Ripetizione

Diario di bordo, capitolo 6

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Sessanta. Detto così sembrano una manciata, un gruzzolo. Ogni giorno di questi sessanta giorni di quarantena mi sono svegliata e la prima cosa che ho visto è stato lo schermo del mio microinfusore. 30g di carboidrati più correzione, cosa che non devo più calcolare perché fa tutto lui: digito tutto quanto a occhi chiusi, rimandando la sveglia di altri 10 minuti, senza riaddormentarmi ma rigirandomi

Il diabete è una serie di gesti ripetuti, un po’ come le giornate in quarantena. Mentre faccio colazione – anche questa sempre uguale, tranne il sabato, giornata dedicata ai pancake – guardo il grafico della glicemia della notte prima. Mentre la teiera fischia, ho già poggiato il telefono e aperto il tappetino: un’altra abitudine ripetuta alla quale mi sono costetta in questi mesi.

In fondo stare in quarantena ci ha reso un po’ tutti dei piccoli monaci domestici. Portiamo avanti un compito dopo l’altro, alternando lavoro e svago, lontani da un nemico invisibile che ci minaccia là fuori. Il tempo si dilata, poi scorre via più veloce, poi si ferma del tutto.

Avere una malattia cronica mi ha preparato a questo periodo in isolamento, nel bene o nel male. Mi ha insegnato ad ascoltare quando il burnout è dietro l’angolo. Mi ha permesso di conoscere i sintomi, mi ha fatto capire quando tirare il freno a mano. Mi fa vivere ancorata ogni giorno a tanti piccoli gesti. Mi permette di avere pieno controllo su come mi sento, mi ha reso più sicura di me stessa.

Cerco di aggrapparmi a oggetti familiari, piccoli rimandi al mondo esterno: accendere il pc e mettermi a scrivere. La sveglia sul telefono che mi ricorda che devo muovermi un po’, fare dieci minuti di stepper. L’agenda sulla quale annoto le idee. Preparare il pranzo, la cena. Contare i carboidrati. Guardare lo schermo del microinfusore di nuovo, riflettere.

Non ho più paura della ripetizione come un po’ di tempo fa. Cerco di prendere anche questa pandemia come un insegnamento: è molto probabile che io non sia in grado di comprenderlo subito, ma prima che io me ne sia resa conto, mi avrà già formato, modellato come se fossi una persona fatta d’argilla e non più di ossa.

ENG

Repetition

Life Journal, chapter 6

Sixty days. They look like a handful, they passed so fast. Every day of these sixty days of lockdown I woke up and the first thing I saw was the screen of my pump. 30g of carbs plus correction, which I no longer have to calculate because the pump does everything: I type it with my eyes closed, postponing the alarm for another 10 minutes, without going back to sleep.

Diabetes is a series of repeated gestures, it looks exactly like these days. While I have breakfast – always the same, except on Saturday, which is pancake day – I look at the blood sugar graph of the night before. While the teapot whistles, I have already put the phone down and opened the mat: another repeated habit that I have forced myself in these months.

After all, being in quarantine has made us small domestic monks. We carry out one task after another, alternating work and leisure, far from an invisible enemy that threatens us out there. Time expands, then runs faster, then stops completely.

Having a chronic disease prepared me for this period in isolation, for better or for worse. It taught me to listen when burnout is around the corner. It allowed me to know the symptoms, it made me understand when to pull the handbrake. It makes me live anchored every day to many small gestures. It allows me to have full control over how I feel, it has made me more confident (well, most of the time).

I try to cling to familiar objects, small references to the outside world: turning on the PC to start writing. The alarm clock on the phone reminds me that I have to move little. The agenda on which I write down my ideas. Prepare lunch, dinner. Counting carbohydrates. Look at the pump screen again, reflect.

I am no longer afraid of repetition like some time ago. I also try to take this pandemic as a lesson: it is very likely that I am not able to understand it immediately, but before I realized it, it will have already trained me, shaped me as if I were a person made of clay and not of bones anymore.