicuramente quella della lotta contro la tecnologia. Aprite il feed di instagram, cercate l’hashtag #zerowaste o #zerowastelifestyle. Cos’è la prima cosa che salta all’occhio? Le immagini hanno tutte la stessa identica estetica: sfondo bianco, piante, dettagli in legno, prodotti che richiamano un ritorno al passato. Mani che fanno pagnotte profumate, saponi appesi alla doccia. Nessun riferimetno alle lotte di cui abbiamo parlato prima. Ogni tanto, qualche balena impigliata alle reti, sempre più rara, soprattutto se scorriamo i post più popolari.

Il movimento zero waste spesso richiama a un ritorno al passato, alla terra, alla campagna e all’orticello. Cosa stiamo dimenticando però? Prima di tutto, la nostra prospettiva di persone da dietro uno schermo da svariate centinaia di euro, persone che pubblicano foto su instagram tramite connessione veloce. Stiamo dimenticando che molti di quei prodotti che pubblicizziamo sono arrivati a noi grazie a una rete di logistica capillare, essa stessa inquinante. Stiamo dimenticando che possiamo permetterci di spendere il nostro tempo libero in questo modo. Abbiamo la possibilità di scegliere. Abbiamo il privilegio di scegliere.

La tecnologia la viviamo tutti i giorni, letteralmente sulla nostra pelle. Molti di noi non potrebbero sopravvivere senza. Eppure, quando parliamo di zero waste, sembra automatico auspicare un ritorno a quando cellulari, computer e televisione non erano presenti nelle nostre vite. Non sto parlando di auspicare un consumo consapevole di questi mezzi, argomento sul quale penso saremo tutti d’accordo. Sto parlando proprio di farli scomparire dalla narrazione della nostra vita.

Un ritorno al passato, quindi?

Carta annonaria, norme per il razionamento dei generi alimentari, autarchia, Radiobalilla, Fiat 508 e poi la mitica Topolina: benvenuti negli anni ’30, i tempi dei nostri nonni a cui sempre più spesso si auspica un ritorno, per ritrovare concetti fondamentali come “semplicità” e “buone maniere”. I nostri nonni inconsapevolmente zero waste, contro gli sprechi, con le loro ricette di recupero e i calzini rammendati. Sarebbe bello tornare a quell’idea di famiglia sana, coesa e umile, vero? Ma cerchiamo di analizzare brevemente cosa accadeva al tanto decantato tempo dei nostri nonni.

Il concetto di auto sostentamento non era quello di autoproduzione a cui lo zero waster contemporaneo aspira: per i nostri nonni si parlava di auto sostentamento della nazione, un modello economico iniziato ancora prima della guerra, con l’intensificarsi del regime fascista. A doversi occupare della tavola (e della casa e della famiglia) è la donna, figura fondamentale a quel tempo: “A portare i soldi ci pensa il marito, che non svolge alcuna attività domestica, getta un’occhiata distratta ai bambini e va sempre accontentato”, si legge ne Le signore del fascismo di Marco Innocenti. Gli anni dei nostri nonni sono quelli della pubblicazione di Per voi massaie d’Italia di Lidia Morelli, un’ode al ruolo della donna di campagna, la donna “reggitoria” perché “regge, governa, dirige, dispone”.

Le più fortunate erano le famiglie di campagna, che beneficiavano dei prodotti dell’orto e della stalla. Chi viveva in città si affidava ai fornitori tramite la tessera annonaria, introdotta nel ’40 dal regime fascista a suon di “Se mangi troppo, derubi la Patria!”, e che consentiva di acquistare cibo nei giorni stabiliti. Nello stesso anno, viene vietata la vendita di caffè e la produzione di pane è limitata all’utilizzo di farina abburattata, ovvero raffinata, quasi totalmente priva di fibra e germe di grano (i famosi “prodotti genuini del tempo”).

Una questione di genere

A fronteggiare tutto questo erano le donne, sempre le donne, a cui viene richiesto “il miracolo”, come scrive Bruna Bertolo in Donne e cucina in tempo di guerra: “Bisogna compiere miracoli quando si ha così poco da mettere in padella o in pentola e le necessità della famiglia sono tante”. Sarebbe impossibile citare tutte le grandi donne del tempo, a cominciare dalle autrici che dispensavano consigli di economia domestica e cucina, ma un concetto deve essere chiaro: il patriarcato era più che mai presente in quegli anni, soprattutto nell’ambito della cucina, che oggi spesso viene portato a esempio durante le discussioni sulla “Decrescita Felice”. Preparare piatti semplici non era una gran dote, un qualcosa che abbiamo perso, ma puro istinto di sopravvivenza, oltre che un obbligo morale e politico (di nuovo, stiamo parlando di un regime totalitario, una dittatura. Non c’era scelta).

E oggi? Sul ruolo della donna nel movimento zero waste si potrebbe parlare per giorni interi, ma basta osservare un dato oggettivo: profili, blog, siti, progetti vari a tema zero waste sono tutti (o quasi) femminili. Donne che alle volte fanno riferimento al poco interesse da parte dei loro partner/fratelli/figli/uomini di casa: ma se il nostro compagno si disinteressa allo zero waste, è giusto farci carico di ogni responsabilità solo per amore dell’ambiente? Questa, magari, è una riflessione su cui torneremo a discutere, ma è bene ricordare che ancora oggi tante “famiglie zero waste” si reggono – almeno per quanto riguarda la sfera della sostenibilità ambientale e la riduzione dei rifiuti – sulla figura della donna.

La spesa zero waste

Altro punto da chiarire: al di là delle ragioni economiche, poter fare una spesa zero waste è comunque un privilegio. Vivere in una grande città con negozi alla spina, sorgenti d’acqua, latterie con vuoto a rendere è un privilegio. Per capire quando esattamente ci troviamo di fronte a una posizione privilegiata, è bene farsi una semplice domanda: quanto è ampia la mia possibilità di scelta? Maggiore la scelta, maggiore il privilegio. Oggi esiste un qualcosa che ai tempi dei nostri nonni non c’era: l’e-commerce. Potete averlo evitato o meno, ma più che mai in tempo di quarantena è stato evidente quanto il delivery possa rivelarsi fondamentali. Non solo per puro piacere o per il desiderio di sostenere un’attività in crisi: parlo di necessità.

Tendiamo sempre a guardare il nostro piccolo ambiente, le nostre possibilità (del resto, siamo dei privilegiati per questo), ma dimentichiamo che non per tutti le regole e le carte in tavola sono le stesse. Pensiamo a una signora anziana, sola, in piena pandemia, senza nessuno che si preoccupi di farle la spesa: situazioni di questo tipo sono moltissime, ci passano davanti ogni giorno ma non le vediamo. Studenti fuori sede rimasti bloccati e magari contagiati, impossibilitati a uscire, genitori con bambini piccoli: sapete che le nascite non si sono bloccate per via del Covid-19? Vi immaginate una giovane neo-mamma alle prese con la fila e la spesa di pannolini e simili in tempo di quarantena? Per fortuna, c’è internet. Per fortuna, ci sono le consegne. Per fortuna, siamo nel 2020 e abbiamo delle possibilità che, in quanto tali, vanno sfruttate al momento del bisogno.

Sia chiaro: non serve una pandemia per ricorrere agli acquisti online. Ci lamentiamo sempre di non avere abbastanza tempo a disposizione, di vivere in una società frenetica, pressante, ed è proprio così. Oggi abbiamo la fortuna (anzi, il privilegio) di poter ricorrere a un aiuto in più: perché rinunciarci in nome di un fantomatico ritorno alla semplicità? Tante opzioni non esistevano in passato non solo per i limiti della tecnologia, ma perché non era plausibile che una famiglia potesse aver bisogno di una cena dell’ultimo minuto: oggi, grazie al cielo, il ruolo della donna è cambiato e possiamo (dobbiamo!) lasciare partner e figli a casa quando ne abbiamo voglia e modo, per andarci a godere un aperitivo con le amiche. Possiamo fare gli straordinari al lavoro, possiamo semplicemente scegliere di rilassarci in famiglia o da sole, senza un motivo. Per fortuna, c’è la pizza a domicilio.

Qual è la soluzione?

Come per tutti i problemi complessi, non possiamo avere soluzioni semplici. Un ritorno al passato sembrerebbe significare un peso ancora più grande sulle spalle delle donne, che sono ad oggi le uniche portavoci del movimento zero waste, eccetto qualche caso sporadico. Impossibile rinunciare alla tecnologia, a un mondo sempre più connesso.

Per lungo tempo il movimento zero waste ha girato la faccia, facendo di sé una narrazione edulcorata che rebrandizzava i problemi affrontati dalle minoranze in tutto il mondo, rendendoli digeribili e raccontandoli secondo uno storytelling nel quale “tutto ciò che è passato, è buono”. Quante volte l’abbiamo sentito dire? Dovremmo tornare a come facevano i nostri nonni. Le nostre quattro nonne erano casalinghe e bidelle, mentre i nostri nonni lavoravano come minatori e falegnami. Le nostre nonne si sono divise tra cura dei figli, dei mariti e cura della casa, mentre il mondo là fuori le schiacciava di responsabilità sempre più grandi.

Non è più un problema di ritorno al passato; lo zero waste deve diventare un problema di prospettiva, dove il nostro focus deve essere spostato verso gli angoli del pianeta che non sono così vicini da noi, ma per i quali dobbiamo veramente lottare. Se prima guardavamo nel nostro bidone dei rifiuti, adesso dobbiamo guardare più in là. Non si tratta più (solo) di portapranzo di latta e shampoo solido: questi sono punti di partenza per riflettere sulle intersezioni che l’ambientalismo ha con il femminismo, il razzismo ambientale e tutte le altre tematiche sociali verso le quali il nostro mondo sta andando.

Fonti:
A Terrible Thing to Waste: Environmental Racism and Its Assault on the American Mind by Harriet A. Washington
The complicated gender politics of going zero waste
Indigenous Climate Action
Environmentalism’s Racis History
The Gentrification of Sustainability: how white people took over a(nother) movement that doesn’t belong to us
5 Things to Know About Communities of Color and Environmental Justice

ENG

Zero waste and privilege

This post was written with four hands with Michela from Sustainableolivia. You can find a version of it here.

Today zero waste means privilege. Making activism via Instagram, from our kitchen, where we have long filled our trash jars, means privilege. And in this privilege, we forgot that zero waste and the fight against climate change cannot be separated from environmental justiceall over the world.

The zero-waste movement, as we know it, was born relatively recently. Closed in our kitchens, we started reducing plastic, filling our bottles, trying to inspire people through our Instagram pages. And we believed that we were pioneers, light years ahead of the rest of the world. Not a word on environmental racism; it wasn’t on our radar, and all our attention was focused solely on our little home.

But how true is this narrative that we made our own? Before us, all over the world, people have lived with zero impact, without this being labeled as zero waste. No need to go too far: think of your grandmothers, but also your mother’s childhood. Also, a movement that today is mainly composed of white women was actually born and raised in the BIPOC community who have always fought on the front lines against climate injustices.

But then, is everything we know about the zero waste movement wrong?

A new movement

In reality, disposable consumerism as we know it’s born recently. For much of its history, the man has lived a “zero waste” life, without knowing it. The plastic was “invented” only recently but only after the thirties of the twentieth century began its rise as a popular material, entering the houses of all. And before? If you ask your grandmother probably remember a time when plastic was a mirage, and plastic objects were far lower than those we have today in the house.

The main problems of the zero waste movement are because it has failed to recognize the main focus. As we all tried to get rid of straws, containers, and plastic items, many other people fought against climate injustices all over the world.

A BIPOC movement

The BIPOC communities have always been at the forefront against ‘ environmental injustices. Long before us whites. Indeed, we can argue with some confidence that the zero waste movement has drawn freely from traditionally BIPOC practices and struggles, making them attractive and passing them off as new and cutting edge.

The term in English is whitewashing. There was a real appropriation of contents, ways of living, and fighting that were proper to the communities BIPOC. But not only: these have been made more attractive, stripped of those struggles that could be uncomfortable for more people, and the focus has been shifted from the community to the individual. A true rebranding, with a new name and perfect aesthetics for social media. The famous fight against straws.

A couple of examples of these fights? The first was certainly the native populations who in America fought for decades against the exploitation of the soil or the passage of oil pipelines such as the Dakota Access Pipeline in lands they considered sacred. Another example, documented in the book A Terrible Thing to Waste written by Harriet A. Washington, is that of Flint, Michigan, where the population has been forced for years to deal with the poisoned water flowing in the pipes of their houses. [In Flint the population is made up of about 54% of black people. Source: US Census ].

The fight against technology

One of the drifts that took the zero waste whitewashed movement is certainly that of the fight against technology. If you open the Instagram feed and look for the hashtag #zerowaste or #zerowastelifestyle, what is the first thing that catches your eye? The images all have the same aesthetic: white background, plants, wooden details, products that recall a return to the past. Hands making scented loaves, soaps hanging on the shower. No reference to the struggles we mentioned earlier. Occasionally, some whales caught in the nets, increasingly rare, especially if we scroll through the most popular posts.

The zero waste movement often refers to a return to the past, to the land, the countryside, and the vegetable garden. What are we forgetting though? First of all, our perspective of people from behind a multi-hundred euro screen, people who post photos on Instagram via an internet connection. We are forgetting that many of those products that we advertise have come to us thanks to a widespread and polluting logistics network. We are forgetting that we can afford to spend our free time in this way. We have the opportunity to choose from. We have the privilege of choosing.

We live the technology every day, literally on our skin. Many of us could not survive without it. Yet when we talk about zero waste, it seems automatic to hope for a return to when cell phones, computers, and television were not present in our lives. I am not talking about hoping for a conscious consumption of these means, a topic on which I think we will all agree. I’m just talking about making them disappear from the narrative of our life.

A return to the past?

Ration book, food rationing, autarchy, Fiat 508, and the famous Topolina: welcome to the 30’s, the time of our grandparents, the one we always tend to go back to, hoping for a return to the simplicity of those years. Our grandparents were zero waste without knowing it: they were against food waste, they invented leftover recipes and they used to repair all of their clothes. Wouldn’t it be nice to go back to that idea of a simple and close family? Well, let’s have a quick look of what was actually going on at the time of our grandparents. 

The concept of self-maintenance has nothing to do with the one of self handling that is so popular among the contemporary zero waste community: our grandparents had to face the idea of nation’s self-maintenance, an economic model which began before the war, with the intensification of the Fascist regime. The family member who had to deal with all the houseworks was the woman, who played a fundamental role at that time. As author Marco Innocenti writes in his book Le signore del fascismo (The ladies of Fascism) “the husband makes money and he does not do any housework, he takes a quick look at the children and he must always be satisfied”. In the time of our grandparents the book Per voi massaie d’Italia (To the Italian housekeepers) by Lidia Morelli was published: an ode to the role of the women in the countryside, who had to “hold, rule, run” the house. 

The luckiest ones were the families who lived in the countryside and had the possibility to eat their own products. The ones who lived in the cities had to use the ration book, introduced in 1940 by the Fascist regime, with the slogan “If you eat too much, you’re robbing your Country!”. In the same year, selling coffee was forbidden and the production of bread was only allowed with the use of sifted flour, the one without wheat germ or fiber (the genuine and healthy products of the time were not so good at the end of the day…).

A gender issue

Women were the ones who had to face all these issues, the ones who had to “work miracles”, as Bruna Bertolo writes in her book Donne e cucina in tempo di Guerra (Women and kitchen in a time of war): “We need to work miracles when we have so little to cook and the needs of the family are so many”. It’s impossible to name all the amazing women of the time, starting from all the writers who gave advice on cooking and home economics, but something must be clear: patriarchy was something real in those years, especially in the kitchen world. We often say that looking back at our grandmothers’ habits could be useful to start a zero waste lifestyle, but the truth is that making leftover recipes was not a gift nor a talent, but a simple survival instinct, as well as a political and moral obligation (we are talking about a totalitarian regime: there was no choice). 

What about modern times? We could (and should) discuss a lot about the role of women in the zero waste movement: most of the zero waste activists are women. Women who often talk about their partners/brothers/sons who are not really into the zero waste lifestyle: in case our partner is not interested, is it okay for us to take all the responsibilities in the name of the environment? Here’s a fact: a lot of “zero waste families” are still based on women (at least, for all the things regarding waste reduction and sustainability). 

Going zero waste shopping and buying bulk food is a privilege. Living in a city with bulk shops, drinking water, glass bottles is a privilege. We can talk about privilege when we have choice: the more choice, the more privilege. Today we have something our grandparents did not have at their time: e-commerce. You may have not used it during lockdown, but food delivery has partly saved us. We always tend to only consider our possibilities (that’s why we are privileged), but not everyone is as lucky. For example, an old and lonely woman, in the middle of a pandemic: how could she get food and medicines? Again, off-site students far away from home, parents with baby children: people kept giving birth even during lockdown. Can you figure being a young mother wearing mask and standing in line to buy diapers? Fortunately, we have internet. Fortunately, we have home delivery. Fortunately, we are in 2020 and we have a lot of opportunities that can come in handy in hard times.

But let’s face it: we don’t need a pandemic to use delivery service. We always complain about not having much free time, about living in a frenetic and competitive society, and we are right: we do not have so much time. But we are lucky enough to get some extra help: why should we give it up for a return to the simplicity? A lot of options we not available in the time of our grandparents, not only for the limits of technology, but also because wives were obliged to make dinner every day. Nowadays, the role of woman has changed and we can (and must) leave our partner and kids at home whenever we feel like and go have a drink with our friends. We can work overtime, we can simply choose to stay home and relax, without worrying about the houseworks. Fortunately, we have pizza delivery.

What is the solution?

As with all complex problems, we cannot have simple solutions. A return to the past would seem to mean an even greater weight on the shoulders of women, who are today the only spokespersons for the zero waste movement, except for some sporadic cases. Impossible to renounce technology, to an increasingly connected world.

For a long time, the zero waste movement has turned its face, making of itself a sweetened narrative that rebranded the problems faced by minorities all over the world, making them digestible and telling them according to storytelling in which “everything that has passed is good”. How many times have we heard it said? We should go back to how our grandparents did. Our four grandmothers were housewives and janitors, while our grandparents worked as miners and carpenters. Our grandmothers split between looking after their children, their husbands, and looking after the house, while the world out there crushed them with ever greater responsibilities.

It is no longer a problem of returning to the past; zero waste must become a problem of perspective, where our focus must be shifted to the corners of the planet that are not so close to us, but for which we must fight. If before we looked in our waste bin, now we have to look further. It is no longer (only) a tin lunch box and solid shampoo: these are starting points to reflect on the intersections that environmentalism has with feminism, environmental racism and all the other social issues towards which our world is going.

Sources:

A Terrible Thing to Waste: Environmental Racism and Its Assault on the American Mind by Harriet A. Washington
The complicated gender politics of going zero waste
Indigenous Climate Action
Environmentalism’s Racis History
The Gentrification of Sustainability: how white people took over a(nother) movement that doesn’t belong to us
5 Things to Know About Communities of Color and Environmental Justice