Ho fatto amicizia con il mio corpo

Ovvero: prima camminata dell’anno con un piccolo tocco di tecnologia.

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Imperturbabile, a mio agio con la natura,
signore o signora di tutto, sicuro nel mezzo delle cose irrazionali,
impregnato come esse, passivo, ricettivo, silente com’esse,
scopro che le mie preoccupazioni, povertà, fama, debolezze, delitti sono meno importanti di quanto pensavo […]

Walt Whitman – Foglie d’Erba
L'immagine rappresenta un dettaglio di ragazza con un microinfusore appeso alla canotta. La ragazza indossa una canotta sportiva grigia, nel braccio si intravede un sensore per la glicemia.

Ho iniziato a camminare tardi nel bosco. E’ difficile spiegare come i luoghi ci influenzino molto più di quanto siamo disposti ad ammettere, ma io tutta la mia infanzia l’ho passata vicino al mare, e la montagna (e in generale i boschi) non sono il mio ambiente naturale.

Negli ultimi anni però camminare è diventato una specie di rito; un saluto alla primavera, un pranzo in rifugio, la birra con gli amici. Nicolò, al contrario, quando cammina è nel suo ambiente naturale, e anche per questo è diventata una di quelle cose che sono entrate in punta di piedi nella mia vita.

Non so come sia successo. E’ vero che ho sempre camminato in città, ed è vero che camminare mi schiarisce le idee e mi aiuta a pensare. Un passo dopo l’altro, nonostante la fatica sapere di dover fare una e una sola cosa, ovvero muovere prima un piede, poi l’altro, ammortizzando la fatica e cercando di superarla.

Da quando è arrivato il diabete di tipo 1 però, accanto ai miei pensieri si sono aggiunti quelli delle glicemie.
Per chi non lo sapesse, chi utilizza insulina deve stare attento a qualsiasi cambiamento, non solo in quello che mangia. Questo significa che ogni differenza nell’attività quotidiana modifica i nostri valori. Le glicemie salgono e scendono, chiedendoci una costante attenzione per tenerle a bada.

Immaginate com’è stato per me riprendere a camminare dopo aver iniziato la terapia con l’insulina.
Niente andava bene: mangiavo prima e durante nella speranza di non svenire durante il percorso. Continuavo a guardare le glicemie nell’orologio, con la costante paura di vedere un valore troppo basso.
Col tempo ho imparato a bilanciare la basale e il cibo, ma quella voce è sempre rimasta con me.

Avere una malattia cronica significa dover far pace col proprio corpo ogni singolo giorno. Ascoltarlo in silenzio, capirlo molto più di quanto pensiamo di essere capaci. Significa doverci fare amicizia, arrabbiarsi e perdonarlo. Come in tutte le relazioni profonde, è una connessione intima, che richiede comprensione e apertura al dialogo.

A volte il nostro corpo non basta. Il mio non basta. E non basta più neppure la mente che doveva sopportare le continue iniezioni. Per questo a Gennaio sono passata dalle iniezioni al microinfusore.
Sabato, per la prima volta dopo anni, ho camminato col viso all’insù anziché guardare costantemente l’orologio e il telefono, sapendo che in caso la mia glicemia fosse scesa troppo, l’algoritmo di quella piccola macchinetta avrebbe automaticamente interrotto l’erogazione.

Aspettavo questo momento da sessanta giorni. Sessanta giorni in quarantena mentre il sole splendeva e potevo vederlo solo dal balcone. Sessanta giorni che avrei potuto riempire in sessanta modi diversi, e che invece si riducevano a una routine prestabilita, fatta di singoli gesti.

Sapete qual è la cosa che mi ha stupito di più? Il fatto che non mi fossi resa veramente conto di quanto quella voce mi avesse invaso la testa. Di quanto quella preoccupazione fosse ormai parte di ogni singola camminata. Di come guardassi così tante volte lo schermo del mio smartwatch, sempre temendo il peggio. Di come la mia mano raggiungesse le caramelle in tasca in cerca di conforto ad ogni salita.

Ci abituiamo così tanto a tutto quello che ci succede da dimenticarcene. La mia malattia è la mia normalità, e ogni volta che arriva qualcosa di nuovo mi sento come il primo giorno sul letto d’ospedale.

Sabato, mentre cercavo di tenere il passo su una salita ripidissima, per la prima volta mi fidavo totalmente del piccolo schermo pieno di insulina.
Non pensavo al cibo, non pensavo a quanto sarebbe stato scomodo e poco igienico fare l’iniezione all’aria aperta.

Sabato non pensavo a nulla, esattamente come quando ancora il diabete non era entrato a far parte della mia vita, esattamente come quando il concetto di malattia cronica era un fantasma che capitava agli altri e non a me.

Sabato, mentre camminavo, il fantasma era lì con me, ma non era più in carne e ossa; si era dissolto in ogni singolo passo, nella fatica della salita e nell’odore del bosco, nel peso degli scarponcini, nel tubicino collegato alla mia pancia, nel rumore delle lurcertole che scricchiolavano sui buchi, nel sole che mi bruciava la faccia.

Imparai questo, almeno, dal mio esperimento: che se uno avanza fiducioso in direzione dei suoi sogni, e cerca di vivere la vita che si è immaginato, incontrerà un inatteso successo nelle ore comuni. Si lascerà qualcosa alle spalle, passerà un confine invisibile; leggi nuove, universali e più libere cominceranno a stabilirsi dentro e intorno a lui; oppure le leggi vecchie saranno estese e interpretate in suo favore in senso più ampio.

Henry David Thoreau – Walden
ENG

Body friendship

First hike of 2020 with a little bit of technology.

Me imperturbe, standing at ease in Nature,
Master of all, or mistress of all—aplomb in the midst of irrational things,
Imbued as they—passive, receptive, silent as they
Finding my occupation, poverty, notoriety, foibles, 
crimes, less important than I thought […].

Walt Whitman – Leaves of grass

I started walking late in life. It is difficult to explain how places influence us much more than we are willing to admit, but I spent all my childhood near the sea, and the mountains (and in general the woods) are not my natural environment.

In recent years, however, walking has become a kind of ritual; a greeting to spring, lunch in the peak, a beer with friends. On the contrary, when Nico walks, he is in his natural environment, and maybe this is why walking has tiptoed into my life with time.

I don’t know how it happened. I have always walked in the city, and walking clears my mind and helps me think. One step after another, despite the effort, knowing that I have to do one and only one thing, move one foot first, then the other, minimizing the effort and trying to overcome it.

Since Type 1 diabetes arrived, however, blood sugar levels have added to my happy thoughts. For the non diabetics, those who use insulin must be careful of any changes, not only in what we eat. This means that every difference in daily activity changes our values. Blood sugar levels rise and fall, asking for constant attention to keep them in range.

Imagine what it was like for me to start walking again after the beginning of insulin therapy. 
Nothing was going well: I ate before and during the trail, praying not to pass out. I kept looking at blood sugar levels in the clock, with the constant fear of seeing too low a value. 
Over time I learned to balance basal insulin and food, but that voice has always stayed with me.

Having a chronic disease means having to make peace with your body every single day. Listen to it in silence, understand it much more than we think we are capable of. It means be friend with it, get angry at it, and forgive it. As in all deep relationships, it is an intimate connection, which requires understanding and openness to dialogue.

Sometimes our body is not enough. Mine is not enough. And even the mind that had to endure the continuous injections is no longer enough. For this reason, in January I started the insulin pump therapy. 
On Saturday, for the first time in years, I walked with my face up instead of constantly looking at my watch and phone, knowing that if my blood sugar had gone too low, the algorithm of that little machine would automatically stop dispensing insulin.

I’ve been waiting for this moment for sixty days. Sixty days in lockdown while the sun was shining and I could only see it from the balcony. Sixty days that I could have filled in sixty different ways, and which instead were reduced to a pre-established routine made up of single gestures.

Do you know what is the thing that surprised me the most? The fact that I hadn’t really realized how much that voice had invaded my head. How much that concern was now part of every single walk. How I looked at my smartwatch screen so many times, always fearing the worst. How my hand reached for the candy in my pocket looking for comfort at every climb.

We get so used to everything that happens to us that we forget about it. My illness is my normalcy, and every time something new arrives I feel like the first day on that hospital bed, over and over again.

On Saturday, while trying to keep up on a very steep road, for the first time I trusted the small screen full of insulin. 
I didn’t think about food, I didn’t think how uncomfortable and unhygienic it would have been to get the injection in the open air.

On Saturday I wasn’t thinking about anything exactly like when diabetes had not yet become part of my life, exactly like when the concept of chronic disease was a ghost that happened to others and not to me.

On Saturday, while I was walking, the ghost was there with me, but it was no longer in the flesh and in my bones; it had dissolved in every single step, in the effort of the climb and in the smell of the woods, in the weight of the boots, in the tube connected to my belly, in the noise of the lizards that creaked on the holes, in the sun that burned my face.