Reti di salvataggio

C’è una cosa che mi è mancata fino a poco tempo fa, e non sono riuscita ad accorgermente finché non mi sono trasferita a Milano: una rete di supporto, una di quelle che ci immaginiamo i pompieri mettano per salvare le persone che si lanciano giù da un palazzo. Una rete di protezione insomma, un lenzuolo teso che mi consenta di non schiantarmi sul pavimento, ma di atterrare nel modo più leggero possibile in caso di caduta.

Una rete. E’ così che ho scoperto che ciò che mi mancava da qualche anno a questa parte non era altro che una rete, fatta da tanti piccoli fili che mi connettono ad altre persone.
Quante volte avete sentito i soliti discorsi da bar: i social ci stanno rovinando; i ragazzi non sono più in grado di fare amicizia di persona; guardali, in metro, tutti attaccati allo schermo, neppure si rivolgono la parola.

Questi discorsi mi fanno sorridere, proprio perché io la mia rete l’ho trovata online. E su quei social che sono responsabili di tante delle cose negative che i nostri genitori gli attribuiscono. Ho trovato persone con cui condividere qualsiasi aspetto della mia vita. Dallo zero waste al diabete, dai libri alla scrittura. Sono tutti lì, bastava avere il coraggio di guardare veramente anziché con pregiudizio. E ho capito l’importanza di avere una rete di protezione, larga quanto basta per attutire le cadute.

E’ difficile aprirci con gli altri, soprattutto quando parliamo di qualcosa che ci colpisce in modo così profondo, come una malattia cronica, o una decisione che impatta su tutta la nostra vita. Una volta che riusciamo a farlo però, ci rendiamo conto che è tutto ciò di cui avevamo bisogno: metterci in una nuova prospettiva, uscire dalla nostra zona d’ombra e farci finalmente bruciare dal sole di mezzogiorno.