Quattordici Novembre

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14 Novembre, la giornata mondiale del Diabete.

Non voglio che queste parole siano autoreferenziali, rivolte solamente a chi convive col diabete tutti i giorni. Voglio parlare anche a coloro che non hanno una malattia cronica, che non conoscono nessuno con una disabilità, ma anche con coloro che non hanno mai imparato a convivere con questa parte di sé.

Avete presente tutte quelle volte che la nostra vita sterza all’improvviso, deviata da qualcosa di più grande di noi, contro la quale non possiamo fare nulla? Impossibile rientrare nel percorso che ci eravamo prefissati, ci troviamo inerti di fronte a una situazione di assoluta mancanza di punti di riferimento.

Poi la fase di assestamento. Sono davvero io? Non mi riconosco più. Il mio corpo, il mio fisico, non è più mio. Si è ripiegato su se stesso, ha ribaltato gli equilibri, ha preso il sopravvento.

Questa è l’esperienza di chi vive una malattia cronica con la quale deve fare i conti tutti i giorni. Ma è vero un po’ per tutti noi: ci sono dei momenti che siamo costretti ad affrontare un senso di smarrimento profondo, la vertigine nel sapere che il domani non sarà più come oggi.
La differenza sostanziale è che chi ha una malattia cronica si trova costretto ad accettare che la vita è questo, totale assenza di schemi. Molto prima degli altri. C’è qualcosa che si inceppa, che non funziona più.

Non rientrare nella categoria delle persone sane è sicuramente un grosso stimolo all’autoriflessione. E’ il motivo per cui ci troviamo costretti a prendere in mano la nostra quotidianità, in cui ci troviamo di fronte a un’unica alternativa: trarre il massimo da ciò che abbiamo.

Io non odio il diabete. Ho imparato ad accettarlo come si accetta un brutto taglio di capelli. Dopo un po’ ti ci affezioni, e arriva il giorno in cui ti guardi allo specchio e ti accorgi che va bene così.

Possiamo decidere di odiare la vita per ciò che ci ha riservato, possiamo provare rabbia e sconforto. Possiamo percepire noi stessi e la nostra fisicità come un nemico. Oppure possiamo cercare di essere la versione migliore di noi stessi, qui, adesso.

Buon 14 Novembre a tutti.

Questa vita, come tu ora la vivi e l’hai vissuta, dovrai viverla ancora una volta e ancora innumerevoli volte, e non ci sarà in essa mai niente di nuovo, ma ogni dolore e ogni piacere e ogni pensiero e sospiro, e ogni indicibilmente piccola e grande cosa della tua vita dovrà fare ritorno a te, e tutte nella stessa sequenza e successione – e così pure questo ragno e questo lume di luna tra i rami e così pure questo attimo e io stesso. L’eterna clessidra dell’esistenza viene sempre di nuovo capovolta e tu con essa […].

La Gaia Scienza
ENG

November, 14

November 14th, World Diabetes Day.

I’m not writing for the T1D community online today. I’m writing to all of us. I want to talk also with people that don’t have a chronic illness, people that never met somebody with a disability.

Have you ever had the feeling that your life is changing suddenly, taking a different path, something bigger than you, something that you cannot fight against?
You feel without a reference point, everything in your life is drifting and falling apart, and you cannot do anything.

Then, a break. You get used to it. Is this really me? I’m not able to recognize myself in front of the mirror. My body, cells and skins, it’s not mine anymore. It shifted, now it’s an enemy. My body against me. 

This is what a person with chronic illness experiences every day. But I think it’s a phase that every single person faces in his/her life. One of those moments where we experience deep loss, confusion. At that moment we know that tomorrow will never be the same.
The main difference is that a person with a chronic illness is forced to face this. I had to learn that my life drifted from the path that I wanted for myself. I had to learn that reality means that there are no patterns.

I suddenly realized that I had a chronic condition: it’s a big push to self-reflection. You learn to listen to yourself, to hear the voice in your mind, to take your life back. That’s what I did: I started to absorb the most out of my days. I have 24 hours, and each of them has to count something.

I don’t hate type 1 diabetes. I learned to accept it as I would do with a horrible haircut. After a while, you start to become attached to it. Then, one day you realized that everything’s fine.

We can choose to hate our life for what it is. We can feel angry, we can be scared. We can feel whatever we want about our illnesses. I want to be the best version of myself, embracing every single aspect of my life, both positive and negative. Type 1 diabetes is part of who I am. And I cannot be otherwise.

This life, as you now live it and have lived it, you will have to live once more and innumerable times more; and there will be nothing new in it, but every pain and every joy and every thought and sigh… must return to you—all in the same succession and sequence—even this spider and this moonlight between the trees and even this moment and I myself. The eternal hourglass of existence is turned over again and again—and you with it, speck of dust!

The Gay Science