Primo weekend di Novembre in Sardegna, raccontato in 4 piatti

Diario di bordo, episodio 1

Io che me la godo al mare a Novembre anche se sto caldo non è normale

Passare il fine settimana con la mia famiglia significa dover fare i conti con una quantità di carboidrati superiore a qualsiasi aspettativa. Mentre per un diabetico questo potrebbe rappresentare un problema, io ne sono felicissima: significa che mia mamma cucina, che mia nonna prepara i dolci e che per me sarà facilissimo affrontare il weekend limitando l’uso della plastica alle sole iniezioni.

Io e Nico atterriamo a Elmas venerdì mattina, e il primo profumo che mi accoglie in macchina è estremamente familiare: lo so che se mi conoscete state pensando al ginepro, ma in realtà stavolta sto parlando delle pizzette sfoglia.
Non sto parlando delle pizzettine che vengono servite come apertivo nel resto della penisola. Sto parlando delle pizzette sfoglia che potete chiedere al bar di Cagliari quando andate a fare colazione.
Sono delle pizzette “chiuse”, due dischi di pasta sfoglia con pomodoro all’interno (la versione originale avrebbe capperi e acciughe. Fortunatamente si trovano anche solo con pomodoro e capperi).

Mi ricordano le merende al liceo, le colazioni della domenica. Sono una tradizione che mia mamma porta avanti imperterrita ogni volta che viene a prendermi in aeroporto. Le pizzette sfoglia, mia madre e mia cugina Giulia: ciò che troverò sempre al mio arrivo.

La strada statale che collega Cagliari e Carbonia non è mai trafficata; due corsie battute dal sole, quattro persone che mangiano pizzette e non riescono a capire come sia possibile che tra Milano e la Sardegna ci siano 10 gradi di differenza. La pizzetta sfoglia si scioglie in bocca, finalmente.

Arriviamo a casa all’ora di pranzo, e non importa quante pizzette abbiamo mangiato, sono solo l’inizio di un fine settimana fatto di iniezioni e carboidrati. I culurgiones sono una delle cose più difficili da contare quando hai il diabete, perché non sono altro che ravioli extra-large di pasta con all’interno patate, formaggio e menta.

un culurgiones crudo
Size matters

Sapete quanto adoro mangiare in compagnia.

Questo amore per il cibo e per lo stare intorno alla tavola deriva proprio dalla mia famiglia, che nonostante i tanti anni da fuori sede continua a mantenere la tradizione non appena metto piede sull’isola. E’ il momento più importante, l’ora di riflessione e di chiacchiere, di pettegolezzi e discussioni.

Ho pensato che col diabete avrei perso qualsiasi interesse per l’aspetto conviviale del cibo. Fortunatamente, forse anche grazie a mia madre che continua a viziarmi, sento ancora quel nodo allo stomaco collegato a un sapore estremamente familiare. Profumo di pasta ripiena, di pomodoro fresco, di basilico appena tagliato. Il formaggio direttamente nella carta, il pane pieno di farina, il calice di vino rosso “senza esagerare”.

Sedersi a tavola significa essere presenti adesso, a noi stessi e alle persone con cui condividiamo il cibo.

I culurgiones sono una trappola mortale per la mia glicemia, soprattutto perché sono seguiti da un dessert che non troverete da nessun’altra parte del mondo se non nel Sulcis: le pabassinas di saba.

Queste che vedete nella foto sono fatte da mia nonna con saba, uvetta, mandorle tostate. Alcune sono senza zuccherini sopra, come se fossero quelli il problema.

un vassoio di pabassine

Si chiamano così – e si differenziano dalle pabassinas classiche, perché sono fatte, appunto, con la saba, ovvero mosto cotto.
Proprio come quando parlate del vostro diabete di tipo 1 e la maggioranza delle persone pensa al diabete del nonno, tutti quelli che sentono parlare di pabassinas penseranno ai classici biscottoni con la glassa sopra anziché a queste delizie. Per voi, minoranza silenziosa di malati cronici che nulla hanno a che fare con l’insulino-resistenza dovuta a cattive abitudini, le pabassinas dovranno essere sempre e solo questi dolcetti sgraziati.

Ora, una confessione: per anni le ho odiate.

Ci sono dei momenti della nostra vita in cui non siamo pronti, in cui non sapremo mai apprezzare sapori diversi. Ogni sapore ha il suo momento. Le pabassinas io le ho sempre evitate, lasciandole per ultime nel vassoio di dolcetti misti e mangiandole solamente in mancanza di alternative. Un paio d’anni fa, un po’ per caso, le ho riassaggiate.

Improvvisamente un pugno sullo stomaco.
Un sapore che conoscevo, lontano, che avevo assaggiato così tante volte da memorizzarlo, scriverlo nel cervello, indelebile. Un sapore che era sempre quello e non era mai cambiato in tutto questo tempo.

Non sarà la risposta che darò a un amico che mi chiede qual è il mio dolce preferito, ma sono sicura che ogni volta che chiudo gli occhi e penso a questi dolci, riuscirò a sentirne il profumo e il sapore dolce sul palato.

Anche sabato sera ho il mio momento proustiano. Mia zia decide di rievocare involontariamente una memoria che credevo di aver perso.

Arriviamo a casa sua, io, mia madre, Nicolò e mia cugina. Ci ha invitato a mangiare il porceddu, ma la troviamo intenta a formare delle piccole sfogliette di pasta, mettendole una dopo l’altra in fila sul cestino ricoperto di stoffa che sta di fronte a lei.
In fondo, io la carne non la mangio, quindi è stata costretta a inventarsi qualcosa.

Quando ero bambina mia nonna li faceva direttamente con la pasta tra le mani, formando con le dita la pasta che andava dritta nella pentola piena di acqua bollente.
Noi li chiamiamo sappueddus, ma alcuni li conoscono come spizzua e ghetta.

Quando eravamo bambini con i miei cugini giocavamo rigirando la pasta morbida tra le mani. Appena mia mamma se ne fa scappare un pezzo ne approfitto per prenderlo e formare una pallina.
Lei dice che se cade un pezzo di pasta a terra ci saranno ospiti a tavola. Gli ospiti siamo noi, ma decido di non dirlo.
Semola, acqua calda sale, piccoli straccetti di pasta con pomodoro fresco.

Mia nonna Savina non è più con noi, ma se c’è una cosa che ricordo di lei è quanto le piacesse viziarci. E non parlo solo di cucinare.
Noi nipoti dovevamo sempre avere le patatine in busta (con la sorpresa), l’uovo di Pasqua, i biscotti per fare merenda, il pane con il pomodoro schiacciato sopra, il gelato Cremino o il Fiordifragola da mangiare in veranda.

L’ho vista preparare i sappueddus una, due volte massimo: ma ricordo perfettamente quell’atmosfera di noi nipoti intorno al tavolo, a rompere le scatole e mettere le mani dove non avremmo dovuto.

Cos’è la nostalgia di casa se non questo?

L’essere trasportati nel passato dal pane, involontariamente rievocare ciò che pensavamo di aver perduto. Trovarci di fronte a un piatto che guardiamo e non ci dice nulla, portarlo al palato e trovarci all’interno una giornata felice, poi una triste, le domeniche da adolescente quando i miei genitori mi rompevano così tanto i coglioni, i lunedì quando era mio fratello a romperli e io a lui, la nonna che tira fuori il gelato quando all’ombra ci sono trentasei gradi e se non lo volevi aveva altre cinque alternative a disposizione, perché non contava altro se non lo stare insieme su quella veranda a guardare la campagna seduti sulle sedie di plastica.

I sapori e gli odori della cucina sono l’unica cosa che è in grado di farlo in modo improvviso, violento, di riportarti lì anche quando ti rendi conto che tutto questo è assente da un periodo così lungo che neppure ti ricordi quanti anni sono passati.

Come uno schiaffo in piena faccia.