Una diabetica a Reggio Emilia: cronache di un fine settimana

Dario di bordo, episodio 0

Quando faccio dei weekend di eccessi, è come se la mia mente si preparasse prima a ciò che dovrò affrontare. Un numero di iniezioni molto più alto rispetto alle solite quattro, le camminate, le correzioni dovute alla stima totalmente casuale dei carboidrati… e tutta la plastica che ne consegue.

Stavolta sono partita preparata però. E con preparata intendo: ho portato una torta per evitare di affidarmi agli snack industriali in caso la mia glicemia si fosse avvicinata pericolosamente a livelli bassi. E ho portato con me un bagaglio minimalista degno di Ryan e Joshua.

Ciò che ho portato con me durante questo weekend: posate, libro, siero, lenti a contatto, un cambio di vestiti, borraccia, make up, astuccio dell'insulina, glucometro di scorta, carica batterie.
Minimalismo.

Diciamocelo: l’organizzazione di un weekend fuori porta per un diabetico è già particolarmente difficile. Farlo cercando di usare solo la plastica strettamente necessaria alla gestione della malattia è da folli.

Ormai è una sfida con me stessa, e anche se devo preparare lo zaino in cinque minuti, la mia testa mi dirà sempre e comunque prendi questo, fai quest’altro, plastica = schifo.

It's a cake!
Brutta ma buona: torta al cioccolato con frutti rossi e yogurt. Senza saccarosio, con stevia. Non sono riuscita a evitare la carta forno. Sorry.

Arriviamo a Reggio Emilia la mattina di Sabato, e ovviamente le mie glicemie hanno previsto le mangiate assurde che avrei affrontato di lì a poco. Stimo a occhio i carboidrati del pranzo, ma il riso mi inganna sempre (in questo caso sottoforma di risotto di zucca e gorgonzola). Faccio 7 unità anziché 6 di insulina rapida, e quando arriviamo al dolce il sensore segna un onesto 90mg/dl con freccia in discesa: giusto il tempo per mangiare un bis di torta e un assaggio di crema al mascarpone.

Adoro mangiare in compagnia. Adoro essere invitata, invitare le persone, cucinare per gli altri. Adoro usare ingredienti freschi e non industriali.
Quando il diabete di tipo 1 è entrato a far parte della mia quotidianità, per un po’ ho creduto che queste cose sarebbero state escluse dalla mia vita. Credevo che sarebbe stato difficile cucinare per gli altri, credevo che sarebbe stato difficile alzarmi la maglietta per farmi l’insulina di fronte alla gente. E invece, più i mesi passavano, più la mia voglia di condividere e dividere con il prossimo si faceva spazio, mentre assimilavo la routine che la malattia comporta.

Così, dopo quasi tre anni, mi ritrovo ad alzarmi la maglietta di fronte a chiunque, non importa se sia pranzo, cena o colazione. Ho scoperto che il gusto del piatto di fronte a me, la voglia di assaggiare cose nuove, il profumo del forno e dei dolci appena fatti, sono qualcosa di più forte di qualsiasi malattia cronica.

Il gorgonzola arriva nel pomeriggio del Sabato, circa quattro ore dopo il pranzo. L’alcol però non aiuta, così mi trovo a decidere fino alla fine se affidarmi alla camminata o fare una correzione, col rischio di andare in ipoglicemia durante l’aperitivo. Decido di optare per la camminata; la giornata è magnifica, è pieno di gente, la mia glicemia sale inesorabilmente fin quando non farò il bolo per la pizza a cena.

Il giorno dopo colazione in albergo. Anche qui plastica evitata, anche qui strappo alla regola. Infatti colazione in albergo per me significa mangiare zuccherato, e di conseguenza faccio un prebolo totalmente a caso. Faccio 4 unità, che è la quantità di insulina necessaria per un dolce più una porzione di pane tostato. Sbaglio totalmente tempistiche, e la freccia che scende mi permette di assaggiare, anche la torta al limone.

Cannoncino ripieno di cioccolato con copertura al cioccolato e mille unità di insulina.

Avete capito come andrà a finire, no? Andrà a finire che un paio d’ore dopo sono costretta a mangiare ancora, perché 4 unità di Apidra sono veramente tante per la sottoscritta. Mi sento fiera però, perché fino a questo momento sono riuscita a sopravvivere senza usare plastica monouso.

Non so se sia stato il diabete in sè ad accentuare i miei sforzi per diminuire la plastica. Avevo avuto degli altri periodi di difficoltà – per esempio, agli inizi, quando sono tornata in Italia dalla Germania.
Ho iniziato a dubitare, a chiedermi come potessi portare avanti entrambe le cose.
Poi, come questo fine settimana, una vocina nella testa. Puoi farcela, quando c’è l’alternativa. Quando c’è l’alternativa: e la mia alternativa è dire che userò solo plastica quando strettamente necessario, e quando questa riguarda la mia salute.

Io che misuro la glicemia con Freestyle libre e cellulare.
Questi giovani d’oggi non sanno più che fare col cellulare.

E con queste riflessioni in testa che affronto la giornata di Domenica. I miei amici vanno a mangiare lo gnocco fritto, e io decido di buttarmi sull’alternativa strutto-free: polenta fritta. Formaggi. Pane.
Mentre il mio colesterolo si ribella, la glicemia si dirige inesorabilmente verso picchi mai raggiunti. Correggo una, due, tre volte, maledicendo il fritto e allo stesso tempo congratulandomi con me stessa per come ho gestito la situazione. Niente plastica fino a questo momento, se non questi piccoli cappucci che mi ricordano quanto io sia fortunata ad avere un’alternativa.

Ajò che ho visto la bancarella coi formaggi sardi!